Paolo Poli al di là delle nuvole

Nei primi anni Ottanta, a Catania, vidi alcuni degli spettacoli teatrali più belli che ricordi. Al “Piscator”, un piccolo teatro in via Sassari, quasi ogni settimana c’era qualcosa di nuovo. Ricordo Flavio Bucci in una famosa edizione delle Memorie di un pazzo di Gogol e Adriana Innocenti, sola in scena e senza scene, nell’Erodiade di Giovanni Testori. E poi ricordo Paolo Poli, in Bus, una serie di variazioni dagli Esercizi di stile di Raymond Queneau. Mi piacque così tanto che per lungo tempo tenni una locandina dello spettacolo su un muro della mia stanza da letto. La sua voce, la capacità di modularla in falsetto, la mimica e la leggerezza della recitazione mi erano entrati in testa e negli occhi. Sapeva incarnare i sentimenti perduti degli adulti, sapeva rendere straordinariamente moderno e avanguardistico tutto ciò che altri avrebbero rubricato come ammuffito e retrò. E riusciva ad essere dissacrante come pochi, con spensierata ironia; i suoi sketch surreali, in equilibrio tra melò e paradosso, erano sbuffo di cipria mescolato a polvere di palcoscenico. Mi piace pensare che al di là delle nuvole, dov’è adesso, avrà già trovato il modo di far andare d’accordo anche Liala e Cocteau.

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