Le imperdonabili di Antonio Di Grado

Domattina Antonio Di Grado terrà la sua lezione di commiato dall’università. Lo farà al Monastero dei Benedettini di Catania, il luogo che più ne ha contrassegnato la brillante carriera di studioso e di docente. Lo farà pedinando un tema che gli sta a cuore da anni e su cui solo di recente ha trovato il modo inconfondibile di ingaggiare l’indifferibile corpo a corpo: le visionarie di ogni tempo, dalle Marie dei Vangeli alle beghine e alle mistiche del Medioevo, da Simone Weil a Cristina Campo, da Clarice Lispector ad Anna Maria Ortese. Lo farà da par suo, nei modi che gli sono più congeniali della “conversazione” che intreccia numerosi percorsi di creatività e di fede com’è nel libro suo ultimo che tutto del suo passato comprende – stile, temi e strategie critiche – e cioè Le amanti del Loin-Prés. Ma non è di questo libro che voglio parlare, almeno per il momento, bensì di lui che, per me, non è stato solo un modello di insegnamento a cui mi sono sempre ispirato, ma l’interlocutore privilegiato dei miei dubbi critici, lo sherpa che mi ha guidato con sollecitudine e pazienza nell’esplorazione di libri, il consulente che mi ha ispirato le trame critiche che vado ancor oggi imbastendo, disseminando dubbi e domande che fatalmente ne hanno rimescolato le carte. E ancora il fratello maggiore, l’amico che per me vive dentro il rito di passeggiate, ora pensose ora scanzonate, tra i corridoi del “nostro” monastero, di quell’amicizia irrinunciabile che scintilla nel silenzio di pudiche complicità, che mi regala salde convinzioni e mi riserva passioni adulte, cara a coloro che cercano i propri modi di sentire, come scrive Vitaliano Brancati, «nella dispensa, ove le cose più pregiate sono le più antiche».

La sua lezione più bella e importante, quella che consegna a me e ai suoi tanti allievi, è un’idea di apprendimento e di insegnamento, inusuali in un’università in cui il più delle volte si coltivano e si difendono privilegi, ci si arrocca in arcigne torri d’avorio, ci si guarda bene dal praticare spontaneamente la salutare igiene dello scambio scientifico e persino dall’azzerare o almeno abbreviare distanze gerarchiche, seppure in nome del comune interesse umanistico.

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Quello che accomuna i suoi libri, le sue ricerche, quello che potrebbe costituire il suo “metodo” (parola che per certi aspetti gli ripugna) ha qualche attinenza con una storiella che si può leggere tra di un critico di cui non dirò subito il nome: secondo una teoria cabbalistica, il male si sarebbe affacciato al mondo “attraverso la fessura capillare di una sola lettera errata… dalla trascrizione sbagliata di una sola lettera o parola quando Dio dettò la Torah al suo scriba eletto”. Il male, la sofferenza, sono dunque un fatale refuso nel dettato divino. Ipotesi suggestiva, ma ancora di più lo è la deduzione di questo critico, di cui chierici e oltranzisti, per quanto accigliati, dovrebbero tenere conto: questa genesi del male suggerisce infatti “una definizione dell’ebreo come colui che legge sempre con la matita in mano”. Insomma, siamo tutti impegnati (ebrei o valdesi, buddhisti o laici, ma con la matita in mano o stretta fra le pagine di un libro appena chiuso), se non a rimediare all’irreparabile svista primigenia quanto meno a prevenirne un’altra, per amore di questo perfettibile mondo.

Il critico di cui ho omesso il nome in prima battuta si potrebbe collocare come granitico cippo al crocevia di tante stagioni critiche attraversate anche da Di Grado: mi riferisco a George Steiner, eclettico cittadino della parola per il quale non ha senso postulare razionalmente significati univoci nella forma estetica prescindendo dall’ipotesi attiva della possibilità della trascendenza o di Dio. E l’importanza che Di Grado ha sempre dato all’atto della lettura-interpretazione è, di fatto, un’aperta dichiarazione di profession de foi nel linguaggio e nella lettura del testo contro i masochistici metodi critici e le autolesionistiche dottrine che del senso costituiscono la mortificazione.

Una critica, la sua, che perciò si potrebbe definire fideistica e che è anche stata la dedizione appassionata a un’Idea d’insegnamento che l’università ha spesso mortificato e avvilito, un’idea di apprendimento che legittima e scatena astratti furori e che pure lui si è ostinato a far resistere e rinascere per altre vie che, in passato, sono stati i forum telematici, oggi è quel ring del pensiero libero di Facebook, il suo sfogatoio pubblico, che credo lo abbia affascinato dopo decenni di militanza svolta per altre vie perché vissuto non come una rete che crea lontananze e solitudini, ma un ponte, un luogo di confine e di passaggio per avvicinarsi a mondi diversi, in un passaggio scambievole, appunto, tra il corpo fisico e il corpo che viaggia nello spazio virtuale, giocando con intelligenze multiple, mescolando i piani, i saperi, le conoscenze.

Nei tanti giovani che ha formato io ne rivedo oggi uno che molti anni fa, entrando in un’aula in cui teneva lezione, rimase folgorato, abbandonò il relatore che aveva già scelto e gli chiese di poter svolgere con lui una tesi di laurea perché era rimasto irretito, nel bene e nel male, dall’affabulatoria malìa di un professore da cui intuiva che avrebbe avuto molto da imparare, anche umanamente perché amava confrontarsi, esporsi, esibire simpatie e avversioni, indipendentemente dal fatto che gli capitasse, nella vita, di aver fatto il critico o l’assessore, l’autore teatrale o il direttore di una Fondazione, il presidente di un Teatro o di un’associazione politico-culturale.

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Da quando sono un suo collega, e a maggior ragione oggi, sento di avere una responsabilità, sento il bisogno di raccogliere il testimone di una staffetta. Non voglio nemmeno immaginare cosa sarà per me entrare al monastero e non vedere più la lama di luce che al mattino esce dalla porta del suo studio, indizio della sua presenza e sentiero che mi invita a entrare per un consueto scambio di battute o per il rituale caffè della mattina. Non riesco d’altro canto a immaginare come possa sentirsi lui, cosa possa significare congedarsi da una professione vissuta piuttosto come il “mandato” di chi è stato, per molti giovani ed ex giovani come me, ciò che Kafka diceva dei libri in una sua lettera: “un rompighiaccio per spezzare il mare gelato dentro di noi”.

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E mi viene in mente una scena della Commedia dantesca che mi sembra un passaggio fondamentale per capire il rapporto tra maestro e allievo, e cioè quando, alla fine del XXIII canto dell’Inferno, Virgilio capisce l’inganno di Malacoda che ha affidato i pellegrini alle cure di dieci diavoli neri assicurandoli del fatto che avrebbero trovato un passaggio agevole lì vicino per uscire dalla Bolgia. Si tratta del più clamoroso e consapevole errore di valutazione del duca, tanto inaspettato che un frate dannato, Catalano dei Malavolti, si prende gioco sarcasticamente della sua buona fede dicendogli che nella dotta Bologna aveva già sentito dire che tra i difetti del diavolo ci fosse anche l’esser «padre di menzogna». A quel punto tocca al fedele Dante raccogliere il testimone, proteggere il maestro, svolgere il compito di porsi sulle sue «care» orme. Il semplice aggettivo – “care” – dice tutto dell’affetto e della fiducia che l’allievo ripone nella propria guida. E dice altresì del superamento della paura, del senso di incertezza e di inadeguatezza iniziale, grazie a quella rassicurante presenza nel solco del cui magistero l’allievo intende la necessità. Il rapporto tra i due è qui di una tenerezza struggente: il porsi «dietro a le poste de le care piante» (Inf., XXIII, 148) è il riconoscimento ulteriore di un ruolo non astratto, come poteva essere per Dante l’insegnamento di Brunetto Latini. Qui è l’allievo che fa di Virgilio il Maestro e non questi che impone un sigillo elettivo sul discepolo, perché lo fa diventare materia della propria storia, proclamandogli devozione inalterabile, accarezzandone la momentanea tristezza, nel momento in cui capisce che la sua fede non trema più.

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Ben oltre il “mezzo del cammin della mia vita”, mi sembra che il tempo rallenti, ma solo perché ho meno fretta, difettano gli occhi, ma la vista interiore mette a fuoco meglio, la pelle perde in elasticità, ma le cicatrici restano tese e mi regalano ricordi, prendo peso facilmente, ma mi sento più leggero dentro. E non ho più rancore né rimpianti, coltivo più curiosità che entusiasmi, mi distraggo facilmente, ma non mi spaventa perdere l’orientamento. E mi incantano ancora i capricci delle parole, l’eleganza di un filo di fumo, l’alchimia dei colori all’aurora, i disegni delle nuvole, le imprevedibili traiettorie di volo delle farfalle, la pazienza delle gocce che scivolano dalle foglie dopo la pioggia, la docile resa dei rami che si flettono al vento. the-kid-charlie-chaplin-maxw-824E mi commuove sempre la poesia delle piccole cose, il sonno dei bambini, la gentilezza inaspettata, la generosità disinteressata, la melodia di una canzone d’amore. E quella scena struggente del Monello che avrò visto migliaia di volte.

Un altro anno è passato, e sono sempre di più quelli che me lo ricorderanno (maledetto Facebook!) eppure sarò grato lo stesso a chi, pur nel facile bagliore di un clic sul monitor, si farà abitare per un istante dal ricordo che ha di me. Però come sarebbe bello se quell’abbraccio virtuale fosse, per una volta, un contatto vero, l’incrocio di uno sguardo, il dono di una storia qualsiasi da raccontarsi, uno stupore a caso di cui meravigliarsi insieme. 

walt-witmanNon sarà così, lo so. E non potrò perciò ringraziare come vorrei. Potrò solo condividere, con chi se ne accorgerà, queste parole e i versi amati che mi suonano in testa adesso, nel silenzio di una notte senza stelle: “Non c’è mai stato più inizio di quanto ce ne sia ora, / Né più giovinezza o vecchiaia di quanta ce ne sia ora, / E non ci sarà mai più perfezione di quanta ce ne sia ora, / Né più paradiso o inferno di quanto ce ne sia ora. / Sprona, e sprona, e sprona, / Sempre la procreante spinta del mondo”.

La costruzione dell’Amore

La notizia è questa: Mechthild Flury-Lemberg, una studiosa tedesca di tessuti antichi, un’autorità nel campo, osservandone le cuciture, ha ipotizzato che 19 dei 31 rattoppi con cui è rammendato il saio di Francesco d’Assisi, conservato nella sala delle Reliquie della Basilica di Assisi, siano della stessa mano. Quest’ultima sarebbe quella di santa Chiara e i ritagli proverrebbero tutti dallo stesso tessuto, e cioè il mantello di lei.

La veste penitenziale che Francesco preferì alle pregiate stoffe di cui si spogliò al cospetto del Vescovo di Assisi, volgendo così le spalle al proprio passato di figlio di agiato mercante, ha la tinta smorta della terra – un cinerino che scolora nel beige – e la forma di un sacco, come il sagum romano (da cui il nome “saio”), una camicia contadina che si ricavava dagli indumenti militari smessi, e come si addiceva a un legionario della fede corso «in guerra del padre» (Dante dixit). Un abito solo, a forma di croce, per entrare con tutto il corpo nel mistero del Gesù Crocifisso, rivelazione suprema del Dio-Amore del Vangelo cristiano. E con un cappuccio, come la testa di un’allodola. Piccolo di statura com’era, e sotto quel copricapo bigio, Francesco doveva davvero assomigliare all’«umile uccello che va volentieri per le vie in cerca di qualche chicco», come si legge nella Leggenda perugina.

Se la tunica rossa di Gesù di cui parla Giovanni nel Vangelo non presenta rattoppi, è perché la Sua immagine, di cui ogni uomo è somiglianza, non ammette strappi; il saio usurato e rammendato di Francesco traduce, al contrario, nelle 31 pezze che lo tengono insieme, tutta la fragilità, le lacerazioni interiori, la labilità e la provvisorietà dell’uomo.

Un solo abito – estate e inverno – e quando si strappava era sufficiente rammendarlo. Pare che a questa mansione Chiara avesse provveduto altre volte e che anzi fosse lo stesso poverello, una volta l’anno, a rivolgersi a lei per queste emergenze sartoriali.

abs-francis-l_1492331Per come la penso, non mi interessa stabilire la fondatezza di quest’ipotesi quanto considerare la straordinaria potenza simbolica di quel saio rattoppato, feticcio d’amore libero e intenso di una donna che non vuole banalmente “abbellire” con brandelli del proprio mantello un’umile veste divenuta già reliquia dopo la morte dell’uomo, quanto ribadire, nell’atto di rammendarlo, un’idea: le vesti di Francesco e Chiara, le loro seconde pelli, prima a contatto dei corpi poi cucite insieme come in un mistico abbraccio d’amore spirituale e carnale a un tempo. A ricordarci che l’amore è un lavoro di sartoria, la stoffa che ci è data all’inizio è integra, ma col tempo si logora e perde lucentezza. Occorrono mani certosine e pazienti che rammendino gli inevitabili strappi, che esibiscano anziché nasconderle le imperfezioni dei rattoppi perché nessun amore terreno è pieno, intero, ma vive di difetti, si nutre di errori e carità, di comprensione e volontà di ricucire e riciclare per non buttare via, si chiarisce nel tempo per approssimazioni, come ogni costruzione che nasce dal nulla, e «spezza le vene delle mani, mescola il sangue col sudore», come si dice in una famosa canzone. L’amore ci nutre, come il sangue, e il sangue è bruno, come la terra che a sua volta nutre la Natura, come il saio cinerino di Francesco che della Natura fu l’amante più appassionato.

“I would prefer not to”: essere senza avere

Più passa il tempo più mi rendo conto di assomigliare agli eroi della rinuncia che mi sono scelto, quelli di cui leggo in una plaquette di Carlo Ossola del 2011 che, col titolo En pure pert. Le renoncemment et le gratuit, raccoglieva le lezioni del corso Comment vivre ensemble tenuto nell’anno accademico 1976-77 al Collège de France. Sulla scena perimetrata dal filologo avanzano i campioni della Gelassenheit, dell’abbandono, dello sciogliersi dalle convenzioni del sé: dal Rudin di Turgenev al Bartleby di Melville, dalla Félicité di Flaubert al Pagnka di Leskov, dall’Oblomov di Goncarov al principe Myskin di Dostoevskij, dal Minetti di Thomas Bernhard al Don Giovanni di Peter Handke poiché il  fuoco tematico è la nudità della rinuncia messa di fronte all’accumulo della conquista. Sono loro i campioni dell’esilio da sé, delle virtù ‘passive’ come il dépouillement, il distacco, l’abbandono: una letteraria «società della stanchezza», replica di quella reale presa in esame, prima di Ossola, dal filosofo sudcoreano Byung-Chul Han che, in un saggio che porta questo titolo, ha studiato le nevrosi dell’individuo ossessionato dal mito dell’iperattività, dalla bulimia del possesso, dalla frenesia del godere di tutto, nell’odierna società della competizione incapace di gestire la “negatività” dell’esperienza.

Una costellazione letteraria di antieroi «senza qualità» che si definiscono per sottrazione, di “negati” che all’attivismo ulissistico oppongono l’attesa, la desistenza, il rifiuto, la retraite, il distacco, il ritegno che già Roland Barthes aveva definito nei termini della déprise cioè del «lasciarsi andare, dentro di sé, al riposo da sé», del fare vuoto e silenzio all’interno e all’intorno. Il critico francese aveva definito mirabilmente questa «disoccupazione di spazi» come peregrinatio instabilitate (un «esiliarsi restando lì»), un ‘derealizzarci’ togliendoci dalle cose e restituendoci al possibile, all’assenza, al lontano: non conta l’événement, l’accadimento, ma l’avènement, ciò che viene verso di noi, la meraviglia del non appartenerci più. La «pura perdita» è tale soltanto se essa conserva memoria non già dell’orgoglio del “privarsi”, ma della purezza di questo cancellarsi senza traccia.

27390794._SX540_Forse perché deluso dalla realtà, torno così a frequentare in questi giorni il Bernardo Soares del Libro dell’inquietudine di Pessoa, l’inquieto rêveur di Rua dos Douradores che mi ha affiancato a lungo nella mia giovinezza, «senza difese come orfano, volontario escluso dagli altri e dalla vita, sognatore di tutti i sogni, soprattutto di quelli improbabili». E immagino di andarci a passeggio, magari passando a prendere lo scrivano Bartleby di Melville la cui gloria è tutta nella frase “I would prefer not to” che iscriverei volentieri come epigrafe alla mia vita, la cui eroica passività è la più alta forma di resistenza. Il copista Bartleby: l’inquilino di una voragine che è quella della possibilità, per cui non conta quello che vuoi o che devi, ma quello che potresti perché la potenza non è la volontà e l’impotenza non è la necessità