Sicilia sconosciuta (da “La Sicilia”, 26 novembre 2016, p. 16)

Solo un lettore distratto scambierebbe Sicilia sconosciuta (Rizzoli, 2016) di Matteo Collura per una guida turistica come altre che affollano la sezione “Viaggi” delle nostre librerie, e non solo perché gli “itinerari insoliti e curiosi” che propone escludono in molti casi le canoniche mète del turismo di massa, ma soprattutto per il taglio che l’autore – scrittore, saggista e storica firma della pagina culturale del “Corriere della Sera” – ha inteso dare alla cartografia che delinea. Ne vien fuori la mappa di una terra vissuta passando in rassegna personaggi, luoghi, libri, ombre, edifici, relitti, echi e bagliori cui dà voce attraverso citazioni che esaltano la stratigrafia della cultura isolana.

9788817088053_1_0_1390_80La Sicilia, avvisa Collura in premessa, è “un sistema di isole contenute in un’isola”, affermazione questa che contiene e contempla altri precedenti, da quello di Giuseppe Antonio Borgese che nella sua Introduzione al volume Sicilia del Touring Club la definiva “un isola non abbastanza isola” a quella di Gesualdo Bufalino che, con Nunzio Zago, intitolava Cento Sicilie una pregevole antologia dei modi in cui la Sicilia era stata raccontata, convinto che essa “prima di essere un’anagrafe geografica, fosse essenzialmente una condizione morale”. E in quell’idea si racchiude anche il senso del libro di Collura che è anche un “racconto”, quasi che solo nelle spire di un’aerea trasvolata affabulatrice su un immenso patrimonio culturale, non priva però di rigore storico-critico e documentario, possa esserci l’unica e autentica possibilità di cogliere, come in un lampo, la ricchezza e la complessità della materia in questione. Discorso infinito, quindi, che si può solo riprendere, rilanciare, aggiornare, come fa l’autore attraverso la riedizione di un suo libro fortunato uscito per la prima volta nel 1984, ma successivamente riedito altre due volte con aggiornamenti e documentazioni fotografiche d’autore. Nella sua più recente veste, le nuove acquisizioni e le splendide foto di Melo Minnella esaltano i percorsi che attraversano le province siciliane, passando dall’itinerario architettonico palermitano sei-settecentesco del geniale scultore Giacomo Serpotta a quello rupestre che incombe sul mare messinese di Milazzo, dal magico e barocco catasto etneo alla Sicilia “lombarda” e medievale che orbita attorno al capoluogo ennese, dai reticoli lapidei della contea ragusana alle zolfare delle terre nissene addentate, nel passato, dalla morsa dell’usura del latifondo, dalle fonti siracusane dei papiri alla girgentana e pirandelliana zona del Caos fino alle isole trapanesi che scontornano l’isola grande.

9788817088053_2_0_1388_80Luoghi della memoria. Luoghi, insomma, come geografia dell’anima, addirittura come personaggi d’un racconto, protagonisti dell’imago Siciliae, più che semplice quinte letterarie. Gioacchino Lanza Tomasi, nel suo Luoghi del Gattopardo, insisteva molto sul rapporto, strettissimo e quanto mai inquieto, tra Giuseppe Tomasi di Lampedusa e, appunto, “i luoghi” in cui, per lo scrittore, “si racchiudeva la felicità”: il palazzo Lampedusa di Palermo distrutto da un bombardamento nel ‘43, il palazzo Cutò di Santa Margherita Belice (la Donnafugata del romanzo), ma anche le terre, i palazzi e i conventi teatro della vita degli avi Lampedusa a Palma di Montechiaro o, ancora, il rifugio di Villa Piccolo a Capo d’Orlando, il palazzo di via Butera in cui ricostruire, con poche suppellettili superstiti, gli interni della casa di famiglia e in cui vivere gli ultimi anni. In modo analogo, Collura ci restituisce un baedeker emotivo su un’isola-continente che si offre al lettore come un saggio narrativo, abbracciando nello stesso coversguardo tutto un mondo fatto di letteratura e di storia per il quale nutre un sentimento ambivalente, sospeso tra passione e disincanto, nella contemplazione di tesori che la Sicilia esibisce, ma spesso occulta, e rispetto ai quali l’autore si lascia andare qua e là a qualche rampogna per lo stato in cui vengono conservati o per l’inaccessibilità che li espropria alla curiosità del visitatore. Una Sicilia, insomma, non retoricamente abbarbicata allo stereotipo di locus amoenus, ma come una terra da cui evadere per farvi poi ritorno infinite volte con l’animo; una terra, per dirla con Borgese, che “scapiglia la fantasia solo se vista da lontano” perché se osservata da vicino, “chiude la bocca e il cuore”.

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