Il coltello di Franz

Un pomeriggio di un tiepido giorno di aprile. Franz è seduto sul balcone assolato di una pensione di Merano; legge una lettera di Milena. Ha conosciuto quella ragazza bella e intelligente l’anno prima, ma non ricorda quasi nulla del suo aspetto. Bastano le parole però a definirla: è una donna sensibile e intelligente, vitale e appassionata, sebbene mestamente sposata a un uomo che non la ama. Anzi, la soffoca. L’uomo non ricorda quasi nulla del suo aspetto, ma le parole che lei sa usare con chirurgica precisione (non per niente è una traduttrice) bastano a cesellarne l’immagine che gli si disegna in mente in modo via via più intenso, a somiglianza di una luce che abbaglia, non consentendo sulle prime di mettere a fuoco il resto. 

Franz s’innamora delle parole prima ancora che della persona. Saper dire l’amore non è meno vero del saperlo dare. Il linguaggio può diventare pelle, carne, sangue, può infiammare l’anima come e più dei sensi. Ma lui è un solitario, uno che si sente estraneo a tutto e fa fatica ad aprirsi agli altri. L’incontro di due fragilità è già un acconto di coraggio, dispone alla fiducia reciproca. Milena, poi, ha quella sicurezza che dimostra la volontà di arrivare al fondo delle sue passioni, senza paure, senza esitazioni. Si confidano. E le parole sono le carezze che lui non può darle e sembra addirittura non voler ricevere, per paura che possano bruciare sulla carne di chi, come lui, vive senza pelle. Le parole sono il surrogato di un’intimità negata che toglie il sonno e infiamma. Sono lame che scavano nel petto, rigirano la brace che dorme al fondo di un incendio. Le parole nutrono altre parole e con esse immagini, fantasticherie. Stordiscono e lo trasformano nel moscerino che si avvicina incurante alla lampada che lo brucerà. Così Franz la vede ovunque, nella sua piccola camera, la vede accanto a sé e si arrende a una dipendenza totale, prova l’angoscia d’una soggezione assoluta, di un amore che gli fa dimenticare persino di esistere, che gli fa credere di non aver mai provato nella vita una passione simile. L’immagine verbale di Milena è quella di un’intollerabile felicità che basta a se stessa: una promessa di salvezza per il semplice fatto che lei esiste. Ma è una promessa che lo terrorizza, lo fa sentire un debole fanciullo, apprensivo per la giovinezza della ragazza, come potevano essere «i profeti che ascoltando la voce che li chiamava, si sentivano terrorizzati e non volevano». La «gioia», la «sicurezza», il senso di «pienezza» che muove dalla ragazza è come un vento di tempesta che lo atterra e lo svuota, avvilisce la sua «enorme stanchezza», atterrendola con quella vertiginosa sovrabbondanza di vita. Gli fanno pensare che sia possibile morire di felicità, glielo fanno anzi desiderare. Morire in un lampo di felicità. Per una donna che, come il mare, con le sue infinite masse d’acqua, con la forza delle sue maree, attrae e sommerge. Le parole di lei sono acqua e l’amore di lui l’onda alimentata da quell’acqua.

Tragicamente esitante e lacerato, si sente come uno che ha paura «di fare un solo passo su questa terra irta di tagliole» e contrappone spietatamente la sua «età», la sua «angoscia», la sua stanchezza, alla «gioventù», alla «freschezza» e al «coraggio» di una ragazza che riconosce solo i diritti della passione, conosce solo ciò che desidera e ciò che desidera non ammette limiti o esitazioni di sorta. Lei s’ingegna di progettare l’avvenire di Franz, per placarne l’angoscia e trasformarla in speranza. A vincerli però è l’insanabile contrasto tra il desiderio di una donna per «una vita che sia molto vicina alla terra» e la «rigorosa ascesi» di un uomo incline piuttosto a coltivare complicità con le proprie ossessioni. Milena vorrebbe mantenere un rapporto con lui, si accontenterebbe persino di assecondare la sua discreta inclinazione al silenzio («Ti prego, lascia che rimanga in silenzio…», le scrive Franz). Ecco: restare in silenzio è tutto ciò che gli resta per vivere come può. E poi ci sono già stati quei capricciosi accidenti della vita – malintesi e gelosie – a tenerli distanti, e che gli hanno fatto prendere coscienza ancor più che il suo destino è quello di essere un lupo solitario, estraneo al mondo. 

Alla fine di uno dei più eleganti epistolari amorosi che io abbia mai letto, la domanda che mi resta sospesa nella mente è: perché Franz Kafka rinuncia all’amore di Milena Jelenska? Sì, d’accordo. I due erano per certi versi incompatibili: la malattia, il desiderio di morte, la timidezza, la terribile ango­scia, le rinunzie di Franz contrastavano con l’impavida risolutezza, l’ar­dente brama di vivere, l’odio dei pregiudizi, lo spirito di sacrificio, la grande prodigalità di una donna per molti versi straordinaria. Ma non basta. Non può bastare. E allora forse il senso è tutto in quella lettera in cui Kafka le dice che «l’imperfezione solitaria la si deve sopportare in ogni momento, l’imperfezione a due non si è costretti a sopportarla»:

«Non abbiamo forse gli occhi per strapparceli e il cuore per il medesimo scopo? Eppure non è poi così grave, questa è esagerazione e menzogna, tutto è esagerazione, soltanto la nostalgia è vera, non la si può esagerare. Ma perfino la verità della nostalgia non è tanto la sua verità quanto piuttosto l’espressione della menzogna di tutto il resto. Sembra un’idea bislacca, ma è così. E forse non è vero amore se dico che tu mi sei la cosa più cara; amore è il fatto che tu sei per me il coltello col quale frugo dentro me stesso».

Ecco, a causa del suo orgoglio, Kafka sentiva evidentemente di poter amare solo ciò che poteva porre così in alto sopra di sé da risultare eternamente inattingibile.

Un pensiero riguardo “Il coltello di Franz

  1. L’emozione nel corso della lettura, combinata all’insonnia, non mi ha permesso di esimermi da un commento, così vorrei tentare anch’io una risposta alla domanda sul perché Franz abbia rinunciato all’amore di Milena. Sì, c’è dell’orgoglio nella considerazione per cui la convivenza con la propria imperfezione è obbligata, mentre non è necessariamente richiesta la sopportazione di quella a due, ma non ritrovo questo sentimento, o quantomeno solo in parte, nel caso del collocamento del destinatario d’amore in una posizione sopraelevata: a predominare è forse il timore umano che la concretizzazione di un’immagine, per quanto questa di per sé reclami già un’associazione alla materia, come Milena, ne sgretoli il ruolo di desiderio che proprio grazie alla sua incompiutezza può essere ricercato ancora, che permette di scavare dentro di sé, voglia o afflizione inseguita potenzialmente anestetizzabile dall’immersione di quello stesso idolo nella banalità, ipotizzando la prospettiva dello scrittore, del quotidiano, che in ogni caso li avrebbe visti distanti e contrapposti. Una sorta di smania flaubertiana volta al piacere del vagheggiamento, cosa che tanto ci appartiene. D’altra parte Kafka affermò come la disgrazia di Don Chisciotte non fosse mai stata la fantasia, ma Sancho Panza, ovvero il crudo realismo di questi, col suo rischio di smorzare lo slancio inventivo del primo, arrestandone l’imperativo da cui dipende la sua vita. E sono più che d’accordo sul fatto che la parola agisca, che parlare d’amore possa significare viverlo. Se penso al tempo dedicato dall’una e dall’altra parte alla scrittura e all’attesa di una lettera mi viene in mente Barthes quando, in “Frammenti di un discorso amoroso” afferma “Sono innamorato? sì, poiché sto aspettando”. Rispetto alla tendenza all’inquietudine e all’isolamento di Kafka, svelate dalle sue lettere, penso all’affinità condivisa, in quanto ad indole, con Cesare Pavese nel suo carteggio con Bianca Garufi, dal cui modo di parlare, ritorna la parola come motore di tutta un’esperienza amorosa, era rimasto catturato, tanto da scriverle “hai un modo di dire le cose che fa pensare ad un graffito preistorico. È qualcosa di insieme familiare e mitologico”; la mette pedissequamente al corrente della stesura dei suoi Dialoghi, nell’ottobre del ’45 le esprime il desiderio di poter essere la mano in grado di proteggerla, per poi, qualche tempo dopo, nell’anno successivo, dirle di come sentisse di dover vivere a visiera calata con tutti, anche con lei, in una continua alternanza di tensione verso gli altri e di rintanamento propria di animi estremamente sensibili, forse eternamente diffidenti ed umanamente in difficoltà nella concessione di sé a qualcuno.

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