Peana per Sanremo (il festival)

Nonostante la banalità della sua annuale liturgia, mi piace Sanremo. E mi piacciono le canzonette. E ovviamente le canzoni d’autore, anche perché penso che proprio i cantautori di ogni tempo siano stati tra i pochi che abbiano saputo raccontare la poesia.

Sorprende me, per primo, il fatto di riuscire a ricordare esattamente tutto il testo dell’Avvelenata di Guccini o di 4 marzo ’43 di Dalla e pochissime poesie per intero, anche quelle che mi è capitato di spiegare decine di volte ai miei studenti. Mi rifiuto di imparare versi a memoria. Allo stesso modo mi spaventerebbe l’idea di un ragazzo che digerisse e sciorinasse le terzine di un intero canto della Divina Commedia, come mi lasciò affatto indifferente un professore del liceo che si compiaceva nel declamare Dante, senza però riuscire a far sentire la potenza della rime e delle immagini, la sua paura davanti al testo, il convincimento di essere arrivato davvero al Paradiso.

Ringrazio Petrarca, Leopardi e Saba, posso dirlo. Sono stati loro, infatti, a farmi approdare entusiasta e impudico alle canzonette. E mi dà un grande piacere ascoltarle ogni giorno mentre guido e chiedermi puntualmente quanto sottile sia il confine tra l’arte e la boiata pazzesca. Le canzoni assomigliano sempre a chi le ascolta, così come i libri assomigliano sempre a chi li legge. Lo spiega bene Truffaut in quella sequenza della Signora della porta accanto in cui fa dire a Mathilde-Fanny Ardant: mqdefault«Ascolto solo le canzoni d’a­more perché dicono la verità, più sono stupide più sono vere… e poi non sono stupide. Che dicono? Dicono “non devi lasciarmi”, “senza di te in me non c’è vita”, “senza di te io sono una casa vuo­ta”, “lascia che io divenga l’ombra della tua ombra” oppure “senza amore non siamo niente”». Il regista francese disse pure, in qualche intervista, non so dove, che quel film assomigliava a una canzone di Edith Piaf, era un po’ come Ne me quitte pas di Jacques Brel.

Vecchia questione quella del rapporto tra poesia e canzone. Mi piacerebbe un giorno dedicare un corso di letteratura italiana ai dintorni della letteratura. Chissà. Un corso sulle voci di Buscaglione e Conte, Tenco e De André, Springsteen e Tom Waits che sono riusciti a raccontare la loro epoca meglio di quanto facciano quei poeti che – loro sì – per dirla con il poetico (senza virgolette) Ligabue, “hanno perso le parole”. E questo perché la forza della musica “leggera” (sì, persino quella di Sanremo) è nel suo essere anche cultura orale. Come nell’incipit di Moby Dick («Chiamatemi Ismaele»), in cui Melville ci dice “guardate che non è solo roba scritta quella che leggerete, ma voce, racconto, respiro, invenzione senza fine”, la canzone è voce, voce che racconta versi, per questo cattura più della poesia (un mio ex alunno delle medie mi diceva: «prof, Dante non lo capisco, invece Vasco mi prende»). La poesia vuol essere rimasticata dalle parole di tutti e allora forse le inventeremmo o le scopriremmo una funzione. maxresdefaultChi ricorda Travis-De Niro in Taxi Driver (a proposito, il film ha compiuto proprio ieri quarant’anni)?
Ripeteva a memoria un intero elenco del telefono come un autistico. Eroico certo, ma profondamente malato, indurito, a un punto morto e senza speranza.

Io non me ne farò mai niente della letteratura che si perpetua uguale a se stessa. Io voglio che la poesia passi di bocca in bocca come le strofe di una canzonetta. Forse è per questo che i moderni vati sono le star della musica. E forse è giusto che sia così. I poeti avrebbero tanto da imparare ascoltando Sanremo, capirebbero che la parola può essere muffa (o «merda», come diceva Rimbaud della poesia) se non diventa corpo, fiato, spirito, sangue, se non si scioglie tra le dita quando cominciamo ad ascoltare le voci che si muovono sotto e dentro di essa. Proprio come succede con alcune canzoni che ci parlano, ci raccontano, ci mentono, ci recitano e recitando elaborano sogni, rappresentano il presente.

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