Niccolò Fabi e la poesia delle piccole cose

Nove piccole perle non fanno una collana, ma Una somma di piccole cose, il nuovo cd di Niccolò Fabi. Il musicista romano – 12 album, una carriera ventennale con uno standard sempre alto – sorprende ed emoziona ancora una volta. Forse un po’ di più, in quest’occasione, perché il progetto ci appare, se possibile, più ispirato e omogeneo dei precedenti, di un’ammirevole e commovente compiutezza. Siamo dalle parti – facile osservazione – di un cantautorato folk a cui probabilmente non gli dispiacerebbe essere accostato (Bon Iver, Ben Howard,  Sufjan Stevens), se non risultasse riduttivo per un artista singolare come pochi, nel panorama italiano, per coerenza musicale ed intensità d’ispirazione.

Per dirla francescanamente, Fabi canta l’infinitamente piccolo, l’impalpabile essenza di cose e aspetti minimi della vita, ma che sono quelli che la Vita finiscono col definirla. Se si volessero far circolare le idee di Serge Latouche sulla decrescita, bisognerebbe pensare di reclutare il musicista che arriva al cuore di quegli stessi problemi toccati dall’economista e filosofo francese, ma con una leggerezza calviniana (nel senso di Italo Calvino). Se si ascolta l’album, pensando a quelle teorie sulla sostenibilità ecologica e sull’involuzione della nostra società occidentale, schiacciata dalla corsa alla massimizzazione dei profitti, esso si presenta allora come un poeticissimo inno alla genuinità, senza inutili orpelli o ritocchi neanche nel packaging (la copertina – uno scatto che incornicia un paesaggio collinare – è di una disarmante ma allo stesso tempo rasserenante semplicità). E’ quel bisogno di un cambio di paradigma, di una retromarcia rispetto ai modelli dominanti di un consumismo schizofrenico (Ha perso la città) che Fabi canta, in un abito musicale prevalentemente acustico che, nonostante l’evidente uniformità tonale che lo contraddistingue, riesce a sembrare sempre diverso ad ogni ascolto, tale è la resistente capacità evocativa che mantiene.

E non è solo questa somma di piccole cose che determina l’ottimo risultato. Ci sono aspetti che, per conto mio, amo molto: l’etica del silenzio, contravveleno all’assordante frastuono (anche musicale) che non ci fa più riconoscere il talento; l’elogio della mitezza; il dovere di un sacro rispetto della natura (Filosofia agricola); la poesia della rinuncia (Vince chi molla); il coraggio di andare controcorrente, senza piegarsi a compromessi. Fabi lo fa in maniera convincente, senza pose profetiche, senza voler lanciare messaggi, ma conservando la speranza e anche uno straordinario pudore, persino quando rievoca (Facciamo finta) – ed è, secondo me, il momento più emozionante di tutto il disco – il più grande insostenibile dolore che possa capitare a un uomo.

La dittatura del “come dire”

Ogni epoca ha il proprio intercalare: parole, espressioni, esclamazioni che interferiscono con il discorso come un tic incontrollato, uno sfarfallio automatico e irriflesso che non veicola alcun contenuto semantico, ma che finisce col monopolizzare l’attenzione dell’ascoltatore. Almeno la mia. La linguistica li classifica come “frammenti di enunciato”, il problema però è proprio il fatto che “frammentano”, disintegrano, rompono. E non solo la comprensione di un discorso. Ascoltare qualcuno che una frase sì e l’altra pure mi mitraglia con interiezioni pleonastiche, decontestualizzate, ambigue, deviate e devianti, è come se mi prendesse a sberle, mi trapanasse il cervello, riuscendo tutt’al più a risvegliare l’Hulk in letargo dentro me.

Degli inutili dibattiti televisivi come delle quaresimali assemblee sul luogo di lavoro mi motiva ormai solo la logica da computisteria che rivela una mia mancata vocazione ragionieristica. Lo confesso: quando ascolto un collega che m’interpella in un corridoio per mettermi a parte del suo fondamentale punto di vista su un problema, mi predispongo all’ascolto indossando la compunta maschera dell’attenzione più fasulla e faccio invece partire mentalmente il contatore statistico che alla fine mi riporterà solo il numero di volte in cui avrà detto: assolutamente sì/no; allora; m’insegni; mediamenteappunto; diciamo; insomma; non so; niente; a livello di; praticamente; a pelle; eccetera; per così dire. Tralascio per decenza l’intercalare più frequente, per un siciliano come me, quello classico che allude all’organo riproduttivo maschile e che sembra l’irrinunciabile contrassegno linguistico del più vieto stereotipo del siciliano-tipo. Di tutto il resto della conversazione riesco a trattenere solo qualche larva, lacerti, brandelli irrelati. Forse è per questo che preferisco leggere anziché ascoltare e per lo stesso motivo non amo parlare a braccio, ma ho bisogno di una traccia scritta che mi tenga al riparo dal rischio di farmi nevrotizzare dai miei stessi tic linguistici .

comunicazione-efficace-intercalari-1Gli anni Settanta sono stati il decennio del “cioè”. Gli anni Ottanta hanno conosciuto il dominio della “misura in cui”. Nei confusi anni Novanta è risuonato un indistinto frastuono di avverbi usati impropriamente, su tutti l’affatto usato come negazione anziché nell’uso proprio che significa “interamente”. La disintegrazione delle ideologie ha riportato poi in auge gli studi di genetica: c’è stato un momento storico in cui il problema generale – per i partiti politici come per le squadre di calcio – sembrava dovesse essere quello di capire cosa facesse parte del “proprio DNA”. Gli anni Duemila hanno legittimato purtroppo gli stupri verbali del “piuttosto che”.

La nostra epoca invece è flagellata dal come dire, con la non molto significativa variante del cosa voglio dire che suona come una patetica resa alla propria incapacità di esprimersi in modo chiaro e definitivo, quasi sia necessario farsi esegeti di sé stessi. Perché non me lo dici chiaramente e subito cosa vuoi dire anziché confondermi prima le idee con la nebbia dei tuoi ragionamenti? A quel punto io sarò già sopraffatto e non avrò più l’attenzione sufficiente (io che di attenzione ne ho una tacca costante e non più) per continuare a seguirti. Migliaia di “come dire” invadono i discorsi come cavallette impazzite, piovono come le rane della famosa piaga biblica. La sua dittatura cui siamo generalmente assoggettati ubbidisce, come sempre, a una tendenza dominante, ma è sintomatica ancora una volta di un eloquio e di una capacità retorica sempre più sciatti e cialtroni. E’ poco meno di una zeppa del discorso, una pecetta per coprire le ferite del linguaggio. Come dire: una cicatrice verbale… Ops.

Ho sognato B.B.

Ho sognato Brigitte Bardot. Per fortuna non era la donna di cui la vecchiaia ha ormai oltraggiato la bellezza, ma ancora la semidea che trafficava talvolta con le mie fantasie adolescenziali. Sarà per le centinaia di film che il mio cervello ha masticato e per le svariate migliaia di scene che da cinquant’anni nutrono la mia immaginazione, fatto è che anche i miei sogni assomigliano a sequenze cinematografiche. Anzi potrebbero sicuramente concorrere a qualche premio tecnico, se esistesse un Academy Award per l’attività onirica. Ogni notte c’è di tutto: movimenti di macchina, campi e controcampi, montaggio analogico e parallelo, flashback e flash-forward, close up, ralenty, accelerazioni. Insomma: vado fiero dei miei sogni e di come li giro, e senza nemmeno doverci studiare più di tanto. Qualche volta mi posso permettere pure di giocare al risparmio, sognando sequenze famose già viste, con la differenza che ci sono io al posto di uno a caso dei tanti James Bond.
Stanotte invece ho sognato B.B., ma non quella di Roger Vadim che “piaceva a troppi”, la bocca perennemente imbronciata, piace_a_troppi_brigitte_bardot_roger_vadim_010_jpg_vxdjil seno incorniciato dal reggipetto a balconcino, la frangia sugli occhi verdi, il brivido caldo con cui la generazione prima della mia scoprì il proibito, l’ingenua libertina che  faceva tremare di desiderio ogni uomo mordicchiando semplicemente una carota.

Ho sognato 1963_Le_mepris_1che ero al posto di Michel Piccoli, in quell’inizio del Disprezzo di Godard, con lo struggente tema musicale di Georges Delerue, in cui facevo lo scrittore Paolo Javal che dichiara alla moglie: “Je t’aime, totalement, tendrement, tragiquement…”.
Lei è nuda, l’obiettivo della macchina da presa scivola sulle sue spalle, passeggia sulla curva della sua schiena appena inarcata, trascorre sui lombi e poi sulle gambe; la donna è una statua di carne che parla e chiede all’uomo cosa gli piaccia del suo corpo, ma senza alcuna intenzione volgarmente erotica. E’ senza dubbio la scena d’amore più bella che io ricordi, quella che avrei voluto inscenare davvero, se non ci avesse già pensato il cinema a fregarmi l’idea, quella per cui varrebbe la pena ricordare eternamente la Bardot, mai più così Donna.

L’assedio dell’importante

L’uso dell’eufemismo, ossia di quella figura retorica di pensiero che consiste nel sostituire, per scrupoli morali o per rispetto delle convenienze sociali, a un termine o a un’espressione indubbiamente appropriata, ma sentita come troppo cruda, un’altra di significato attenuato, deriva dallo scrupolo pervasivo del politicamente corretto. Ma produce, diciamocelo, non poche mostruosità linguistiche.

Passi pure per quelle che ricavo dalla lettura dei necrologi che catturano sovente la mia attenzione, proprio per la loro straniante convenzionalità. Di un individuo non si può proprio dire che “è morto”, ma piuttosto che “non è più con noi” (come se si fosse allontanato momentaneamente nello stanzino accanto); che “è mancato” (come se fosse svenuto); che “se n’è andato” (quasi infastidito dalla nostra presenza); che “è tornato alla casa del Padre” (come il figliol prodigo di evangelica memoria); che “ha raggiunto il caro marito” (forse partito prima in avanscoperta); che “si è unito agli angeli” (come in un trip psichedelico).

L’eufemismo appartiene a una sorta di linguaggio protettivo, frequente in ambito sanitario dove l’acquiescenza al gergo dei medici favorisce l’adesione all’anonimato dei malati. Placa l’ansia immediata di sapere di che malattia si soffre, nella speranza inconscia di ottenere una diagnosi rassicurante.

medium_2873106866Il problema è che viviamo ormai impantanati in eufemismi di ogni sorta: al ristorante non chiedo più dov’è il bagno, ma piuttosto “dove posso lavarmi le mani”; del condomino che ritengo inequivocabilmente cretino, preferisco sottolineare piuttosto la “modesta perspicacia”; dello scrittore amico che fatalmente mi chiede la presentazione di un suo libro che non venderà una cippa finirò col dire che il suo misconosciuto capolavoro “meriterebbe senz’altro migliore attenzione”; del collega con cui dissento senza mezzi termini persino sulla sua esistenza dirò sempre che “il suo ragionamento mi suscita qualche perplessità”.

Ma c’è un termine che non voglio più usare neanche sotto tortura, tale è l’inflazione con cui mi affligge ormai in ogni circostanza pubblica e privata rendendomelo intollerabile: è l’aggettivo importante. Esso è un relitto linguistico multifunzione, apparentemente utile come un coltellino svizzero e puntualmente inadeguato a qualsiasi reale e concreta esigenza o rappresentazione.

Quello che era il participio presente di importare e che, secondo il vocabolario Treccani, dovrebbe significare Di cosa, che per sé stessa o in rapporto a determinate circostanze, a determinati fini, è di gran conto o rilievo e deve essere tenuta nella dovuta e seria considerazione, improvvisamente è diventato un jolly utile a dar conto di qualsiasi cosa non riusciamo a dare spiegazione appropriata: l’inaccettabile aumento delle tasse è ormai una pressione fiscale importante; i licenziamenti in massa sono un’importante riduzione dell’organico lavorativoagnostico; il passaggio riuscito di un calciatore in una partita è diventato, per il commentatore, una giocata importante;  il critico cinematografico che recensisce un film in uscita non parla più di una buona recitazione degli attori, ma di una prova importante del cast.

L’importante è ovunque, ci assedia e ci disarma. E’ bene prenderne definitiva consapevolezza: una patologia non è più semplicemente grave, ma importante; un naso che richiederebbe un intervento di chirurgia plastica, non è enorme, ma importante; l’ingegnere che verrà a farmi il sopralluogo per ristrutturarmi casa dirà – lo so già – che le lesioni nel muro sono importanti. Ma che significa tutto questo? Sto morendo? Sono sfigurato dalla bruttezza congenita? Mi crollerà la casa, porca miseria?

Mi racconta una cara amica di aver assistito a una conversazione in cui una comune conoscente che non poteva vantare, per dentatura e prominenza della cavità oro-faringea, una bocca invidiabile, è arrivata a definire importanti persino le proprie gengive. Da questo capisco ormai che il grido disperato di Nanni Moretti in Palombella rossa (“le parole sono importanti!” – https://www.youtube.com/watch?v=qtP3FWRo6Ow) è destinato a morirci per sempre in gola.

Paolo Mieli e la profezia di Sciascia

Ci sono voluti trent’anni per dare ragione a Leonardo Sciascia. L’ha fatto ieri Paolo Mieli (Antimafia, la profezia di Sciascia) sul “Corriere della Sera”, lo stesso quotidiano che, nel 1987, pubblicò l’articolo che avrebbe innescato una delle più lunghe e controverse querelles giornalistiche del secondo dopoguerra. Non consola affatto il tardivo onore delle armi nei confronti dello scrittore, ma ha fatto bene il direttore del “Corriere” a ricordarci come lo scrittore sia stato, per decenni, bersaglio di un ben orchestrato tiro incrociato per il fatto di aver allora messo in discussione – prerogativa di chi svolge una funzione intellettuale, di chi esercita il ruolo di coscienza sociale interrogante  – non certo le qualità di Paolo Borsellino, ma le inconsuete e inedite modalità con cui il Consiglio superiore della magistratura aveva indicato il giudice per la carica di Procuratore della Repubblica a Marsala. A questa nomina si era pervenuti aggirando eccezionalmente il consolidato criterio dell’anzianità e ricorrendo a quello della «specifica e particolarissima competenza professionale nel settore della delinquenza organizzata in generale e di quella di stampo mafioso in particolare», facendo propendere per il collega più esperiente e dalla «diversa anzianità». La sua era, ed è bene ribadirlo ancora, una questione di metodo non di merito. Insomma, Borsellino aveva al suo attivo più processi antimafia dei suoi colleghi; l’eccezionale promozione sarebbe stata apprezzabile se non fosse stata, appunto, un’eccezione a cui non fa seguito alcun cambiamento delle regole e che dunque, di conseguenza, potrebbe non ripetersi in casi analoghi. Lo scavalcare ed aggirarle, seppure per uno scopo nobile, non poteva esser fatto passare sotto silenzio da un convinto garantista come Sciascia. Non si trattava tanto di difendere un criterio come quello dell’anzianità, ma di adottare un metodo trasparente e condiviso. Non c’è dubbio che, in quella fase della lotta alla mafia, il criterio della professionalità e delle esigenze di servizio fosse più utile rispetto alle aspettative automatiche di carriera basate sull’età, ma la critica non si appuntava sull’esemplarità di Borsellino quanto sul fatto che le modalità procedurali ed i criteri di selezione attitudinale dei magistrati, in funzione del conferimento di incarichi direttivi, devono essere osservati fino a quando l’organo che se ne serve non ne sancisca delle nuove, anziché procedere caso per caso. Così operando, invece, non si scongiurerebbe mai il rischio che le promozioni siano comunque legate a raccomandazioni o a influenze politiche. Peraltro la storia dell’esperienza siciliana di Giovanni Falcone che si vedrà scavalcato da Antonino Meli per la carica di consigliere istruttore di Palermo, sulla base di un criterio di anzianità anziché di merito e la successiva inchiesta del 1988 su Borsellino che porterà allo smantellamento del pool antimafia e alla vanificazione dei suoi risultati ne saranno la paradossale e contraddittoria verifica.

Cosa avevano a che vedere gli scrupoli oggettivi, in materia di difesa del Diritto e della Legalità, con la tesi subdola e strumentale di uno Sciascia succube di una sorta di fascinazione mafiosa? Quali analogie sussisterebbero tra la sua lezione di garantismo e la minestra cucinata per primi da Nando Dalla Chiesa e Pino Arlacchi e tenuta in caldo, nel tempo, da giornalisti come Giampaolo Pansa, filosofi come Manlio Sgalambro, scrittori come Sebastiano Vassalli e Luigi Malerba, che l’accusarono di mitizzare la mafia o di concettualizzarla, trattandolo alla stregua di Mario Puzo, l’autore della saga del Padrino?

paolo-borsellinoEppure tutti (o quasi) contre Sciascia che, con preveggente lucidità, mostrava di diffidare dell’antimafia come sovrastruttura sociale, dei suoi usi ed abusi di retorica, giustamente stigmatizzati oggi anche dai figli di quel giudice che, dalla Spoon River siciliana dei martiri della legalità, oggi forse darebbe anche lui ragione a chi capì la mafia prima degli altri, fornendone tutti gli incontestabili paradigmi.

E’ ormai chiaro a tutti, infatti, che l’espressione professionismo dell’antimafia, progressivamente invalsa con tutto il suo corredo retorico nel linguaggio giornalistico e politico, è sopravvissuta all’antimafia stessa. Non all’antimafia giudiziaria, beninteso, ma a quella sociale, al modello che contrassegnò un’epoca, all’esperienza rivoluzionaria di riscatto civile favorita, negli anni Ottanta del Novecento, dal metodo e dalla prassi del pool antimafia di Palermo e dal sacrificio dei suoi magistrati simbolo: Falcone e Borsellino. Tramontati gli emblemi di quella tormentata stagione, a prevalere oggi è il moralismo senza eticità dell’antimafia di Stato in giacca e cravatta, la tautologica essenza di una Commissione parlamentare antimafia che indaga sull’antimafia stessa per stabilire se questa debba considerarsi reale o formale.

Di questo essere rimasti a un nominalismo senza incidenza, tanto sulla diminuzione dei fenomeni mafiosi che sullo sviluppo di un’autentica cultura antimafiosa, Sciascia aveva dato prova già nel 1973 in un racconto intitolato Filologia, quasi una blague neanche tanto paradossale, in cui si narra di un mafioso colto – fatto sindaco del suo paese nel 1943 dagli americani – il quale impartisce una lezione sull’etimologia della parola “mafia/maffia” a un gregario ignorante. Lo fa servendosi di una citazione da un saggio di Giuseppe Pitré da cui si evince una palese incoerenza, rilevata dagli stessi due anonimi personaggi, tra il negare l’associazione («La mafia non è setta né associazione, non ha regolamenti né statuti. […] La mafia è la coscienza del proprio essere, l’esagerato concetto della forza individuale, unica e sola arbitra di ogni contrasto, d’ogni urto d’interesso e di idee; donde la insofferenza della superiorità e peggio ancora della prepotenza altrui») e il descriverla come tale un attimo dopo («Il mafioso vuol essere rispettato e rispetta quasi sempre. Se è offeso non si rimette alla legge, alla giustizia, ma sa farsi ragione personalmente da sé, e quando non ne ha la forza, col mezzo di altri del medesimo sentire di lui»).

Il mafioso colto finirà con l’istruire il subalterno su ciò che avrebbe dovuto dire alla commissione antimafia appena costituitasi, prevedendo che questa non avrebbe capito più niente «tra storia, filologia e lettere anonime», e tanto più per quest’ultime poiché «questa è una terra […] in cui nella stessa faccia […] un occhio odia l’altro occhio». Lui, dal canto suo, avrebbe chiesto «di essere sentito», per «dare il [suo] piccolo contributo… Un contributo alla confusione, si capisce…».

Una confusione che la formula professionisti dell’antimafia evoca purtroppo ancora oggi.

Intellettuale e/è uomo di lettere

   Leonardo Sciascia avrebbe voluto che sulla propria lapide campeggiasse la frase «contraddisse e si contraddisse», una definizione ispirata forse dalla lettura di un bellissimo saggio sull’illuminismo di Jean Starobinski, dal titolo L’invenzione della libertà, in cui il critico ginevrino definisce con le seguenti parole la condizione in cui vive «l’uomo dei lumi»:

    …nel momento in cui propugna il diritto di opporsi a qualsivoglia autorità acquisisce il senso della contraddizione. Da quel momento, può anche succedere che si trovi in contraddizione con se stesso: egli diviene, allora, il primo critico delle idee dalle quali è attratto ejeanstarobinski-1425660926 delle formule che ama, fino al punto di volere tentare l’esperienza del loro contrario.
Sotto questa definizione possiamo collocare tutti gli intellettuali: tutti coloro, cioè, che hanno la capacità, i mezzi e il tempo per tener desta la propria intelligenza. Cosa che comporta non il registrare passivamente, ma piuttosto il “criticare”, in forma attiva. Vale a dire: tutti gli intellettuali sono stati, o sono, uomini “dei lumi”.

Ma Sciascia preferì comunque all’etichetta di intellettuale la definizione di uomo di lettere, essendo la prima delle due categorie segnata da una sostanziale indistinzione che finisce con l’accomunare figure eterogenee, legate tra loro da un malinteso senso di compromissione con la realtà. “Intellettuale” è vocabolo che si può adattare al philosophe dell’epoca dei Lumi come al poeta romantico dalle pose titaniche, che può valere per il compagno di strada di un partito come per il militante organico a un’ideologia. Ma Sciascia non era né Voltaire né Byron né Vittorini e nemmeno uno dei tanti corifei dell’imperante intellettualità liquida profetizzata da Zygmunt Bauman.

emile-zola-006Semmai era come Émile Zola, strenue apostolo del primato della letteratura come strumento di smascheramento dei lati occulti della retorica dominante, assertore del principio secondo cui solo le lettere «regnano eternamente […] sono l’assoluto, mentre la politica è il relativo»: lo scrittore che usa le parole per diagnosticare i mali, senza pretendere d’imporre i rimedi che competono invece a chi governa, alieno da ogni fanatismo e detentore di un capitale simbolico che è unicamente quello della parola letteraria, con il proprio bagaglio di valori universali ed eterni. È il modello che si afferma a partire dall’affaire Dreyfus e che mira a escludere la coazione all’impegno e a restituire al letterato una funzione, la stessa che saprà incarnare Pasolini, ma con un sovrappiù di compromissione fisica ed energica eloquenza. 1446026097_6298pasolini1È il privilegio di una sorta di Verità congetturale che detiene lo scrittore che, scriveva l’autore del Romanzo delle stragi, «cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero».

La concezione della letteratura come intatto serbatoio cui attingere per trovare un senso anche all’insensatezza della Storia, Sciascia l’aveva invece formulata nel racconto Il Quarantotto laddove riconosceva nella scrittura «un modo di trovare consolazione e riposo; un modo di ritrovarmi, al di fuori delle contraddizioni della vita, finalmente in un destino di verità», un’accezione che traluce anche nelle parole del protagonista dell’Antimonio quando afferma: «Io credo nel mistero delle parole, e che le parole possano diventare vita, destino; così come diventano bellezza». La letteratura non solo conosce la verità e la rispecchia, ma la redime, pacificandola nelle sue contraddizioni sicché «l’uomo, col suo cuore vivo, per la pace del suo cuore, può legare in armonia pietra e luce, ogni cosa alzare ed ordinare al di sopra di se stesso».

Tragedie in 50 parole – Eartquake

Ci fu un boato cupo e quindi un violento tremore. L’appartamento al primo piano gli crollò addosso in pochi istanti. Lo estrassero dalle macerie dopo due giorni, le mani ancora sulla tastiera del pc. Sul profilo Facebook le ultime parole: “Ragazzi, l’avete sentita quest’altra scossa di terrem…?”

Evolversi e/o morire

Abito a Giarre, ma non la vivo più da tempo. Mi sembra di non conoscere nessuno e la cosa culturalmente più interessante che ci trovo da fare è la spesa al supermercato. Dopo una trentennale latitanza, decido allora di affrontare a piedi, con imprudente baldanza, il mio natio borgo ancora per molti versi selvaggio. Con mio grande stupore, incontro subito un amico della gioiosa adolescenza che riemerge imbiancato e solo ora da quell’era. Mi viene incontro con un gran sorriso, ma capisco con eccessivo ritardo che è dettato dal dispettoso compiacimento nel vedere che il tempo non ha lasciato segni solo sul suo viso. Sta per dirmi “sei invecchiato”, ma scala di marcia e frena intuendo la gaffe in agguato. Non abbastanza però dall’impedirgli il tamponamento frontale con un infelicissimo “sei….EVOLUTO” che, come una pietra tombale, mette la parola ‘fine’ alla nostra conversazione e, con essa, alla passeggiata tra gli indigeni giarresi miei concittadini che dubito avrà una replica, prima dei prossimi trent’anni.