Niccolò Fabi e la poesia delle piccole cose

Nove piccole perle non fanno una collana, ma Una somma di piccole cose, il nuovo cd di Niccolò Fabi. Il musicista romano – 12 album, una carriera ventennale con uno standard sempre alto – sorprende ed emoziona ancora una volta. Forse un po’ di più, in quest’occasione, perché il progetto ci appare, se possibile, più ispirato e omogeneo dei precedenti, di un’ammirevole e commovente compiutezza. Siamo dalle parti – facile osservazione – di un cantautorato folk a cui probabilmente non gli dispiacerebbe essere accostato (Bon Iver, Ben Howard,  Sufjan Stevens), se non risultasse riduttivo per un artista singolare come pochi, nel panorama italiano, per coerenza musicale ed intensità d’ispirazione.

Per dirla francescanamente, Fabi canta l’infinitamente piccolo, l’impalpabile essenza di cose e aspetti minimi della vita, ma che sono quelli che la Vita finiscono col definirla. Se si volessero far circolare le idee di Serge Latouche sulla decrescita, bisognerebbe pensare di reclutare il musicista che arriva al cuore di quegli stessi problemi toccati dall’economista e filosofo francese, ma con una leggerezza calviniana (nel senso di Italo Calvino). Se si ascolta l’album, pensando a quelle teorie sulla sostenibilità ecologica e sull’involuzione della nostra società occidentale, schiacciata dalla corsa alla massimizzazione dei profitti, esso si presenta allora come un poeticissimo inno alla genuinità, senza inutili orpelli o ritocchi neanche nel packaging (la copertina – uno scatto che incornicia un paesaggio collinare – è di una disarmante ma allo stesso tempo rasserenante semplicità). E’ quel bisogno di un cambio di paradigma, di una retromarcia rispetto ai modelli dominanti di un consumismo schizofrenico (Ha perso la città) che Fabi canta, in un abito musicale prevalentemente acustico che, nonostante l’evidente uniformità tonale che lo contraddistingue, riesce a sembrare sempre diverso ad ogni ascolto, tale è la resistente capacità evocativa che mantiene.

E non è solo questa somma di piccole cose che determina l’ottimo risultato. Ci sono aspetti che, per conto mio, amo molto: l’etica del silenzio, contravveleno all’assordante frastuono (anche musicale) che non ci fa più riconoscere il talento; l’elogio della mitezza; il dovere di un sacro rispetto della natura (Filosofia agricola); la poesia della rinuncia (Vince chi molla); il coraggio di andare controcorrente, senza piegarsi a compromessi. Fabi lo fa in maniera convincente, senza pose profetiche, senza voler lanciare messaggi, ma conservando la speranza e anche uno straordinario pudore, persino quando rievoca (Facciamo finta) – ed è, secondo me, il momento più emozionante di tutto il disco – il più grande insostenibile dolore che possa capitare a un uomo.

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