L’assedio dell’importante

L’uso dell’eufemismo, ossia di quella figura retorica di pensiero che consiste nel sostituire, per scrupoli morali o per rispetto delle convenienze sociali, a un termine o a un’espressione indubbiamente appropriata, ma sentita come troppo cruda, un’altra di significato attenuato, deriva dallo scrupolo pervasivo del politicamente corretto. Ma produce, diciamocelo, non poche mostruosità linguistiche.

Passi pure per quelle che ricavo dalla lettura dei necrologi che catturano sovente la mia attenzione, proprio per la loro straniante convenzionalità. Di un individuo non si può proprio dire che “è morto”, ma piuttosto che “non è più con noi” (come se si fosse allontanato momentaneamente nello stanzino accanto); che “è mancato” (come se fosse svenuto); che “se n’è andato” (quasi infastidito dalla nostra presenza); che “è tornato alla casa del Padre” (come il figliol prodigo di evangelica memoria); che “ha raggiunto il caro marito” (forse partito prima in avanscoperta); che “si è unito agli angeli” (come in un trip psichedelico).

L’eufemismo appartiene a una sorta di linguaggio protettivo, frequente in ambito sanitario dove l’acquiescenza al gergo dei medici favorisce l’adesione all’anonimato dei malati. Placa l’ansia immediata di sapere di che malattia si soffre, nella speranza inconscia di ottenere una diagnosi rassicurante.

medium_2873106866Il problema è che viviamo ormai impantanati in eufemismi di ogni sorta: al ristorante non chiedo più dov’è il bagno, ma piuttosto “dove posso lavarmi le mani”; del condomino che ritengo inequivocabilmente cretino, preferisco sottolineare piuttosto la “modesta perspicacia”; dello scrittore amico che fatalmente mi chiede la presentazione di un suo libro che non venderà una cippa finirò col dire che il suo misconosciuto capolavoro “meriterebbe senz’altro migliore attenzione”; del collega con cui dissento senza mezzi termini persino sulla sua esistenza dirò sempre che “il suo ragionamento mi suscita qualche perplessità”.

Ma c’è un termine che non voglio più usare neanche sotto tortura, tale è l’inflazione con cui mi affligge ormai in ogni circostanza pubblica e privata rendendomelo intollerabile: è l’aggettivo importante. Esso è un relitto linguistico multifunzione, apparentemente utile come un coltellino svizzero e puntualmente inadeguato a qualsiasi reale e concreta esigenza o rappresentazione.

Quello che era il participio presente di importare e che, secondo il vocabolario Treccani, dovrebbe significare Di cosa, che per sé stessa o in rapporto a determinate circostanze, a determinati fini, è di gran conto o rilievo e deve essere tenuta nella dovuta e seria considerazione, improvvisamente è diventato un jolly utile a dar conto di qualsiasi cosa non riusciamo a dare spiegazione appropriata: l’inaccettabile aumento delle tasse è ormai una pressione fiscale importante; i licenziamenti in massa sono un’importante riduzione dell’organico lavorativoagnostico; il passaggio riuscito di un calciatore in una partita è diventato, per il commentatore, una giocata importante;  il critico cinematografico che recensisce un film in uscita non parla più di una buona recitazione degli attori, ma di una prova importante del cast.

L’importante è ovunque, ci assedia e ci disarma. E’ bene prenderne definitiva consapevolezza: una patologia non è più semplicemente grave, ma importante; un naso che richiederebbe un intervento di chirurgia plastica, non è enorme, ma importante; l’ingegnere che verrà a farmi il sopralluogo per ristrutturarmi casa dirà – lo so già – che le lesioni nel muro sono importanti. Ma che significa tutto questo? Sto morendo? Sono sfigurato dalla bruttezza congenita? Mi crollerà la casa, porca miseria?

Mi racconta una cara amica di aver assistito a una conversazione in cui una comune conoscente che non poteva vantare, per dentatura e prominenza della cavità oro-faringea, una bocca invidiabile, è arrivata a definire importanti persino le proprie gengive. Da questo capisco ormai che il grido disperato di Nanni Moretti in Palombella rossa (“le parole sono importanti!” – https://www.youtube.com/watch?v=qtP3FWRo6Ow) è destinato a morirci per sempre in gola.

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