La ringrazio per il disturbo

Impiego almeno un’ora al giorno per rispondere alle email che mi mandano gli studenti. Non mi dispiace. Almeno non quando quest’occasionale corrispondenza riserva bizzarri refusi, stranianti lapsus verbali, surreali formule interlocutorie, non sense, polisemie, paradossi linguistici che farebbero il pari con quelli della famosa lettera dei fratelli Caponi, interpretati da Totò e Peppino De Filippo.

Mi guardo bene dal farne un’analisi retorica, ma una loro semplice crestomazia basta e avanza per fornire un saggio di quanto possa essere creativa (e sbrigativa) la comunicazione al tempo (troppo) veloce di Internet.

  • Gentile professore appartenente al corso M-Z di letteratura italiana tenuto due anni fa dalla professoressa ****, le volevo chiedere se, dato che da quest’anno è lei a detenere il mio corso, fosse possibile sostenere l’esame con Lei, ed in caso di consenso volevo essere indicati i moduli e le parti specifiche del suo programma che dovrei portare per 7CFU.
  • Buongiorno Professore… l’ho intravista oggi accompagnando un mio amico che doveva dare l’esame con lei …mi ha fatto venire apposta anche se oggi nn avevo lezione da seguire ma all’ultimo  momento nn se l’è sentita…(è stato rimandato tre volte). E’ stato inutile dirgli che la figuraccia l’avrebbe fatta solo con me che tanto lo so che è ciucco e che  quindi la mia considerazione nei suoi confronti nn poteva peggiorare ma nn c’è stato nulla  da fare! Mi ha offerto la colazione x avermi fatto fare la levataccia x nulla e mi ha accompagnato anche alla stazione (senza lamentarsi come fa di solito!) A parte le prefazione le scrivo x prenotarmi con lei il prossimo anno….sembro anch’io una ciucca fuori corso ma mi sono iscritta quest’anno e la sua materia dovrò seguirla l’anno prossimo ma si prenda un appunto… io sarei con la t ma sono sicura che francesco nn se la darà neanche a gennaio la sua materia a meno che,cosa improbabile, nn mi metta a farlo ripassare io..se cambio con lei almeno segue le lezione con me e ci presentiamo insieme all’esame….(sono ragazzi..che dobbiamo fare?) ho sentito oggi che 2 ragazze le richiedevano il cambio…a metà semestre giustamente lei si è stizzito…io però gioco di anticipo….
  • Gentile
    Sono un ragazzo di 24 anni di **** che lavora come operaio in un industria, volevo sapere se era possibile riguardo al corso di laurea In Scienze della Comunicazione, delle informazioni o dei consigli, visto l’impegno lavorativo in turni se mi era possibile svolgere le due attività, se ci sono lezioni con obbligo di frequenza e se posso riuscire da solo a studiare senza il bisogno di ascoltare le lezioni, io non so come funziona l’università, ma questo mondo mi affascina, secondo lei ne vale la pena iniziare??? è un impegno difficile da prendere? quali sono gli sbocchi professionali con questa laurea??? bisogna fare stage all’estero??? si può lavorare anche nel turismo?? In attesa di vostra risposta la ringrazio per l’attenzione e le porgo i miei più cordiali saluti.
  • salve mi chiamo ***** sono diplomato ho un diploma di agrotecnico e vorrei iscrivermi all’università in scienze della comunicazione perché ho la passione nel mondo dello spettacolo e faccio delle cose in quel campo e vorrei fare, professionalmente un lavoro nel campo della tv, radio musica cinema teatro eccc quindi ho notato che la facoltà più idonea per questo sbocco sia scienze della comunicazione. adesso vorrei sapere se ancora posso iscrivermi e quanto costano le spese universitarie per intraprendere gli studi? vorrei sapere inoltre se posso studiare on line scaricare libri in digitale per risparmiare nelle spese? e se avendo problemi economici posso essere aiutato? fatemi sapere grazie?
  • Gentile professore,
    Le scrivo per porle una domanda che molto probabilmente avrà già sentito.
    Ma mai tante risposte trapelarono da una sola questione, moltiplicandosi nelle più svariate forme e sembianze. Indi per cui la contatto “personalmente” (se così può definirsi una connessione a banda larga).
  • Prendo sputo dalla sua lezione.
  • Perché io sono una persona con i piedi sulle spalle.
  • La mia è una mamma chiocciola.
  • Non ho studiato abbastanza è vero. È inutile piangere sul latte macchiato.
  • Ho evitato per non dare èdito a discussioni.
  • L’osservazione della mia collega è stata la ciliegina che ha fatto traboccare il vaso.
  • Ora, non vorrei fare il capo ispiratore della situazione.
  • Ho già svolto la prova d’itinere…
  • Professore, sono ritardato. Posso ancora iscrivermi?
  • Sono uno studente lavoratore anche se ho un’occupazione apartheid.
  • Professore, ho comprato le tragedie di Seneca e mi sono accorto che ci sono errori di stampa: le pagine di sinistra sono in latino e quelle di destra in italiano! Tutte le copie sono combinate così, come facciamo?
  • Professore, nelle note al testo ricorre sempre Idem…io ho cercato in biblioteca le opere di questo Idem, ma non ho trovato niente!
  • Penso che l’autore abbia sodomizzato il concetto.
  • E’ la legge del contrabbasso.
  • Mi perdoni questa lunga disgressione.
  • Se potrei vorrei fare la tesi con lei.
  • Vorrei ringraziarla per l’abdicazione che mette nel suo lavoro.
  • La ringrazio per il disturbo.

Nuovo kit di frasi fatte di primo soccorso per sceneggiatori in crisi d’idee

Prima o poi ti troverai con un pugno di mosche in mano.

Non alzare la voce così con me, non lo permetto a nessuno.

Obiezione, vostro Onore. – Accolta.

Siediti e parliamone.

Non crederai alle mie parole, ma ai tuoi occhi devi credere.

Ed ora scusami, ma ho un cliente [o un paziente] che mi aspetta.

Ciao, papà. – Ciao, piccola.

Io vado. C’è del cibo in frigo.

Non saprò mai come ringraziarti.

E quando riparti? Non so, tra qualche giorno.

Ti ammazzerò come un cane.

Segua quella macchina.

Sono molto stanca. Vado a dormire.

Sono sporca, sporca fino in fondo. Lo vuoi capire?

Non sono stato io. Devi credermi sulla parola.

Non ci vedo chiaro in questa faccenda.

Te lo [dico] chiedo per l’ultima volta. Apri bene le orecchie.

Ma che razza di uomini siete?

Vaffanculo.

 

Una lapide in via Mazzini

C’è un racconto di Giorgio Bassani, s’intitola Una lapide in via Mazzini. Vi si racconta di un uomo – si chiama Geo Josz – che torna a Ferrara nell’agosto 1945, dopo essere stato deportato a Buchenwald, due anni prima, con altri 182 ebrei. Nessuno sa che è tornato perché tutti pensano che sia stato sterminato con gli altri nelle camere a gas. In città sta per essere apposta una lapide commemorativa, ma proprio mentre un operaio la sta fissando, al Tempio israelitico di via Mazzini, Geo Josz, unico sopravvissuto, si fa avanti. Indossa un kolbak, è lacero e sembra gonfio come una spugna inzuppata, perché è basso e grasso.

Riprende allora possesso del palazzo che prima della guerra era stata la sua casa e che sarà poi occupato dalla Sezione provinciale dell’ANPI. A poco a poco ottiene lo sgombero e riesce a far ripartire l’attività di commerciante di tessuti che era stata del padre Angelo. Quando sembra che stia per reintegrarsi, succede però un fatto: una sera Geo schiaffeggia pubblicamente in via Mazzini il conte Lionello Scocca, un’ex spia dell’OVRA. Non si sa perché. Sta di fatto che da quel momento comincia a farsi vedere nei luoghi più frequentati della città con i cenci che indossava il giorno del suo ritorno. E sempre più dimagrito e smunto. E tutti lo evitano appena cerca di attaccare bottone;  ha riavuto tutto quello che gli era stato tolto, ha persino rimesso in piedi l’attività commerciale del padre, ma all’improvviso, dopo quegli schiaffi al conte, scompare e non se ne saprà più nulla.

Geo non è tanto diverso da Mattia Pascal. Vive due volte, ma al confine della vita. Questo vale per chiunque sia sopravvissuto al baratro, al Nulla. A dominarlo è il senso di estraneità di chi si è visto  spogliato di tutto quello che si addice all’uomo, vale a dire della propria astratta umanità, e che però, come il suo scheletro, non gli appartiene mai del tutto. C’è lo sforzo di comunicare cosa significhi essere vivi senza averne la certezza: la vita, insomma, senza sentirsi vivi. In questo senso, la sua insicurezza ontologica è la stessa di quella espressa dal “devoto” in un racconto di Kafka del 1909. metamorfosiIl personaggio dichiara: «Mai c’è stato un momento in cui io, da me stesso, sia stato certo della mia esistenza. Le cose intorno a me riesco infatti a percepirle in immagini così labili, che mi par sempre che le cose siano esistite solo tanto tempo fa e che ora invece stiano sprofondando». Il modo del devoto di attuare l’esigenza di sentirsi reale consiste nel sentirsi un oggetto nel mondo reale, ma il suo mondo è irreale, per cui non gli resta che essere un oggetto nel mondo di qualcun altro, essere guardato come una persona viva per alleviare la sua condizione di spersonalizzazione e morte interiore. Lo sfiora però il dubbio che gli altri possano avere di lui la stessa coscienza fuggevole che ha di se stesso, di qui la permanenza di una condizione di irrealtà che lo fa sentire più morto che vivo, differenziato in modo incerto e precario dal resto del mondo, fino a fargli sentire il suo io parzialmente disgiunto dal suo corpo.

cropped-tillich-older-libraryIl filosofo e teologo Paul Tillich, in un saggio del 1952 dal titolo Il coraggio di esistere, scrisse (il corsivo è mio): «Chi è nella morsa del dubbio e della mancanza di significato non può liberarsene; ma cerca una risposta che sia valida dentro lo stato della sua disperazione, e non al di fuori. Cerca il fondamento assoluto di quello che abbiamo chiamato il “coraggio della disperazione”. Esiste una sola risposta possibile, se non si cerca di evitare la domanda; cioè che l’accettazione della disperazione è in se stessa fede e si trova sulla linea di confine del coraggio di esistere».

Forse Geo Josz, il personaggio di Bassani, scompare perché non riesce a trovare il «coraggio della disperazione». Forse è per lo stesso motivo che il sopravvissuto Primo Levi decise di porre fine alla sua vita. E forse è per questo che spetta pietosamente a chi vive il compito di ricordare, di risarcire chi muore della vita che gli è stata negata due volte.

Juve perché…

A parte il risvolto psicopatologico che si potrebbe diagnosticare dalla confessione che sto per fare, tifo Juve perché a sei anni mi facevano sognare le imprese di Pietro Anastasi, catanese classe ’48 (7 aprile): un ariete – e non solo in senso zodiacale – chiamato da Agnelli a contrastare il Toro (non in senso zodiacale). Un saraceno cresciuto all’ombra del liotru (dalle mie parti si usava confidenzialmente chiamarlo “Pietruzzu” oppure “Petru u turcu”) e che il sol dell’avvenire l’avrebbe intravisto tra le nebbie che si stendono come un manto sulla Mole Antonelliana. Il “Péle bianco” che, nel ’75, entrato in campo all’83’, fu capace di rifilare tre gol alla Lazio in cinque minuti.

Anastasi2

Una specie di Calimero dell’arte pedatoria, un furetto dell’area di rigore; il suo sguardo dal folto monociglio era sorridente e sapeva di pane caldo con l’olio e la tuma.
Una faccia terragna da emigrante, ma non allampanata come quella di un altro suo conterraneo – Totò Schillaci – che anni dopo sarebbe riuscito nuovamente a fasciare la nazione in una sola bandiera, come il buon Goffredo Mameli inutilmente auspicava, col suo Inno degli Italiani: “raccolgaci un’unica bandiera, una speme…”. Diciamolo, il verso avrebbe pure una sua solennità, d’accordo, ma questa viene puntualmente svilita, a ogni partita della Nazionale, al momento del “…che schiava di Roma Iddio la creò”, cui il tifoso italiano medio fa seguire il beffardo “parapà parapà parapappappappapà”. Ineluttabile come l’applauso che scatta tra i passeggeri dell’aereo in atterraggio a Catania.

Tifo Juve perché a 6 anni, per tre giorni, tifai Milan e mio fratello non mi fece più giocare a pallone con i suoi amici e mi tolse, per dispetto, anche la mia scorta di figurine Panini il cui baratto era tra le mie soddisfazioni più grandi. Un Bulgarelli, un Causio e uno Schnellinger per uno scudetto dell’Inter erano certamente un buon affare. Il capitale si poteva incrementare in modo significativo col più classico dei giochi da ricreazione scolastica: la “parmata” o “’ ppa”, in italiano-bello-stile rispettivamente “scoppoletta” e “soffio”, sulle cui tecniche per il momento sorvolo.

Ma se non avessi tifato Juve, avrei potuto tifare qualsiasi altra squadra perché ho sempre vissuto lo sport (quello visto e quello praticato) come un gioco, perché “a pensarci bene, il significato profondo di una bella partita è sempre, appunto, una specie di pareggio”, come scrisse Mario Soldati (juventino doc): “Non c’è gusto di confrontarsi se non si crede di essere più o meno uguali. Il gioco è una prerogativa degli dei, che in qualche modo si sentono sempre uguali appunto perché non sono uomini. I veri, i bravi, i grandi atleti non si sentono mai nemici. Non si può essere bravi davvero se non si rispetta, se non si ammira l’avversario, se non lo si ama come un compagno e qualche volta…qualche volta anche di più”.

Tifo Juve e ammiro il Napoli. Tifo Juve e invidio la Sampdoria che ha Eder e noi no. Potrei tifare anche Carrarese o Cerretese. La scelta è puramente affettiva. Di campioni e di bidoni hanno campato tutte le squadre: anche oggi, per un Higuain c’è sempre un Dybala, e per un Iturbe c’è un Hernanes. E chi se ne frega?

Tifo Juve perché l’unica formazione che ricordi ancora come un mantra è:
ZoffGentileCabriniBoniniBrioScireaBettegaTardelliRossiPlatiniBoniek.

Italia_v_Francia_Mondiale_1978

Il famoso “blocco Juve” che, piaccia o no, ci avrebbe fatto vincere il mondiale dell’82, il più bello che gli italiani ricordino.

Tifo Juve perché mi ricorda la mia infanzia, le partite all’oratorio col pallone a losanghe bianconere (e se anche il pallone è bianconero, come sottrarsi a un destino?). Tifo Juve perché la regola è: quando vince la Juve c’è sotto il complotto, quando perde è perché finalmente il campionato è stato arbitrato in buona fede. A dimostrazione che l’Italia del calcio non si divide in juventini, milanisti, interisti, laziali ecc., ma in juventini e anti-juventini, il che equivale a dire che c’è una sola squadra da amare oppure odiare, ma una è. E io sto, tendenzialmente, sempre dalla parte degli antipatici. Questo sentimento popolare nasce da meccaniche divine: Franco Battiato dixit.

Il manzoniano Pinocchio

Che quella di Pinocchio fosse una “favola” come tante altre non lo credevo neanche da bambino. Ci litigai con mio fratello (e fu la prima lite della mia vita di cui abbia memoria) perché a lui, che aveva sei o sette anni e sapeva leggere, regalarono un’edizione bellissima del libro di Collodi. Un volumone rilegato con una copertina fiammante, rosso Ferrari. A me, che non sapevo ancora leggere, un giocattolo. Ma volevo il libro perché quello chiamava me e non mio fratello che, infatti, non se ne curò più di tanto.

Nel mondo, Pinocchio è l’unica opera letteraria italiana che possa rivaleggiare in popolarità con la Divina Commedia, vantando traduzioni persino in latino. Nel suo Compendio di letteratura italiana, del 1936, Natalino Sapegno definì Collodi un “manzoniano” e, accostando il suo romanzo al deamicisiano Cuore, lo giudicò “un libro di qualità più fine, di più ilare fantasia, di più ricca, se pur dissimulata sapienza psicologica”pinocchio_gallery1.

Poche parole, ma dense di sensi e domande: siamo certi che sia solo letteratura per l’infanzia? E la “sapienza psicologica” di cui parla il critico qual è? Perché si fa leggere Pinocchio per la sua valenza  pedagogica? In che senso Collodi sarebbe un “manzoniano”? Perché sarebbe stato necessario aspettare quarant’anni, dopo la pubblicazione in rivista, per sancirne la consacrazione letteraria?

Dall’Elogio di Pinocchio di Pietro Pancrazi a oggi è stato profluvio di interpretazioni che hanno decretato la fortuna dell’opera e la possibilità della sua infinita rilettura, come per la Commedia dantesca: romanzo celebrativo dell’Italia umbertina per gli storiografi; poderosa macchina narrativa per semiologi e strutturalisti; specchio scuro dell’autore (un po’ come Alice per Lewis Carrol) per gli psicanalisti; vicenda di formazione, alla maniera di quella del manzoniano Renzo Tramaglino; selva di archetipi biblico-evangelici per i teologi.

A me invece affascina per l’irresolubile e affascinante questione della menzogna con cui l’umanità si dibatte sin dalle origini, e ancor prima, forse, per chi crede che il mondo stesso abbia avuto origine da grandi menzogne, grandi inganni, grandi violazioni di patti non scritti (quelli di Adamo ed Eva o il tradimento di Satana). È da condannare la menzogna (come pensavano Sant’Agostino e Montaigne) o da ammirare (per dar retta a Pascal e Dostojevskij)? La menzogna e il mentitore sono, per me, le più belle metafore della scrittura e dello scrittore. “Il poeta è un fingitore”, dice Pessoa, e lo è anche il romanziere, ovviamente.

disegni-con-il-naso-lungoa-bergamo-una-mostra-su-pinocchio_d3f6d8d4-cfb4-11e3-b45f-84a04cf6ec2f_displayIl naso di Pinocchio che si allunga o si accorcia, contraddicendo ogni postulato scientifico sulla materia, è l’immagine stessa dello scrivere, una potente metafora della letteratura che, quasi per definizione, deve alternativamente giocare a nascondere e a rivelare.

L’oscurità sta nel dire stesso per cui ciò che viene detto non è esattamente quello che intendiamo dire. Questo paradigma lo rappresenta benissimo Manzoni nel settimo capitolo dei Promessi Sposi laddove scrive: “Il contadino che non sa scrivere, e che avrebbe bisogno di scrivere, si rivolge ad uno che conosca quell’arte, Vanitas_Pinocchio_Collodi_Comencini_001scegliendolo, per quanto può, tra quelli della sua condizione, perché degli altri si perita, o si fida poco: l’informa, con più o meno ordine e chiarezza, degli antecedenti: e gli espone, nella stessa maniera, la cosa da mettere in carta. Il letterato, parte intende, parte fraintende, dà qualche consiglio, propone qualche cambiamento, dice: lasciate fare a me; piglia la penna, mette come può in forma letteraria i pensieri dell’altro, li corregge, li migliora, carica la mano, oppure smorza, lascia anche fuori, secondo gli pare che torni meglio alla cosa: perché, non c’è rimedio, chi ne sa più degli altri non vuol essere strumento materiale nelle loro mani; e quando entra negli affari altrui, vuol anche farli andare un po’ a modo suo”.

Sta parlando di se stesso, Manzoni. E in questo senso è “manzoniano” Pinocchio.

Kit di frasi fatte di primo soccorso per sceneggiatori in crisi d’idee

Perché? Cos’è successo? – Non lo so, è accaduto tutto così in fretta…

Così gli ho detto: “Stammi a sentire, amico”.

Anche tu, però, non te la cavi niente male.

Cosa facciamo, capitano? Apriamo il fuoco? – Aspettate.

Ho la sensazione che qui l’aria si stia facendo pesante.

Bevi, ti farà bene. Un buon caffè caldo è quel che ci vuole per rimetterti in sesto.

Cara, sbrigati o faremo tardi…

Lo sai che sei più carina quando ti arrabbi?

Alza le chiappe da quella dannata sedia.

Cioè, non esiste proprio.

Spero che tu non abbia ancora fatto colazione.

Amore, vedrai, tornerà tutto come prima.

D’accordo. Ma ora stammi a sentire.

Devi comportarti da uomo.

E ora sparisci. Stammi alla larga, intesi?

Tu ed io siamo diversi.

Mi dica la verità, dottore.

Grazie, figliuolo. Non lo dimenticherò.

Mi frullano tante idee strane in testa.

Smettila di dire idiozie.

 

Mio padre, mia madre, Charlot e Carmen

Sabato pomeriggio. Ricordo quelli di 45 anni fa: mio padre con un Bolex S8/8mm organizzava delle proiezioni private ad usum familiae. Esse prevedevano un programma a dir poco striminzito, potendo contare la cineteca domestica solo su una ventina di bobine, settimanalmente proposte a rotazione. Erano per lo più cartoni animati della Warner Bros. o comiche mute di Chaplin. Una di queste ultime, in particolare, si intitolava Charlot e Carmen (Burlesque on Carmen):
il titolo suggerisce fin troppo facilmente che si trattava di una parodia, ma più delle variazioni sul tema dei vari De Mille o Walsh, che della novella di Mérimée. Arrivo a ricordare ancora una smagliante e impertinente Edna Purviance nel ruolo della celebre sigaraia.

Chaplin_Burlesque_on_Carmen_06Era tra le mie pellicole preferite e ne restavo talmente rapito e divertito che mia madre, melomane “dilettante”, mi faceva poi ascoltare l’opera di Bizet, cosicché io potessi, mentalmente, nelle proiezioni successive, montare e sincronizzare mentalmente la musica con le immagini, fruite in separate sedi.

L’aspetto paradossale – ma non troppo, forse – è che credo di aver imparato ad amare la musica guardando un film muto che, però, immaginavo musicato, al punto da auto-suggestionarmi con la straniante sensazione che, guardandolo, riuscissi ad ascoltarne pure un inesistente commento sonoro – di cui mia madre a questo punto poteva ben fregiarsi della qualifica di co-autrice – mentre era solo il rumore del proiettore a giungermi alle orecchie.

Sta di fatto che, da allora, ho cominciato ad amare tutte queste cose (non mia madre e mio padre che ho sempre amato, invece, anche se con eccessivo pudore): il cinema e Chaplin (e soprattutto il cinema di Chaplin); la musica e il cinema (la musica per il cinema e il cinema musicale).

carmenE Carmen: l’opera, ma ancor più il mito di una ragazza dalla solare e funesta incostanza, ribelle e sensuale, selvaggia e fatale, passionale e indipendente, che ho vagheggiato come la quintessenza del femminile, al punto da ricercarne e ricomporne ogni volta piccoli frammenti nei phantasmata di qualche passione adolescenziale o adulta. Passioni sempre inseguite e puntualmente disattese.

La “corrispondenza” Tornatore-Bufalino

Un mio caro amico e collega, su Facebook, fa giustamente notare la somiglianza tra il soggetto dell’ultimo film di Tornatore – La corrispondenza – e un testo di Gesualdo Bufalino (“Nulla di male se la bellissima idea del bellissimo film di Tornatore deriva paro paro da una paginetta di Bufalino”). libro-la-corrispondenza-giuseppe-tornatore-filmNulla di male, in effetti. Lo scrittore comisano, da cinefilo, non se ne sarebbe adontato. Forse lì dov’è ora, al di là delle nuvole, ha già reincontrato le “figurine del tempo che fu”, la “famiglia reale” delle comparse hollywoodiane che amava e custodiva nella sua memoria di cinefilo d’antan. Lui stesso usava il cinema come fonte d’ispirazione, a voler rintracciare le schegge, gli inserti, le citazioni frutto della sua memoria di spettatore, e ci provò pure a scriverla una sceneggiatura dal suo Argo il cieco. La si può leggere in un libro intitolato, con espressione amorevolmente rubata a Marcel Carnè,  L’enfant du paradis.  Il suo dialogo col cinema fu costante e solitario, come lo è quello di Tornatore con la letteratura (quella dei siciliani innanzitutto, se penso a un film “sciasciano” come Una pura formalità). Sciascia-e-BufalinoNel caso di Bufalino è una liaison tanto stretta e fatale da porre anche un altro problema, che non è quello della puntuale analisi delle relazioni testuali tra le sue pagine e i film che amò, quanto piuttosto la questione del modo in cui determinate categorie della narrazione cinematografica – quali quelle dello spazio, del tempo, del personaggio, del punto di vista, dell’autore, del narratore – abbiano potuto operare all’interno del suo universo letterario. Che il flash-back l’avesse inventato Proust e non Griffith verosimilmente doveva crederlo lo stesso Bufalino, che con l’autore della Recherche intrattenne qualche fertile commercio; sarebbe piuttosto da chiedersi quanta della fascinazione prodotta dal cinema – da quello americano di Chaplin e Stroheim a quello francese di Clair e Bresson – abbia determinato una sorta di corto circuito creativo, traducendosi nella immaginazione visiva che produsse i “sogni della memoria” di Argo il cieco o la “vicevista” della macchina fotografica di Tommaso e il fotografo cieco. Qualcosa di simile, insomma, alla prospettiva dello sguardo come forma di conoscenza, adottata da Calvino in Palomar, in cui la descrizione di ciò che veniva osservato si configurava come unica possibilità della scrittura, in un mondo orfano di qualsiasi forma di sistematicità. Niente di male, perciò, se registi e scrittori vengono reciprocamente attraversati da folgorazioni e choc estetici mutuati da scritture altre. Era già accaduto, alle origini del cinema, a David Wark Griffith con Charles Dickens.

Il giocatore invisibile

ecfbd366828a98f3976c14b5778db70b45.jpg.pagespeed.ce.nxZ1vh5EMPRileggo, a distanza di anni, Il giocatore invisibile di Giuseppe Pontiggia. La trama vede un filologo, all’apice della carriera accademica, subire l’anonimo attacco epistolare di un collega che, sulle pagine di una rivista scientifica, sarcasticamente contesta l’errata spiegazione dell’etimologia del termine “ipocrita”. Da qui si dipana, in ventidue capitoli, un giallo psicologico che ruota attorno all’ossessiva indagine del professore universitario, alla ricerca dell’autore della lettera pubblica. I sospetti del protagonista ricadono su colleghi e allievi, ma le ipotesi sui moventi del livoroso affondo critico subìto escludono aprioristicamente proprio le spiegazioni più semplici e banali.

Il professore annaspa nella ragnatela dei sospetti. Assedia i suoi allievi, ma commette l’errore di svelare le proprie angosce, esponendosi così alla loro ironia. Irrompe nottetempo nella redazione della rivista che ha pubblicato la lettera anonima, per rinvenire indizi che consentano di risalire all’identità dell’autore, ma viene sorpreso dal portiere dello stabile e scambiato per un ladro. Risale al nome di un professore di liceo di Santa Margherita Ligure, appassionato di linguistica e lettore dei suoi libri, ma questi si rivelerà estraneo alla vicenda. Fino a quando un amico “ex-scrittore” gli fornirà la chiave semplicissima, ma forse perciò invisibile agli occhi del filologo, per risolvere il caso e assistere al suo tragico epilogo.

Non c’è una trama vera e propria in quest’opera programmaticamente tendente all’incompletezza (Non cercarvi la completezza – dice il collega Liverani al protagonista, regalandogli un suo saggio sulla Chimera – sono stanco del rigore, gli ho sempre sacrificato le idee migliori. Hai mai pensato che il rigore è cadaverico, rigor mortis? […] Ti ricordi i miei progetti di libri? Quali ho scritto? Quelli in cui non rischiavo. Così mi sono spostato di qualche centimetro. Solo adesso lo capisco fino in fondo. […] Sto leggendo i diari di Tolstoj […] Lui non pensava a lavori preparatori. Diceva continuamente: se domani sarò vivo, e così viveva).

Pontiggia usa il giallo come una forma aperta, allusiva, continuamente orientata verso lo sconfinamento di genere. In esso si riannodano i suoi temi più cari: la violenza psicologica; l’ipocrisia e l’immotivata aggressività di un’umanità subdola; le speranze disattese e frustrate. Tutto questo nello stile che all’autore comasco fu più congeniale e che metaforicamente si riassume in un’immagine evocata più volte, nel corso del romanzo, e all’insegna della quale si chiude il libro: il professore, dopo aver acquistato dei libri sul gioco degli scacchi si sofferma, in particolare, su un trattato che parla del “sacrificio”, vale a dire della rischiosa offerta di propri pezzi all’avversario, con la quale il giocatore affida al destino le sorti della partita. Il “giocatore invisibile” è, in questo senso, il Fato o la Morte, presenze che aleggiano puntualmente sulla trama e sorvegliano beffardamente le esistenze di tutti. Ma potrebbe essere lo stesso scrittore, pirandelliano burattinaio dei propri personaggi alla ricerca di un’impossibile verità oggettiva, di certezze che sfuggono non per loro insignificanza, ma per la banalità dell’occhio che le osserva.

Il giocatore invisibile è un romanzo a scacchiera: l’incrocio geometrico di linee e traiettorie che disegnano un universo ordinato, simmetrico, razionale, ma in cui le potenzialità d’azione e riflessione sono infinite. bc135ea7840b59da7ba5cf5a732b0788_w600_h_mw_mh_cs_cx_cyIn apertura della bella raccolta di saggi dal titolo Il Giardino delle Esperidi, Pontiggia lo spiega in altro modo quando, a proposito dello scrittore francese René Daumal, discepolo di Gurdjieff e sostenitore della potenza delle parole e della debolezza del pensiero, scrive: Solo il discorso chiaro può essere di una complessità inesauribile. Basterebbe questa frase a far intuire la vocazione metaforica della scrittura di Pontiggia, non a caso tramata di numerosi inserti aforistici, segmenti che per un verso tendono naturalmente alla chiarezza della concentrazione sintattica, si offrono ‘facili’, ironici e immediatamente godibili in superficie, per un altro recuperano una significazione complessa, una forte consapevolezza dell’originaria ricchezza etimologica del lessico.

E sono molteplici le suggestioni che Pontiggia traduce in metafore potenziali: del linguaggio, innanzitutto («Ogni parola è un mondo e non ci si può permettere distrazioni», si legge) e delle possibilità del romanzo contemporaneo; delle speranze defunte di una generazione che ha coltivato – nel buio decennio degli anni Settanta – fin troppo ottimistiche illusioni palingenetiche; del suicidio del sapere, lasciato alla deriva da parte di chi non ha la forza e il coraggio sufficiente per additarne la meta; delle piccole e grandi ipocrisie di un mondo – quello accademico – impegnato a riprodurre continuamente se stesso e distratto rispetto alla verità e alla conoscenza dei linguaggi altrui. Emblematica in tal senso è la scelta di far scatenare tutto il conflitto interiore del protagonista a partire dalla disputa sull’esatta etimologia del termine “ipocrita”. E agghiacciante, infine, è la descrizione che Pontiggia offre di una specie particolare di accademico letterato, vile e untuoso, con la cui fisionomia, da accademico, non vorrei mai familiarizzare:

Sivieri era una cari­catura tanto perfetta da apparire inverosimile. Il suo do­no era la capacità di scegliere, secondo gli interlocutori, le parti più prevedibili: se parlava con un potente lo adulava, con una donna bella glielo diceva, con un ruf­fiano ammiccava, con un letterato riusciva involontaria­mente in quella prova in cui falliscono anche i comici insigni, cioè a farne la caricatura, solo che la caricatura era lui. In questo modo era riuscito a fare una carriera, era poeta, narratore, critico, ma soprattutto innocente. Incarnava quello che la gente, che di solito non lo fre­quenta, immagina come il letterato: un seminarista con il futuro negli occhi. La banalità lo attraeva come un abisso, una scadenza indifferibile, un appuntamento fa­tale. La avvertiva con il trasalimento del vizioso quando percepisce una occasione oppure è prossimo al piacere: diceva, in questi casi, “non per essere banale” oppure, con uno sguardo fermo e luminoso, “so di essere ba­nale” e non falliva mai.

Lo sfuggivano per le stesse ragioni per cui lo ricerca­vano: prezioso per riempire un vuoto, non faceva mai sentire il suo. Restava il dubbio se di tutto questo fosse consapevole. Ma non era facile dare una risposta.