Lame e nebbia

1941. Werner von Ebrennac, ufficiale tedesco della Wehrmacht di stanza in un paesino della Francia occidentale occupata, alloggia in una casa requisita in cui abitano un anziano (suo è il punto di vista narrativo) e la nipote, Jeanne. Sera dopo sera il militare cerca tenacemente un dialogo con i suoi ospiti che lo ignorano totalmente, gli oppongono un silenzio denso come nebbia frustrando ogni tentativo di avviare una conversazione. Nel bellissimo racconto lungo Il silenzio del mare del partigiano Vercors (pseudonimo dello scrittore e illustratore francese Jean Marcel Adolphe Bruller), uno dei classici della letteratura sulla Resistenza, la potenza del silenzio è proprio l’elemento strutturale della narrazione, la tensione narrativa si regge sul rapporto tra detto e non-detto, sul senso profondo della parola negata. Tacere è, all’apparenza, un atto non-violento, la manifestazione del rifiuto drastico di un rapporto dialogico. Oppure può essere una spada affilata con cui trafiggere Werner che si ostina a cercare di sbrecciare il muro di indifferenza, peraltro dimostrandosi non invadente o molesto, evitando argomenti che possano sembrare conflittuali, parlando a Jeanne del suo amore per la Francia, di musica, di letteratura, del suo paese, delle città d’Europa, ma vedendosi opporre puntualmente un feroce e inflessibile mutismo, la negazione persino di uno sguardo in tralice: «come se l’ufficiale non esistesse; come se fosse stato un fantasma». E qui sta il punto drammatico del racconto: se l’ufficiale fosse stato violento o maleducato, il silenzio sarebbe stato facilmente conseguente. Il “nemico” è invece gentile, raffinato, anche comprensivo della difficile posizione di entrambe le parti, per cui si intuisce che il rifiuto della ragazza a parlare è una maschera che cela l’impeto del conflitto interiore che la squassa. Tutto il ritmo della narrazione è come se fosse dettato da questo equilibrio, come se avessimo in mano un ordigno la cui esplosione sembra imminente, ma che viene puntualmente disinnescato dalla sospensione, dall’attesa di una parola che non giunge mai.

Ora, a meno che tu non sia una bambina col suo amico immaginario di peluche o Tom Hanks in Cast away che, non avendo con chi dialogare si confronta con un pallone, non si parla con una “cosa”, con un feticcio, perchè non ha una vita, non ha un’anima. Ecco allora che il silenzio, impenetrabile, plumbeo, sanzionatorio, è usato come un’arma per umiliare e annichilire (letteralmente: ridurre al nulla). Un senso di fatale intimità trapela però da minimi cenni: un’alzata di spalle, il corrugarsi della fronte nell’inarcarsi di un sopracciglio, impercettibili tremiti delle dita della donna intenta a sferruzzare. Ma l’anonima “resistenza” verbale della donna è comunque assimilabile all’insulto nei confronti dell’uomo, reificato, ridotto alla dimensione di oggetto insignificante. Se non fosse che la pazienza di questi sembra fare breccia lentamente nell’animo di Jeanne, sebbene troppo tardi, poiché l’ufficiale partirà per andare a visitare Parigi e tornerà sconvolto dalla consapevolezza delle intenzioni dei suoi connazionali. Nella capitale ha realizzato ciò che il suo Paese vuole infliggere ai francesi e il suo animo sensibile ha una reazione, vorrebbe incitare a una reazione quelli che sono pur sempre i suoi nemici. Chiederà così di essere destinato ad un’unità combattente e lascerà la casa senza essere riuscito a scambiare nemmeno una parola con la ragazza. Anzi, una sola – «Addio» – pronunciata nello struggente finale del racconto:

Il volto di mia nipote mi fece pena. Era d’un pallore lunare. Le labbra, simili agli orli d’un viso d’opale, erano disgiunte: abbozzava la smorfia tragica delle maschere greche. E vidi al limite della fronte con la capigliatura, non nascere, ma zampillare – sì, zampillare -, delle perle di sudore. Non so se Werner von Ebrennac vide questo. Le sue pupille parevano ormeggiate a quelle della ragazza, come, nella corrente, la barca all’anello della riva, con un filo così teso, così inflessibile, che nessuno avrebbe osato passare un dito fra i loro occhi. Ebrennac aveva posato una mano sul pomo della porta. Con l’altra mano s’appoggiava allo stipite. Senza spostare d’una linea lo sguardo, trasse a sé lentamente la porta. Disse – la sua voce era stranamente priva d’espressione: – Vi auguro la buonanotte. Credetti che avrebbe chiuso la porta e se ne sarebbe andato. Ma no. Guardava mia nipote. La guardava. Disse – mormorò: – Addio. Non si mosse. Restava del tutto immobile, e nel suo volto immobile e teso, gli occhi erano ancora più immobili e tesi, incatenati agli occhi, – troppo aperti, troppo smorti, – di mia nipote. Questo si prolungò, si prolungò – per quanto tempo? – si prolungò finché infine, infine la ragazza mosse le labbra. Gli occhi di Werner brillarono. Udii dire: – Addio.
Bisognava averla attesa all’erta quella parola per poterla udire, ma infine la udii. Von Ebrennac pure la udì, e si raddrizzò, e il suo volto e tutto il suo corpo parvero distendersi come dopo un bagno riposante. E sorrise, di modo che l’ultima immagine che io ebbi di lui fu un’immagine sorridente. E la porta si chiuse e i suoi passi svanirono in fondo alla casa. L’indomani, quando scesi a prender la mia tazza di latte mattutina, era partito. Mia nipote aveva preparato la colazione, come ogni giorno. Mi servì in silenzio. Bevemmo in silenzio. Fuori un pallido sole splendeva attraverso la nebbia. Mi parve che facesse molto freddo.

Quale sia il nesso tra il silenzio e l’immagine acquatica evocata dal titolo non è immediatamente evidente, leggendo il racconto, se non per un passaggio, nelle ultime pagine – l’unico peraltro – in cui il mare, silenzioso in superficie ma abitato nelle sue profondità da creature in lotta tra di loro, finalmente affiora: «Certo, al disotto dei silenzi passati – come, sotto la calma superficie delle acque, la lotta degli animali nel mare -, sentivo sì pullulare la vita sottomarina dei sentimenti nascosti, dei desideri e dei pensieri che si negano e si combattono». Questo periodo si riannoda così all’imperturbabilità che comprendiamo essere solo esteriore della ragazza.

Tirar fuori un film da un lungo monologo, perchè questo è, poteva sembrare un’intenzione fallimentare, Vercors stesso era contrario quando a Jean Pierre Melville, padre nobile della nouvelle vague, venne in mente di chiedergli i diritti (il libro era stato pubblicato in clandestinità). La storia della sua realizzazione è essa stessa un bel racconto. L’autore rifiutò, il regista, sognatore un po’ sbruffone un po’ spavaldo, totalmente ai margini dell’industria cinematografica essendo un giovane al suo debutto, gli disse allora che lo avrebbe prodotto con i propri soldi e girato per puro piacere personale. Lo avrebbe fatto poi vedere a un comitato di 24 partigiani, scelti dallo stesso scrittore, e se uno solo di loro avesse detto di no, avrebbe bruciato il negativo del film in sua presenza.

Il film sarebbe stato un grande successo. Girato con rimasugli di pellicola, senza continuità nell’organizzazione delle riprese, con un minimalismo assoluto che, proprio per questo, costringe a un’esattezza delle inquadrature, è come un atto unico in 12 quadri, scanditi da suoni elementari come il ticchettio di un orologio, fino all’ultimo registrato in totale silenzio. Una successione di monologhi che si trasformano man mano fino al delirio, come delirante è l’idea del protagonista di un “matrimonio” fra civiltà tedesca e francese tramite la guerra e l’invasione. Da questa minuzia, da queste iterazioni, si sviluppa la tensione insistente e imbarazzante che sostiene il racconto.

2 pensieri riguardo “Lame e nebbia

  1. Mi ha ricordato per certi versi “Suite Française” di Irène Némirovsky, che avrò riletto un numero infinite di volte 🙂 L’ufficiale ospitato in casa di francesi, la sua gentilezza che non basta a rompere il silenzio imposto dalla Signora Angellier… Per fortuna però lì i risvolti saranno differenti e l’obbligo di mantenere le distanze, quel silenzio, verrà rotto dalla forza prorompente dell’amore che servirà ad andare ben oltre una divisa e sarà l’antidoto contro ogni sorta di divisione e incomprensione

    "Mi piace"

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...