La dittatura del “come dire”

Ogni epoca ha il proprio intercalare: parole, espressioni, esclamazioni che interferiscono con il discorso come un tic incontrollato, uno sfarfallio automatico e irriflesso che non veicola alcun contenuto semantico, ma che finisce col monopolizzare l’attenzione dell’ascoltatore. Almeno la mia. La linguistica li classifica come “frammenti di enunciato”, il problema però è proprio il fatto che “frammentano”, disintegrano, rompono. E non solo la comprensione di un discorso. Ascoltare qualcuno che una frase sì e l’altra pure mi mitraglia con interiezioni pleonastiche, decontestualizzate, ambigue, deviate e devianti, è come se mi prendesse a sberle, mi trapanasse il cervello, riuscendo tutt’al più a risvegliare l’Hulk in letargo dentro me.

Degli inutili dibattiti televisivi come delle quaresimali assemblee sul luogo di lavoro mi motiva ormai solo la logica da computisteria che rivela una mia mancata vocazione ragionieristica. Lo confesso: quando ascolto un collega che m’interpella in un corridoio per mettermi a parte del suo fondamentale punto di vista su un problema, mi predispongo all’ascolto indossando la compunta maschera dell’attenzione più fasulla e faccio invece partire mentalmente il contatore statistico che alla fine mi riporterà solo il numero di volte in cui avrà detto: assolutamente sì/no; allora; m’insegni; mediamenteappunto; diciamo; insomma; non so; niente; a livello di; praticamente; a pelle; eccetera; per così dire. Tralascio per decenza l’intercalare più frequente, per un siciliano come me, quello classico che allude all’organo riproduttivo maschile e che sembra l’irrinunciabile contrassegno linguistico del più vieto stereotipo del siciliano-tipo. Di tutto il resto della conversazione riesco a trattenere solo qualche larva, lacerti, brandelli irrelati. Forse è per questo che preferisco leggere anziché ascoltare e per lo stesso motivo non amo parlare a braccio, ma ho bisogno di una traccia scritta che mi tenga al riparo dal rischio di farmi nevrotizzare dai miei stessi tic linguistici .

comunicazione-efficace-intercalari-1Gli anni Settanta sono stati il decennio del “cioè”. Gli anni Ottanta hanno conosciuto il dominio della “misura in cui”. Nei confusi anni Novanta è risuonato un indistinto frastuono di avverbi usati impropriamente, su tutti l’affatto usato come negazione anziché nell’uso proprio che significa “interamente”. La disintegrazione delle ideologie ha riportato poi in auge gli studi di genetica: c’è stato un momento storico in cui il problema generale – per i partiti politici come per le squadre di calcio – sembrava dovesse essere quello di capire cosa facesse parte del “proprio DNA”. Gli anni Duemila hanno legittimato purtroppo gli stupri verbali del “piuttosto che”.

La nostra epoca invece è flagellata dal come dire, con la non molto significativa variante del cosa voglio dire che suona come una patetica resa alla propria incapacità di esprimersi in modo chiaro e definitivo, quasi sia necessario farsi esegeti di sé stessi. Perché non me lo dici chiaramente e subito cosa vuoi dire anziché confondermi prima le idee con la nebbia dei tuoi ragionamenti? A quel punto io sarò già sopraffatto e non avrò più l’attenzione sufficiente (io che di attenzione ne ho una tacca costante e non più) per continuare a seguirti. Migliaia di “come dire” invadono i discorsi come cavallette impazzite, piovono come le rane della famosa piaga biblica. La sua dittatura cui siamo generalmente assoggettati ubbidisce, come sempre, a una tendenza dominante, ma è sintomatica ancora una volta di un eloquio e di una capacità retorica sempre più sciatti e cialtroni. E’ poco meno di una zeppa del discorso, una pecetta per coprire le ferite del linguaggio. Come dire: una cicatrice verbale… Ops.

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