Paolo Poli al di là delle nuvole

Nei primi anni Ottanta, a Catania, vidi alcuni degli spettacoli teatrali più belli che ricordi. Al “Piscator”, un piccolo teatro in via Sassari, quasi ogni settimana c’era qualcosa di nuovo. Ricordo Flavio Bucci in una famosa edizione delle Memorie di un pazzo di Gogol e Adriana Innocenti, sola in scena e senza scene, nell’Erodiade di Giovanni Testori. E poi ricordo Paolo Poli, in Bus, una serie di variazioni dagli Esercizi di stile di Raymond Queneau. Mi piacque così tanto che per lungo tempo tenni una locandina dello spettacolo su un muro della mia stanza da letto. La sua voce, la capacità di modularla in falsetto, la mimica e la leggerezza della recitazione mi erano entrati in testa e negli occhi. Sapeva incarnare i sentimenti perduti degli adulti, sapeva rendere straordinariamente moderno e avanguardistico tutto ciò che altri avrebbero rubricato come ammuffito e retrò. E riusciva ad essere dissacrante come pochi, con spensierata ironia; i suoi sketch surreali, in equilibrio tra melò e paradosso, erano sbuffo di cipria mescolato a polvere di palcoscenico. Mi piace pensare che al di là delle nuvole, dov’è adesso, avrà già trovato il modo di far andare d’accordo anche Liala e Cocteau.

La Passione secondo Saramago

I soldati dissero a Gesù di sdraiarsi ed egli si adagiò, gli aprirono le braccia sul patibolo e, quando il primo chiodo, sotto il brutale colpo di martello, gli perforò il polso nello spazio fra le due ossa, il tempo retrocesse in una vertigine istantanea, e Gesù provò il dolore che aveva sentito suo padre, si vide come aveva veduto lui, crocifisso a Sefforis, poi l’altro polso e, immediatamente, la prima lacerazione delle carni quando il patibolo cominciò ad essere issato a strattoni verso la cima della croce, l’intero peso sostenuto dalle fragili ossa, e fu quasi un sollievo quando gli spinsero le gambe verso l’alto e un terzo chiodo gli attraversò i calcagni, adesso non c’è più niente da fare, c’è solo da attendere la morte.

Gesù muore, muore, e quando la vita comincia ad abbandonarlo all’improvviso, il cielo sopra il suo capo si spalanca e appare Dio, vestito come sulla barca, e la Sua voce risuona per tutta la terra, Tu sei il mio diletto figlio, in te ho riposto la mia gratificazione. Allora Gesù capì di essere stato portato all’inganno come si conduce l’agnello al sacrificio, che la sua vita era destinata a questa morte fin dal principio e, ripensando al fiume di sangue e di sofferenza che sarebbe nato spargendosi per tutta la terra, esclamò rivolto al cielo, dove Dio sorrideva, Uomini, perdonatelo, perché non sa quello che ha fatto. Poi, a poco a poco, si spense in un sogno, si trovava a Nazaret e sentiva il padre che, facendo spallucce anch’egli e sorridendo, gli diceva, Né io posso farti tutte le domande, né tu puoi darmi tutte le risposte. Quando aveva ancora un barlume di vita, senti che una spugna imbevuta di acqua e aceto di sfiorava le labbra, e allora, guardando verso il basso, scorse un uomo allontanarsi con un secchio e una canna in spalla. Ma non riuscì a vedere, lì per terra, la scodella nera dentro cui gocciolava il suo sangue.

José Saramago, “Il Vangelo secondo Gesù Cristo”

Il mondo mutilato

Da Sana’a a Parigi, da Deir Ezzor a Bruxelles, siamo tutti orfani di pace, inquilini di un mondo mutilato, dirimpettai di un condominio sovraffollato di morti, in cui ogni pianerottolo è la stazione di una via Crucis, ogni passo un’orma di sangue. Eppure è la fede nell’uomo, nel suo bagaglio di virtù elementari, nella sua capacità di riuscire a cantare la bellezza anche negli abissi del terrore, l’unico rimedio, il solo vaccino alla disperazione.

Apro dunque il libro e lascio che un altro parli per me:

Cerca di lodare il mondo mutilato. / Ricorda i lunghi giorni di giugno, / e fragole selvatiche, gocce di vino, la rugiada. / Le ortiche che metodicamente ricoprono / le case abbandonate degli esuli. / Devi lodare il mondo mutilato. / Hai visto gli yachts eleganti e le navi; / una aveva un lungo viaggio davanti a sé, / un oblio salato aspettava le altre. / Hai visto i rifugiati in cammino verso nessun luogo, / hai sentito il canto gioioso dei carnefici. / Dovresti lodare il mondo mutilato. / Ricorda i momenti in cui siamo stati insieme / in una stanza bianca, e le tende sbattevano. / Torna col pensiero al concerto, allo scintillio della musica. / Hai raccolto ghiande nel parco in autunno, / e le foglie facevano vortici sulle ferite della terra. / Loda il mondo mutilato / e la piuma grigia che un tordo ha perduto, / e la luce gentile che si disperde e svanisce / e torna.

                                                                                                            ADAM ZAGAJEWSKI