L’amore sostenibile. Promemoria per una raccolta differenziata del lessico amoroso

«Ascolto solo canzoni perché dicono la verità, più sono stupide più sono vere… e poi non sono stupide. Che dicono? Dicono “non devi lasciarmi”, “senza di te in me non c’è vita”, “senza di te io sono una casa vuo­ta”, “lascia che io divenga l’ombra della tua ombra” oppure “senza amore non siamo niente”». La battuta è di Mathilde/Fanny Ardant nella Signora della porta accanto di Francois Truffaut. E la sottoscrivo. Mi piacciono le canzoni d’amore. Non tutte. Mi piacciono quelle tristi, quelle che parlano di addii, di quando finisce un amore, di quando non val più la pena di tormentarsi, di abbandoni e improbabili ritorni («Ritornerai, lo so ritornerai…») di “amori lontani, presenti nei posti più vani…amori scritti, telefonati, telegrammati, mandati a dire forse solo per allargare il soffrire”, per dirla con versi di Nico Orengo. Mi piacciono perché sono più “vere”, esprimono quello “sconcerto di realtà” di cui parla Annie Ernaux, a differenza delle altre che celebrano l’amore nascente, tutto vagheggiamento, sogno, euforie e languori, quando la linea di credito è ancora ampia e siamo inclini ad idealizzare anche la gobba di chi ci innamoriamo. Quando anche il lessico che usiamo per dire l’amore indulge all’iperbole, all’enfasi, alla dimensione dell’eternità e si abusa di un avverbio dal sapore testamentario – sempre – che si addice forse più alla delusione. Il lessico dell’amore, a causa di una certa ritualità codificata del corteggiamento, è generalmente molto più convenzionale di quello del disamore, al punto che se ne potrebbe fare una raccolta differenziata per smaltirlo in modo che non inquini in modo irreversibile le relazioni. Mi piacciono perciò le canzoni tristi perché fanno più storia, come si dicono i protagonisti di quel film francese:

– Ti ricordi quello che mi dicevi otto anni fa? E dio sa quanto mi faceva male sentirtelo dire. Tutte le storie d’amore devono avere un inizio, un centro, e una fine.
– E una fine, sí.
– È la verità.”

La fine di un amore è quel momento che Nabokov definisce il “punto nevralgico”, quello cioè in cui si annidano il maggior numero di possibilità di raccontarlo. Quella fase in cui i sentimenti possono essere osservati da più punti di vista e si resta sospesi e senza fiato in un silenzio da natura morta, “soon to be divorced”, come canta Bob Dylan nella struggente Tangled up in blue. Quando a nessuno viene più in mente che prima di affacciarsi sull’abisso abbiamo guardato il cielo, e anzi dubitiamo proprio dell’esistenza del cielo. Sono molto più veri gli attori di un amore franato, quelli che si sentono «segare il cuore con una sega dai denti finissimi», per dirla con Simone de Beauvoir

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e che partecipano al funerale delle loro speranze «con un’espressione cosí buffa perché dentro gli si era spezzato qualcosa», per dirla col Rick Blaine di Casablanca, che abbandona Ilsa al marito sulla pista dell’aeroporto marocchino. Etimologicamente abbandonata: da “à ban donner», cioè messa a disposizione di un altro, lasciata a un altro che non è lui.

I romanzi lievitano sulla morte dell’amore più che sulla sua attesa e il loro fertilizzante è il dolore. Basti pensare a tutta la pletora di sbrancati sentimentali che affolla la letteratura romantica. E lo sapeva bene Federico De Roberto che fu invece il più caustico e disilluso degli storiografi amorosi italiani antiromantici. Nel 1892 licenziò un libretto intitolato La morte dell’amore

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tra le cui prose ne spicca una intitolata Lettere di commiato. Una giovane dama e una duchessa dialogano in salotto, la prima è stata lasciata dall’uomo che ama e chiede consigli di comportamento alla più esperiente e disincantata interlocutrice. Vorrebbe scrivere all’uomo, ma non sa se congedarlo definitivamente o azzardare la richiesta di un suo ritorno e anzichè una lettera ne scrive quattro: una per dire che si è rassegnata alla decisione dell’amato, una per implorare il suo ripensamento, una per esibirgli sprezzantemente la propria indifferenza e l’ultima per mostrargli una pietosa e disinteressata tenerezza. Quale spedire? Quale impressione suscitare? Sopravvivere nel cuore o nella memoria dell’uomo? Imporsi nei suoi ricordi? Obbligarlo ad ammirarla e farsi rimpiangere? Alla fine la duchessa, riassunti esattamente gli intenti della trepidante giovane, le consiglierà di non spedirne nessuna.

Se c’è qualcosa di sicuro – lo dirà lo stesso De Roberto in un suo trattato di erotologia di qualche anno successivo – è che l’amore è una categoria che non si presta ad alcuna assertività definitoria. L’unica cosa certa che ne sappiamo è che non ne sappiamo niente. La fine di un amore non è perciò meno poetica del suo inizio perchè, come scrive Diego De Silva in un suo romanzo, “è la sindrome del lieto fine, che poi rovina un sacco di belle storie. Perchè tante volte la vita ti dimostra che una storia non è bella perchè finisce bene, ma proprio perchè finisce”.

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