Il teatro per me

Il teatro non è solo il testo. Almeno non lo è più da tempo, mai più lo sarà. E’ messinscena, cioè riscrittura, contaminazione, fusione di codici eterogenei e solo apparentemente contraddittori. Ogni riscrittura moltiplica i significati, garantisce la sopravvivenza dei testi e la rilettura infinita. 12006Alla consuetudine che, di epoca in epoca, ha visto i diversi sistemi (la narrativa, il teatro, il cinema, la televisione) guardarsi con sospetto e malcelata diffidenza, è subentrata la convivenza solidale, il patto di assistenza reciproca. I linguaggi si attraversano, si sovrappongono, si confondono. Fioriscono così, da sempre, le sperimentazioni, ipoteche di un destino sempre foriero di promesse.

I got rhythm

L’America era musica e ballo, al tempo del ragtime. E il cinema faceva sembrare più grande la vita. Bastava che Fred Astaire si lucidasse ritmicamente le scarpe sulla Quarantaduesima e Gene Kelly ballasse il valzer con la scopa o la gavotta con gli ombrelli. Ogni oggetto poteva diventare attrezzeria per un balletto improvvisato. La musica entrava dalle scarpe che erano le prime a battere il tempo di uno swing. E avvolgeva uomini e donne. E li risarciva del fatto che nella loro vita di ogni giorno la musica mancasse invece del tutto. Qualcosa in più della pura fantasia. In quei film, il semplice camminare o bere un drink poteva diventare danza. Da un momento all’altro. Sisto Sesto spesso s’intesta se si insiste, e resiste: il suono della battuta di Gene Kelly che prende lezioni di dizione suona come la spazzola di Cozy Cole sul piatto del charleston, nella leggendaria big band di Cab Calloway. Perché la musica è anche nelle parole. Fred e Gene: mani in tasca, cappello all’indietro. Anche il sorriso ammiccante sembrava musica. E se cantavano non erano più solo voci di cantanti, ma l’estensione dei desideri di ogni uomo. Come a dire: noi non sappiamo cantare come loro, ma se sapessimo farlo, canteremmo proprio come loro. Oggi nessuno potrebbe uscire per strada di notte cantando Singing in the rain perché sarebbe aggredito e malmenato al primo ritornello. Ma a quel tempo, se lo faceva Gene Kelly, l’apostolo della fiducia americana in sé stessi, sembrava possibile pure questo.
An-american-in-Paris-posterE poi, vedere e ascoltare Un americano a Parigi è come viaggiare nel tempo e inciampare per un capriccio in una zona perduta dell’entusiasmo americano, lì dove l’innocenza e il furore si danno la mano. I got rhythm: è questo che conta. Avere ritmo. Con tutto ciò che vuol dire in termini di capacità di vedere l’aspetto luminoso e colorato di una vita che aspira alla condizione di una danza su una suite di Gershwin. Di quella musica si poteva dire quello che Leslie Caron dice della capitale francese in Un americano a Parigi: «ha tutto per far dimenticare». E in effetti da qualche parte, in ognuno di quei film, c’è sempre qualcuno che, anche se non lo dice, pensa che finché il ritmo è alto, non si sente il rumore del mondo che cade a pezzi.

L’amore in Sicilia è un’altra cosa

“Dietro Colonia c’è la dinamica del branco, un gruppo di maschi ubriachi, testosterone, che fanno le porcate che facevano i maschi in Sicilia e che forse fanno ancora oggi”: l’affermazione del giornalista Carlo Panella, globetrotter delle fedi politiche (da Lotta continua a Forza Italia), non è tanto razzista: è semplicemente stupida. L’amore dei siciliani, per chi ha letto qualcosa delle migliaia di pagine scritte, nei secoli, sulla Sicilia e sui suoi abitanti, ha una sua declinazione specifica. A leggerli tutti, gli scrittori dell’isola – da Jacopo da Lentini a Camilleri – sembra proprio che il verbo amare abbia una propria e inconfondibile coniugazione. Ma se l’amore siciliano è un’altra cosa, in sostanza cos’è? E’ forse quel frizzante profumo di rosa fresca aulentissima che Cielo d’Alcamo fece respirare alla primitiva letteratura italiana, o quel sapore di sangue che restò in bocca quattro secoli fa a Laura La Grua, baronessa di Carini, e al suo amante Ludovico Vernagallo, turbando i sogni di qualche fanciulla malmaritata, più dell’amor ch’a nullo amato amar perdona cui ammonivano dai banchi di scuola Paolo e Francesca? E’ quella piena cosa di paura o quella Signoria d’amore ardente e ingannevole come foco naturale, che Iacopo da Lentini e la sua scuola letteraria fecero conoscere per primi all’Italia tutta? Quella passione ’nfucunata, invasiva come la lava dell’Etna, ha bruciato per secoli dentro i siciliani, seppur diversamente tormentosa,, e non sempre per l’impossibilità stessa dell’amore, ostacolato da contrasti familiari su cui accampavano i loro diritti le leggi non scritte dell’Onore e della Dignità. C’è stato anche quando, un secolo fa, per inseguire un sogno di benessere, gli uomini hanno dovuto sopportare il trauma involontario di una separazione dalle loro donne, trasformate dalla tragica realtà dell’emigrazione non già in moderne Penelopi, ma in un dolente esercito di rassegnate vedove bianche.

Dove sono, allora, i nostri Romeo e Giulietta, chi sono i nostri Werther e Carlotta? Essi non abitano più in Sicilia, anzi non hanno mai abitato lì, dove abbondano invece le Mena Malavoglia, le Sant’Agate che le disgrazie familiari fanno silenziosamente rinunziare all’amore, al matrimonio con gli Alfio Mosca, per votarsi a una verginità forzata, rimettendo discretamente e pudicamente alla treccia le spadine d’argento che le erano stata tolte a suo tempo dagli amati, per poterle spartire i capelli sulla fronte. O vittime sacrificali d’ogni beffa del destino, d’ogni accanimento del fato, che quando si ribellano o vogliono uscire dal cerchio della loro condanna, quando rompono con la legge dei costumi e le regole della società, perché spinte dalla forza dell’istinto o da quella del sentimento, sono relegate ai margini, fuori dal paese, fuori dal consorzio umano, fuori dalla vita stessa come la Lupa o l’amante di Gramigna. Ma l’amore siciliano è soprattutto una miniera di affetti familiari: madri-angeli che portano i segni del dolore che annienta, della pena che pietrifica; mute e solitarie vanno sempre cercando il figlio morto nel naufragio di qualche Provvidenza e continuano a cercarlo anche oggi – madri coraggio – nel mare sempre tempestoso della mafia e della violenza.

la_serenata_cm_70x80L’amore siciliano, dunque, è un’altra cosa, ma cosa lo fa essere così appassionato e al contempo casto, così tragico e perturbante? Forse il fatto che è Teatro, e che il suo palcoscenico è la Vita. Che cos’è, infatti, l’amore siciliano che ci viene subito in mente se non un Rito, un copione tramandato di generazione in generazione: quello delle ormai obliate serenate sotto i balconi adorni di gerani, o delle spettacolari fuitine, non di rado con la tacita compiacenza delle rispettive famiglie interessate, dei duelli rusticani di tanti Alfio e Turiddu, dietro una siepe di fichidindia. Che cosa, se non l’interminabile e insostituibile piacere brancatiano del discorrere sulla donna, seduti al tavolino di un caffè, come un conciliabolo di impenitenti dongiovanni dediti a inseguire un fantasma di donna, a cercare in ossessive fantasticherie LA Donna, vantando patetici trionfi da ingravida-balconi e delizie di incontri fugaci o convegno solitari. Salvo a tornare a casa, acquattati come scarafaggi in una straducola oscura, per contemplare stilnovisticamente, come novelli Petrarca, finestre socchiuse dietro cui battono i cuori di angeli di ragazza che non sfiorerebbero mai, nemmeno con una rosa fresca e aulentissima.