PAROLE AL VENTO, di Flavia Vento

Ci vorrebbe troppo tempo per spiegare attraverso quali tortuosi sentieri ermeneutici mi sia imbattuto in un’aurea silloge di Flavia Vento di cui avevo solo sentito parlare, ma che non avevo mai avuto la ventura di leggere. Il malizioso snobismo e la disattenzione di una critica troppo attenta alle strategie di marketing dei colossi editoriali  suggerisce perciò un risarcimento di attenzione a suo tempo negata a questo piccolo, ma incisivo esperimento letterario. Siamo di fronte, infatti, a un cimento poetico che, se non arriva al punto di cambiare la percezione del tuo essere nel/col mondo, tuttavia un deciso strattone all’umore riesce a riservartelo lo stesso. Già il titolo è rivelatore, dal momento che si propone come la mise en abîme del singolare – e per molti versi inesplicabile  – rapporto che l’autrice instaura con quel consolidato sistema di segni EsceillibrodipoesiediFlaviaVentoche usualmente chiamiamo “linguaggio”: Parole al vento (Edizioni Bietti, 2012). Come dire: l’ispirazione che si fa aria e aspetta solo di essere espulsa dal corpo, in qualsivoglia guisa. La levità flaviesca fa tuttavia velo a un tirocinio duro che le ha garantito, nel tempo, un curriculum artistico degno di nota e la vocazione a una militanza politica vissuta con drammatico rovello, lo stesso che l’ha fatta oscillare dall’area della Margherita (scelta dettata dalla passione per la botanica) all’abbraccio ideale con Francesco Storace, in occasione delle Regionali 2005 in cui, candidata, ottenne 27 preferenze. Un risultato non brillante, secondo alcuni, ma che si ricorda per le prese di posizione pubbliche su temi decisivi del dibattito culturale: «Eppoi, uhm. Ecco, io metterei anche la mia faccia per degli ideali. Che sono, appunto, la guerra». Ma torniamo alla poesia.

Nella lirica d’apertura (Quando meno te l’aspetti), i versi iniziali («I tuoi occhi / Li ho rincontrati. / Un incontro. / Quando meno te lo aspetti»), scanditi con icastica e sincopata perentorietà, alludono alla vichiana ricorsività storica, ma estesa in questo caso agli eventi del quotidiano che, come una joyciana epifania, riesce a riservare imprevedibili distonie di sguardi. Un’opzione tematica ribadita nella poesia successiva (Destini) in cui il vivo senso dell’eterno è la chiave per dominare la straniante incredulità del vivere («Non ci credevo. / Sei mio, / Sono tua. Per sempre»). L’avvicendarsi delle stagioni è mirabilmente reso nello squadernamento dello spettro cromatico di Primavera («I colori dei fiori / Risplendono nel giardino. / Lillà rosa, / Giallo, rosso, blu. / Tutto si colora, / […] La primavera. / La stagione a me preferita»). Il ribadimento di un incedere dell’uomo (e della donna) a singhiozzo, con l’implicita allusione a un costitutivo mal de vivre («Si corre / Come una cellula impazzita / In un corpo astratto / Fermo e che passa / Come una cometa») sarebbe forse riassumibile in una formula che alcuni critici fanno risalire alla scuola siciliana federiciana e alla poetica del cosiddetto muoviti fermo, ma non riuscirebbe lo stesso a rendere l’idea connaturata alla forma.

Le conseguenze di un fin troppo evidente disagio si traducono perciò nella disarmata resa all’ineffabile: («Ogni volta che ci vediamo / Io non so parlare / Al tuo sguardo, mi paralizzo. / Fremiti di gioia / Mi bloccano / E in sogno volo, / Volo come un gabbiano / E penso che un / Giorno sarai mio»). La parola poetica può solo illudersi di dar voce all’inesprimibile, ma nel momento in cui sembra accadere, subentra la sintassi occultata a scongiurare il rinvenimento del senso, come nella lirica Popolo del mare («Maschera. / Cavallucci marini, / Ricci, / Cannolicchi, / Spigole, Sogliole, / Sabbia, /Mare»). Quella che sembra un’impersonale e algida lista rinvenuta tra le cassette lignee di una qualsiasi pescheria, si offre in realtà come chiave di lettura dell’ineluttabile debolezza del pensiero di cui, con altri esiti, ci ha reso edotti il filosofo Gianni Vattimo. flavia-vento1La voce, e tanto più quella poetica, è la balena bianca cui la Vento, come l’Achab di melvilliana memoria, è costretta a soccombere (vedi Balena: «Balene, cetacei. / Balene, ciccione, / Cattive, spiaggiate. / La fama, la fame. / Balena, cicciona / Morta di fame»).

La sorprendente virata finale della silloge rappresenta invece lo scintillio inatteso di una speranza che sembrava ormai perduta, per l’uomo e per l’avvenire della Poesia:

Carta bianca, carta vergine
Per scriverci i miei sogni,
Per vergarci il mio destino,
Per lasciare un’impronta
Di poesia
Nel mondo.

L’autrice ci affida così il suo messaggio in bottiglia, un monito che potrebbe suonare anche come una minaccia, ma alla luce del quale intendiamo il senso complessivo del libro. La carta bianca e vergine su cui la Vento ha vergato i suoi versi, è lo specchio di una nuova igiene della parola che fa dunque di questa carta – igienica per antonomasia – uno strumento che potrebbe ancora soccorrerci nell’improvvisa emergenza di un intestino travaglio esistenziale.

 

And the winner is?

Non serve a niente, ma mi mi diverto a fare previsioni ogni anno. Il rito laico degli Oscar sarà officiato religiosamente domani notte a Los Angeles, ma raramente come stavolta i pronostici mi sembrano incerti. Potessi decidere, la statuetta per il miglior film la darei a Room, Room-2015-Movie-Posterfilm intenso ed emozionante (si finisce col piangere come vitellini orfani) senza essere per questo patetico. Non ce la farà sicuramente per la categoria maggiore, però ha qualche chance in più tra le “sceneggiature non originali”. La partita si giocherà, secondo me, tra The revenant e SpotlightSpotlight-copy-copyvincerà quest’ultimo, basato su un’inchiesta giornalistica famosissima, e quindi con quel plusvalore di impegno sociale che fa bene alla buona coscienza dei giurati dell’Academy.

Miglior attore: The-Revenant-04-1150x748Leonardo Di Caprio stavolta ce la dovrebbe fare anche sulla maledizione che si porta addosso; lo può insidiare solo   Michael Fassbender del noiosissimo Steve Jobs, mi pare improbabile che il pur bravo Eddie Redmayne (The danish girl)possa bissare per due anni di fila. Ma io tifo comunque per il “senza speranze” Bryan Cranston, non tanto per l’interpretazione di Trumbo, per cui non avrà alcuna chance, ma per quel monumento che è il personaggio di Walter White nella ormai leggendaria serie Breaking Bad.

Miglior attrice: Brie Larson (Room), senza se e senza ma.

Miglior regista: di solito funziona l’accoppiata col miglior film, ma non sarà così. Alejandro González Iñárritu potrebbe vincere di nuovo dopo Birdman.

Miglior attore non protagonista: Creed-character-poster-2-600x890sfida a due Sylvester Stallone (Creed)-Tom Hardy (The revenant), con il primo leggermente favorito dal fatto di essere riuscito a ridare ossigeno a quel personaggio ormai patrimonio dell’umanità, come il Colosseo, che si chiama Rocky Balboa.

Miglior attrice non protagonista: non avrei dubbi a dare l’Oscar ad Alicia Vikander (The danish girl), ma vuoi mettere l’effetto reunion di una Kate Winslet (Steve Jobs) premiata nell’anno di Di Caprio?

Miglior film d’animazione: Inside out, a mani basse. inside_out_2015_movie-wideSi sa già da un anno. Però preferisco il poetico e filosofico When Marnie was there, testamento spirituale del glorioso Studio Ghibli.

Miglior film straniero: Il figlio di Saul, 51352stupendo e straziante film ungherese sull’Olocausto che a Cannes ha avuto il Gran premio della Giuria.

ennio-morriconeE infine (rullo di tamburi) Miglior colonna sonora: l’immenso Ennio Morricone (The hateful eight) sbaraglierà tutti. Se non gli danno l’Oscar, peste li colga.

Il resto m’interessa davvero poco. La cerimonia di premiazione, alquanto noiosa e sempre uguale a se stessa, mi avrà già conciliato il sonno da un pezzo.

Dante, Kafka e la processione degl’incarcati

Domani leggerò il XXIII dell’Inferno, il canto degli ipocriti tristi, o degl’incarcati, come li chiama Dante. Cioè di coloro che sono gravati da una cappa pesantissima, dorata all’esterno ma foderata di piombo. O meglio lo leggeranno, al Teatro Musco di Catania, Stefania Rocca e Franco Castellano, straordinari interpreti di un dramma di Schnitzler (Scandalo) che da stasera sarà in scena al Teatro Verga. Io mi limiterò a commentare con loro quei versi e insieme parleremo di ipocrisia, uno di quei peccati – come l’accidia, di cui soffriva Petrarca – ormai derubricati perché nessuno può dirsene immune. Gustave_Dore_Inferno23Ogni giorno affoghiamo, infatti, nella pece della menzogna opportunistica, della malizia del camuffamento, dell’adulterazione della verità, della sofisticazione linguistica, del bizantinismo, del virtuosismo di professione, della retorica del politically correct, dell’autocompiacimento narcisistico, della scaltrezza di apparire giusti al momento giusto, del calcolo meramente opportunistico, della vanità dell’apparire, del mostrarsi non per quello che si è, ma per come vorremmo che gli altri ci vedano. L’ipocrita è una persona che recita una parte, come gli attori, ma a differenza di quelli che lo fanno sulla scena (il teatro è in fondo una menzogna che serve a dire una verità), è un simulatore nella vita di atteggiamenti o di presunti sentimenti. Nei vangeli, l’ipocrisia è paragonata al lievito che, anche in piccole dosi, fermentando, fa montare la pasta. Così è nella vita di ogni giorno: basta un ipocrita perché una comunità fermenti della sua ipocrisia, insceni con lui la mascherata della misericordia un tanto al chilo, della solidarietà a orologeria, della finta umiltà.

Ma da che mondo è mondo, gli uomini vanno avanti così e la letteratura, sin dai poemi antichi, ci racconta sempre di bugie e si fa essa stessa inganno, gioco a nascondere, velame. La métis suggerisce a Ulisse di ricorrere a travestimenti e finzioni e perciò l’eroe viene chiamato polyméchanos, cioè capace di escogitare molti mechanòi, molti espedienti come la menzogna e l’inganno, moralmente inaccettabili, ma necessari per superare gli ostacoli.

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Nel Silenzio delle sirene, Kafka immagina che le creature mitologiche, consapevoli della sua astuzia, decidano di restare in silenzio all’avvicinarsi della nave dell’eroe, spiazzandolo. Ma la virtù precipua di Ulisse è la preveggenza, l’astuzia calcolatrice e allora l’uomo oppone una contromossa più sofisticata: al silenzio delle Sirene oppone il proprio (falso) compiacimento per il loro canto, fingendo di udirlo. Cioè sceglie di far finta di aver bisogno ancora di desiderare, sforza la propria immaginazione, pur avendo ormai scelto la rinuncia. Non sa, il nostro campione, che il desiderio ci desidera sempre! Kafka accenna dunque a qualcosa di silenzioso, che non può venir detto. Proprio per questo il silenzio è più forte del canto e del dire. Lo scrivere è un tentativo esso stesso di dar conto di quel qualcosa. Ma le cose, come le Sirene, spesso tacciono.

Insomma, da quando gli uomini hanno imparato ad usare la parola, l’umanità ha conosciuto la malizia ed è rimasta incastrata nell’incudine del dire e non-dire, per ottenere di volta in volta qualcosa. Non ci si può liberare dell’ipocrisia, ma averne consapevolezza è un modo come un altro per non soccombere ad essa. Non si cessa nemmeno di essere ipocriti per il fatto di scagliarsi contro l’ipocrisia perché quando ci proclamiamo sinceri (“ti dico la verità”, “te lo dico per amore di verità”), spesso stiamo solo implicitamente affermando il nostro essere diversi e migliori degli altri.

Gli unici individui che non conoscono l’ipocrisia sono i bambini. Il richiamo evangelico di Gesù (“lasciate che i bambini vengano a me”) significa questo: lasciatevi invadere dal linguaggio degli unici esseri costituzionalmente incapaci d’ipocrisia, di malizia, di finzione. Solo i bambini, infatti, possono salvare noi e il mondo con noi.

Il coccodrillo come fa? C’è Umberto Eco che lo sa

Oggi su Facebook va di moda il “coccodrillo”, sotto forma di post arricchiti  di citazioni che dovrebbero far trasparire le qualità, positive o negative, e l’importanza del defunto di turno. Non importa se non hai mai letto un rigo dello scrittore appena scomparso o se fino a ieri le tue conoscenze musicali restavano spiaggiate come balenotteri sulla battigia sanremese. In quella cosmica camera ardente virtuale che è ormai diventato un social network a piacere, luccicante showroom dell’ipocrisia un tanto al chilo, fiera delle vanità e dell’autocompiacimento narcistico, non ci si può nemmeno azzardare a passare all’altro mondo. Un decesso random ci troverà comunque scattanti sulla linea di partenza della commemorazione ad orologeria (domani è un altro giorno e si vedrà… chi muore) e via a googlare la canzone giusta di David Bowie – che quando passava in radio si stava lì ad ascoltare Tutto il calcio minuto per minuto – o la citazione à la page che Wikipedia generosamente rubrìca perché negli scaffali di casa è rimasto solo Il nome della rosa a far spessore. Non ci credo che tutto questo abbia a che fare con l’empatia e la compassione. Oggi è toccata a Umberto Eco. Bene. Cioè male. Non voglio generalizzare, oggi (20 febbraio 2016) ci sono persone – studenti e studiosi – che davvero stanno pensando che una pagina del grande intellettuale gli ha cambiato la vita. Ma quanti saranno davvero? Non saranno forse quelli che stamattina, mentre iniziava la quotidiana gara dei like, preferivano spegnere il pc per andarsi a riprendere in mano uno qualsiasi dei suoi libri, per dirsi che no, non è morto e non morirà ancora per molto, fino a quando ci sarà la possibilità di rileggerlo? Persone così non scompaiono, per fortuna, e c’è solo da esserne felici perché un uomo è tutto nelle sue parole, nelle sue idee, nelle sue ricerche, nella fedeltà a una sfida che è quella della Cultura, dell’idea che i libri possono davvero cambiare la nostra vita e il mondo, più delle decisioni prese da governanti para-analfabeti sulle nostre teste.

Siamo proprio sicuri che ad Eco avrebbe fatto piacere l’unanimismo del cordoglio su quei social network che, senza mezzi termini (e forse anche sbagliando), riteneva allevamenti per “legioni di imbecilli”? Ho i miei dubbi. Ma li tengo per me. Forse lì dov’è arrivato si sta già facendo una risata sui nostri “coccodrilli”. Compreso questo.

E allora me la faccio anch’io, con lui, canticchiando una sua parodia di Ventiquattromila baci (ebbene sì, faceva anche questo), mentre penso a questo misero mondo in liquidazione: 

Son ventiquattro megatoni / per i cattivi e per i buoni / no non temer per la tua vita / perché la bomba è assai pulita… / Con ventiquattromila lire / forse un rifugio farai fare / non ti dovrai preoccupare / perché la bomba è da lanciare…
Forse può darsi il tuo marmocchio / ti nascerà cieco da un occhio / ma questo è un rischio da affrontar / sì sì perché…
Con ventiquattro megatoni / risolverem tante questioni / con una bomba già si sa / difenderem la libertà. / Al cittadino di ogni idioma / deformeremo il cromosoma / e sarà cosa entusiasmante /vederne nascere un mutante!
Con 24 megatoni
con 24 megatoni
con 24 megatoni
è la felicità!!!
E ovviamente “grazie mille”, professore.

Son tutte belle le spade del mondo

Gli esami non finiscono (letteralmente) mai. Non li amo, infatti. Preferisco di gran lunga le lezioni. Il momento della verifica esercita su di me un’incomparabile attrattiva solo se riserva impreviste occasioni di petroliniana (nel senso di Ettore Petrolini) leggerezza. Può capitare allora di scoprire che il participio “sepolto” al modo infinito fa “seporre” o che la parafrasi del verso petrarchesco “Erano i capei d’oro a l’aura sparsi” sia “erano spettinati i capelli sulla testa di Laura”. Della Divina Commedia può capitare di vedersi squadernare la “legge del contrabbasso”, e va bene la sensibilità musicale di Dante, ma che nei Sepolcri Foscolo evochi la “battaglia di Maradona”, quello no. Manco fosse il “vincitore nel pallone” di leopardiana memoria. E che dire delle “urla” manzoniane o dell’equivoca grafia di titoli nomi e concetti, per cui la pascoliana poesia  X agosto diventa Ics agosto? Nino Bixio si leggerà Nino “Biperio” e la freudiana teoria di Es, Io e Super Io diventerà dell’Es, Dieci e Super Dieci.

Fogli e fogli inchiostrati da cui balzano all’improvviso, come strappi in un cielo di carta, espressioni quali “i calici piangenti”, “i cani malfamati”, “le strade infangate di sangue”, insieme ad appassionate ricostruzioni della favola ariostesca, con i tentativi della maga Armida di attirare Ruggiero servendosi di una “lozione magica”. Può capitare di scoprire che, al tempo di Boccaccio, le donne erano “rilegate” a casa (come fascicoli di un’enciclopedia) o che le corti rinascimentali offrivano agli intellettuali protezione e “manutenzione” (in pratica, un tagliando).

“Piacciavi, generosa Erculea prole, ornamento e splendor del secol nostro, Ippolito, aggradir questo che vuole e darvi sol può l’umil servo vostro…”… “Ma chi è Ippolito?” – chiedo? E mi sento rispondere che è figlio di Erculea. Mentre quello che mi sembra un predicato verbale (Edgar “Allampò”) si rivelerà, dopo un legittimo iniziale smarrimento, l’autore del Gordon Pym.esami_1

Annoto e sorrido, trascrivo con gli occhi che mi brillano perché, lungi dall’avere un sadico compiacimento per gli svarioni che potrebbero compromettere l’esame, indulgo sovente alla giustificazione dell’inciampo, dettato dalla tensione del momento. “Non è che in Parlamento si brilli per sapienza linguistica”, dico tra me.

Avanti il prossimo: “Il verbalone?” “No, io porto da Tasso a Pirandello”. Cominciamo bene… C’è un passo dei Sepolcri (l’immortale “carmo” di Foscolo, in forma di lettera a Ippolito “Piedimonte”) che è la dannazione degli studenti, sono i versi che dicono “e tu gli ornavi del tuo riso i canti / che il lombardo pungean Sardanapalo” dove il povero Sardanapalo assurge a tutto fuorché ciò che il poeta vorrebbe dire del “giovin signore”. A memoria mia, in una sola sessione fu: il protagonista del Giorno; un allievo di Parini autore della Divina Commedia e un re assiro di discendenza longobarda.

notteprimaesamiGli esami sono come le vendemmie, ci sono annate più ricche che fanno più contento il massaro (cioè me). Se la stagione è buona, puoi rubricare vere e proprie perle come le seguenti:

Dante è autore del De vulgari eloquation; per Dante, Beatrice è parte, mezzo, tramite per la salvezza eterna…un po’ come il cazzillo per il sub (sic); il Canzoniere si apre con il sonetto Voi ch’ascoltate… scritto “postumo” da Petrarca;  il Decameron ha… come dire… la forma di una cornice, anche se le novelle sono tutte intersecate tra loro; Boccaccio apre il Decameron con la novella di Ser “Chiapparello” e lo conclude con quella di “Crispella”; Dante, Petrarca e Boccaccio sono le “tre corolle” che “la nostra grande letteratura può vantarsene”; gli esercizi spirituali furono inventati da Sant’Ignazio “Toyota”; “Manzoni si ispirò al naturalismo francese… anche se questo veniva dopo, poi andò a Firenze a sciacquare le pezze nel fiume…”; “dopo la loro calata, Renzo si annette ai lanzichenetti”; tra le Operette morali di Leopardi ci sono il Cantico del Gatto Silvestro e il Dialogo di Plotino e Plotirio; “la scarsità dell’intellettualismo che trovò a Roma sconfortò Leopardi”; Verga scrisse Geli il pastore contenuto nella raccolta Vita dei campi che in un certo senso è il prequel dei Malavoglia; “a dominare è l’ideale verghiano dell’ostrica staccata dallo scoglio dal coltello del palombaro”; tra gli autori vociani, ricordiamo Papini, Prezzolini e “Sofficini”; nel 1934, Pirandello vinse l’Oscar; il termine “ermetismo” deriva da “Ermenegildo”.

MEME_640Nei miei ricordi restano poi indelebili alcuni momenti che avrebbero fatto la gioia di Achille Campanile, veri e propri coup de théâtre tragedie in due battute, qual si voglia intenderli. Come questi:

Inferno, canto X:

  • “Forse cui Guido vostro ebbe a disdegno”.
  • Sì, professore, vuol dire che Guido Cavalcanti e Virgilio quand’erano vivi non si potevano sopportare.
  • Ma lei è sicuro che vivessero nello stesso periodo?
  • Ha ragione, professore: Virgilio visse un po’ prima.
  • Un po’ prima quando?
  • Ai tempi di Omero.

 

  • Chi ha scritto Ultime lettere di Jacopo Ortis?
  • Jacopo Ortis.

 

  • Foscolo è sepolto a…? …. A Santa..? … Santa Cro…??
  • SANTA CROCE CAMERINA!!!!

 

  • Di quale personaggio dei Promessi Sposi vuole parlare?
  • Boh…mi ha colpito l’Innominabile
  • Vuole dire l’Innominato?
  • L’Innominabile appunto!
  • Ma sa perché si chiama così?
  • E certo: tutto vestito di nero e solitario, al solo nominarlo portava sfiga, quindi l’Innominabile!

 

  • La bibliografia critica su Pirandello è andata perduta.
  • Ma che dice?
  • Sì, l’ho letto nel libro.
  • Mi faccia vedere!
  • Vede? C’è scritto: “la bibliografia su Pirandello è… sterminata”!

 

  • “Felicità raggiunta, si cammina / per te su fil di lama…” Cosa ne pensa? Cosa vuol dire per te stare sul filo del rasoio?
  • Che si sta male!!!

 

  • Professore, ho comprato le tragedie di Seneca e mi sono accorto che ci sono errori di stampa: le pagine di sinistra sono in latino e quelle di destra in italiano! Tutte le copie sono combinate così, come facciamo?

 

  • Professore, nelle note al testo ricorre sempre Idem…io ho cercato in biblioteca le opere di questo Idem, ma non ho trovato niente!

 

  • Che significa “Castigat ridendo mores”?
  • Professore, ma tutte ‘ste citazioni in francese! Come faccio? Ho fatto lo Scientifico, mica il Linguistico!

E così via. E nel tourbillon delle risposte, l’endecasillabo diventa un verso di undici righe; al dibattito sul Romanticismo prendono parte “i fratelli Schengen”; la critica marxista si fa risalire agli scritti di Marx&Angels (avranno fatto parte anche loro delle Charlie’s Angels?); un romanzo può caratterizzarsi per il singolare “pàstic” linguistico… read_by_zombieowl1Tendo via via a straniarmi, un po’ per la stanchezza un po’ per la tristezza che inizia a gravarmi come le plumbee cappe degli ipocriti nell’Inferno dantesco.

Poco distanti dalla cattedra e dal povero studente di turno, due colleghe borbottano qualcosa. Tendo l’orecchio per ascoltare e una dice: – “Ma tu lo sapevi che l’impugnatura della spada si chiamasse elsa?” e l’altra, fulminea e sbigottita: – “Ma di tutte le spade del mondo?”.

Per oggi può bastare. Ci rivediamo al prossimo appello.

Auguri Faber, amico fragile

Oggi sarebbe il compleanno di Fabrizio De André. Avrebbe 76 anni. Battisti invece, era tre anni più giovaneSe ne andarono quasi insieme, a quattro mesi di distanza l’uno dall’altro, allo stesso modo, entrambi per un male incurabile. Battisti e De Andrè, pressoché coetanei, sono ancora i due più amati e popolari artisti della musica d’autore italiana. Ma quanta simbolica differenza nella loro ultima uscita di scena, quella del congedo che riassume e ricapitola un’esistenza: il funerale di Battisti nascosto agli sguardi dei più, dietro cancelli serrati e vetri d’auto oscurati che davano alle esequie l’aspetto di un mistery inquietante, disturbante proprio per quel fiscale rispetto di un’assoluta volontà di privacy che nulla concedeva all’amore incondizionato di un pubblico che non aveva e non ha mai smesso di amarlo. battisti-bannerI fiori lasciati sotto la pioggia o davanti all’ospedale davano il senso dell’abbandono che avranno provato le migliaia di persone comuni che si radunavano spontaneamente per ringraziare e ricambiare in quel modo semplice la gioia provata attraverso le canzoni che avevano cantato e con cui erano diventati adulti. Il funerale di De Andrè, invece, fu emozionante al pari di tante sue memorabili ballate, in mezzo a un mare di gente, la stessa che lui aveva cantato e che non veniva esclusa dai familiari i cui volti apparivano perciò quasi trasfigurati da un abbraccio immenso di folla con cui condividere la grandezza di un dolore che riguardava indistintamente tutti.

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i funerali di Faber

Perché Faber era di tutti, come tutti i grandi artisti. Persino un poeta come Mario Luzi confessò allora il proprio disagio e si scusò per essere «invecchiato nella quasi totale ignoranza del suo talento».

Quel diverso modo di congedarsi mi dà il senso della distanza fra Battisti e De Andrè, mi fa amare il secondo più del primo cui riservo tuttavia l’ammirazione dovuta ad un indiscutibile talento, limitandosi ad essere, quest’ammirazione, un sentimento che me lo fa sentire meno mio, meno autentico, come se avesse detto, nelle sue bellissime canzoni, di provare cose che forse non provava affatto. De Andrè invece era come le sue ballate e per questo più interessante e vero e imperituro. I suoi brani, a differenza di quelli di Battisti, non sono fatti per essere cantati, ma per essere pensati e Faber li scrisse pensando a quella gente con cui si riconosceva e che lo riconosceva. Ecco. Nella riconoscenza del pubblico, nel riconoscersi reciproco tra artista e pubblico c’è spazio persino per una straniante felicità, quella della gratitudine che si deve ad un’artista capace di raccontare, senza ruffianerie o ipocriti moralismi, la vita di ognuno, le odissee tragiche o ridicole di piccoli eroi, né migliori né peggiori di ognuno di noi. Per il resto, di lui si è detto tutto, tanto che non saprei dire niente di più o di meglio.

hqdefaultC’è una canzone che ho ascoltato centinaia di volte con un groppo in gola, non solo per ciò che dice, ma anche perché mi ricorda una delle ultime esibizioni in pubblico, pochi mesi prima di morire: Khorakhané. La si può ascoltare in un video su youtube (all’indirizzo https://www.youtube.com/watch?v=YqlGwCgFbtk). Sul palco, con Faber, c’erano i figli Cristiano e Luvi. Alla fine del pezzo, la telecamera lo inquadra per poco più di un secondo (vedi al min. 5:34), quanto basta per scorgere un padre commosso per l’applauso tributato dal pubblico alla figlia. In quel suo «sollievo di lacrime a invadere gli occhi e dagli occhi cadere» io scorgo l’artista che amo e l’uomo che ammiro. E se mai qualcuno si accingesse a scrivere quella storia della lacrime che auspicava un genio della critica come Roland Barthes, mi piacerebbe immaginare di poterci ritrovare anche questa piccola e umanissima pagina dell’«amico fragile».

Poesia inChiostro

a cura di Rosario Castelli

con una nota di Davide Rondoni

Acireale-Roma, Bonanno Editore, 2016

       L’esperienza della rassegna Poesia inChiostro (il chiostro, i chiostri del Monastero dei Benedettini di Catania 12frequentato ogni giorno dagli studenti che hanno dato vita all’iniziativa) nacque qualche fa, grazie a un gruppo di giovani che coinvolsero i loro docenti di letteratura italiana in un ciclo di letture di poesia contemporanea. Lo spirito di fondo era quello di scoprire, attraverso il semplice «piacere del testo», della lettura ad alta voce, della musica, del confronto alla pari (professori-studenti; poeti-lettori), il rapporto pulsante della letteratura con la vita di ognuno.

1403138_10202946833300166_2058221040_o     Il volumetto che ho curato raccoglie una selezione delle letture proposte nel corso dei due anni in cui la manifestazione ha avuto luogo, una sintesi degli incontri di vita e di studio, realizzati a partire dalle comuni riflessioni sull’opera di autori come Osip Mandel’stam, Clemente Rebora, Antonia Pozzi, Vittorio Sereni, Alda Merini, Davide Rondoni.

      I saggi sono di colleghi a me cari: Sergio Cristaldi, Antonio Di Grado, Antonio Di Silvestro, Giuseppe Savoca, Marina Paino, Salvatore Scribano. Ci sono pure una nota iniziale dei giovani dell’associazione universitaria “La Traccia” e una finale del poeta Davide Rondoni L’editore è il caro Mauro Bonanno.

         A seguire, l’indice del libro:

  • Prefazione (Rosario Castelli)
  • «La vita, amico, è l’arte dell’incontro» (Pietro Cagni per “La Traccia”)
  • Clemente Rebora: tra poesia e verità (Giuseppe Savoca)
  • Antonia l’imperdonabile (Antonio Di Grado)
  • Naufragio e recupero della parola nel Sereni di Frontiera (Marina Paino)
  • In margine a una poesia di Alda Merini (Antonio Di Silvestro)
  • Rondoni e le partenze (Sergio Cristaldi)
  • Ottave. Che cos’è la poesia (Salvatore Scribano)
  • La poesia arte segreta e personalissima (Davide Rondoni)

Sanremo, Santa Cecilia e San Francesco: pregate (e cantate) per noi

Quando insegnavo al liceo, a un’ingenua domanda su chi fosse il santo protettore della musica mi sentii rispondere “San Remo”. Straniante, ma vero. Ma al di là della consapevolezza che potesse averne il malcapitato ragazzo che pensava davvero esistesse un “Remo” in odor di santità per meriti canori, io non ho mai capito lo stesso perché sia Santa Cecilia la patrona dei cantanti e non San Francesco. blanchard_jacques_-_saint_cecilia_-_17th_cMi si passi il cliché  rugiadoso e invertebrato  che faceva orrore anche a Gadda (“l’umile fante, come il poverello di Assisi e i marron glacés, sono adattissimi per il boudoir di certe signore. Io rispetto e venero il gran santo, ma, essendo io un retore, dico che la miseria a me mi fa paura”), ma poverello Francesco, davvero, che poteva vantare un curriculum più serio e documentabile, in questo campo, e che oggi potrebbe a buon diritto fregiarsi della qualifica di sommo rappresentante della volenterosa manovalanza sanremese che abbiamo visto sfilare sul palco dell’Ariston.

Vengo e mi spiego: al tempo dei primi discorsi per le sue colline, alcuni balordi lo avevano preso, picchiato e buttato in un borro innevato da cui lui uscì cantando. E cantando se ne sarebbe andato a predicare; e con grande successo, per di più, grazie al modo particolare di parlare alla folla. Predicava, infatti, in un volgare semplice e spontaneo e aiutandosi, proprio come farebbe uno showman, con i gesti, la mimica, il canto e la musica, con doti affabulatorie e maestrìa retorica. Le sue performances assomigliavano a musical, commedie religiose a metà tra la predica e lo spettacolo dei cantastorie.

Nel 1225, alla fine della sua vita, lieto di aver raggiunto la certezza di essersi guadagnato il paradiso attraverso le sofferenze, compose a sua consolazione e per edificazione del prossimo quella splendida lode cosmica che è il Cantico delle creature. Non solo le parole, ma anche una musica d’accompagnamento, se vogliamo prestar fede alla Leggenda perugina, e cominciò a istruire un gruppetto di frati perché andassero ‘in tournée’ a ricordare la salvezza di Cristo. Francesco non poteva farlo in prima persona e si figurò allora un altro modo per colpire l’immaginazione della folla: uno dei frati, di solito il più bravo a parlare in pubblico, esortava l’uditorio e subito dopo un coretto doveva intonare il cantico. Come “giullari di Dio” perché – diceva Francesco – i servi di Dio sono i suoi giullari che devono commuovere il cuore degli uomini ed elevarlo alla gioia spirituale. giullari_e_menestrelliIl Cantico di Frate Sole era la gioiosa risposta alla tetra concezione càtara di un mondo nel quale lo spirito era immiserito dal male e dalla materia. Inizialmente si chiudeva con la lode del creato, ma Francesco avrebbe aggiunto un’altra strofa dopo aver appreso che il vescovo e il podestà di Assisi si facevano la guerra a colpi di scomunica: «lodato si, mi Signore, per quelli che perdonano lo tuo amore e sostengo infirmitate e tribulazione. Beati quelli che ‘l sosterranno in pace, ca da te, altissimo, sirano incoronati». E di nuovo progettò una sorta di spettacolo: dopo avere ottenuto che il vescovo, il podestà e la gente di Assisi si radunassero nello spiazzo interno del chiostro del palazzo episcopale, vi mandò i suoi frati perché cantassero davanti a quel pubblico il cantico, completato dalla strofa del perdono. E le parole, la melodia, le circostanze del componimento, commossero a tal punto i due contendenti che si chiesero reciprocamente scusa. Persino in punto di morte Francesco si fece cantare il cantico per farsi coraggio e trovò il modo di aggiungere ancora un’altra strofa dedicata alla morte.

Non basta ancora per affermare che Francesco dovrebbe essere laureato ad honorem santo protettore dei cantanti? Altro che Santa Cecilia. Del resto è la stessa canzone d’autore che affonda le proprie radici in quell’Italia affollata di comuni rivali, e in quel secolo – il Duecento – in cui gli italiani ritrovavano il loro genio a cominciare dalla poesia, anzi da una preghiera in volgare umbro, né provenzaleggiante né curiale né mondana:Cantico_delle_Creature.djvu la più bella preghiera che gli italiani posseggano, o bella almeno quanto il Pater noster perché risolta integralmente e totalmente nel suo contenuto, dal momento che la bellezza è nella vita stessa che canta. A differenza del Pater noster, infatti, non chiede, ma umilmente loda perché, come disse Hölderlin, la religione è gratitudine. La Magna Curia aveva dato all’Italia una poesia laica e lieve, l’Italia comunale creerà, con Francesco, la prima letteratura veramente grande d’Europa e al vertice di questa letteratura, di questa rivolta dello spirito che modella la parola e con essa contenuti ben più grandi delle grette vite comunali, si ergerà Dante che della canzone sarà il primo teorizzatore. Nel De vulgari eloquentia, la definisce: “un’opera compiuta di chi compone parole in armonia tra loro in vista di una modulazione musicale”. Ma che ne sanno – dico io – gli Stadio?

Morricone, i Subsonica e il teorema delle quattro note

La butto lì. Ennio Morricone quest’anno vincerà l’Oscar per la colonna sonora di The hateful eight di Tarantino. Poco importa che gli abbiano dato quello alla carriera pochi anni fa. Lo vincerà perché è un’opera bellissima e perché lo merita. Ci scommetto una pizza, non una pizza cinematografica e nemmeno un ceffone (Te mollo ‘na pizza…, come si dice dalle parti di Trastevere). Ma come si fa – dico io – a insinuare il sospetto che l’imperatore italiano delle sette note senta il bisogno di orecchiarne quattro in croce di una canzone dei Subsonica? Avesse strizzato l’occhio a Mozart, lo capirei. Ma i Subsonica? E’ uno scherzo, no? A quanto pare no, perché il Maestro risentito (giustamente?) per il fatto di non aver mai dovuto subire censure di plagio, ha deciso di adire le vie legali a tutela della sua onorabilità. La butto di nuovo lì: vincerà anche la causa. Ci scommetto la birra stavolta.

giuseppe-tornatore-e-ennio-morricone-a-berlino-2013-per-presentare-la-migliore-offerta-265599Questo per dire che Morricone non è solo l’autore delle più belle colonne sonore del cinema italiano di sempre, ma è il CO-AUTORE, a pieno titolo, dei film di Petri, Leone, Tornatore, di cui ha firmato anche le musiche di La corrispondenza che, da sole, come per Tarantino, valgono il film.

Oggi siamo unanimemente convinti dell’indissolubilità del legame musica-immagine, ma questo vale ancor più per certi musicisti. Suonerebbe retorico chiederci che sarebbero, per esempio, i film di Alfred Hitchcock o il Citizen Kane di Orson Welles senza le musiche di Bernard Hermann. Cosa ricorderemmo di Psycho senza le sferzate d’archetto sui violini che descrivono le pugnalate di Anthony Perkins a Janet Leigh? Non sono da considerarsi come sceneggiature vere e proprie le partiture su cui Greenaway o Leone, Fellini o De Palma hanno ideato, concepito, realizzato alcune delle più celebri sequenze della storia del cinema? Semmai altro dovremmo chiederci. E per esempio: a che serve la musica nei film? Definisce, descrive, racconta, evoca, allude? La migliore è quella che non si sente? La funzione propria della partitura per film è quella drammaturgica che la fa diventare parte sostanziale del racconto? L’uso strutturale che Liszt fa di topoi musicali saldamente consolidati dalla tradizione, per arrivare ad una sorta di narratività musicale non fa di lui una sorta di precursore dei compositori per il cinema? E allora chi sono i Mozart, i Beethoven, i Mahler della musica per il cinema? Quali che siano le risposte (ma io la mia ce l’ho, anche se me la tengo per me), resta il racconto straordinario delle tappe essenziali di una vera e propria bildung della «musica per film»: da ancella quando serviva unicamente ad esorcizzare la “terribilità” del silenzio, a compagna quando venne utilizzata come riempitivo rispetto all’articolazione dinamica delle immagini, a commento come nel caso di simbiotici rapporti di collaborazione tra compositori e registi – Ejzenstein/Prokof’ev, Antonioni/Fusco, Fellini/Rota, Leone/Morricone, Hitchcock/Herrmann, Greenaway/Nyman – fino all’autonomia del genere fruibile nella sua totale autonomia estetica e sempre più ricercato al giorno d’oggi da giovani leve di cinefili. La scuola italiana che annovera nomi di grandi artisti – da Nino Rota a Piero Piccioni, da Francesco Lavagnino a Nicola Piovani – si è sempre contrapposta a quella americana – dei Waxman, di Steiner e Newman, di John Williams e Bill Conti.

Ma il baricentro resta Morricone, con la sua ineguagliabile e unica traiettoria artistica, costellata da centinaia di opere in cui qualcuno avrà pure spulciato qualche momento di facile o corriva musicalità, ma a cui non si potrà negare un’esemplarità rara, attestata dal suo più riuscito cimento: ennio-morricone-1439307534la soundtrack di C’era una volta in America in cui il Maestro rilegge in chiave moderna la musica leggera americana tradizionale con effetti ambientali di fortissima incidenza drammatica. E se mi appassionano ancora i film di Tornatore, temo che a far gioco sia soprattutto la loro struggente colonna sonora. Una fedeltà quasi assoluta quella tra i due, fatta eccezione per Il Camorrista, le cui musiche furono firmate da Nicola Piovani, ma che mi fa chiedere quanto della fortuna del regista bagherese non si debba ai sontuosi commenti del suo musicista prediletto, come era successo già per Sergio Leone di cui Tornatore ha appreso meglio di tutti la lezione (assieme a quella di Pietro Germi). Onore dunque e più che mai a Morricone: il fischio di Giù la testa, il flauto di Pan in Mission, il tema di Elliot Ness negli Intoccabili avranno forse un giorno lo stesso valore di una romanza di Puccini.

Peana per Sanremo (il festival)

Nonostante la banalità della sua annuale liturgia, mi piace Sanremo. E mi piacciono le canzonette. E ovviamente le canzoni d’autore, anche perché penso che proprio i cantautori di ogni tempo siano stati tra i pochi che abbiano saputo raccontare la poesia.

Sorprende me, per primo, il fatto di riuscire a ricordare esattamente tutto il testo dell’Avvelenata di Guccini o di 4 marzo ’43 di Dalla e pochissime poesie per intero, anche quelle che mi è capitato di spiegare decine di volte ai miei studenti. Mi rifiuto di imparare versi a memoria. Allo stesso modo mi spaventerebbe l’idea di un ragazzo che digerisse e sciorinasse le terzine di un intero canto della Divina Commedia, come mi lasciò affatto indifferente un professore del liceo che si compiaceva nel declamare Dante, senza però riuscire a far sentire la potenza della rime e delle immagini, la sua paura davanti al testo, il convincimento di essere arrivato davvero al Paradiso.

Ringrazio Petrarca, Leopardi e Saba, posso dirlo. Sono stati loro, infatti, a farmi approdare entusiasta e impudico alle canzonette. E mi dà un grande piacere ascoltarle ogni giorno mentre guido e chiedermi puntualmente quanto sottile sia il confine tra l’arte e la boiata pazzesca. Le canzoni assomigliano sempre a chi le ascolta, così come i libri assomigliano sempre a chi li legge. Lo spiega bene Truffaut in quella sequenza della Signora della porta accanto in cui fa dire a Mathilde-Fanny Ardant: mqdefault«Ascolto solo le canzoni d’a­more perché dicono la verità, più sono stupide più sono vere… e poi non sono stupide. Che dicono? Dicono “non devi lasciarmi”, “senza di te in me non c’è vita”, “senza di te io sono una casa vuo­ta”, “lascia che io divenga l’ombra della tua ombra” oppure “senza amore non siamo niente”». Il regista francese disse pure, in qualche intervista, non so dove, che quel film assomigliava a una canzone di Edith Piaf, era un po’ come Ne me quitte pas di Jacques Brel.

Vecchia questione quella del rapporto tra poesia e canzone. Mi piacerebbe un giorno dedicare un corso di letteratura italiana ai dintorni della letteratura. Chissà. Un corso sulle voci di Buscaglione e Conte, Tenco e De André, Springsteen e Tom Waits che sono riusciti a raccontare la loro epoca meglio di quanto facciano quei poeti che – loro sì – per dirla con il poetico (senza virgolette) Ligabue, “hanno perso le parole”. E questo perché la forza della musica “leggera” (sì, persino quella di Sanremo) è nel suo essere anche cultura orale. Come nell’incipit di Moby Dick («Chiamatemi Ismaele»), in cui Melville ci dice “guardate che non è solo roba scritta quella che leggerete, ma voce, racconto, respiro, invenzione senza fine”, la canzone è voce, voce che racconta versi, per questo cattura più della poesia (un mio ex alunno delle medie mi diceva: «prof, Dante non lo capisco, invece Vasco mi prende»). La poesia vuol essere rimasticata dalle parole di tutti e allora forse le inventeremmo o le scopriremmo una funzione. maxresdefaultChi ricorda Travis-De Niro in Taxi Driver (a proposito, il film ha compiuto proprio ieri quarant’anni)?
Ripeteva a memoria un intero elenco del telefono come un autistico. Eroico certo, ma profondamente malato, indurito, a un punto morto e senza speranza.

Io non me ne farò mai niente della letteratura che si perpetua uguale a se stessa. Io voglio che la poesia passi di bocca in bocca come le strofe di una canzonetta. Forse è per questo che i moderni vati sono le star della musica. E forse è giusto che sia così. I poeti avrebbero tanto da imparare ascoltando Sanremo, capirebbero che la parola può essere muffa (o «merda», come diceva Rimbaud della poesia) se non diventa corpo, fiato, spirito, sangue, se non si scioglie tra le dita quando cominciamo ad ascoltare le voci che si muovono sotto e dentro di essa. Proprio come succede con alcune canzoni che ci parlano, ci raccontano, ci mentono, ci recitano e recitando elaborano sogni, rappresentano il presente.