E fattela una risata!

Il tweet di Feltri (a imperitura vergogna)

Il “giornalista” Vittorio Feltri, il cui buon gusto è da tempo seppellito sotto le macerie della deontologia professionale cui ogni professionista dell’informazione si dovrebbe attenere, trova su Twitter il modo di fare del sarcasmo d’accatto nientemeno che su uno tra i reati più disgustosi e lesivi della dignità umana: lo stupro. Di fronte alle rimostranze di chi si è a dir poco scandalizzato per la battuta da trivio con cui mostrava di ammirare la stupratore piuttosto che solidarizzare con la vittima, ha ritenuto di dover cancellare cotanto parto intellettuale. Lo ha fatto persino con un pizzico di fastidio per la mancanza di sense of humour dell’utente medio dei social rubricato, a suo dire, al rango di una “lumaca bollita”.

Il conduttore di Striscia la notizia Valerio Staffelli si è reso protagonista di un imbarazzante siparietto con cui, nel consueto stile cafonal del noto programma Mediaset, a essere canzonata era l’attrice Ambra Angiolini per la fine della sua relazione sentimentale con l’allenatore della Juventus Massimiliano Allegri. Si dirà: non è la prima e, da che mondo è mondo, il privato dei personaggi pubblici lo è molto meno di quello dei comuni mortali. D’accordo. Sorvolo sul dato fin troppo palese che, in entrambi i casi, il soggetto da attaccare ed umiliare sia stata una donna e che dimostra, qualora ce ne fosse bisogno, quanta strada ci sia ancora da fare verso la giubilazione di ogni variante di mentalità maschilista e patriarcale. Il fatto è che la fine di una storia è pur sempre una lacerazione che qualche danno collaterale lo semina pure imponendo non dico il silenzio, che è quasi impossibile, ma almeno il rispetto della sofferenza che genera la fine di qualsiasi relazione e che non richiede grande sforzo d’immaginazione. Prova ne è il fatto che, se la reazione dell’attrice è stata sobria e tutto sommato elegante, lo è stata molto meno quella della figlia che ha dato voce, lei sì, a tutto il disappunto e la contrarietà che chiunque (e sottolineo chiunque), al posto di Ambra avrebbe provato perché ognuno di noi avrà sperimentato, almeno una volta nella vita, il dolore di una separazione su cui non c’è ironia che possa reggere.

Ma cos’hanno in comune i due episodi? Senza dubbio una malintesa concezione di ironia, priva di ogni senso di responsabilità personale nel ridurre il dolore a gag, e che ti fa ritenere che le parole che si usano per ledere la dignità di una persona siano meno gravi di una violenza fisica perché, appunto, “parole”. Che sarebbe come dire aria. L’alibi della “mancanza d’umorismo” che, per giunta, si imputa a chi è colpito dal dileggio altrui, rimbeccato con espressioni del tipo «e fattela una risata» oppure «ma io non ti volevo offendere» è la riprova di come la violenza verbale sia più subdola di quella fisica, ma non per questo meno grave. Offendere significa, letteralmente, uccidere, come nell’etimologia latina del verbo: ob e fendĕre, colpire contro. Offeso era chi veniva colpito a morte con armi.

Nonostante il suo potenziale distruttivo – o forse proprio per la consapevolezza di questo – non si riesce a fare a meno di questo passepartout che è l’insulto, e che altro non è se non una forma di patologia del pensiero che si arrende alla propria debolezza e inadeguatezza. E non sono solo i social, purtroppo, il fertilizzante naturale e maleodorante di questa deriva generalizzata verso uno squid game di massa in cui sempre più spesso la violenza delle parole rappresenta il primo e più cinico strumento di sopraffazione. L’insulto è la facile scappatoia di chi non sa argomentare, il documento identificativo di chi ignora le dinamiche basilari dell’intelligenza emotiva, la riemersione dell’impulso neonatale a frignare e inveire anziché avvalersi delle conquiste maturate nel momento in cui abbiamo sviluppato il linguaggio e con esso la nostra capacità di relazione. L’American Psychological Association ha recentemente affermato che l’abuso verbale o psicologico è meno affrontato rispetto a quello fisico o sessuale, ma comporta conseguenze negative sulla salute mentale uguali o superiori.

Wittgenstein dal canto suo sosteneva che «i limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo», cogliendo così una verità importante e cioè il fatto che le parole con cui scegliamo di descrivere, rappresentare i fatti, formulare opinioni, determinano il modo in cui costruiamo le relazioni sociali. Quanto più ampi sono i nostri limiti linguistici e la nostra incapacità di formulare concetti con un linguaggio adeguato, tanto minore è la possibilità che abbiamo di comprendere e descrivere il mondo. E in un recente bel libro dal titolo Lingua e essere, la giornalista e attivista tedesca Kübra Gümüşay dice che «chiamare gli esseri umani come vogliono essere chiamati non è questione di gentilezza e neanche simbolo di correttezza politica o di un atteggiamento progressista – è semplicemente una questione di decenza umana».

Certo non voglio sostenere che, in nome di una retorica conciliativa, gli insulti debbano essere messi al bando e bisogna arrendersi agli eufemismi ad ogni costo perché ciò significherebbe la rinuncia all’idea che la lingua serva, in tutta la propria ricchezza espressiva, anche ad affrontare tutte le possibili situazioni conflittuali. Ma altro è riconoscere che la libertà d’espressione finisce dove inizia il rispetto della dignità personale e non la si può sempre invocare come la facile giustificazione di chi in realtà trova legittimo così veicolare ogni tipo di discriminazione.

«Sempre tesi! Sempre tesi!»

Nella fattispecie, non è il mantra declamato durante un comizio dal noto personaggio dell’onorevole di Carlo Verdone, ma l’esclamazione che mi viene spontanea nei giorni dedicati interamente alla correzione delle tesi di laurea e degli elaborati dei miei allievi: «Sempre tesi!». Mi sembra di non finire mai di leggerne. E leggendole mi chiedo sempre se sarò riuscito a far capire loro cosa mi aspetto. Provo allora a spiegare il cosa e il perché di quello che è, o dovrebbe essere, il lavoro che corona i loro studi. Il come fare la tesi è un’altra faccenda, un po’ più complicata, che lascio per ora da parte.

Intanto, e mi riferisco agli studenti dei corsi di laurea triennali, non chiamatele tesi. L’attuale ordinamento universitario prevede per il primo ciclo di studi lo svolgimento di una prova finale. Si può sicuramente disquisire sull’infelicità dell’espressione, dal momento che la denominazione fa pensare a qualcosa di definitivo, minaccioso e inappellabile: una sfida da giorno del giudizio, dopo la quale sembrerebbe che tutto abbia termine quando invece il bello deve ancora venire. Altre prove vi attendono, cari studenti, ben più difficili e ansiogene (pensate anche solo a quanto sarà difficile sottoporvi al giudizio dei vostri futuri suoceri o alla pazienza che dovrete dimostrare nel tollerare alcuni vostri futuri colleghi di lavoro). Chi poi sceglierà l’upgrade di un ciclo magistrale si troverà, dopo aver sostenuto tutti gli esami previsti dal suo piano di studi, a svolgere la vera e propria tesi di laurea che è un lavoro di ricerca ben diverso da quello svolto nel triennio. 

Il primo dei dilemmi di uno studente è però relativo alla tempistica con cui mettersi alla ricerca di un relatore anche perché egli è ben consapevole che lungo e tortuoso sarà il giro delle parrocchie per elemosinare l’attenzione e la disponibilità di un docente che lo accolga ed assista nel periglioso viaggio verso il cosiddetto “pezzo di carta”. Sa bene, perché si sarà già confrontato con i propri colleghi, che il professore Tale “non accetta studenti che non abbiano almeno la media del 29”, la professoressa Talaltra segue già tre o quattro studenti e quindi (a suo dire) “ha già troppi tesisti”, il professore Tizio sdegna chiunque abbia sostenuto l’esame della propria materia con una votazione inferiore al trenta e lode (ma, attenzione, va bene anche senza bacio in fronte) mentre l’assistente che fa da filtro all’oberatissimo presidente del corso di studi sulla “Fenomenologia delle caramelle gommose” metterà sull’avviso lo sventurato giovane del fatto che dovrà lavorare almeno tre anni a un elaborato minimamente dignitoso, per produrre il quale è bene che sappia che dovrà consultare una trentina di biblioteche sparse almeno in uno dei due emisferi del globo terracqueo.

Niente paura. Il panico risparmiatelo per altre cose, per quando, ad esempio, dovrete superare l’angoscia del foglio bianco. Siate consapevoli, intanto, che scegliere il momento in cui cominciare a pensare alla tesi (la chiamerò sempre così per comodità) dev’essere la conseguenza di un’attenta auto-valutazione del proprio percorso che tenga conto dei tempi di studio che solo lo studente conosce e della pianificazione accurata delle tappe che lo porteranno all’esame conclusivo. Mettetevi davanti il vostro piano di studi e iniziate a contare: quanti esami restano in carriera? quanti appelli avrò a disposizione? in quale di di questi sarà plausibile che supererò gli esame di profitto?

Calcolate eventualmente le variabili che possono incidere in queste misurazioni: che possibilità concrete sussistono perché il docente nevrotico che vi ha già bocciato due volte possa, il giorno dell’esame, essere in un inaspettato stato di grazia che lo indurrà conseguentemente a graziarvi anche se non avete studiato? quanto saprete resistere, fino alla data dell’appello, alla tentazione di chiamare la collega o il collega di cui siete inutilmente infatuate/i per chiederle/gli di (far finta) di prepararvi insieme all’esame piuttosto che disattivare il sistema ormonale, per il tempo strettamente necessario, attivando al contempo solo quello cerebrale che vi consenta un’esclusiva e propedeutica full immersion nello studio? Cose così, insomma, che a uno studente già addestrato all’esercizio critico non dovrebbero risultare ostiche da considerare. Una volta che si avrà chiaro tutto questo, sarà più facile immaginare la sessione di laurea cui concorrere, tenendo presente anche il tempo necessario per la realizzazione delle fasi in cui si articola un progetto di tesi.

A quel punto, sorge spontanea la Madre di tutte le domande: «su cosa fare la tesi?». Non nascondiamocelo: spesso gli studenti non scelgono l’argomento, ma il docente. E per ragioni tra le più disparate: la disponibilità, la preparazione che gli si riconosce (per reputazione o per prova), la simpatia, il carisma, il ricordo delle sue lezioni, il voto preso all’esame con lui, il passaparola, la disperazione per il fatto di non averne trovati altri… Fatto è che scegliere un argomento significa comunque scegliere anche il relatore. Qualunque siano le motivazioni in gioco, è bene però che il giovane sappia che essere scelti dipende anche da come si riuscirà a essere convincenti agli occhi del professore il quale, che ci crediate o no, aspira anche lui ad essere scelto da studenti che si dimostrino brillanti, preparati, motivati. Vi assicuro che, nell’arco di una carriera, non sono poi tanti i giovani di cui si potrà orgogliosamente dire: «è una/a mia/o allieva/o». Per questo è importante non mostrare di avere idee confuse su cosa si vorrebbe fare e sulle concrete motivazioni.

Fatta eccezione per i casi in cui – ma questo dipende dai vari contesti universitari – l’approccio è di tipo burocratico, regolato cioè da automatismi d’ufficio, soprattutto nei dipartimenti umanistici lo studente può contare su un approccio più flessibile e dialettico che consente una maggiore possibilità di mediazione col docente. Personalmente cerco sempre di “studiare” chi ho di fronte, parlandoci a lungo, chiedendo dei suoi interessi, anche di quelli extra-universitari, perché è proprio dal modo in cui parla che mi faccio la prima idea di come pensa. Non mi piace imporre degli argomenti, cerco sempre di porre delle alternative, di mettere un giovane in condizione di scegliere di cosa interessarsi. Da chi non dimostra subito curiosità o motivazione, so già che non dovrò aspettarmi più del diligente adempimento di un compito. E, per carità, va bene pure quello. Studi, scrivi, correggo, consegni, discuti, arrivederci e grazie. Ma, dal momento in cui scegli un professore e un argomento da studiare, inizia un rapporto che, come accade per qualsiasi tipo di relazione, non sarà mai univoco.

Ci sarà perciò il laureando che definisco Bimby, dal nome di una famosa macchina da cucina che ha di caratteristico questo: ci metti dentro tutti gli ingredienti, la metti in funzione, ti occupi d’altro e, alla scadenza del tempo assegnato per la cottura, ti serve il pasto già cucinato. Soluzione comoda, ma ben lontana dal farti dire che sai cucinare o che hai uno chef tra i fornelli. Qual è il vantaggio? Risparmi tempo, se non ne hai molto a disposizione. Tutto qui. Lo studente Bimby è quello che non si fa domande, accetta tutto ciò che gli proponi, si consegna mani e piedi a te e chiede solo che tu gli dia tutta la materia prima che dovrà elaborare (argomento e bibliografia), imposti funzioni di cottura (metodologia di ricerca, suddivisione del lavoro in capitoli e paragrafi) e timer (scadenza di consegna) e aspetta solo che tu prema il pulsante di accensione. Esegue solamente ciò che il docente ha stabilito e non si preoccupa del tipo di apporto originale ed autonomo che può dare alla ricerca.

C’è poi il laureando Masterchef, quello a cui tu metti davanti tanti ingredienti tra cui scegliere. Lui cerca di sondarne fino in fondo le caratteristiche organolettiche, di intuirne le possibili combinazioni in funzione di un risultato, e lui prova, valuta, azzarda, mosso dalla curiosità e dalla passione, da una disposizione attiva e propositiva che non ha come obiettivo l’eccellenza, ma la costante tensione versa essa. Non ha la pretesa di imporre qualcosa, di proporre invece sì. Ma spiegando cosa vorrebbe cucinare e come pensa di farlo (tempi, contenuti, metodi, letture e studi propedeutici). Dopodiché cerca di far capire al docente che sa quali strumenti usare e quali passaggi sono necessari per lavorare le materie prime, e gli fa capire che colui che ha davanti non è il trainer che dovrà assegnargli gli esercizi da fare, ma il consulente a cui chiedere dritte (dove trovo quella spezia che mi manca? quanto mi conviene lavorare quell’impasto senza correre il rischio di farlo impazzire?) solo perché più esperiente.

Lo studente Bimby forse si laureerà presto (come chiedono mamma e papà), ma nella misura in cui avrà scelto di studiare in ragione di necessità che prescindono da un proprio progetto di sviluppo personale, avrà perso la bella opportunità di far diventare la propria tesi l’occasione per aumentare e raffinare le proprie conoscenze, capacità, relazioni che non appartengono solo al contingente, ma che dovrà comunque prima o poi imparare a sviluppare nei contesti sociali e lavorativi in cui penserà di inserirsi ed affermarsi. Parlo di capacità di relazione, organizzazione, analisi, decisione ed espressione.

Perciò, al prossimo studente che verrà a chiedermi la tesi, mi sento di chiedere solo: che tipo di laureando vorresti essere?

La resistenza delle donne

Chi si trovasse in questi giorni a Catania avrebbe più di un buon motivo per assistere allo spettacolo con cui il Teatro Stabile della città inaugura la nuova stagione. La prima è che ci si trova di fronte a una messinscena coraggiosa per scelta linguistica e necessaria per implicazioni etico-sociali. La si deve a Laura Sicignano che dà voci e volti a un testo – Donne in guerra – scritto insieme ad Alessandra Vannucci, che arriva allo spettatore come un uppercut da cui è complicato riprendersi perché ti lievita dentro e ti “disturba” (come dovrebbe sempre fare il teatro) costringendoti a pensare anche a distanza di giorni.

Era da molto tempo che non mi capitava di emozionarmi fino alle lacrime; col cinema mi succede facilmente, ma il palcoscenico raramente mi ha riservato tanto intenso coinvolgimento. E qui sta la seconda ragione per cui val la pena recarsi alla sala Verga, ripensata e trasformata al punto che gli spettatori catanesi, almeno quelli affezionati, faranno fatica a riconoscerla: non è solo la bravura delle sei attrici, ma il ruolo che riveste un settimo protagonista, il pubblico, senza il quale l’opera si svuoterebbe di tensione. Se si è ormai avvezzi al concetto della caduta della quarta parete, bisogna tener presente che in questo spettacolo le pareti non ci sono proprio, ma ci si trova coinvolti, in qualche momento proprio da personaggi, in una situazione per così dire immersiva che dilata e acuisce l’attenzione e gli effetti patèmici. Sarà che dopo il lockdown si sente l’estremo bisogno di tornare a guardarsi negli occhi, la necessità di riprendere persino con la finzione un contatto reale, fisico, sta di fatto che sentire nelle narici la stessa polvere che respirano gli attori in scena dà quasi l’ebbrezza e il sollievo di una vera e propria liberazione.

Non dimenticar le mie parole: l’ammonimento affidato alla canzonetta resa famosa nel ’37 da Emilio Livi col Trio Lescano e che risuona fino alla fine dello spettacolo, ma in una tonalità antifrastica rispetto alla solarità del contenuto, ci avverte dell’inevitabilità di prestare attenzione ai tormenti e alle pene raccontate che non sono d’amore, ma vere e proprie tragedie esistenziali. A dominare lo spazio è un binario ferroviario che si eleva a metafora di una traiettoria che è quella della memoria, della Storia e che a un tempo sembra evocare quello che ebbe per mèta l’inferno concentrazionario di Auschwitz dentro cui si inabissò il genere umano. Ma è un binario morto, come a dire che su quella pagina che racconta l’estate del ’44, in cui si collocano cronologicamente le esistenze dei personaggi, non sembra ancora possibile mettere un punto che metta fine a un periodare reso contorto e confuso da steccati ideologici. Sulla rotta di quel voyage au bout de la nuit incedono le donne per le quali andare in guerra non significò certo combattere al fronte, ma resistere a casa, in fabbrica, tra i boschi e nelle strade della lotta clandestina e partigiana, contro la violenza degli stupri, la violenza della miseria, la violenza delle torture, la violenza della negazione di ogni elementare dignità. Un’altra Resistenza, dunque, che da decenni esige conciliazione, che trasmetta la consapevolezza che era “alla guerra che si doveva far guerra”, come dice in un momento dello spettacolo l’operaia. Perché nella guerra è la stessa natura umana ad essere vittima, a lasciarci nudi, esposti e restituiti al comune di destino di morte, e a suggerirlo è il raggelante quadro finale della trama.

Sei donne in scena, dunque, e dico donne anziché attrici perché l’efficacia della regia sta proprio nella scelta di renderle convincenti come tipi, non tanto esaltandone la tecnica recitativa, ma de-teatralizzandole e caricandole di tutta l’umanità e il doloroso destino che individualmente rappresentano.

Barbara Giordano, Isabella Giacobbe, Leda Kreider, Carmen Panarello, Federica Carrubba Toscano ed Egle Doria – tutte bravissime – non recitano rispettivamente i ruoli di una staffetta partigiana, un’innocente e candida ragazza traumatizzata in modo irreversibile da una violenza, la figlia di un comunista che finirà repubblichina, una signora della borghesia medio-alta fedele al regime, una casalinga che entrerà in fabbrica, una contadina-levatrice, ma diventano esse stesse i caratteri le cui sorti e vicende si snodano sul filo dei loro racconti – e sono testimonianze autentiche, tratte da lettere e memorie di individui ai margini della storiografia sulla guerra civile dopo l’armistizio. Il punto di vista tutto femminile non è tanto o solo rivendicazione di una lettura storica di genere. Le donne, in quanto generatrici di vita, rappresentano l’anello primario di congiunzione con la natura, con l’ancestralità, il sacro nella sua espressione rituale, il loro corpo è memoria stessa della nostra identità e garanzia primaria della sopravvivenza del genere umano. Per questo meglio e più degli uomini sarebbe stata delegata la missione di ricostruire una normalità in un momento in cui di normale non era rimasto proprio nulla.

N.b.: lo spettacolo non è una novità assoluta, ma torna in scena dopo aver raccolto una menzione al Premio Ubu, il Premio Fersen 2015 per la regia e il Premio internazionale Les Eurotopiques 2014. Qualcosa questa nota in margine può pure significare.

Una stretta di mano e amici come prima

Ore 9.15 di un’afosa giornata d’agosto (quale giornata siciliana ad agosto non lo è?). Questa però è la più calda dalla comparsa dell’australopitecus sulla Terra. O forse mi sembra tale ogni volta che la temperatura atmosferica supera i 33/34° e l’unico desiderio che riesco a concepire è una rapida evaporazione in solitudine che mi faccia dissolvere alla vista, tanto aborro l’estate. L’aria è immobile, già intollerabilmente collosa come bava di lumaca. Dispone a movimenti lenti e misurati, come se anche volgere lo sguardo a destra e sinistra, tenendo comunque la testa ferma, possa farti sudare.

Li vedo arrivare in lontananza, nel tremolio del calore che si leva dall’asfalto. Se non mi fossi già guadagnato il lato più in ombra di una piazzetta di paese, potrei immaginare di essere in una prateria del vecchio West, solo che qui le strade sono ricoperte di sabbia nera che fa percepire ancora più arso il paesaggio intorno. Non è un granché. Il paesaggio, intendo. Coi suoi scheletri di cemento abbandonati, a perenne ricordo del primato mondiale delle opere pubbliche incompiute, le buche nelle strade come crateri che sembrano pronti ad inghiottirti, le facciate delle case di calcestruzzo grezzo a prova di bonus ristrutturazioni, i cumuli di terra non rimossa da mesi ai bordi dei marciapiedi, Giarre (Catania) non sembra messa meglio di Abilene (Kansas) quando nacque come fermata delle diligenze, poco dopo la metà dell’Ottocento. Il tempo di farmi invadere la mente dal ricordo del finale di Per un pugno di dollari e tutt’e tre sono davanti a me.

G. solleva un braccio come a volermi assestare una gomitata, A. tende il pugno verso il mio sterno, E. se lo batte invece sul torace. Non è l’inizio di una rissa o di un duello tra gringos e nemmeno l’accenno di un’haka Maori (a noi, invero, si addice più la tarantella). Sono amici e mi stanno solo salutando, come ci si è abituati a fare dall’inizio della pandemia. Da italiani, avvezzi al gesticolare esagitato, non ci facciamo ormai più tanto caso a come questa nuova coreografia sanitaria dei convenevoli sia invalsa stabilmente nell’uso, ma dovremo prima o poi fare i conti col fatto che non ci si dà più la mano. Se c’è una cosa che mi manca della bella promiscuità pre-covid è proprio questa perché, ad eccezione delle mani spugnate alla Fantozzi, rimpiango tanto le strette energiche che ti lussavano falangi falangine e falangette che quelle àtone dall’effetto “pesce morto” di chi ti porgeva l’arto con il trasporto di chi ti sta offrendo un moncherino senza vita, da sostenere più che da stringere.

Altre abitudini, per fortuna, la paura del contagio ce le ha fatte giubilare a noi siciliani. E speriamo per molto tempo. Per esempio quella dei baci sulle guance. Ovunque, con chiunque, per qualsiasi occasione, a qualsiasi condizione climatica, e quindi anche d’estate quando non è improbabile che il rivolo di sudore sulla tempia dell’amico che trova conveniente salutarti in tal guisa possa improvvidamente scivolargli sulle gote umettando anche le tue e suscitandoti malcelate repulsioni. Agli intollerabili no-vax preferisco perciò di gran lunga i no-kiss. Ricordo ancora come un incubo veglioni di capodanno in cui mi sono ritrovato a baciare in modo ossessivo-compulsivo degli sconosciuti, poco dopo la mezzanotte, al suono di “maracaibo balla al barracuda”.

Della stretta di mano sono invece un cultore perché è rivelatrice, più di ogni altra modalità di saluto, dell’indole di chi se la scambia e ti permette di entrare immediatamente in sintonia col prossimo meglio di qualsiasi pugno o gomitata assestata sia pure con garbo: la presa per così dire “somatoline”, flaccida cioè come un eccesso di pelle sull’interno coscia, ti fa intendere tutta l’insicurezza e irresolutezza di una persona; quella “a morsetto” o “clericale” di chi ti afferra solo le dita della mano ti fa percepire l’altezzosità di una persona; quella “dell’elemosinante” che ti porge il palmo all’insù ti fa intuire una potenziale inclinazione alla sottomissione; quella “a stantuffo” di chi, al contrario, tiene il palmo in giù è sintomatica dell’indole dominante di chi ti vuole comunicare la superiorità del suo status; quella “a pompa” di chi ti agita rapidamente il braccio come se dovesse gonfiare la ruota di una bicicletta ti rivela un tipo espansivo ed estroverso; quella “a cellophane” ti chi ti avvolge la tua con entrambe le sue mani trasmette il segnale di chi ti vuol far capire che ti puoi fidare, che non devi dubitare della sua sincerità.

Ma poi, cosa c’è di più patriottico e sacro? Sarebbe stato lo stesso il giuramento di Pontida se ai «cittadini di venti città», «convenuti dal monte, dal piano», Giovanni Berchet avesse fatto fare l’elbow bump (letteralmente “urto di gomito”) anziché far stringere loro la mano? In nome della fobia da contagio, ci toccherà rassegnarci ai saluti contactless? Coi gomiti, coi piedi, all’orientale con le mani giunte, more militari con la destra alla tempia o, peggio, col saluto romano? Rispolvereremo bombette, feluche e cilindri per scappellarci alla bisogna o adotteremo il saluto vulcaniano del dottor Spock di Star Trek?

Frankestein Junior (1974), di Mel Brooks

Tra un tè freddo e una granita, mi rendo conto che in tre quarti d’ora ho già rispolverato quasi tutto il vecchio repertorio del cazzeggio condiviso finché G. dice di dover andar via, al mare. E non provo alcuna invidia a sentirglielo dire, reputando per conto mio il sopravvenuto suo impegno analogo a una pena purgatoriale. Mi fa soffrire invece il modo in cui si congeda, mostrandomi ancora una volta il gomito. Mi viene da sorridere ogni volta che qualcuno mi saluta così perché mi ricordo puntualmente la scena di Frankestein Junior in cui lo scienziato e docente universitario Frederick von Frankenstein, in procinto di prendere un treno diretto a New York, saluta così la sua fidanzata Elizabeth alla stazione.

Decido di osare, tendendo la mano per prendere la sua. Sarei disposto a portarmene le dita al cuore come fanno in Malesia, o ad appoggiarne delicatamente il dorso sulla mia fronte, magari con un leggero inchino, come nelle Filippine. In Botswana, addirittura, salutarsi è quasi una lotta: si stende il braccio destro, si appoggia la mano sinistra sul gomito destro come nel classico “gesto dell’ombrello”, si afferrano le mani dell’altro al di sopra del polso, si stringono incrociando i pollici e ci si prendono le altre quattro dita. Mi accontenterei di molto meno. G. sembra intuire il mio desiderio e abbassa il gomito stringendomi la mano. Non faccio in tempo a sorprendermi del suo timoroso impeto di fiducia che tira fuori dalla tasca un flaconcino di amuchina per disinfettarsi l’estremità dell’arto profanato dalla mia mano impura. Ed è a quel punto che viene a me la tentazione di assestare una gomitata. Sui denti, però. Così, alla cieca.

V per “Vilitudine”

«La vendetta è un piatto che va servito freddo» – così è se vi pare, e anche se non vi pare – e questo basterebbe già a considerarla una pietanza estiva, come l’insalata di riso o il gazpacho. Certo, indigesta lo è sempre, e però il problema è che con quest’afa ci vuole comunque una bella lena a belligerare e concepire strategie di rivalsa. Non è da me. Chi meditasse vendette a mio danno, l’avrebbe vinta in partenza. E non perché mi ritenga un buono, mi riconosco mille vizi, ma almeno questo no. È pigrizia la mia. Anzi: vilitudine.

Non c’entra la viltà che è altra cosa pur biasimevole. È più una filosofia di vita che i siciliani (quelli ionico-etnei almeno) traducono in questo termine che non ha equivalenti nell’italiano standard. Ti coglie di sorpresa, prevalentemente nell’ora pànica del demone meridiano, quando s’insinua nella mente l’orrore e il fastidio di ogni cosa, tutto sembra inutile e desideri solo startene immobile a svuotare la cisterna delle passioni. S’impadronisce di te l’inerzia, l’insensibilità e la nausea del cuore, percepisci all’improvviso non solo la distanza dagli altri, ma da te stesso. Sì, saresti pure disposto a parlare o a scherzare, ma avverti una stanchezza che ti suggerisce come più proficua l’inattività perché ti fa sudare anche solo il pensiero di proferire frasi diverse da: «ma cchi mi stai cuntannu?» (ma cosa mi vieni a dire?) – con la più volgare variante «sp***u mi cunti» – e «ma cu mu fa ffari?» (ma chi me lo fa fare?), lectio ruspante dell’anglosassone I don’t care. Questa forma di astenia della mente che è la vilitudine è ciò che storicamente potrebbe giustificare in Sicilia l’immutabilità di qualsiasi status quo, sancire per legge la fondatezza dell’assunto lampedusiano per cui occorre che tutto cambi perché tutto resti com’è. Non è conservatorismo. È canicola, insopportabile, sfibrante, anestetica di tutte le migliori intenzioni.

Il sinonimo che gli si addice di più è «ignavia» che, a sua volta, è concetto che ha per lo più connotazione dispregiativa. Già, gli ignavi, poveretti: Dante li sbatte nell’Antinferno – e non è che il caldo li possa aiutare a disignavvizzarsi – ma finisce con l’intrupparci persino quel «povero cristiano» di papa Celestino V, con il capo d’accusa di «gran rifiuto», sol perché si era reso realisticamente conto che a combattere tutta la vita contro i mulini a vento si rischia di essere tacciati di velleitarismo. Una perfida vendetta bella e buona, insomma, quella del sommo Poeta, che si tolse così lo sfizio di ipnotizzare quel sant’uomo nella maschera dell’indolente e della viltà eletta a norma di vita. Maddeché? A dirla giusta, lo faceva rosicare la sua abdicazione che spianava la strada al pontificato teocratico di Bonifacio VII, il «novello anticristo» (a detta di Iacopone da Todi), il traditore della missione religiosa della Chiesa che non si sarebbe fatto scrupoli di «torre a ‘inganno / La bella Donna, e poi di farne strazio», il cospiratore che avrebbe ribaltato i rapporti di forza tra guelfi a Firenze consegnando la città alla parte Nera e confinando all’esilio i Bianchi, tra cui Dante condannato in contumacia al rogo e alla distruzione della casa.

Siamo seri, che mezzi aveva Celestino per mettersi contro i poteri forti di allora? Non codardia, semmai vilitudine quella di Pietro Angelerio da Morrone, Papa per obbedienza e dimissionario per coscienza, coerente con la vocazione di chi sceglie di non lottare non per viltà, ma per onestà, quella di chi sa riconoscere ed accettare i propri limiti. A Dante però capitava ogni tanto di schiumare rabbia e anziché metter mano alla spada usava la penna, che a volte fa più male, e a farne le spese fu il povero Celestino, unica particella di sodio nel gran mare dell’Inferno.

Brutte bestie l’ira e il rancore, moventi di grandi narrazioni a partire dalla Genesi. La Bibbia tracima d’ira, dalla cacciata dall’Eden di Adamo al Diluvio, alla distruzione della torre di Babele, di Sodoma e Gomorra e così via. Ci scandalizziamo per l’alto tasso di aggressività della nostra società e dimentichiamo che siamo noi stessi la conseguenza, nessuno escluso, di una solenne incazzatura divina, per il dispetto di un uomo e una donna a cui era stata vietata una mela. Si poteva risolvere burocraticamente e invece no, maledizioni su maledizioni: contro Eva, contro Adamo, contro il serpente, contro tutta la Terra. Il ruolo di Dio contempla il furore, rancore a palla e diluvi universali, e non fanno eccezione gli dei greci da Zeus “folgoratore” ad Atena, saggia sì, ma ‘ncazzusa come un Ariete (in senso zodiacale). Non le può pace il saccheggio di Troia e mette contro Menelao e Agamennone in una controversia che, al confronto, una causa di divorzio è un raduno di figli dei fiori e, non contenta, scatena tempeste che affondano navi di guerrieri – mischìni – che volevano solo tornare a casa, e anzi si preoccupa lei stessa di scagliare un fulmine contro la nave di Aiace, suscitando persino la compassione di Poseidone che lo salva.

Ma anche tu – Aiace, Aiace – esci da sotto un treno, ma stattene quieto anziché vantarti di averla fatta franca nonostante la potenza di Atena. Non sia mai, fai smuovere i nervi pure a chi ti ha parato le terga. Non te la prendere se il tuo stesso salvatore, Poseidone, ti spacca con il tridente lo scoglio dove ti sei rifugiato e ti fa annegare per punire la tua vanagloria. Te la sei cercata. E anche il dio dei cristiani non scherza e pure suo figlio che è mite come un agnello, ma come tutti i buoni e cari quando gli girano manda all’aria i banchi dei mercanti nel tempio. E per un mite Francesco che ammansisce ferocissimi lupi c’è sempre un Tommaso da Celano che ti ricorda che nel dies irae “ora in favilla / come attestò / Davide e la Sibilla / il secolo si dissolve / nell’alta squilla”. Come non c’è fumo senza fiamma, così non c’è ira che non abbia avuto i suoi eroi: Achille, Ulisse, Aiace, Turno. Financo al pio Enea girano i cabbasisi e sgozza otto giovani sul rogo di Pallante.

Se nella Commedia dantesca fossero stati compresi tutti i personaggi mitologici e letterari (Petrarca ne fa un vero e proprio catalogo nei Trionfi) la stazione degli iracondi avvolti da un fumo oscuro e denso che li acceca e irrita loro gli occhi sarebbe stata la più affollata e il povero Flegiàs avrebbe avuto più daffare dei traghettatori al porto di Messina a Ferragosto. E con loro i cattivi, gli antipatici, i vendicativi e gli impulsivi. Tutti ad agitarsi, a gridar «vendetta, tremenda vendetta», e ira e livore, rabbia e rancore.

E certo fa sorridere l’incontro del sommo con Filippo Argenti «fiorentino spirito bizzarro» che lo provoca non rivelandogli il suo nome per dispetto. E il bello è che Dante s’incazza, e lo maledice, e sadicamente rivela a Virgilio (la sua ragione), che gli piacerebbe vedere quell’anima «attuffare nella broda» fangosa in cui gli iracondi «si percotean non pur con mano, / ma con la testa e col petto e coi piedi, / troncandosi co’ denti a brano a brano». Perfido e malmostoso Dante a cui la guida fa capire che non è sbagliato provare ira, ma che bisogna saperla usare al momento giusto, nella misura giusta, con le persone giuste e per una causa giusta.

Ma chi ce lo fa fare? Siamo accumulatori seriali di tensioni varie, immagazziniamo quotidianamente energia negativa che non riusciamo a gestire e che redistribuiamo con disordinata e pericolosa imprudenza di cui sono spie le tante espressioni idiomatiche che ci avvertono dell’imminente pericolo di esplosione. Lasciamo perdere quelle in disuso come «perdere le staffe» o «i freni»,«uscire dai gangheri» o «avere un diavolo per capello»; ai più – e al giorno d’oggi, a sentirle parlare, anche alle donne, con bizzarra contraddizione anatomica – «girano i c***ni», gli si rompe «il c***o», a riprova del fatto che anche solo tentare di dominare questo stato d’animo ci fa andare «fuori di testa» ed è il problema dei problemi. Nel Mestiere di vivere Cesare Pavese scriveva che «si accumula rabbia, umiliazioni, ferocie, angosce, pianti, frenesie e alla fine ci si trova un cancro, una nefrite, un diabete, una sclerosi che ci annienta». Ed è così: il vizio capitale della rabbia, «la più turpe» delle passioni a dire di Seneca, ci rende deformi, non per niente l’iconografia medievale la raffigura come una donna dal viso deformato da una smorfia che si lacera la veste e mostra il petto nudo.

Certo, non è da sottovalutare il potere terapeutico dell’incazzatura come valvola di sfogo delle nostre frustrazioni purché dopo si riacquisti la lucidità necessaria a capire che quando ci adiriamo non entriamo in conflitto solo con gli altri, ma con noi stessi tant’è che ci spaventa la nostra stessa ira. Ci sgomenta quel sentire l’impulso cieco e violento che monta in testa e ci carica come la dinamo della bicicletta in una discesa a precipizio. Stiamo male, ma crediamo di sapere cosa può farci star bene: vendicarci, farla pagare, cantarne quattro. È come una possessione demoniaca per cui non c’è esorcista che tenga, uno stato di trance minacciosa che non ci fa vedere né a a un palmo dal naso né a un chilometro. Come se ci precipitassero in un ring a combattere contro qualcuno non ad armi pari, ma con un mitra enorme che non sappiamo usare e che finisce con lo sparare all’impazzata. Per Leopardi (che «stracciava» con rabbia le vivande, spezzando «non so quante forchette», come scrive il padre Monaldo in una lettera ad Antonio Ra­nieri), l’ira è una «passione molto maggiore e più forte che non è conveniente alla tenuità della vita», la quale «opera più efficacemente che l’amore e la gratitudine».

Come si fa fronte allora a tutto questo? Andando in giro per il mondo a predicare la vilitudine, appunto, una forma di resistenza, di imperturbabilità, di atarassia. Che non è contrap­posizione tra passione e ragione, bensì fra passività e attività o, come direbbe Spinoza, fra idee «adeguate» e idee «non adeguate». Che è cosa diversa dal perdono. A un giovane insolente che gli aveva sputato in faccia, Diogene rispose: «Non mi adiro, però ho i miei dubbi se sia giusto o no». E anche se era Diogene, sono pressoché sicuro che in altre circostanze una malajangata (un malrovescio) gliel’avrebbe girata.

La maturità è una mandorla quagliata

Poi fai come credi, ma sappi che al tavolino di un bar di Catania, quando ordini una granita, non ha senso rivolgere al cameriere la domanda «che gusti avete?». Perché nella patria cosmica della granita, la mandorla (anche nella variante “macchiata”) non compete con nient’altro. Su quest’argomento potrei manifestare un’intransigenza talebana. Perciò toglietemi tutto (come nella pubblicità di un famoso orologio), ma non toglietemi la mandorla, nelle sue più trionfali declinazioni. E non solo la granita alla mandorla, ma il latte di mandorla, le paste di mandorla, gli amaretti, il pesto, il confetto, il parfait. Poche altre cose persuadono della plausibilità dei miracoli, e se proprio la vuoi sapere tutta, troverei onesto completare la Trinità mettendoci giusto la parmigiana di melanzane e la cassata. C’è del mistero nell’estasi dei sensi che questo seme (tecnicamente, questo è) – tostato, pralinato, salato, tritato – è in grado di procurare, qualcosa che trascende la finitezza umana e traffica col divino.

Non è certo un caso che in arte (vedi il Giudizio Universale di Michelangelo), come in tutta l’iconografia sacra medievale, l’aureola di luce che domina la scena entro la quale siede Cristo sia detta “mandorla”.

Nelle pagine iniziali del Garofano rosso di Elio Vittorini, le granite di mandorla «mandate giù» da Alessio Mainardi e dai suoi compagni di liceo al caffè “Pascoli e Giglio” sono proustiane madeleinette che innescano nel protagonista un meccanismo di conoscenza della realtà, tra presente e passato («Aspettavamo la campana del secondo orario, tra undici e mezzogiorno, pigramente raccolti, sbadigliando, intorno ai tavolini del caffè Pascoli e Giglio, ch’era il caffè nostro, del Ginnasio-Liceo […] I più fortunati mandavano giù l’una dietro l’altra granite di mandorla, la più buona cosa da mandar giù ch’io ricordi della mia infanzia. […] insieme a un odore di limoni».

Nel Gattopardo di Tomasi di Lampedusa, i dolci del buffet di palazzo Ponteleone diventano monumenti e paesaggi di barocca sontuosità e maestà («Lì immani babà sauri come il manto dei cavalli, Monte-Bianco nevosi; beignets Dauphine che le mandorle screziavano di bianco ed i pistacchi di verdino; collinette di profiteroles alla cioccolata, marroni e grasse come l’humus della piana di Catania, dalla quale, di fatto, attraverso lunghi rigiri esse provenivano, parfaits rosei, parfaits sciampagna, parfaits bigi che si sfaldavano scricchiolando quando la spatola li divideva». La mandorla scatena un’estasi che si traduce in scrittura e per estensione semantica tutto ciò che da lei prende forma, figura, consistenza, colore si associa al bello o a un’emozione estetica: «Ah quel suo viso! Se lo vedeste! È come una mandorla dal guscio semiaperto in fondo a cui appare il frutto tenero, gli occhi a mandorla», scrive D’Annunzio, oppure «Era tutta avviluppata di lontra, col naso come una mandorla appena sbucciata e gli occhi cosi blu, a riflessi d’oro, che illimpidivano l’aria», echeggia Borgese e ancora Montale a dire «Onda luminosa… diffondi / dalle mandorle tenere degli occhi».

Una leggenda greca narra di un giovane, Demofonte, che deve sposare Fillide, ma alla vigilia delle nozze lo sposo viene a sapere che ad Atene gli è morto il padre. E allora parte, promettendo di tornare presto, ma i giorni passano e Fillide non ha più notizie di lui. E si strugge di nostalgia, così tanto da uccidersi. E sulla sua tomba nasce un mandorlo, ma con le foglie avvizzite, come una pianta bella, ma segnata dalla tristezza. Quando Demofonte ritorna e gli si rivela quella sventura va a piangere sul tronco di quell’albero spoglio che decora il sepolcro della sua amata. Sono lacrime amare, d’angoscia e disperazione; piange così tanto da commuovere persino gli dei che per dargli un segno della fedeltà dell’amore della sua donna fanno crescere sul mandorlo, fuori stagione, fronde verdi e bellissimi fiori. C’è un nesso intimo, profondo, pervasivo e onnicomprensivo tra la mandorla e la vita interiore.

“Mandorla”: in latino è amygdăla che, a sua volta, deriva dal greco e, come termine medico, è un calco dell’arabo al-lauza. In natura è un bocciolo legnoso con uno o due semi che possono essere al gusto dolci o amari. I primi confortano il palato, i secondi l’olfatto, i primi soddisfano i sensi, i secondi possono essere usati per curare. Che è quanto basta a renderli indispensabili. Ma fondamentale è la regina delle mandorle, quella dolce-amara che produce e governa le emozioni, socia di maggioranza del cervello, assieme all’ippocampo che presiede la memoria: l’amigdala, una minuscola mandorla annidata a metà del lobo temporale, messa lì come il Maestro del più importante Teatro, a dirigere l’orchestra delle nostre sensazioni ed emozioni: fame, sete, piacere, dispiacere, desiderio, disgusto. È tutto lì, dentro un bocciolo di poco più di un centimetro e mezzo, una micro cabina di regia che determina persino reazioni fisiche come l’aumento della salivazione quando abbiamo fame (la famosa ‘acquolina’ in bocca) o la bava alla bocca quando siamo furenti, l’attrazione per il dolce o il salato, l’avversione per l’amaro o per l’agro. Una dimensione inversamente proporzionale all’immensità delle emozioni che governa. Senza di essa non saremmo in grado di rapportarci agli altri, di socializzare, di provare paura, di oscillare tra le contrastanti sensazioni di amore e odio, commozione e rabbia. L’amigdala è la nostra scultrice interiore senza la quale saremmo masse di carne senz’anima («Narciso trasparenza e mistero / Cospargimi di olio alle mandorle e vanità, / modellami», canta Carmen Consoli). Senza di essa forse non esisterebbe nemmeno l’arte e non saremmo in grado di percepire e rappresentarci il mistero della bellezza, non avremmo nemmeno senso estetico. È il ministero degli Interni della nostra vita interiore, il crocevia di tutto ciò che ci rende umani, ivi compresa la memoria che le emozioni attivano.

Capisci allora perché in dialetto si usi l’espressione: «Quannu ti quagghia ‘a mennula?». Cioè: quando quaglia, quando ti si addensa la mandorla? Vale a dire che il giorno che raggiungerai la maturità affettiva, emozionale, sentimentale, solo allora potrai dirti veramente compiuto.

Pacchioni e pachidermi: body shaming on stage

Nell’isola in cui la rivendicazione di un primato tra la parte occidentale e quella orientale sta tutto dentro la desinenza che determina il nome da assegnare a una palla di riso variamente farcita (arancin-a o arancin-o) ben altre risonanze e conseguenze ha la declinazione del termine pacchione. Il palermitano che lo usa evoca generalmente, e in un senso inequivocabilmente dispregiativo, un individuo di sesso maschile in condizioni di sovrappeso. In greco esisteva l’aggettivo maschile pachýs che significa “grosso”, “pesante”, da cui “pachiderma”, ma l’origine potrebbe anche essere da “chiappa”, cioè la natica, che è la parte più voluminosa del corpo, che per metàtesi diventa “pacchia”: “fare la pacchia” vuol dire condurre una vita sedentaria e quindi ingrassare. Di più: la densità semantica può variare in ragione della maggiore o minore apertura della vocale interna per cui si può rappresentare un diverso grado di obesità anche solo allargandola e allungandola (“talé cche pacchiuuuni” è già diverso da “talé cche pacchiuni”). Per il catanese, lo stesso termine si riferisce di solito a una donna oltremodo avvenente, ma la sua gradazione dipende dall’intensità con cui si pronuncia il suo prefisso e, in particolare, la consonante esplosiva iniziale (“talìa cchi pppacchiuni”). L’etimologia è da riferire a “pacchio” che in catanese indica l’organo genitale femminile; i linguisti potrebbero aiutarmi a stabilire se l’origine sia dalla velarizzazione dell’aggettivo latino “patulus” che si riferisce a un’apertura. E però, nell’uso comune, è invalsa in entrambi i capoluoghi l’abitudine a riferire il termine anche al sesso opposto per cui è sempre più frequente a Palermo l’uso di “pacchiona” per una donna di taglia forte e a Catania di “pacchione” per riferirsi anche a un bel ragazzo. C’è però un comune denominatore, in entrambi i casi, e cioè il giudizio di valore assegnato al soggetto cui si riferisce l’epiteto, in ragione esclusiva del suo aspetto fisico. Nel primo caso, “pacchione” ha un valore dispregiativo della persona, nel secondo vorrebbe essere un apprezzamento lusinghiero che però insiste troppo su una valenza quasi esclusivamente sessuale e concupiscente. Trattasi, in entrambi i casi, di quel che si definisce body shaming, ossia la peste etica del nuovo millennio, che non risparmia nessuno, anche se sono le donne a esserne più frequentemente vittime, l’abitudine cioè a giudicare gli altri sulla base del loro aspetto fisico e della corrispondenza a parametri estetici più o meno imposti dalla società e dai media.

Foto di Antonio Parrinello

La pacchiona è anche un’opera in scena in questi giorni a Catania, quel che si dice un dramedy, l’ibridazione cioè di elementi tipici della commedia (battute argute, vivaci diatribe) con quelli del dramma (contenuti importanti, temi e personaggi complessi). Prodotto dal Teatro Stabile della città, è la versione italiana di un opera del 2004 del regista, sceneggiatore e drammaturgo americano Neil LaBute, dal titolo Fat pig, segmento di un progetto più ampio che prende il nome di Trilogia della bellezza. Nell’allestimento nostrano la traduzione e l’adattamento sono di Marcello Cotugno (che ne firma anche la regia) e di Gianluca Ficca, gli attori sono Paolo Mazzarelli, Federica Carruba Toscano, Chiara Gambino e Alessandro Lui (tutti molto bravi ed efficaci), mentre la vicenda è trasposta in Sicilia.

Poco male, non è solo l’America la patria di tutte le possibili contraddizioni che generano conflitti – e quindi storie – dal momento che le opere di LaBute non hanno una vincolante e precisa topografia di riferimento. Quel che contano sono i concetti e in questo caso il tema dell’ossessione dell’apparenza, della sopravvalutazione dell’aspetto fisico in una società – che è anche quella siciliana – che esalta soprattutto gli individui che corrispondono esteriormente a paradigmi di desiderabilità imposti dal sistema dei consumi. A primo acchito mi ha ricordato certe situazioni di un film – Hairspray – del provocatorio e dissacrante John Waters, uscito in Italia col pessimo titolo Grasso è bello, ma lì in modo decisamente scanzonato si parlava anche di altre discriminazioni, come quelle razziali.

Qui invece tutto ruota attorno ad Elena e Tommaso, la prima è una bibliotecaria palermitana il cui essere oversize non fa velo a un’indiscutibile simpatia, frutto di modi diretti e sfacciatamente onesti, pur se gentili, l’uomo è invece un professionista milanese che lavora in Sicilia per conto di una società in cui sono impiegati anche il suo migliore amico e una contabile con cui ha già avuto una relazione alquanto tossica. S’incontrano in un ristorante affollato all’ora di pranzo e iniziano a parlarsi e piacersi per passare di lì a poco a poco a frequentarsi. Fin qui niente di straordinario, fino a quando la loro non diventa una relazione stabile. È a quel punto che dovranno fare i conti con gli ammiccamenti, le battute, la diffidenza e la cattiveria di tutti coloro – e sono i più – che considerano la sessualità la riserva esclusiva di chi ha corpi tonici, e che dalla modellizzazione del proprio corpo ricavano il proprio simulacro di felicità e di benessere.

Ragazza inequivocabilmente buona, ironica ed autoironica, vulnerabile e vittima delle mistificazioni culturali, ma sincera e onesta, Elena ha imparato faticosamente ad accettarsi e a vivere come desidera, anche se costretta a subire le pressioni di chi la vorrebbe diversa e non la accetta perché non conforme ai propri standard di bellezza. Il fascino della rappresentazione deriva proprio dal livello in cui lo spettatore vedrà come imbarazzante la relazione col bel Tommaso, nell’instabilità dello sguardo costretto a confrontarsi con i propri impulsi e pregiudizi, gli stessi con cui deve confrontarsi l’uomo per affrontare il crescente disagio di una relazione che lo espone al timore di apparire ridicolo benché innamorato. In questo senso, la scena che mi è sembrata più potente è quella in cui i due si accingono a fare l’amore mentre guardano uno dei tanti spaghetti-western a cui l’ha fatta appassionare da bambina il padre. Al di là dell’imbarazzo di fronte a cui è messo il pubblico nel vedere una donna sovrappeso svestita che cerca di provocare e sedurre un uomo molto attraente, nell’intimità di quella situazione e con quelle immagini che scorrono e che avevano costituito la colonna sonora dell’età in cui aveva negato la propria sessualità proprio a causa della sua costituzione, Elena ha un blocco che le impedisce il rapporto fisico con Tommaso e che comincia a far incrinare la relazione con l’uomo.

Foto di Antonio Parrinello

Quel che colpisce e traumatizza lo spettatore non è tanto il linguaggio utilizzato dai ripugnanti personaggi di supporto che rappresentano la crudeltà di una società alienata, quanto lo shock del riconoscersi in individui orribili che dicono cose spregevoli e misogine. Per cui all’inizio riusciamo anche a ridere, ma via via ci rendiamo conto che l’effetto disturbante di certe situazioni discriminatorie è dato dal nostro rispecchiamento in caratteri narcisisti che sono sì odiosi, ma non più di quanto non potremmo esserlo noi in circostanze analoghe. La visione di LaBute è scettica riguardo alla possibilità che al giorno d’oggi si possa essere davvero in grado di costruire relazioni positive di qualsiasi tipo. Semplicemente i nostri tempi non offrono le condizioni per poter evitare i conflitti e le angosce che derivano dal sentirsi sempre nel raggio di osservazione di un radar sociale che illumina solo chi persegue la dittatura del successo. Ed è proprio ai personaggi più odiosi che l’autore affida la chiave di lettura dell’opera, sono loro a dirci che siamo tutti incapaci di sopportare la diversità e che saremmo disposti a morire pur di non rischiare la disapprovazione. La pacchiona perciò ci riguarda e ci colpisce non tanto perché intercetta la nostra facile riprovazione verso il body shaming quanto perché smaschera le piccole e grandi viltà da cui nessuno può ritenersi immune e su cui non si può fare a meno di riflettere anche il giorno dopo aver visto lo spettacolo. Che è quanto il teatro dovrebbe sempre riuscire a fare.

Il sentimento del cadere

C’è quest’espressione, in siciliano: cascari du cori, cadere dal cuore. Si usa per dare l’idea di un sentimento usurato ed esaurito, in un modo che si percepisce come irreversibile: mi cascau du cori, per dire “non l’amo più”. Non so bene se, quanto e come si usi in italiano, non mi vengono in mente scrittori che l’abbiano usata e mi pare che non esista un corrispettivo in altre lingue. Anzi, in inglese il verbo “cadere” si usa semmai in un’accezione opposta a quella dell’espressione dialettale che indica il venir meno dell’amore. To fall in love vuol dire, al contrario, “innamorarsi”. Perché si usa allora il verbo “cadere”? Penso che abbia a che fare con ciò che considererei qualcosa di più di una sensazione o un sintomo, piuttosto un sentimento: la vertigine, l’ebbrezza del vuoto che ti coglie quando temi non tanto di cadere nel precipizio, ma di gettartici tu stesso. E penso allora a quando, nella vita, mi è capitato di provarlo. Ci penso dopo aver ripreso in mano il Trattato di funambolismo di Philippe Petit e dopo aver visto un film di Robert Zemeckis (The walk, sconsigliatissimo a chi soffre proprio di vertigini) sulla sua più spettacolare impresa: la camminata, il 7 agosto del 1974, su un cavo d’acciaio teso tra le Twin Towers. Mi dico che il senso più simile alla vertigine l’ho provato in alcune circostanze particolari: in amore, ça va sans dire; mentre studiavo dei manoscritti di un autore a cui ho dedicato anni di ricerche; giocando (a carte, soprattutto) o assistendo ad alcune partite di calcio; durante le mie crisi d’ansia.

Quanto a queste ultime, è difficile spiegare a chi non ne soffre la vertiginosa sensazione di confusione che ti ottenebra, la testa che ti gira, il respiro che prima si fa affannoso e poi ti manda in iperventilazione, l’irrequietezza, l’aritmia, la perdita di controllo del corpo, lo smarrimento e il bisogno di essere in qualsiasi altro posto diverso da quello in cui sei, l’impulso irrazionale a fare ogni cosa pur di non essere travolto da ciò che assomiglia a un turbine, a un mostro che sai che potrebbe prendere il tuo controllo anche solo pensando che potrebbe accadere. È la sensazione di un vuoto che ti risucchia, è la mancanza di riferimenti stabili e solidi a crearlo, è l’assenza di tutto ciò che solitamente ci dà confini e certezze.

Ed è a questo punto che mi ricordo ciò che scrive Petit a proposito delle sue passeggiate sul filo sospeso nel cielo: «Questo vuoto atterrisce. Prigionieri d’un brandello di spazio, combatterete allo stremo delle forze misteriosi elementi: l’assenza di materia, l’odore dell’equilibrio, la vertigine dai lati molteplici e il cupo desiderio di ritornare a terra, tutto questo sarà schiacciante. Tale vertigine è il dramma della danza sul filo, ma di quello non ho paura».

Cos’hanno in comune le nostre vertigini con quelle del funambolo? Tutto.

Non è forse vertigine anche quella della conoscenza? Quando studi e ti sembra di non cogliere immediatamente tutto o realizzi di non saperne mai abbastanza? Ti affacci su un vuoto immenso su cui hai teso una fune e sai di doverci camminare sopra. Puoi cadere, ma non puoi tornare indietro, anzi senti di non voler più tornare indietro.

Non è forse vertigine quella del giocatore, con la sua inebriante commistione di audacia, voluttà e sofferenza? Basti pensare ai personaggi dostoevskjani del Giocatore, tutti irretiti dal­la vertigine incontrollabile della caduta, e al suo protagonista, Aleksèj, dominato dalla duplice attrazione per la roulette e per l’altera e inquietante Polina: «C’è qualcosa di particolare nella sensazione che provi quando, solo in terra straniera, lontano dalla patria e dagli amici, senza neanche sapere quel che mangerai domani, punti l’ulti­mo fiorino, proprio l’ultimo!».

Non è infine vertigine quella dell’innamorato assalito da mille timori e tremori che lo agiscono, e non volendo recedere dalla sua scelta non può che procedere in equilibrio su un vuoto? «L’ottenebrante, irresistibile desiderio di cadere» – scrive Kundera – «ci si rende conto della propria debolezza e invece di resisterle, ci si vuole abbandonare a essa. Ci si ubriaca della propria debolezza, si vuole essere ancor più deboli, si vuole cadere in mezzo alla strada, davanti a tutti, si vuole stare in basso, ancora più in basso».

Il desiderio di conoscenza (Ulisse docet), il gioco e l’amore hanno in comune l’idea della molteplicità delle azioni possibili, della sfida e dell’abbandono alle forze del caso e della conseguente vertigine che provocano, il modo in cui ci rapportiamo a ciò che per comodità chiamiamo “destino”. L’azzardo cui il ricercatore, il giocatore e l’innamorato si rivolgono ha in comune il disinteresse materiale, il più segreto radicato desiderio di sovvertire l’ordine tra cielo e terra facendo percepire come dimensione sicura quella dell’altezza e non del suolo. Ma è proprio quando cadi nel vuoto che arriva l’inattesa e imprevedibile possibilità di ripartire scegliendo un’altra direzione tra le infinite possibili. Per questo non bisognerebbe mai cercare di allontanarsi da quel punto in cui ci sembra di stare perdendo tutto.

Parafrasando e sovvertendo Pirandello che, a proposito dell’umorismo, distingueva tra avvertimento e sentimento del contrario, si può dire che la caduta – in amore, nel gioco, nello studio – è l’avvertimento di una scomposizione dell’ordine in cui ci si rappresenta una situazione e che procura angoscia, ma il vuoto in cui si cade non è il Nulla, è invece un alleato, il punto di appoggio che permette di essere altro da ciò che si è, permette di diventare finalmente funamboli. A quel punto diventa un sentimento e il cadere dal cuore significa allora sentire che si ha di nuovo la possibilità di risalire su quel filo sospeso nel cielo perché a quello si appartiene, a quella dimensione che si misura attraverso l’accuratezza che serve ad ogni passo per non cadere in terra.

Di chierichetti, usignoli e scimmie disperate

Mi sono innamorato di Françoise Hardy quando non era più Françoise Hardy. Per meglio dire: lei è ancora viva e lotta insieme a noi (noi sognatori perenni, intendo.) Ma ero ancora troppo piccolo quando già spezzava cuori, troppo inconsapevole del mio perché potesse anche solo intaccarlo.

Isabelle Adjani
Nastassja Kinski

Il tempo delle mele che ho vissuto ha conosciuto invece altre malìe – su tutte quella di Ornella Muti (la cui bellezza senza tempo faceva velo al reale talento, compreso invece, e non per caso, da tanti maestri del cinema) e Isabelle Adjani (eterea nel suo pallore disincarnato per l’Herzog di Nosferatu almeno quanto lo era stata per Truffaut in Adele H) – e quando le mele cominciavano a diventare al massimo pere bollite ho tributato culti ad altre icone – da Nastassia Kinski (il suo viso d’angelo in Tess di Polanski avrebbe fatto impallidire persino la Laura di Petrarca) a Wynona Ryder (struggente Mina Murray in quel capolavoro che è il Dracula di Coppola).

Wynona Ryder

Di tutte ho tenuto i ritratti sul comodino da dare in pasto alle mie illusioni. E a tutte ho scritto lettere appassionate che non hanno mai letto. Altrimenti…

E però Françoise… Françoise è un mistero per me, una corrispondenza tardiva; non l’avevo incontrata mai da ragazzino nemmeno nei fotoromanzi che leggevo mentre aspettavo che mia madre finisse dalla parrucchiera dove mi portava quando non aveva a chi lasciarmi. Mi ritorna in mente ancora l’odore di lacca e di pettegolezzi di quella sala dove un magnetofono Geloso (così si chiamava) diffondeva le canzoni di Morandi, di Battisti, di Ornella Vanoni e Peppino Di Capri.

Anche in casa mia ce n’era uno, e io che me n’ero conquistato sul campo la titolarità ne ero “geloso” custode non solo perché avevo mostrato precoci interessi “musicarelli”, ma perché era prodotto da una ditta che portava il mio nome (Magnetofoni Castelli), cosa che bastava già a inorgoglirmi anche senz’essere nemmeno lontanamente imparentato col suo inventore.

Ad eccezione degli chansonnier consacrati – Brel, Brassens, Moustaki, Aznavour, Bécaud, Piaf, Trenet, Montand – del pop transalpino non arrivava granché, e persino la hit più famosa a cavallo tra Sessanta e Settanta si doveva ascoltare clandestinamente, tanto intensi e scandalosi turbamenti provocava. Jane Birkin che sussurra a Serge Gainsbourg Je t’aime moi non plus era una specie di amplesso virtuale. Ma interruptus, almeno per me, considerato che appena partiva la musica mia madre, o chi per lei, premeva il tasto stop, a tutela dell’innocenza di cui si faceva garante insieme alla sua coiffeuse e al prete della parrocchia in cui servivo messa.

Lo stesso che a quella vespertina, successiva all’ora di catechismo, ti metteva in guardia dal commettere atti impuri ammonendoti che “Dio ti vede”. Quello sguardo torvo me lo sono portato appresso per molto tempo, ma a distogliere la sua attenzione sono valse per fortuna le tante storie in musica che ascoltavo e che dell’amore mi insegnavano ben altro che il senso di colpa.

È stato così che ho potuto scoprire Françoise, cantrice del disordine d’amore e della fragilità adolescenziale; tous les garçons et les fille a cui dava voce non ragionavano che di questo, a questo pensavano, ed è anche grazie alla sua voce, soffice come la schiuma dello shampoo che la parrucchiera faceva a mia madre, prototipo inarrivabile di tutte le “carlebruni” successive, che ho scoperto che all’amore si è può essere iniziati con leggerezza e discrezione, e che anche gli addii si possono pronunciare gentilmente.

Françoise, fascino castano esaltato da una silhouette longilinea, con i suoi capelli lisci sulle spalle e la frangetta che incorniciava occhi che ti scavavano l’anima, un’alchimia di ebbrezza vitalistica e malinconia che era l’essenza stessa della generazione yé-yé che proprio lei aveva inventato: una Princesse de Cléves di lafayettiana memoria, così bella che avresti detto di poterla amare per sempre. Che la sua generazione le abbia devotamente tributato il culto che si addice alle divinità lo testimoniano le decine di citazioni che le hanno riservato cineasti (Lelouch, Ozon, Bertolucci, Anderson tra tanti altri) e scrittori da Prévert (nella poesia Une plante vert dice che «sous le charme de Françoise Hardy on entend palpiter la vie») a Manuel Vàzquez Montalban («ya estaba / en la misma canción la imposible / penumbra, / el imposible rincón / del noctámbulo»: era già nella stessa canzone l’impossibile crepuscolo, l’angolo impossibile del nottambulo). E ancora i musicisti che la idealizzarono, da Bob Dylan a Mick Jagger e David Bowie .

Che tristezza sapere che non canterà più perché una malattia contro cui lotta da almeno quindici anni le ha colpito anche la gola. Come sentire che un usignolo non possa più emettere il suo verso. L’ho scoperto googlando alla ricerca di notizie che la riguardassero, dopo essermi imbattuto in un suo curioso monologo-confessione (L’amore folle), tradotto e pubblicato qualche anno fa in Italia ad opera di una piccola e benemerita casa editrice fiorentina (Edizioni Clichy) e che fa il paio con la sua autobiografia, inedita in Italia, dal titolo Le désespoir des singes, com’è detta l’araucaria – disperazione delle scimmie – per via delle sue foglie a forma di scaglie appuntite che impedisce ai primati di arrampicarvisi. Nel suo romanzo emerge proprio questo contrasto tra la compostezza e l’equilibrio dell’apparenza e il tormento di chi quella forma indossa. E così affiora tutto il travaglio esistenziale di una donna che avresti pacificamente apparentato alle madonne della poesia cortese, all’apollinea bellezza delle veneri rinascimentali, e che invece ti grida inaspettatamente in faccia che l’amore è una bestia indomabile che ti squassa e ti spoglia di ogni pudore, di ogni dignità. Può capitare così che si tramuti in un’ossessione in cui non si capisce più chi è la vittima e chi il carnefice, chi arma la mano che prima o poi ucciderà l’altro. Sia chiaro: Breton non c’entra. L’amore che il titolo evoca è l’amore tout court, quello che rende folle chi ama per il fatto stesso che ama. Ed è una follia quasi inevitabile, da attraversare fino in fondo perché solo lì risiede la sua verità.

Nella sua finzione Françoise racconta della liaison con un uomo che viene nominato solo come X, non particolarmente attraente, anzi tanto diverso dalla donna che parla (peraltro con una stupefacente sorveglianza stilistica da scrittrice smaliziata) e che però le appare come «uno di quegli esseri davanti ai quali tutte le difese crollano prima che ce ne rendiamo conto, soprattutto perché non hanno consapevolezza del loro potere». Le tappe che scandiscono la loro relazione – devozione, sofferenza, gelosia, assenza – sono quelle tipiche dell’attrazione fatale e trascendono il rapporto fisico. Perché l’amore, come canta Brunori Sas, “è un colpo di pistola”, è un’onda che travolge e devasta, ti disarma, lasciandoti in balìa di un dio che ti possiede e parla al posto tuo. È la socratica katokoché: una forma di possessione vera e propria che disloca la Ragione (atopía, la chiama il filosofo) e fa sì che, quando amiamo, non disponiamo più di noi stessi perché il nostro Io ha già perso il consueto ordine delle proprie connessioni per lasciare che sia qualcos’altro ad agirlo. L’istinto e il godimento dei corpi non c’entrano niente, ciò che accade è l’accamparsi di un’entità che si fa arbitro tra la nostra dimensione razionale e quella folle e l’innamorato che non fa i conti con la parte irrazionale di sé semplicemente non ha mai conosciuto Amore. Il fatto è che non puoi prevederlo né evitarlo, in seguito, perché ti precipita dentro per caso, a condizione che le sue crepe presentino una sufficiente simmetria con le tue, rendendoti un pazzo la cui follia, lungi dall’essere un handicap, è invece ciò che dà alla tua vita il suo unico e possibile interesse.

Confesso: il fatto che a dirmelo sia la bellezza quintessenziale che avevo associato all’idea di un’educazione sentimentale rassicurante, foriera di quel “discernimento” e di quella “reciprocità” che si addicono alle relazioni “funzionali” ha dislocato un po’ anche me, ma tutto sommato posso farmi piacere per un po’ l’idea che tutto ciò che si avvicina alla follia, lungi dall’essere tossico, a volte può risultare persino necessario.