Corsi e ricorsi in appello

Dove l’appello è quello d’esame, i corsi quelli di studio e i ricorsi sono quelli storici degli errori, dei lapsus linguistici, degli sproloqui alle verifiche finali degli studenti. Ne ho già scritto in altre occasioni (vd. Son tutte belle le spade del mondo e La ringrazio per il disturbo), e quest’ulteriore perciò si configura come un nuovo tassello (una “gionta” avrebbe scritto Ariosto) di quella che inizia ad assomigliare vagamente a una saga (non “sagra” come ho sentito a un esame).

Lungi da me l’idea di voler infierire: ci tengo a precisare che adoro TUTTI i miei studenti, da quelli brillanti a quelli che si arrangiano, da quelli che ti rivelano un mondo interiore inimmaginabile (se solo riesci a vincere la loro introversione), a quelli estroversi che non si danno mai per vinti e suppliscono alle loro defaillances con esilaranti motti di spirito, da quelli tenaci e determinati, ligi alle consegne e severi con sé stessi, a quelli più approssimativi e “lagnusi”, disordinati ma con guizzi improvvisi di genialità. Mi metto sempre nella condizione di voler apprendere anche quando sono io ad insegnare, ognuno di loro è una sfida diversa, perciò mi incuriosiscono al punto da farmi considerare il mio lavoro il più stimolante e bello che io potessi fare. Perciò li rispetto sempre, molti di loro lo capiscono e non si sentono sottovalutati. Mi è capitato (ma non me ne faccio un vanto) chi mi ha sorriso anche dopo un esame andato male perché non si è sentito maltrattato per quello (ripeto sempre che a punirci o o a promuoverci ci penserà la vita e non un professore), chi mi ha ringraziato a distanza di tempo per una bocciatura, o chi mi ha confessato di avermi odiato per un voto basso che riteneva di non meritare, salvo poi riconquistarne col tempo la simpatia e la confidenza. Molti anni fa, quando insegnavo a scuola, ebbi per alunna anche una mia bravissima collega che oggi insegna russo nel mio dipartimento; allora le diedi 4 in un’interrogazione di latino e ne ridiamo sinceramente tutte le volte che ci incontriamo. Io sostengo che sia stato proprio quell’episodio ad averla incoraggiata e che dovrebbe essermi grata per aver capito verso dove indirizzare i propri interessi.

Senza-titolo1Detto questo, non riesco mai a trattenermi dall’annotare quanto di buffo ascolto ai colloqui d’esame o leggo nelle prove scritte degli studenti, non per comporne uno stupidario tra tanti di ogni genere, ma per conservarli nel cassetto dei ricordi lieti assieme a tanti momenti felici che hanno definito il mio essere ciò che sono – qualunque cosa io sia – come sono state quelli della mia adolescenza e della mia giovinezza, con tutte le ingenuità che l’hanno zavorrata, gli amori, i miei figli e l’illuminazione dell’essere padre, le passioni indomabili come quelle per la letteratura e il cinema, per i Beatles e Marilyn Monroe, per il basket e per la Juventus. E per quella nobile, seria, delicata responsabilità che è l’insegnamento.

Mi fa sorridere benevolmente, quando ne sento il bisogno, richiamare alla mente quelle volte in cui uno studente, sollecitato a dirmi quale fosse l’ultimo libro letto, ha cercato di far colpo dicendomi quanto avesse amato L’amico di TROVATO di Fred Ulhman o IN MEMORIA di Adriano della Yourcenar, Anna KARENÌNA di TOSTO o Le notti bianche di DOSTOI. E ancora le impervie e improbabili descrizioni di tragedie e crisi esistenziali di autori dalle biografie violentate (“Saffo era il dio dei venti che si suicida perché non riesce a realizzarsi sentimentalmente”; “Ippolito Nievo morì alla tenera età di trent’anni”; “Pavese si suicidò… come Croce”). Come pure la confusione ingenerata dallo studio matto e disperatissimo dei nostri tre maggiori autori italiani – Dante, Petrarca e Boccaccio – “le tre COROLLE che la nostra grande letteratura può vantarsene” – e che fa finire con l’attribuire all’autore del Decameron i componimenti del Canzoniere (Boccaccio in questo sonetto, il 234, parla della sua cameretta la quale in passato, cioè prima della morte di Laura, fu un rifugio di giorno per i suoi pensieri, di notte per le lacrime”) o sintetizza, come in un mash-up, i “canti di Boccaccio” e le “ottave di Dante”. La qual cosa accade con frequenza ogni qual volta si chiama in causa anche Foscolo e il suo immortale “carmo” Dei Sepolcri in cui l’inelluttabile verso “e tu gli ornavi del tuo riso i canti che il lombardo pungean Sardanapalo” scatena ardite congetture sull’identità in questione (“il protagonista del Giorno di Parini”; “un allievo di Parini, autore della Divina Commedia“; “un re assiro di discendenza longobarda”).platone-anteprima-500x430-697438

C’è la studentessa che risponde senza rispondere, semplicemente aggirando la domanda, perdendosi nei sentieri della divagazione, e che al mio “…sì, d’accordo, ma poscia?” replica piccata: “no, professore, Poscia non c’era nel programma, io sono arrivata a Manzoni….eh!!!”. Che fa un po’ il paio con quello che ti dice “D’Annunzio prese la concezione del superuomo da NIETZSCHE” (pronunciato come si scrive, tipo spelling) e alla correzione del docente che osserva “Nicce, si dice”, replica “ha ragione, professore: D’Annunzio prese la concezione del superuomo da NICCESIDICE” . O con chi, prendendo appunti durante la lezione, trascrive un mio “…perché, Marx docet…” in “Marx Docet sostiene che…”. Càpitano a volte anche imbarazzanti risvolti hard come quando ti dicono che “l’autore ha sodomizzato il concetto” o quando ti parlano dell’emisticChio di Dante (questa la capiranno solo i siciliani). Accade di scoprire che nell’IliadeAchille abbandona la moglie Diomede per seguire Ulisse nelle sue avventure” o che gli studi erùditi di Petrarca” lo abbiano portato ad “adottare una poetica separatista”.  Originali azzardi filologici o linguistici ci dicono che il Todo modo di Leonardo Sciascia debba il suo titolo all’espressione “Todo modo para bailar e non a Ignazio di Loyola (qualcuno lo ha citato persino come Sant’Ignazio Toyota”) che negli Esercizi spirituali scrive “Todo modo para buscar la voluntad divina”. Invitata a fare un’analisi retorica di un paio di versi, una studentessa ritenne di potervi rinvenire una enaiàsg e, al mio palese smarrimento, ci tenne a precisare che sul manuale c’era scritto enallage e che lei si scusava per la sua pronuncia francese.

Questo mio interesse è noto ad amici e colleghi tanto che essi stessi, sovente, mi segnalano bizzarrie linguistiche e concettuali che è capitato loro di poter documentare. E non solo agli esami di Letteratura italiana. Così ho annotato anche quelli di cui non sono stato testimone diretto, ma sulla cui veridicità non ho motivo di dubitare per la credibilità che riconosco alle mie fonti. Credo perciò che sia accaduto davvero che ci sia stato chi abbia parlato agli esami delle “Lobotomie del paradiso, cave siracusane dove vennero chiusi i prigionieri ateniesi” o che qualcuno abbia riconosciuto in Noam Chomsky “un giornalista dei new media”.esami-esami-ovunque-554x300

Non sempre i suddetti svarioni giustificano una bocciatura anche perché chi valuta cerca di tenere in debito conto l’emozione dell’esame e l’ansia del candidato, ma con tutta la benevolenza del caso, talvolta la censura è inevitabile. Potrebbe irritarmi solo l’arroganza di chi non vuole ammettere di dover consolidare la propria preparazione, come altri suoi colleghi hanno utilmente fatto, e che magari replica, come mi è accaduto, accusandomi di averlo preso di mira come “capo ispiratore della situazione”. Mi intenerisce, al contrario, lo studente respinto che comprende la natura delle proprie lacune e ammette l’inutilità di “piangere ormai sul latte macchiato”.

Quello invece che la sfanga potrebbe arrivare a chiederti se debba firmare il verbale d’esame “per disteso” e, a quel punto, a trapanarti la mente è il dubbio sulla necessità di ulteriori supplementi d’indagine.

Ermeneutica del “mah”

Incalzato per i sette/otto minuti di intervallo dalla ragazza che gli siede a fianco e che ha il tono di chi vuole crocifiggere l’interlocutore con recriminazioni di ogni natura, il giovane seduto una fila dietro di me al cinema, le oppone, alla fine, due laconici seppur differenti mah.

A quel punto tra i due cala una plumbea cappa di silenzio, favorita anche dall’inizio del secondo tempo del film. In quell’istante, del saggio uomo arguisco che debba trattarsi, in assenza di inflessioni che ne rivelino la provenienza regionale, di un siciliano della fascia compresa tra capo Passero e Capo Peloro. E lo dico da siculo-orientale, appunto, avvezzo alle vertigini metafisiche a cui lo specifico mah allude, in modo oltremodo pregnante proprio per la genìa di quella specifica area geografica.

785be7fde7c3112bd39737fd7fa8541cSi badi: avrebbe potuto pronunciare un dubbioso boh o persino un resistente bah o alternare al mah uno qualsiasi degli altri due monosillabi. E invece sceglie, secondo me in modo avveduto e premeditato, di risponderle con l’interiezione che più la disarma e che, proprio perché iterata, suona intenzionale, consapevole. Lei avrà speso qualcosa come qualche migliaio di vocaboli per dirle tutto il suo disappunto, lui invece se n’è uscito con una decina di parole in tutto, dapprima precedute da un mah che sembrava voler trasmettere il senso di una sospensione, come una sorta di training autogeno propedeutico a una più articolata replica destinata a rimanere a uno stadio che potremmo generosamente definire “di latenza” (“mah, se lo dici tu…”). Infine, dopo qualche altra battuta della ragazza, con geniale prontezza le assesta il colpo di grazia posponendo invece il monosillabo alla fine della frase (“tutte cose tu stai dicendo, mah!”) e lasciando sottintesa qualsiasi osservazione o giustificazione, anzi esprimendo uno scontento metafisico, uno sgomento esistenziale, un’amarezza più o meno sincera, una rassegnazione che immagino agisse anche da strategia colpevolizzante.

decisamente-mahValutando la gamma delle possibili reazioni femminili, dico tra me che, se le avesse detto boh, l’avrebbe probabilmente offesa per la coloritura di disprezzo e disapprovazione che il monosillabo suggerisce, scatenandole verosimilmente una reazione ancor più veemente oppure, se la percezione di lei fosse stata di una momentanea incertezza del giovane, le avrebbe fornito ulteriore energia per affondare ulteriori colpi a quelli solo provvisoriamente letali assestatigli. Lo stesso dicasi se, per accidenti, lui avesse usato un bah che suona come un’esclamazione di meraviglia, irritante, a dire il vero, dal momento che, per le argomentazioni addotte dalla fanciulla, sembrava assodato, per tutto il tempo del monologo femminile, che non ci fosse alcunché di inequivocabile.

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E’ grazie a quei mah che mi è tornato in mente un bellissimo racconto di Brancati intitolato Pipe e bastoni in cui un vecchio fa di quella lapidaria espressione il precipitato di una personalissima visione della vita:

L’unica sua stranezza era una parola ch’egli pronunciava di quando in quando, con un tono così basso, di una dolcezza così profonda nella sua brevità, ch’io ne rimanevo sempre commosso: questa parola era: Mah!
Non c’era, in essa, né sconforto, né dubbio, né gioia, né delusione, o piuttosto non c’era alcuno dei sentimenti umani in misura forte e preponderante, ma un misto assai delicato e profondo di tutti.
Come uno strumento, usato per anni da esperti suonatori, riesce finalmente ad emettere un “la” o un “mi” di rara qualità, così quell’uomo, sperimentato per anni dalla vita, era in grado di mandare un suono particolare, un monosillabo che mi dava ogni volta una scossa ai nervi.
La sua vita era piena di fatti e di esperienze, ma egli non ne aveva ricavato alcuna regola.
Questo lo sottraeva al pericolo di morire fra i proverbi, come tanti altri siciliani.
Molte cose gli erano parse strane, e non era riuscito a capirle.
Ma per ciò non si tormentava la testa, né si credeva in diritto di pronunciare grandi parole come il mistero della vita o l’inconoscibile.
Si accontentava di guardarle attentamente nella memoria, guardarle, riguardarle, e finalmente diceva: Mah!

Non chiedete come finisse il film perché, a quel punto, avevo rinunciato a seguirne la trama da almeno un’ora.

Gaetano, l’antidivo

La fine è nota: la carriera di uomo di Gaetano Scirea si concluse fatalmente tra le lamiere di una vecchia Fiat 125 in fiamme il 3 settembre 1989, lungo un’anonima strada di Babsk, in Polonia. Quella del calciatore invece si era conclusa un anno prima, all’età di 35 anni, al termine della stagione 1987-88, dopo 377 partite di campionato e 552 totali con la maglia bianconera.

20190925_1212552059088197119491478.jpgVedere la mostra a lui dedicata, all’interno dello Juventus Museum, significa arrendersi alla nostalgia, immergersi in una vasca di decantazione che separa frammenti di un’umanità e di una civiltà che stentiamo a riconoscere negli atleti di oggi. Il rimpianto è anche quello per un’epoca in cui il calcio non si era ancora trasformato definitivamente in show business e i campioni erano sì idoli delle folle – come lo erano stati Sivori, Riva, Facchetti, Rivera, Zoff, Baresi – ma da antidivi, da “tipi che parlano piano” come cantarono gli Stadio in una canzone (Gaetano e Giacinto) dedicata proprio a Scirea e Facchetti, sommessi interpreti di un understatement inconcepibile per i procuratori e gli sponsor delle odierne star dell’universo pedatorio.

Scirea, con quel prominente nasone che torreggiava sotto le sopracciglia perennemente aggrottate, era un bizzarro connubio di sobria eleganza e buona educazione, di pudica mitezza e rara lealtà (tra i suoi record, uno di quelli che a mio giudizio spicca di più è il non essere mai stato espulso durante una partita). “Un angelo piovuto dal cielo”, a detta di Enzo Bearzot che fu il c.t. della nazionale che vinse il nostro più bel Mondiale, quello dell’82, la nazionale di cui Scirea diventerà capitano 4 anni più tardi. Primo in assoluto ad aver vinto tutte le competizioni per club, il suo fu un palmares da far invidia ai campioni di ogni epoca. Era fortissimo, ma troppo umile anche solo per pensarlo, la sua vera forza essendo la normalità, il senso del pudore che gli derivava dalla consapevolezza di essere, in quanto calciatore della Juventus, un privilegiato, magari non con la potenza atletica di un Ronaldo o la destrezza di un Messi, ma riuscendo lo stesso a ritagliarsi un ruolo – quello del libero moderno o meglio del difensore con i piedi da regista – di cui resterà tra i massimi interpreti nella storia, talmente perfetto nella lettura delle situazioni di gioco da essere il compagno di gioco più affidabile. Nella tradizione calcistica precedente, almeno dai tempi del mitico Virginio Rosetta che fu una specie di Scirea degli anni Trenta, il libero poteva difettare di dinamismo dovendo essere essenzialmente un abile difensore pronto a chiudere sull’avversario e intelligente a prevedere. Gai invece univa a queste caratteristiche la rapidità nello sganciamento, l’appoggio, la capacità di dettare i tempi dell’azione e lo faceva con una semplicità e un’eleganza che gli riusciva naturale. Tutti ricordano il gol di Tardelli nella finale mundial vinta contro la Germania, ma quanti saprebbero dire che nacque da un fondamentale colpo di tacco e poi da un assist di Scirea che, mentre il compagno esplodeva nella gioia incontenibile di un urlo che qualsiasi spettatore a distanza di 37 anni  saprebbe riconoscere, si limitò ad alzare semplicemente un braccio?

Al giorno d’oggi è difficile vedere calciatori che non siano patologicamente innamorati della propria immagine e che quando parlano non amino ascoltare la propria voce; Scirea, al contrario, rinunciava alla propria continenza verbale solo per dire cose di un’esattezza dettata da elementare buon senso. Nel chiasso mediatico dei nostri tempi, una figura di calciatore così non troverebbe spazio.  Certo, di atleti straordinari è pieno il mondo del calcio anche ora, ma si tratta nella maggior parte dei casi di mercenari; ciò che rimpiango non è solo un campione quasi “per caso” come Gai, ma tutta un’epoca e uno spirito che l’intellettuale uruguaiano marxista Eduardo Galeano ha efficacemente riassunto così: download“La storia del calcio è un triste viaggio dal piacere al dovere. Mano a mano che lo sport si è fatto industria, è andato perdendo la bellezza che nasce dall’allegria di giocare per giocare. In questo mondo […] il calcio professionistico condanna ciò che è inutile, ed è inutile ciò che non rende”.  E Scirea, nella sua “inutile” sobrietà e semplicità era essenziale per tenere in vita un ethos ormai irrimediabilmente perduto. 

APPUNTAMENTO AL BUIO (lui, lui e l’altra)

Mettiamo le cose in chiaro: non voglio che tu ti faccia illusioni. Va bene la simpatia che provo ancora, ma da qui a farmi cambiare idea sul tuo conto ce ne corre. Me ne hai fatte vedere troppe e ti conosco come le mie tasche ormai. Sei prevedibile. Se ho deciso di vederti, perciò, non è per curiosità o perché mi aspettassi qualcosa di diverso, ma per rispetto del tempo che abbiamo passato insieme, delle emozioni che pure ci sono state tra noi. Ricordo ancora lo stupore delle prime volte, cosa riuscivi ad inventarti: pendevo dalle tue labbra, mi annichilivi coi tuoi discorsi. Poi qualcosa si è incrinato, mi lasciavi sempre col sospetto che mi volessi prendere un po’ in giro. E a buon prezzo. Ecco, a quel punto ho avuto il sentore che un po’ ci marciassi e i tuoi giochetti mi sono stati via via più chiari. Così, a poco a poco, ciò che prima mi sembrava godibile mi è diventato stucchevole.

Gli altri possono pure pensare che sei geniale, ma sono abbastanza smaliziato da riuscire a distinguere l’intelligenza dalla furbizia. Sì, è furbizia la tua. La gente si diverte perché sei un affabulatore. L’ho capito: ti piacciono il cinema, i fumetti, la tv, purché siano cialtroni. Ma basta, basta! Sempre la stessa solfa. Non fai altro che citare e ricitare, a volte anche a sproposito o cambiando le carte in tavola e vuoi convincermi che Sergio Corbucci vale Orson Welles. Ma ti parli addosso per ore e alla fine non mi hai detto niente. E non è che tutti sono cinefili! Mi sembri uno con la sindrome di Peter Pan, non riesci mai a essere serio e finisce che butti tutto in vacca, anche le tragedie. Per te tutto è pop, anche il Male della Storia, i nazisti, le vittime dei crimini violenti. Non si può. Non puoi prendere tutto a ridere, non puoi continuamente ammiccare e gigioneggiare, con quei due che fanno tanto Starsky e Hutch. Lo sapevo che sarebbe finita così e, infatti, mi sono detto: fallo almeno per lei, vacci, almeno ti riempi gli occhi. Che incanto di ragazza, con quel nome che ti lascia la bocca aperta solo a pronunciarlo: Margot. E che occhi – porca paletta – roba che la osservi in tutta la sua vaporosa ed esagerata biondità e ti immagini già la felicità di quando – come dice uno che conosco – le prendi a morsi le labbra e tutto si vela di fumo rosa e il viso di quella persona si cambia in un’infinità di farfalle e poi cominciano a piovere piume di colombe e senti nitriti di cavalli e poi ti butti su un letto e le teste si coprono di serpenti che ti carezzano e i serpenti si coprono di ricci di mare che li solleticano e i ricci di mare si coprono d’oro e di regali e gli scarabei d’oro rincorrono impazziti meduse spettinate… e allora capisci che la felicità potrebbe essere tutta lì o non finire mai. Ecco, te lo volevo dire, lei non mi è sembrato tempo sprecato anche se tu l’hai voluta sprecare rendendola insignificante.

A questo punto, non so se ci rivedremo ancora. Toglimi solo una curiosità che mi ha trivellato il cervello per due ore e quaranta: ma questa fissa per i piedi l’hai sempre avuta o me ne accorgo solo ora?

Acrostico traverso

Si tratta di una variante più articolata, di mia invenzione, del tradizionale acrostico. In questa forma, non sono le lettere iniziali di ogni verso a formare un nome ma, nell’ordine: la prima lettera della prima parola del primo verso, la prima lettera della seconda parola del secondo verso, la prima lettera della terza parola del terzo verso, e così via. Quello che segue è un esempio, dedicato a uno dei miei personaggi letterari preferiti.

 

1200px-Armide«Argo non mai, non vide Cipro o Delo»

tanti ricci capelli promettere

lusinghe di magie e disincanti.

Se alla felicità ingannare serva,

sa l’astuta e dilettosa giovane

che nel fuoco ti svelerà Amore.

Don Abbondio premier e il Parlamento Kāma Sūtra

Sedici mesi di cronaca politica italiana ci hanno offerto una tale varietà di posizioni politiche probabili e improbabili, ipotetiche e possibili che più che a un Parlamento siamo di fronte a una rivisitazione triste del Kāma Sūtra. Oggi, la nascita di un nuovo movimento denominato “Italia viva” non aiuta a organizzare l’orgia e a semplificare il quadro complessivo. Anzi. Me lo rende semmai più inquietante, anche per quell’aggettivo – viva – che non poco diffidenza mi suscita quando lo vedo declinato in frasi del tipo “El Che vive”

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e che mi fa pensare sempre al fatto che il soggetto in questione è sicuramente morto e con lui le idee che aveva incarnato.

Da qualsiasi punto di osservazione si decida di osservare la situazione, la sensazione insopprimibile è che l’eventuale (e in pratica improbabilissimo) vantaggio consista tutt’al più nel mantenimento dello status quo e che sia impossibile poterne trarre profitto.

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Come nel gioco delle tre carte in cui c’è un conduttore del gioco (Conte, non a caso un avvocato – un azzeccarbugli, in dialetto milanese zaccagarbùj cioè, letteralmente, uno “scioglitore di nodi” – che indossa però la tonaca di Don Abbondio), due finti sfidanti (Di Maio e Zingaretti) e due “pali” (Renzi e Grillo) che si posizionano in un’area strategica, in modo da poter avvisare i complici dell’arrivo delle forze dell’ordine (Salvini, se solo questi avesse una familiarità anche larvale col senso dell’ordine).

Non so in quale altro Paese dell’Occidente civilizzato sarebbe possibile una concezione tanto creativa della politica, la capacità di trarre il meno peggio dal peggio. Fatto è che, in Italia, tutto ciò è possibile per una genetica capacità di assuefazione degli italiani all’ingovernabilità.

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Lo aveva capito già Leonardo Sciascia nel 1979, al termine della propria esperienza parlamentare, quando dichiarava che «in realtà questo Paese è invece il più governabile che esista al mondo: le sue capacità di adattamento e di assuefazione, di pazienza e persino di rassegnazione sono inesauribili. Basta viaggiare in treno o in aereo, entrare in un ospedale, in un qualsiasi ufficio pubblico, avere insomma bisogno di qualcosa che abbia a che fare con il governo dello Stato, con la sua amministrazione, per accorgersi fino a che punto del peggio sia governabile questo Paese, e quanto invece siano ingovernabili coloro che nei governi lo reggono: ingovernabili e ingovernati non dico soltanto nel senso dell’efficienza; intendo soprattutto nel senso di un’idea del governare, di una vita morale del governare».

Ma tutto ciò non può stupire nessun italiano che abbia fatto lezione del romanzo più italiano che sia mai stato scritto, anzi: il Romanzo dell’Italia, per eccellenza, se solo si tiene a mente la lezione dei Promessi sposi, libro che ogni studente ha odiato, in quanto lettura obbligatoria ma che, anche odiandolo, ha inconsapevolmente metabolizzato facendo del suo unico vincitore – Don Abbondio – la metafora stessa della propria identità e delle vicende che racconta l’altro elemento di modernità che lo distingue e cioè l’essere il modello di un’indagine morale degli italiani.

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È in un saggio di Cruciverba su Goethe e Manzoni che Sciascia ci dice come, già dalla sua prima lettura dei Promessi sposi, si fosse radicata in lui la convinzione che «il protagonista ne fosse don Abbondio, personaggio perfettamente refrattario alla Grazia e che della Provvidenza si considerava creditore». Sul filo di queste meditazioni, lo sosteneva il ricordo della lettura di un’opera del 1933 intitolata Il sistema di Don Abbondio, a suo dire «la migliore introduzione alla lettura dei Promessi sposi», opera del salernitano Angelandrea Zottoli, singolare figura di critico pressoché dimenticato, ma che varrebbe la pena di rileggere, la sua irregolarità essendo forse proprio l’elemento che lo rendeva ancor più interessante agli occhi di Sciascia.

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Ma già in un saggio di Zottoli dal titolo Umili e potenti nella poetica di Manzoni don Abbondio appariva come l’uomo della morale utilitaristica, la stessa che Manzoni aveva avversato nelle Osservazioni sulla morale cattolica, l’incarnazione cioè di un «sistema» con cui il personaggio del curato finisce per identificare il paradigma dell’italiano peggiore, menefreghista di fronte alle più palesi iniquità. Tetragono alle sofferenze di Renzo e Lucia e ai rimproveri del Cardinale Borromeo, è lui a risultare il vero vincitore, dopo la morte di padre Cristoforo, nel finale dell’opera. È lui a dominare, «con la sua gioia scomposta per la morte di Don Rodrigo, con la sua morale dell’onestà cauta e passiva» – per dirla anche con l’Ezio Raimondi del celebre saggio Il romanzo senza idillio. Insomma, Don Abbondio – ribadisce Sciascia – «è colui per il quale veramente il “lieto fine” del romanzo è un “lieto fine”» (e questo legare il «lieto fine» al più cinico dei personaggi dei Promessi sposi, dice di come egli non consideri il romanzo un’edificante metafora, bensì «un disperato ritratto dell’Italia» del Seicento, dei tempi dell’autore e dei nostri giorni.

Un «sistema», dunque, quello del pavido don Abbondio, che regola la sua esistenza, estendendosi al contempo a quella di una società, «un sistema di servitù volontaria», chiarisce meglio Sciascia, “non semplicemente accettato, ma scelto e perseguito da una posizione di forza, da una posizione di indipendenza, qual era quella di un prete nella Lombardia Spagnola del secolo XVII. […] L’uomo del Guicciardini, l’uomo del “particulare” contro cui tuonò il De Sanctis, perviene con il personaggio manzoniano alla sua miserevole ma duratura apoteosi. Ed è dietro questa sua apoteosi, in funzione della sua apoteosi, che Manzoni delinea – accorato, ansioso, ammonitore – un disperato ritratto delle cose d’Italia: l’Italia delle grida, l’Italia dei padri provinciali e dei conte-zio, l’Italia dei Ferrer italiani dal doppio linguaggio, l’Italia della mafia, degli azzeccagarbugli, degli sbirri che portan rispetto ai prepotenti, delle coscienze che facilmente si acquietano…”.

Per Sciascia è l’altra variabile di quell’idea della Storia come perpetuazione di trasformismi di varia natura e nefasti privilegi di casta, di una società in cui i confini del grande gioco di interessi tra poteri forti sfuma in un unico corrosivo e indecifrabile magma.

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Quel nodo inestricabile di compromissioni e corresponsabilità lo scrittore siciliano lo descrive ottimamente alla fine del Contesto quando parla di «un paese dove non avevano più corso le idee, dove i principi – ancora proclamati e conclamati – venivano quotidianamente irrisi, dove le ideologie si riducevano in politica a pure denominazioni nel giuoco delle parti che il potere si assegnava, dove soltanto il potere per il potere contava. […] potere che sempre più digrada nella impenetrabile forma di una concatenazione che approssimativamente possiamo dire mafiosa». E che si occulta, s’interra, s’ingrotta anche nel suo rovescio che dovrebbe essere nobile, cioè l’antimafia, diventando così il paravento degli eterni «eroi della sesta», come li definì Sciascia, che è l’espressione con cui i milanesi ribattezzarono, dopo le famose «cinque giornate» del 1848, le persone dedite a quel coraggio che non costa nulla. L’espressione era stata usata in un saggio – La sesta giornata – che spiega come in Italia, nonostante una coerente linea di letteratura civile che da Dante conduca a Carducci, attraverso Alfieri e Foscolo, non ci sia stata una vera «poetica della Resistenza» che altrove, in Spagna per esempio, fu risvegliata anche attraverso episodi come la fucilazione di Federico Garcia Lorca, prova del fatto che «ogni forma di fascismo si realizza attraverso la collera degli imbecilli». Da noi prevalse invece la confusione tra Fascismo e Patria, l’emulazione dell’ozioso e pavido don Abbondio come archetipo dell’italianità, che ha sempre fatto intonare ai connazionali la «poesia della sesta giornata», di coloro cioè che sono pronti ad affrontare le barricate, armati e incoccardati, quando ormai tutto è finito.

Italia e italiani da fare, dunque, da sempre e a dispetto dell’auspicio di Massimo D’Azeglio, giacché né il Risorgimento prima né la Resistenza poi sono state occasioni di una svolta radicale per la nazione e di un’epocale assunzione di responsabilità ancorata nei suoi costumi e nella sua cultura a quel paradigma umano che Manzoni aveva indicato come il precipitato dei nostri vizi, della metastorica vocazione al perseguimento del “particulare”, da ottenere per il tramite di un ceto dirigente cronicamente trasformista. A mio modo di vedere, perciò, è proprio la somma dei vizi e degli anti-valori di cui Manzoni sovraccarica la figura di Don Abbondio, unico personaggio a non conoscere la palingenesi di una metamorfosi morale e a non conoscere redenzione per via della morte (come accade invece a don Rodrigo e al Griso) a fargli conferire dall’autore (intenzionalmente?) un valore paradigmatico che fa di lui non solo un modello di anti-religioso per eccellenza, ma anche, alla vigilia dell’Unità d’Italia, il paradigma di un’italianità da scongiurare e da esorcizzare, il portatore di «una vera e propria visione del mondo, che ha una precisa connotazione di classe […] la prospettiva tipica del piccolo borghese, dell’uomo d’ordine, a cui ripugna ogni eccesso e ogni trasgressione, che rifiuta ogni forma di eccezionalità, positiva o negativa che sia, in nome di ciò che è comune e normale, eretto a valore supremo e a criterio universale di giudizio».

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Una maschera universale che appartiene, come scrisse Giorgio Manganelli, al «monotono eterno dell’esistenza» ma anche profondamente italiana, catalizzata nella sua controfigura più emblematica, quella di Alberto Sordi, epitome dell’italiano medio conformista e pusillanime, familista e mammone, opportunista e voltagabbana, messa a fuoco grazie soprattutto al programma televisivo che andò in onda con successo tra il 1979 e il 1986 e che emblematicamente s’intitolava Storia di un italiano. Esso produsse il risultato di elevare non solo la fiction al rango di documento, ma di promuovere quella maschera a simbolo di un italiano a cui si può perdonare ogni vizio, in virtù della sua carica umoristica, come sottolinea Italo Calvino in Autobiografia di uno spettatore, quando afferma che «più la caricatura dei nostri comportamenti sociali vuol essere spietata, più si dimostra compiaciuta e indulgente» senza riuscire perciò ad essere veicolo di una critica sociale radicale.

Dio ne scampi dalle culistar

Eppure c’è stato un tempo – io me lo ricordo! – in cui il cibo lo vedevi solo in due occasioni: a tavola e in tv durante Carosello. Ora ovunque è un trionfo di carboidrati, grassi, proteine che ammiccano da ogni dove e ti ispirano una voluttà di morte che nemmeno i quattro amici della Grande abbuffata di Marco Ferreri quando decidono di ritirarsi in una vecchia villa parigina per suicidarsi in un’orgia di cibo e sesso. Gli odierni officianti del kamasutra gastrico di massa sono loro: gli chef stellati. Ricordo un’edizione di qualche anno fa del Salone del libro di Torino in cui c’era più pubblico per Carlo Cracco o Antonino Cannavacciuolo che per un premio Nobel. Non so se mi spiego. Al Salone del LIBRO, non alla sagra della trippa. Altro che cuochi, perciò, gastrosofi semmai che hanno modificato per sempre il rapporto di qualsiasi comune mortale con la cucina. 1513932836_cannavacciuoloUno a caso di loro sta all’ars coquinaria come un archistar quale Renzo Piano sta all’architettura. Si potrebbero definire perciò culistar questi cerusici del filetto, culturisti del villo intestinale, titillatori seriali della papilla gustativa. Imperversano nei cooking show di ogni canale televisivo conquistandosi la stessa bramosa curiosità che nei primi anni della tv commerciale si riservava alle pin-up scosciate di “Drive in” o al parasoubrettismo softcore di “Colpo grosso”. 

Gli effetti di questa perversa gastrofilia li registro a tavola, dove gli stessi commensali per i quali fino a qualche anno fa la polpetta era né più né meno che una balla di manzo tritato affogata nel sugo ora ne discutono come se fosse una di quelle sfere di bronzo del noto scultore Arnaldo Pomodoro che si scompongono, si “rompono”, si aprono perché chi le guarda vi scopra un meccanismo interno, un contrasto tra la perfezione della forma  esteriore e una qualche recondita complessità interna, ricavabile (nel caso della polpetta) da una sfumatura olfattiva, da un impercettibile accento di spezia esotica, da un imprevisto contrasto salivare.

E siccome siamo quello che mangiamo, l’ormai inevitabile fotografia del piatto da esibire su Instagram, Facebook e Pinterest si trasforma in una nuova e occulta forma di narcisismo al contrario in cui non siamo più noi a specchiarci, ma ciò che compiace il nostro palato e vale a definirci per la fattura che rivela, per la perfezione zen con cui copula col piatto di portata.heinz_download

Negli anni Cinquanta, il Roland Barthes di Miti d’oggi, aveva già profetizzato l’invasione e la suggestione profonda delle immagini legate al cibo, descrivendo le foto delle pagine di cucina di una rivista francese come “ciò che offre fantasie a coloro che non possono permettersi di cucinare certi pasti”. Ma parlarne, al contrario, è permesso a tutti ed è così sempre ormai, per tutto il pranzo o la cena, in un barocco esercizio di equilibrismo verbale che trascorre dalla dissertazione sul livello di “granatura” alla lezione sul modo più efficace di “croccantare”, che ti vaporizza le appendici riproduttive quanto un dibattito sulla fiducia al governo, e giù giù fino al caffè che se non rilascia almeno una “nota” di legno aromatico o caramello vale quanto la scolatura dei piatti messi a lavare.

Roba che mi fa rimpiangere ogni volta il classico panino vastaso dei carrozzoni ambulanti alle sagre del pomodoro a scocca. Maledette culistar!

“De turpiloquio” 2, la vendetta. Postilla poetica.

Non faccio in tempo a finire l’articolo “De turpiloquio” (e altre scorie linguistiche nocive) che mi ritrovo ad essere involontario testimone di una conversazione telefonica realmente avvenuta, ma di cui posso riferire solo le battute di uno degli interlocutori. Per la precisione una giacché al chiosco del bibitaro dove stavo gustando un tamarindo al limone mi giungevano alle orecchie solo le colorite espressioni di una bella ragazza sull’orlo del precipizio di una crisi di nervi. Quello che sembrava l’epilogo di una storia d’amore con un imprecisabile lui, si scopre essere, in un coup de theatre conclusivo, un’inaspettata dichiarazione d’amore. Riporto tutto qui, in sintesi lirica, precisando che non ho aggiunto assolutamente nulla alla sostanza e che mi sono  limitato, per il semplice vezzo di volermi concedere una catulleria semitrash, a mettere in versi le battute rubate. Garantisco che le parole usate sono quelle e non altre e mi dichiaro disponibile a voler corrispondere ogni eventuale diritto d’autore all’anonima e inconsapevole autrice, qualora avanzasse richieste in tal senso. Chiedo solo l’assoluzione dei miei quattro lettori più pudichi e invoco la protezione dei poeti licenziosi a me più cari, dal divino Aretin Pietro a Micio Tempio.

ODI E TTA’,  OVVERO: AMORE BIPOLARE                   (endecasillabi dissolti)

Pezzo di merda menomato e finto,

immenso stronzo vattene affanculo.

Che sei un coglione in faccia l’hai dipinto,

tu m’hai sfinita manco fossi un mulo.

Testa di cazzo, frocio e smidollato,

schifoso tanto che m’hai rovinato.

Per averti, uccidere potrei, lo so,

che ti amo tanto e per sempre ti amerò.

“De turpiloquio” (e altre scorie linguistiche nocive)

Leonardo da Vinci scriveva che “chi altri offende, sè non sicura” (Frammenti letterari e filosofici, III, 52), intendendo che chi insulta si deve in qualche modo preparare a una reazione che può essere dolorosa, a meno che un’evangelica mitezza (prerogativa della minor parte dell’umana progenie), non suggerisca seriamente di porgere l’altra guancia (o peggio).

Arthur Schopenhauer aveva invece spiegato come il ricorso all’insulto grossolano, all’offesa rozza e arrogante, sia una sorta di dichiarazione di resa, di implicita ammissione d’impotenza dialettica da parte di chi realizza inconsciamente di essere inferiore al proprio interlocutore e non voglia prenderne atto («la natura bassa sente una tendenza del tutto istintiva, appena avverte una superiorità spirituale»). Come si può pensare di riuscire a dominare il contendente se non si è in grado di controllare sè stessi?

Il frequente ricorso odierno all’insulto, la facilità con cui si pensa di risolvere anche banali controversie, prevaricando l’avversario con collerica villania, rappresentano insomma uno spostamento dell’attenzione dall’oggetto della contesa al contendente.

Certo è che la volgarità senza precedenti dei nostri tempi ha sdoganato i peggiori improperi ad ogni latitudine e longitudine socio-culturale: dal delinquente analfabeta dei quartieri urbani malfamati al televisivo maître à penser urlante,

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dall’adolescente di buona famiglia in subbuglio ormonale alla studentessa universitaria trentaelode (non importa quanto triste e solitaria o allegra ed espansiva), dal professore che si vuole accattivare, a modico prezzo, la simpatia degli studenti con un gergo poco confacente al suo ruolo di pedagogo al ministro degli Interni (ma sarebbe meglio dire “delle interiora”) che, in mancanza di idee e visioni, può far leva solo sulle viscere e i peggiori istinti della massa

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(“Per il solo fatto d’esser parte di una massa, l’uomo scende di molti gradini nella scala della civilizzazione. Preso da solo, era forse un uomo civile; nella massa, è un istintivo, perciò un barbaro”, dice Freud).

Il registro varia a misura delle virtù di chi si serve di epiteti e contumelie di varia natura, ma il minimo comune denominatore è tuttavia la reazione di chi trova immensamente più disdicevole l’insulto ricevuto di quello pronunciato. Come dire che l’offesa di cui ci rendiamo responsabili ci sembra sempre veniale, se messa a confronto con quella che talvolta subiamo.

Mi guardo bene dal fornire suggerimenti su come si possa arrecare discredito in modi ben raffinati. Lo aveva già fatto con convincenti argomentazioni, oltre al filosofo tedesco, l’argentino Jorge Louis Borges nella sua Storia dell’eternità, suggerendo metodi ed espedienti per rendere memorabili le offese attraverso l’intromissione di sofismi e l’invenzione di buone astuzie. E prima di lui, nel 1926, il letterato e lessicografo cinese Liang Shiqiu aveva licenziato un trattato (La nobile arte dell’insulto) che spiega bene quale dovrebbe essere il principio che regola l’ingiuria perfetta fornendocene la bussola argomentativa: «Quando si rivolgono critiche a qualcuno, bisogna farlo in una lingua infinitamente sottile il cui senso rimanga implicito. Conviene evitare che l’avversario si renda conto fin dalle prime parole che lo si sta criticando: è solo al termine di un certo tempo di riflessione, a poco a poco, che questi giunge a prendere consapevolezza che le parole rivoltegli erano tutt’altro che benevole. Lo si metta a suo agio, cosicché il suo viso dapprima sorridente, viri poi dal bianco al rosso, dal rosso al violaceo, infine dal violaceo al grigio plumbeo. Questo è il più alto grado nell’arte dell’insulto».

Ma senza elevarsi troppo nelle aeree regioni della speculazione d’autore, basterebbe soggiornare per qualche tempo in un quartiere proletario di Napoli, per rendersi conto di come nel lessico barocco e iperbolico di un popolo che ha conosciuto sottomissioni ancestrali si possa celare un’irriverenza che riesce ad essere superiore senza voler avere alcuna intenzione demolitrice dell’avversario. Quasi a volergli dire: “non ti sopporto, ma so scherzarci su”.
Capa ’e chiuovo detto a una persona ottusa e maldisposta a intendere ragione (come è dura la capocchia del chiodo) o Capa ’e ’mbrello col sostantivo usato eufemisticamente in luogo di un riferimento anatomico per dire di una persona che parla a vanvera, hanno un’efficacia espressiva immensamente superiore alla più corriva ed usuale delle ingiurie, quella per intenderci che attribuisce alla sommità del corpo maschile la conformazione della parte terminale del proprio organo riproduttivo.

Avrei serie difficoltà a prendermela più di tanto con qualcuno che volesse sottolineare la mia inadeguatezza dandomi del “cataplàsemo ’e semmente ’e lino” mentre non sarei disposto a perdonare chi mi apostrofasse con un meschino e corrivo “sei un coglione”. Quello che mi incuriosisce dell’insulto è perciò la capacità dello stesso di aprire squarci sui limiti di chi lo pronunci più che sulle reali ragioni di chi lo subisca. Il turpiloquio è il punto molle del pensiero e colpisce di più chi lo adopera, avvilendolo nella dignità e rendendolo ostaggio della propria aggressività.

Come gran parte degli esseri umani, di parolacce me ne sono sentite rivolgere non poche (anche da chi mi dichiarava affetto o amore), ricambiandole talvolta perché, come insegna Leopardi (pensiero LVII), “ad ottenere che gl’ingiuriatori si vergognino, non v’è altra via, che di rendere loro il cambio”. Ma mi ripugna così tanto l’abuso che si fa del turpiloquio che vorrei evitare anche di nominarli espressamente quei termini, preferendo loro alcune perifrasi che li rendano riconoscibili.

Alzino la mano gli uomini che non sono mai stati apostrofati con quel termine di origine longobarda che sta a indicare una massa fecale (umana) di forma cilindroide o con quello derivante dal greco κολεός (koleós, cioè guaina, fodero, sacchetto) e utilizzato poi nella Priapea o la donna che si è sentita assimilare a un’omologa esercitante commercio del corpo o alla femmina del bovino. Capita sovente di essere etichettati anche come individui che suscitano repulsione fisica (e che quindi sono da “schivare”) o di essere associati, in multiple varianti onomasiologiche, a un organo maschile la cui summa essenziale sembra essere la parte apicale. Indubbiamente i termini più odiosi, al punto da farmi venir voglia di venire alle mani, sono quelli che alludono a patologie o malattie come la sindrome di Langdon-Down o a svantaggi fisici e mentali che la Natura fa subire ai più sfortunati. Vocaboli inaccettabili più di altri perché designano correntemente categorie deboli o ritenute tali, e declinati per esprimere invece odio. Tra i giovani poi, di questi tempi, va molto di moda e viene usato con eccessiva e disinvolta frequenza un aggettivo orrendo che letteralmente significa “privato in maniera più o meno grave dell’integrità o dell’efficienza fisica o morale”. Beninteso, a seconda dei contesti in cui le parole vengono usate, il loro peso lesivo è differente, quello che conta è perciò l’intenzione con cui vengono usate.

Offendere è la cosa più facile e inutile che si possa concepire. Inutile, perché l’insulto che useremo per apostrofare qualcuno non servirà affatto a migliorarlo. palombella-rossaIo che di parole vivo e che nelle parole credo (“Come paaarlaaaa? Come paaaarlaaaa? Le parole sono importanti”, grida Nanni Moretti in “Palombella rossa”) cerco di non dimenticare mai che esse, a seconda delle circostanze, possono alternativamente essere finestre o muri, carezze o schiaffi. Forse è anche per questo che negli alterchi preferisco il più delle volte tacere, perché non mi rendo conto mai fino in fondo di quale possa essere il confine oltre il quale una parola possa diventare un proiettile. La parolaccia non è mai neutra, non è un semplice intercalare o una distratta interiezione, ma può arrivare dalle orecchie di chi ascolta al suo intelletto che vi scorge un sentimento o una qualità in grado di proiettare sull’interlocutore una luce sinistra. Siamo le parole che usiamo e la violenza verbale non si autoassolve, al pari della violenza fisica; chi parla male pensa male e chi pensa male agisce di conseguenza. A voler ricorrere ancora al mio adorato Leopardi, continuo a ritenere che “a viver tranquilli nella società degli uomini, bisogna astenersi non solo dall’offendere chi non ci offende, cosa ordinaria: ma eziandio, cosa rarissima, dal procurare che altri ci offenda”.