La gentilezza è sexy

Su un muro grezzo di calce mi colpisce una scritta, schizzata con una vernice rossa che sembra quasi sbalzarla dalla pietra: “la gentilezza è sexy”. Diciamolo: non mi pare che sia un valore di moda. Anzi: facciamo sempre più spesso i conti con l’aggressività, la collera, il risentimento, lo spirito di vendetta, mentre facciamo della generosità e delle buone maniere, nel migliore dei casi, un segno di debolezza. Insomma: se la calma è la virtù dei forti, la gentilezza sembra essere la virtù dei perdenti. Questo è uno dei motivi per cui mi stupiscono le persone garbate, quando ho la fortuna di imbattermi in loro: la moderazione nei toni, le parole che sanno scegliere, la generosità, la pazienza che dimostrano nel resistere alla prepotenza e alla prevaricazione verbale, mi appaiono un azzardo, qualcosa di raro. I più guardano con sospetto a quest’inclinazione che, quando è naturale e non semplice affettazione o, peggio, ipocrisia, può risultare spiazzante, rivoluzionaria, perturbante perché diventa lo specchio della nostra incapacità di volerci bene.

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Di contro, il mantra prediletto dalle persone sgarbate è il notare l’ingenerosità altrui. Basta questo a fare della gentilezza una virtù misteriosa, qualcosa a cui viene ovvio ispirarsi, ma da guardare anche con sospetto. Se c’è qualcosa che non siamo disposti a perdonare a qualcuno è l’essere stato gentile con noi perché la sua generosità ci pone in una posizione di subalternità, ci costringe ad essere riconoscenti, quasi che questo debito risulti insopportabilmente insostenibile e mai ripianabile. E invece abbiamo bisogno, più che della compagnia o dell’amore, della gentilezza perché – lo pensava anche Rousseau – ogni individuo è un intreccio di potenzialità, la cui realizzazione comporta l’intervento attivo degli altri. Dipendiamo gli uni dagli altri non tanto per la nostra sopravvivenza, quanto per il nostro essere vero e proprio. La generosità e la gentilezza sono lo strumento dello sviluppo di ogni individuo, e quindi un processo intrinsecamente sociale.

E invece ammettere di aver bisogno degli altri viene percepito come una debolezza consentita solo ai bambini, agli anziani e alle persone inferme. Anche in amore è così: la dipendenza appare come un virus che mina l’autostima quando invece è l’unica cosa che rende possibile la stima degli altri. Siamo tutti dipendenti dagli altri e questo dovrebbe bastare a renderci gentili.

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Persino gli stoici, alfieri della fiducia in sé stessi, ammettevano che l’uomo ha un bisogno innato del prossimo, come portatore e destinatario di gentilezza. Questa, che è un moto di attrazione verso l’altro, “è carismatica, allieta chi la riceve e chi la dà, stordisce il male e la sua banalità”, come cantano i Marlene Kuntz. Basta a renderla indubitabilmente sexy?

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