Benedetto sia Copernico!

«Avrò fatto la cosa giusta?» «Cosa sarebbe stato di me, se…?» Di questo tipo di dilemmi è affollata la nostra esistenza. Poco male, vorrei dire. Il dubbio (più che la calma) è la virtù dei forti. E invece ammiro l’intrepida baldanza di quelli che, in una discussione, sentono il bisogno di rivolgersi all’interlocutore esordendo con frasi del tipo «La verità è…». Cui segue, puntualmente, la lezioncina su ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, su ciò che sia da commendare e, di converso, da biasimare. La retorica la definirebbe una “petizione di principio” o una “risposta con la premessa”, cioè un modo di ragionare per cui ciò che dev’essere provato è supposto, implicitamente o esplicitamente, nelle premesse. Ma la “Verità” cosa? Che ne sai? Chi ti ha dato la patente di Infallibile e con essa tanta presunzione di certezze? Perché mi punti addosso come un coltello a serramanico la tua matita blu e rossa e vuoi togliermi l’emozione di sbagliare da solo? unnamed

Fare errori è un’esigenza, quasi una sorta d’istinto di sopravvivenza. Anche il ricordo funziona così. Abbiamo bisogno di ricordare con imprecisioni di dettaglio, sia che si tratti di ricordi piacevoli che brutti: la memoria felice di un momento è corretta da dettagli che ne amplificano gli effetti, quella triste da altri che ne correggono le conseguenze affinchè non si trasformino in traumi. Interveniamo inconsciamente sui ricordi effettuando su di essi minime correzioni che basterebbero a confermarci la presenza di errori. Ma è proprio da questi ultimi che si produce conoscenza, che origina l’Ordine. Persino la perfezione apparente di una goccia d’acqua o di un fiocco di neve, con la simmetria e la compiutezza formale che singolarmente esprimono, si rivela fallace a confronto con altre gocce o altri fiocchi. Non ne troveremmo due uguali.

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Decidere cosa fare della propria vita è come tirare un calcio di rigore: prendi la mira, inquadri la porta, calci il pallone, ma il raggiungimento dell’obiettivo dipende da tante altre variabili indipendenti dalla nostra volontà. Altrimenti saremmo tutti campioni. Quello che possiamo fare è abbandonarci al disordine delle forme e lasciare che si creino coincidenze tra le nostre intenzioni e tutto ciò che non possiamo governare. Il pallone che non entra in porta in una particolare circostanza coglierebbe probabilmente nel segno in un’altra. L’esattezza di una scelta è l’errore di un’altra: è tutta una faccenda di transitorie coincidenze. Eppure non riusciamo a convivere serenamente con l’idea dell’errore, di una verità provvisoria. Pretendiamo di stare sempre dalla parte del giusto («la verità è che tu…») e a stigmatizzare ciò che è difforme dal nostro modo di rappresentarci la realtà. Programmati per non fare errori, entriamo in crisi al primo bug. E invece, dovremmo fare come il Nino di una famosa canzone di De Gregori: «non aver paura di sbagliare un calcio di rigore, non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore».

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«Maledetto sia Copernico!», dice il pirandelliano Mattia Pascal. Perchè da Copernico in poi l’uomo avrebbe perso la propria centralità nell’universo, si sarebbe scoperto piccolo e imperfetto, corpuscolo di un cosmo indifferente che ne avvilisce la solidità, la compattezza, la dimensione. Io che del relativismo me ne sono invece fatto una ragione e una religione, dico allora «Benedetto sia Copernico!». E con lui l’ebbrezza dell’errore e l’imprecisione dell’errare, del nostro imperfetto vagare disarmati, indifesi, vulnerabili, alla ricerca della Verità. Senza porsi nemmeno il problema di raggiungerla perchè il senso è la ricerca stessa, il cammino piuttosto che l’approdo. Nasce tutto da uno ‘sbaglio’: la Luna che i poeti hanno guardato a bocca aperta per millenni è una scheggia nata da una collisione, il frutto di una catastrofe, un’anomalia necessaria alla Terra, senza la quale l’asse del nostro pianeta impazzirebbe. E Galileo, millenni più tardi, avrebbe usato il cannocchiale per studiarne e ammirarne l’imperfezione e dimostrare così che era un’illusione l’aristotelica verità di una pura quintessenza opposta alla grossolana materia della Terra, che la Luna è come la Terra e noi non siamo sotto le stelle, ma fra le stelle. Contestare questo non significava contraddire Aristotele, ma semmai coloro che pretendevano, allora come oggi, di avere un certificato di attendibilità preconcetto riguardo qualsiasi materia. Tra l’Inferno e il Paradiso esiste il Purgatorio che rappresenta la possibilità, l’approssimazione alla Verità. L’umanità stessa nasce da una ‘collisione’ non diversa da quella da cui hanno avuto origine la Terra e la Luna. Nel Libro della Genesi si legge che Dio disse: “Non è cosa buona che il terrestre sia solo. Farò per lui un aiuto contro di lui”. Che significa essere contro? Significa “altro da sé”, la donna è l’aiuto adatto all’uomo, voluta da Dio in quel modo e non altro e perciò simile, complementare, entità di rispecchiamento, non un complemento dell’uomo – una costola – ma il suo doppio speculare.Tintoretto-jacopo-Comin-The-Annunciation-detail-2-

La Verità richiede tempo, forse Tutto il tempo, viene fuori poco a poco e il più delle volte non è come ce la siamo costruita. Perché Tintoretto, un artista che stravolgeva le prospettive, dipingeva angeli in caduta libera e santi a gambe all’aria, schizzava colpi di pennello agli angoli delle sue tele? Non lo si capì per secoli fino a quando non venne percepito come l’archetipo di una pittura astratta, l’esempio del senso che la pittura ha prima di mutarsi in oggetto. A quel punto la macchia di colore informe assumerà valore formale per tutto l’astrattismo pittorico successivo. I suoi celebri fondi scuri sono la combinazione di tanti colori che grattava dagli avanzi della tavolozza, conservava e rimescolava creando il nero dalla loro somma cromatica, dal loro addensamento. Siamo tutti figli di un’imperfezione, incerte approssimazioni di noi stessi e la nostra maestà consiste tutta nella fragilità con cui sappiamo esplorare i nostri sbagli, con cui sappiamo grattare dalla tavolozza della nostra vita ciò che resta dei suoi colori, per rimescolarli e dargli uniformità.

L’errore è insito nella condizione umana, solo gli animali non sbagliano. O meglio, sbagliano anche loro ma rimediano più in fretta di noi e soprattutto non ci costruiscono un sistema di pensiero per trovare il modo di non ripeterli. Tanto più che con tutti i sistemi che razionalmente saremmo in grado di costruire per metterci al riparo dagli sbagli, finiremmo puntualmente col ripeterli. Ogni scelta che facciamo (e anche scegliere di “non” scegliere è comunque scegliere) è l’affermazione di un mondo parallelo a un altro, né migliore né peggiore, né omologo né incompatibile. Due universi paralleli tra cui muoversi non con la certezza di essere nel giusto, ma con la speranza di avere più o meno azzeccato il calcio di rigore.

2 pensieri riguardo “Benedetto sia Copernico!

  1. “Non un complemento dell’uomo – una costola – ma il suo doppio speculare”. Questa definizione che lei ha fornito mi piace moltissimo, e bisognerebbe mostrarla a chi interpreta maschilisticamente il mito della Genesi o quello degli Androgini di Platone. Le due unità costituiscono dunque, insieme, un’enorme forza motrice che agisce verso il Mondo e nel Mondo. Questo però può avvenire solo se si trova la persona adatta a sé, e ciò è molto complicato, solo a definirsi. Come ha già affermato lei, l’errore è costitutivo della vita umana, ma così come l’errare, il mutamento,motivo per cui il Determinismo anche in ambito sentimentale, ahimé, spesso svanisce in una bolla di sapone. La vita è, come lei afferma, tutta una parenesi infinitamente poliedrica in sé, che non si risolve : “Così è, se vi pare”. Arrendersi a questo, significa ammettere la propria piccolezza come homines, come genere umano, e per chi, come appunto noi esseri umani, vive nutrendo il proprio ego ipertrofico, ahimé, è quasi impossibile, almeno secondo la mia opinione. Il genere umano, il quale non può avvertire di vivere per il solo scopo di farlo, senza un fine illustre, avverte di essere “la stirpe eletta”, superiore ad ogni altra creatura animale. Il Teocentrismo, il Rinascimento come cultura delle humanae litterae che impone l’altropocentrismo, alla fine vertono ad inserire la razza umana entro una corsia preferenziale. Questa pandemia, nostro malgrado, ha insegnato a noi, uomini del ventunesimo secolo, che avvertivamo l’immortalità come nostra, e vivevamo la vita in maniera totalmente atemporale, ad avere un contatto continuo con la morte. Heidegger sosteneva che fosse proprio la morte a dare un senso alla vita, e concordo con questo: forse adesso comprendiamo il valore di ogni singolo attimo, che potrebbe essere l’ultimo, di un bacio, un sorriso, una carezza. È proprio la consapevolezza dell’incertezza, in questo momento in particolare in cui la dea Scienza non sa fornire delle risposte “certe”. Essa adesso si scopre in tutta la sua umanità, e nel fervore delle opinioni degli scienziati, i quali si trovano, nella loro umanità, nell’errore e nell’errare.

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  2. Mi è complicato comprendere il vantaggio dell’aggrappamento alla presunta graniticità di qualsivoglia acquisizione, all’univocità della strada percorribile, nonostante capisca che il sospetto dell’opposto, del caos in cui, malgrado noi, perdurano le mille strade o verità inesplorate, che accrescono la nebulosità del capire di fronte a quanto ha l’aria del mistero (e può rientrarvi anche l’abisso costituito dalla sensibilità altrui), spaventi. Eppure quanto è consolatorio, inquietante e al contempo stimolante accorgersi dell’ esenzione toccataci dall’ assolutezza, grazie allo spazio relativo, limitato, ma aggiungo buffo, che abitiamo e costituiamo, che è il principio di qualunque domanda abbiamo la capacità di porci sul senso delle cose e di noi stessi, sapendo che tra millenni proseguiranno, speriamo, i medesimi interrogativi relativi a chi sia l’uomo: perché una risposta non c’è o perché possono essercene infinite, tanto a proposito dell’umano universale che dell’individuo. Personalmente mi conquista la tenerezza e la “maestà”, per citare il termine usato, di questo. Suscita un sorriso il tentativo di chi se ne voglia arrogantemente emarginare, ponendosi puntualmente dalla parte della verità definitivamente assunta. Siamo divinità e non ce ne rendiamo conto, convinti che divino significhi infallibile. In effetti credo che il fine dell’educazione o della cultura partecipi molto della vocazione di approssimazione perenne a sé. Credo inoltre che l’augurio migliore che ci si possa rivolgere è la costante possibilità di una correzione, non perché quel che si è corretto assuma perfezione, ma perché somigli al nostro meglio comunque difettoso; e poi qualcuno che abbia pazienza e amore, mentre ci impegnamo nell’attività principale di questa esistenza: provare.

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