Love is in the hair, ovvero Il mio barbiere si chiama Angelo

Il mio barbiere si chiama Angelo. Non è un caso, penso. Vado a trovarlo una volta al mese, da vent’anni almeno, e l’impressione è sempre quella di entrare in un paradiso tascabile. Sono così le moderne sale anche se (ahimè) i barbieri nel frattempo sono diventati hair stylist e le sale hair gallery, ma è pur sempre un mondo che corre parallelo a quello reale, profumato, di una schiumosità che inclina alla rilassatezza sibaritica, in cui tutto sembra ordinato per stimolare simultaneamente i cinque sensi. Gli specchi non riflettono solo la propria immagine, ma sembrano essere lì per attivare soprattutto la vista interiore. Da Angelo, si ascolta rigorosamente solo e sempre musica anni Settanta e Ottanta (almeno quando ci sono io), quella della mia generazione. Lui, che è un mio coetaneo, si compiace nel mettere alla prova le competenze musicali dei suoi collaboratori più giovani che non conoscono o non riconoscono i Jefferson Airplane o i Supertramp, i Genesis o i Frankie goes to Hollywood. Supertramp_-_Breakfast_in_AmericaAllora mi guarda e mi sorride complice, facendo roteare in mano la forbice con un gesto che sembra voler dire «Ma che ne possono sapere loro della musica che ascoltavamo?», e che però suona come «Com’era più bella la nostra gioventù rispetto alla loro». Ovviamente non è vero, ma è ciò che ogni generazione pensa di quella che verrà dopo e il patto implicito è che ogni generazione finga di crederci davvero.

So di alcune sale in cui ci sono poltrone con massaggio incorporato, postazioni internet e persino il menu capelli, ma io non ci andrò mai. È più facile che si tradisca la moglie, ma non il proprio barbiere che dopo qualche anno non è più tale, ma un sacerdote, l’officiante di un rito che segue sempre una liturgia fissa: all’ingresso del fedele (che sarei io), lui recita sempre la stessa frase: «Non c’è da aspettare molto, dopo il cliente seduto tocca a lei. Nel frattempo, lo prende un caffé?». Lui è così, dopo vent’anni mi dà ancora del lei anche se nel frattempo ci siamo raccontati i dettagli più intimi delle nostre vite. Un caffè si accetta sempre, così sarà più facile pettinarsi i pensieri, come dice De Gregori in Renoir («e mi pettino i pensieri, col bicchiere nella mano»). Solo che al posto del bicchiere io ho una simil-tazzina di plastica marrone, di quelle delle macchinette.

Per una donna la profession de foi è diversa, la prova del parrucchiere è pur sempre una liturgia laica, ma il rito di trasformazione e rinnovamento, tramite tinture più o meno naturali che “coprono senza opprimere”, l’articolata teoria di tagli in frange, carrè, caschetti e messe in piega, lisciature, pettinature finto-spettinate, arricciature, cotonature, boccoli, si colloca al crocevia tra l’accanimento anagrafico e il rifiuto esistenziale della compiutezza delle cose, del loro limite. Per un uomo, almeno per me, non è così. Alla rituale domanda del barbiere («Come li facciamo?»), rispondo sempre: «Fai tu, come ti pare, come l’altra volta». «E l’altra volta come li abbiamo fatti?». «E che ne so? Pettine e forbice». «Va bene, faccio io». E sono già immerso nella lettura dei tre o quattro periodici che ho preso nel salottino dell’attesa.

I giornali sono sempre quelli, a qualsiasi latitudine, sono le riviste di gossip che non comprerei mai, ma che divoro avidamente solo dal barbiere come una forma di risarcimento dopo un mese di lettura per professione. Sono la cartina di tornasole delle mie debolezze perché quel particolare vizio di lettura che contraggo dal barbiere non mi sognerei mai di coltivarlo fuori.  E più brutte sono le riviste più curiosità mi accendono. Io ho cominciato a dieci anni leggendo “Grand Hotel”, ai tempi dei disegni in copertina di Walter Molino che era la lettura di mia nonna,  con i racconti e i romanzi d’appendice, i fotoromanzi in bianco e nero e le storie d’amore a colori. Anche gli uomini lo leggevano, ma non si poteva dire perché non era da uomini leggere “Grand Hotel”. Ma era molto meglio della fanghiglia di carta che mi cattura e mi fa affogare nella melma degli amori triturati di Belen e Buffon, o nei sogni smutandati di aspiranti veline e concorrenti del Grande fratello.

Ogni tanto Angelo mi dice di alzare la testa per agevolarlo nel taglio e lo assecondo, anche se vorrei finire l’articolo (?) sulla gravidanza vera o presunta di Michelle Hunziker. E allora sono costretto a seguire le grandi manovre sulla mia testa. Lui capisce il mio disappunto e mi parla per distrarmi, mi dice di suo figlio, della moglie che lo aiuta alla cassa, della sua passione per il Milan, delle domeniche che adora trascorrere in famiglia. Io lo ascolto e nel frattempo penso a quanto convenzionale o stereotipata sia stata per decenni l’immagine del barbiere, quasi sempre sinonimo di omosessualità, di costumi morali elastici, di fatuità ma­croscopica. Il parrucchiere per signora, nell’immaginario, ha ancora oggi la voce in falsetto e consiglia vezzoso le sue clienti. Anche se non è più così. Tuttora nemmeno un regista drogato riuscirebbe a pensare a un parrucchiere virile. 51M39C58NALIl segno è tanto radicato che mi ricordo un film degli anni Settanta con Warren Beatty dongiovanni incallito nei panni di un parrucchiere per signore di Beverly Hills, che finge di essere gay per non trasgredire alla convenzione. I barbieri invece erano sempre coinvolti in scandali mafiosi, come nei gangster-movie dove il boss viene sempre ucciso a bruciapelo mentre sta sulla poltrona del barbiere italo-americano.

Faccio appena in tempo a meditare queste verità che Angelo ha già finito (la mia seduta di terapia psicotricologica dura mediamente venti minuti). Ritorno alla realtà, al chiacchiericcio tra i clienti, al rumore dei phon, a Breakfast in America in sottofondo. Mi spiace un po’. Non vorrei alzarmi da lì. Mi guardo allo specchio e mi torna in mente un racconto di Raymond Carver, La calma, dove c’è un uomo, seduto in una poltrona di barbiere, che dopo un litigio tra due clienti in attesa, decide, nella calma sopravvenuta, di lasciare la città dove aveva cercato di «ricominciare una nuova vita» con la moglie, e sente i capelli «che già cominciavano a ricrescere». Io non vedo l’ora che ricrescano. «Ciao Angelo, ci vediamo il mese prossimo».

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