«Avevo vent’anni»

Oggi è morto un ragazzo. Uno studente. Uno studente dell’università in cui lavoro, di cui faccio parte come docente, ma di cui sono anche membro perché l’università è una “comunità”. Una comunità complessa, ampia, che dovrebbe essere tenuta insieme da valori condivisi, ideali, progetti, da principi  che si presuppongono, appunto, “comuni”. In quanto tale, l’università, è una società in piccolo, e funziona né più né meno che come la società più grande di cui siamo abitanti. Ha le sue regole che tutti – tutti – sono chiamati ad osservare. E sono anche quelle regole che attengono anche alla sfera dei rapporti umani. E quindi quel ragazzo era un pezzo anche della mia storia. La sua morte perciò mi riguarda. Oggi è morto e non c’è qualcuno che possa dire di non aver perso. 

Non conoscevo il giovane in questione e non saprei parlarne, ma anche se ne fossi capace non dovrei farlo. Non fosse altro che per l’elementare “rispetto” che il fatto in sé reclama. Rispetto per un ragazzo come tanti, rispetto per i suoi familiari, per i suoi amici e per i suoi compagni di strada (compagni di scuola prima, colleghi universitari poi) cui l’ha legato la scelta di investire nella propria formazione, nel proprio diventare adulto in quella giungla che è la vita. Cosa potrei dire, se non esprimere l’angoscia che, come genitore e come educatore, provo di fronte a una tragedia. Provo a immaginare cosa possa portare un giovane – anch’io lo sono stato, con la mia vulnerabilità, le mie insicurezze, e mi sforzo di ricordarlo sempre – a prendere la decisione finale di arrendersi alla vita. Si può solo provare disagio e dolore, è più dignitoso e sensato del dover trovare a tutti i costi un responsabile. “Si poteva evitare”, dice qualcuno. Come si dovesse evitare un inciampo, una buca per strada. Come? Dico io. Come si sarebbe dovuto evitare? Si può davvero ritenere che la contingenza di un’unica frustrazione possa essere la causa dell’irreparabile? Penso che il ragazzo non fosse più fragile di altri suoi coetanei. Ne ho conosciuti centinaia in cui ho rivisto me stesso alla loro età; non esiste nessuno che sia così corazzato da non essere esposto a debolezze, a sconforto, a stress. Questo bisogna ricordarlo sempre, insieme al fatto che il male di vivere è il prodotto di fattori che riguardano ogni aspetto dell’esistenza, ogni sfera dell’esistente (famiglia, amici, scuola, università), tutte implicate in maggiore o minor misura. 

Le difficoltà, la confusione, l’insicurezza  originano certamente da intense sensazioni di disagio, dalla competizione per le aspettative e dal senso di inadeguatezza rispetto alla proprie capacità di soddisfarle. Ma è il quadro complessivo che porta un  giovane a vivere sempre più diffusamente un senso di precarietà, figlia di una realtà sovraccarica di stimoli quanto povera di certezze. Da docente posso solo cercare di fare la mia piccola parte, chiedendomi se sono in grado di far intravedere a un giovane la meta verso cui indirizzarsi, se so assisterlo nelle sue sfide, se so ascoltarlo, se so  testimoniare il fatto che le sue prove non sono state diverse dalle mie a un certo punto della mia vita. Ma è quanto si possa dire anche di un genitore o di un amico.

Un’espressione che sento ripetere spesso dai giovani è: “che ansia! che stress!”. A volte mi chiedo quanto sia un intercalare o piuttosto l’espressione di una difficoltà reale, dettata dalla competizione, dai ritmi di crescita, dalla solitudine – oggi, ahinoi, forzata – dagli ambienti relazionali sempre più complessi. E mi ricordo di quando ero un adolescente e di quanto fosse falsa l’immagine che gli adulti avevano della mia condizione, come anagraficamente spensierata, ontologicamente felice. E’ un cliché imposto da adulti che hanno perso memoria della propria storia e che percepiscono solo il rimpianto della propria spensieratezza perduta. Un giovane farebbe più volentieri proprio l’incipit famoso di un romanzo di  Paul Nizan: «Avevo vent’anni. Non permetterò a nessuno di dire che questa è la più bella età della vita». Oggi, perciò, abbiamo perso tutti; spero solo che quel ragazzo, ovunque sia adesso, sappia trovare il modo di perdonarci.

4 pensieri riguardo “«Avevo vent’anni»

  1. Mi sono commossa nella lettura di questo pezzo che esprime sensibilità ed instrospettività, mi ha colpita molto, dunque mi sento di commentare. Sì, oggi abbiamo perso tutti qualcosa, poiché una vita umana che se ne va rappresenta una perdita per tutti noi. Sì, è sbagliato credere che i vent’anni, l’età di questo ragazzo che è anche la mia, rappresenti il momento massimo di felicità. Credo che avesse ragione Schopenhauer: la felicità non esiste, ma il dolore è costitutivo della vita dell’Uomo, così come la noia, ovvero il tedio, lo strazio. Il Mondo di oggi rappresenta una sorta di “Uno” che emana dolore quasi inconsapevolmente : la Fiducia che dovrebbe accogliere un giovane nell’alveo della sua dolcezza, della sua fermezza, è labile, non esiste. Non è possibile fidarsi della Medicina, del futuro, del prossimo. Dovunque ci si volti vengono fuori promesse fallaci, persone che, se il giorno prima promettevano amore eterno, il giorno dopo, anche dopo molti anni insieme, si congedano con un SMS, propositi lavorativi assolutamente scoraggianti, la consapevolezza che un virus mortale potrebbe uccidere noi, o peggio, i nostri familiari da un momento all’altro. Reggere il peso di tutto questo, guardarsi ogni giorno allo specchio con la consapevolezza dell’immenso fragilità del Reale, risulta un’impresa molto difficilmente praticabile. Noi, uomini e donne del ventunesimo secolo, non eravamo assolutamente abituati ad un contatto così continuo con la morte e con noi stessi, sopratutto. Ascoltare ogni giorno i notiziari o leggere i giornali che contengono non più notizie di economia, di cronaca, e così via, ma dei bollettini di guerra, con la consapevolezza che la peste potrebbe entrare nelle nostre case, per poi raffrontarci con la nostra interiorità, ahimè affetta da un’enorme pesantezza, risulta davvero insopportabile. Non esistono quasi più dei valori veri nella gente, gli incontri, amicali o amorosi che siano, sono evanescenti, come un like in un social, una storia su Instagram. I sentimenti e le emozioni vengono fra loro confusi, il narcisismo impera. Quello che importa è dare un’immagine di sé, postare la fotografia che attira più like, solo per il godimento effimero che conferisce turgore all’ego. Cos’è l’amore? Andare a letto con qualcuno, mostrare la propria donna come manichino? Rimanere da soli non ha fatto altro che farci toccare con mano il vuoto insito in ognuno di noi. Ebbene sì, non abbiamo perso solamente oggi, ma i nodi sono venuti al pettine.

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  2. Vent’anni e non farcela più (o ritenere di non farcela più). Non è affatto un paradosso. Al di là del periodo storico che viviamo, della quotidiana solitudine (che, però, spesso permette anche di fare i conti con se stessi, di “analizzarsi” per così dire), del terrore tutto nuovo della morte, notizie come questa colpiscono più delle statistiche giornaliere sulle vittime della pandemia. Esseri umani che cessano di essere tali e diventano parte di un insieme. Forse è questa la paura inconscia di qualunque individuo: di ridursi ad un numero ed essere privato della propria identità.
    Se la perdita di un ventenne impressiona un adulto, dotato o meno, egli, di una certa sensibilità, immaginiamoci come un suo coetaneo debba sentirla propria. Che strano alla mia età confrontarsi con l’idea della morte ed essere a conoscenza del fatto che un ragazzo esattamente uguale a me, possibilmente con le mie stesse ambizioni, il mio stesso desiderio di vivere, non sia più di questo mondo. Non conosco la sua storia e per un amore naturale nei suoi confronti non mi domando neppure quali idee avesse per la testa, quale mostro lo stesse divorando interiormente. Resta il fatto che non è più, e la consapevolezza crudele rende impotenti e fragili.
    Qualsiasi spiegazione razionale sarebbe un vano e irrispettoso tentativo di schematizzare la complessità dell’animo umano. E, del resto, anche le parole più semplici risultano forzate. Basterebbe amore.

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  3. Questa vicenda mi ha colpito profondamente. Ammetto che all’inizio non ho neanche avuto il coraggio di leggere l’articolo che riportava la notizia. Vorrei dire tante cose, solo che questa è una di quelle occasioni in cui mi mancano le parole, o meglio, fanno fatica a venire fuori… in ogni caso, è vero che non si può morire a vent’anni e a maggior ragione per degli esami, almeno questo è quanto ho saputo e su questo non si può dire nient’altro. È vero che la “gioventù spensierata” è un cliché, non so come fosse essere giovani in passato, ma di sicuro al giorno d’oggi è tutt’altro che facile. E le posso assicurare che “ansia” e “stress” spesso sono condizioni reali. Eppure la cosa che mi ha colpito di più di questa vicenda sono stati i commenti delle persone. I soliti “leoni da tastiera” pronti a giudicare, (che poi sono molti di più di quanto possiamo immaginare) accusandolo di essere fragile, quasi scaricandogli la colpa. Vede, del mondo mi spaventa questo: la gente pronta a giudicarti, la gente che ti urla contro, quella che deve mettersi in evidenza, quella che si sente superiore a te, che deve prevaricare, la gente pronta a farti sentire una nullità. Esistono in tutti gli ambiti, è vero anche questo, e a tutte le età. E sono, forse, uno dei mali che nuoce di più, soprattutto quando sei una persona gentile e “buona”, nel senso più ampio del termine. Sicuramente Andrea era tra questi.

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