Amleto 2.0: the social dilemma

da William Zuckerberg, Hamletless, ATTO III – SCENA I:

Esserci, o non esserci, questo è il dilemma: se sia più nobile all’animo sopportare l’amico o l’ex che ignorano i tuoi stati, l’affronto delle foto in spiaggia e delle apericene al bar sul lungomare, o armarsi di buona volontà e risolutamente bloccarli? Cancellarsi, tacere, nient’altro, e disattivando gli account porre fine alla vanità annoiata e alla banalità delle fake news che sono la naturale eredità dei social: è questo l’epilogo da anelare devotamente.SocialDilemma-800x540

Cancellarsi, tacere. Cancellarsi, forse disattivare ma temporaneamente. Sì, questo è l’ostacolo, perché in quella morte apparente che è l’assenza quali fantasie di ritorno possano sopravvenire, dopo che ci saremo liberati di quell’ingombro mortale che sono Facebook e Twitter, deve farci riflettere. È questa esitazione che dà alla sventura una vita così duratura. Perché chi sopporterebbe le allusioni malevole e le offese del collega risentito, gli scherni del tempo dissimulati dai filtri fotografici di Instagram, gli spasimi che procura un like tattico disprezzato, il ritardo delle risposte ai tweet, l’insolenza delle cariche pubbliche esibite nei profili, e il disprezzo che il merito paziente riceve dagli indegni, quando egli stesso potrebbe darsi tregua con un semplice click?

app-Chi porterebbe il fardello di tutte le app che intasano gli smartphone, imprecando affannato sotto il peso di una vita rallentata dall’ossessione del controllo delle notifiche, se non fosse che il terrore di essere ignorati dopo la cancellazione dell’account, limbo inesplorato dalla cui frontiera nessun viaggiatore dovrebbe far ritorno, sconcerta la volontà e ci fa sopportare i mali che abbiamo piuttosto che accorrere verso altri che ci sono ignoti?
Così l’insicurezza ci rende tutti codardi, e così il colore naturale della risolutezza è reso malsano dalla pallida cera del pensiero, e decisioni di grande saggezza e momento per questa ragione deviano dal loro corso e perdono il nome di azioni.

Camelie per Greta

Fu Marcel Proust a scrivere che La Traviata è un’opera «che va all’anima, da amare per sé stessa senza doverne parlare». Merito di Verdi che, a suo dire, diede alla Signora dalle camelie lo stile che le mancava. Non che l’autore della Recherche ritenesse trascurabile il dramma di Dumas fils, ma perché, diceva, quando «un’opera drammatica tocca i sentimenti popolari, ha bisogno di musica».

Il cinema, invece, che nasce come spettacolo intrinsecamente popolare, più che della musica ha avuto bisogno di volti, ragion per cui il melodramma, quando è approdato al grande schermo, non ha quasi mai avuto relazione con l’omonima forma musicale, a parte l’aver tratto origine dai medesimi libretti. Se il melodramma poi, specialmente quello cinematografico, presenta soprattutto personaggi femminili è perché vi furono attrici come Greta Garbo che si identificarono con questo ge­nere, riproponendo sullo schermo, in un’ineguagliabile teoria di gesti e sguardi, il tema del sacrificio amoroso, della luttuosa espiazione, della dedizione all’idea di amore come totalità e assoluto. Non a caso «la divina» interpretò per due volte la tolstoiana Anna Karenina e fu «la signora dalle camelie» nella più raffinata e più nota delle versioni filmiche, quella Margherita Gauthier di George Cukor, inspiegabilmente ribattezzata Camille dagli americani.

Correva l’anno 1936, la Garbo ‘parlava’ già da 5 anni («Garbo talks» era stato il fortunato slogan coniato per lanciare Anna Christie, il suo primo film sonoro) e l’attrice era al culmine della propria fama. I film sonori avrebbero messo in luce la dualità del suo personaggio di femme fatale, accentuando l’ambiguità, rivelando il risvolto sacrificale del cliché della sirena. Non era straordinario solamente il totale abbandono all’impossibilità di un amore, ma la capacità di rappresentare una fragilità piena di sentimento, tanto dolente quanto controllata con chirurgica precisione, con la capacità di dosare esattamente le complessità e i chiaroscuri delle emozioni, fino a far diventare quasi invisibili i propri partner. Icona perfetta, inarrivabile, capace di riscattare con uno sguardo o un sospiro le sciocchezze delle vicende più improbabili, con quell’inconfondibile timbro di voce che prometteva estasi e dannazioni: non semplicemente una diva, ma il «prototipo di tutte le dive», come disse di lei il suo regista preferito, Clarence Brown. La gente in America correva al cinema non tanto per cercare le eroine di Tolstoj o Dumas né tantomeno la ‘fedeltà’ alle opere che le avevano partorite, ma per trovare la «divina», il cui volto di un Novecento pallido e trasognato trasmetteva ricordi e debolezze, il cui fascino, ha scritto Marco Ramperti nell’Alfabeto delle stelle, «nasce da questa sospensione dello spettatore, che non può rifiutarla per falsa, pur non osando accettarla per vera». Fu questo a renderla mitica, la sua natura cioè di immagine ossessionante che sfugge però ad ogni definizione; non poteva essere certo un caso, se qualche anno prima aveva interpretato il ruolo dell’Ignota in As you desire me (1932) di George Fitzmaurice, versione cinematografica della commedia di Pirandello su una donna che può o non può essere la moglie, persa da tempo, di un uomo che ora il suo amante e a cui dice: «Non c’è nulla in me, nulla di me; prendimi, prendimi e fammi come tu mi vuoi».

Se il viso di Rodolfo Valentino, anni prima, aveva provocato dei suicidi, quello della Garbo partecipava – ha scritto Roland Barthes – «del medesimo regno di amore cortese in cui la carne sviluppa mistici sentimenti di perdizione». La divinità è tale quando da uno stato relativo si passa a uno assoluto, quando l’evento si fa Idea. Quante attrici hanno accettato di esibire la corruzione della propria bellezza nella maturità? Non fu così per la Garbo che volle preservare, sparendo dalle scene, la perfezione della propria bellezza che da plastica diventerà intellettuale, da esistenziale sublimerà in essenziale.

Quello della cortigiana à la pagé Marguerite Gautier era stato il ruolo per eccellenza delle grandi attrici delle generazioni precedenti alla Garbo – da Sarah Bernhardt a Eleonora Duse ed Ethel Barrymore – e celebrato già durante l’età del muto grazie a grandi star dell’epoca come Theda Bara, Alla Nazimova e Norma Talmadge. Il sogno di interpretare l’eroina romantica fu però il prodotto di una triplice combinazione: un produttore geniale e potente come Irving Thalberg che fu il vero deus ex machina del film, sebbene non accreditato; un costumista leggendario come Adrian che cesellò definitivamente l’immagine della diva dopo film come Il bacio, Anna Christie, Anna Karenina e Grand Hotel, e uno dei più raffinati ed eleganti registi “di donne” come George Cukor, specialista di trame che richiedessero una morbida attitudine al sudoku delle psicologie dei personaggi.

La consegna agli sceneggiatori fu però quella di dare ritmo e verve al testo di Dumas, e fu una scommessa riuscita, come dimostra la scena in cui Camille/Marguerite e Armand progettano di sposarsi, e recitata, come ebbe a dire Thalberg, «come se stessero tramando un omicidio». Confezione lussuosa, forse anche troppo, nello sfoggiare la società parigina della metà del XIX secolo come un misto di Régence e Basso Impero, tutto teatri, sale giochi, interni sfarzosi, costumi sontuosi, sempre un tono sopra la più congeniale ambientazione borghese, e in cui a spiccare, oltre alla protagonista, non è tanto l’esangue Armand interpretato da Robert Taylor, quanto il vero comprimario dell’attrice, un Henry Daniell capace di restituire la crudeltà e l’insolenza del barone di Varville meglio di come avrebbe saputo fare lo stesso Dumas.

Non sapremmo dire se sia la migliore prova della Garbo, di sicuro era l’unico film che amava tra tutti quelli di una ventennale carriera. Ma non si riuscirebbe ad avere un’idea esatta della sua interpretazione, senza conoscere quanta della propria sofferenza concorse all’empatia con i tormenti della dame aux camélias. Le diete dimagranti imposte dallo star system sin dagli anni Venti avevano indebolito un organismo che male avrebbe sopportato la polmonite sofferta durante un soggiorno invernale in Svezia, poco prima della lavorazione del film. A questo si aggiunga lo strazio vissuto dall’attrice per la prematura morte del trentasettenne Thalberg, durante le riprese della scena finale e che le fece balenare l’idea di abbandonare anzitempo il set. Era stato lui, in effetti, l’ispiratore più dinamico dell’opera e il suo segno si sente fino alla fine; l’intuizione, per esempio, che la scena della morte di Marguerite dovesse essere quasi muta, piegata in un sussurro, candida come un cigno, in piedi abbracciata ad Armand è un suo coup de theatre. Quando il film uscì a Londra persino il famoso polemista Henri Jeanson, critico del settimanale satirico “Le Canard enchaîné”, tipo poco sensibile al sentimentalismo mondano e al clamore dei battages pubblicitari scrisse che quello era «non solo uno dei grandi momenti nella storia del cinema, ma un grande momento nella storia dell’arte». E l’italiano Enrico Roma, su “Cinema illustrazione” affermò che fosse «la più appassionante agonia» che il cinema avesse mai mostrato alle folle. «Era inutile spiegare» – ha scritto Guglielmo Zucconi – «che quando Greta Garbo spirava come Margherita Gautier fra le braccia di Robert Taylor nei panni di Armando, tutto il cinema, compresi i mascalzoni più coriacei, singhiozzava e perciò era un dovere, una forma di partecipazione al lutto, restare per assistere una seconda volta al tragico epilogo». Se ne sarebbe ricordata anche Maria Callas che a lei si ispirò nella stessa scena della sua Traviata, riconoscendole una musicalità che riusciva ad esprimersi anche senza l’ausilio della vibrante melodia verdiana.

Il merito di tutti i registi che acquistarono fama anche grazie a lei, non fu tanto la capacità di dirigerla, quanto quella di mettersi umilmente e devotamente al suo servizio, di lasciare che fosse la sua personalità a innervare il film, riuscendo a rendere credibili anche le situazioni più convenzionali. Ecco perché un film con la Garbo finiva di essere un film di Mauritz Stiller, Clarence Brown o George Cukor, per diventare sempre e comunque un film di Greta Garbo.