Pacchioni e pachidermi: body shaming on stage

Nell’isola in cui la rivendicazione di un primato tra la parte occidentale e quella orientale sta tutto dentro la desinenza che determina il nome da assegnare a una palla di riso variamente farcita (arancin-a o arancin-o) ben altre risonanze e conseguenze ha la declinazione del termine pacchione. Il palermitano che lo usa evoca generalmente, e in un senso inequivocabilmente dispregiativo, un individuo di sesso maschile in condizioni di sovrappeso. In greco esisteva l’aggettivo maschile pachýs che significa “grosso”, “pesante”, da cui “pachiderma”, ma l’origine potrebbe anche essere da “chiappa”, cioè la natica, che è la parte più voluminosa del corpo, che per metàtesi diventa “pacchia”: “fare la pacchia” vuol dire condurre una vita sedentaria e quindi ingrassare. Di più: la densità semantica può variare in ragione della maggiore o minore apertura della vocale interna per cui si può rappresentare un diverso grado di obesità anche solo allargandola e allungandola (“talé cche pacchiuuuni” è già diverso da “talé cche pacchiuni”). Per il catanese, lo stesso termine si riferisce di solito a una donna oltremodo avvenente, ma la sua gradazione dipende dall’intensità con cui si pronuncia il suo prefisso e, in particolare, la consonante esplosiva iniziale (“talìa cchi pppacchiuni”). L’etimologia è da riferire a “pacchio” che in catanese indica l’organo genitale femminile; i linguisti potrebbero aiutarmi a stabilire se l’origine sia dalla velarizzazione dell’aggettivo latino “patulus” che si riferisce a un’apertura. E però, nell’uso comune, è invalsa in entrambi i capoluoghi l’abitudine a riferire il termine anche al sesso opposto per cui è sempre più frequente a Palermo l’uso di “pacchiona” per una donna di taglia forte e a Catania di “pacchione” per riferirsi anche a un bel ragazzo. C’è però un comune denominatore, in entrambi i casi, e cioè il giudizio di valore assegnato al soggetto cui si riferisce l’epiteto, in ragione esclusiva del suo aspetto fisico. Nel primo caso, “pacchione” ha un valore dispregiativo della persona, nel secondo vorrebbe essere un apprezzamento lusinghiero che però insiste troppo su una valenza quasi esclusivamente sessuale e concupiscente. Trattasi, in entrambi i casi, di quel che si definisce body shaming, ossia la peste etica del nuovo millennio, che non risparmia nessuno, anche se sono le donne a esserne più frequentemente vittime, l’abitudine cioè a giudicare gli altri sulla base del loro aspetto fisico e della corrispondenza a parametri estetici più o meno imposti dalla società e dai media.

Foto di Antonio Parrinello

La pacchiona è anche un’opera in scena in questi giorni a Catania, quel che si dice un dramedy, l’ibridazione cioè di elementi tipici della commedia (battute argute, vivaci diatribe) con quelli del dramma (contenuti importanti, temi e personaggi complessi). Prodotto dal Teatro Stabile della città, è la versione italiana di un opera del 2004 del regista, sceneggiatore e drammaturgo americano Neil LaBute, dal titolo Fat pig, segmento di un progetto più ampio che prende il nome di Trilogia della bellezza. Nell’allestimento nostrano la traduzione e l’adattamento sono di Marcello Cotugno (che ne firma anche la regia) e di Gianluca Ficca, gli attori sono Paolo Mazzarelli, Federica Carruba Toscano, Chiara Gambino e Alessandro Lui (tutti molto bravi ed efficaci), mentre la vicenda è trasposta in Sicilia.

Poco male, non è solo l’America la patria di tutte le possibili contraddizioni che generano conflitti – e quindi storie – dal momento che le opere di LaBute non hanno una vincolante e precisa topografia di riferimento. Quel che contano sono i concetti e in questo caso il tema dell’ossessione dell’apparenza, della sopravvalutazione dell’aspetto fisico in una società – che è anche quella siciliana – che esalta soprattutto gli individui che corrispondono esteriormente a paradigmi di desiderabilità imposti dal sistema dei consumi. A primo acchito mi ha ricordato certe situazioni di un film – Hairspray – del provocatorio e dissacrante John Waters, uscito in Italia col pessimo titolo Grasso è bello, ma lì in modo decisamente scanzonato si parlava anche di altre discriminazioni, come quelle razziali.

Qui invece tutto ruota attorno ad Elena e Tommaso, la prima è una bibliotecaria palermitana il cui essere oversize non fa velo a un’indiscutibile simpatia, frutto di modi diretti e sfacciatamente onesti, pur se gentili, l’uomo è invece un professionista milanese che lavora in Sicilia per conto di una società in cui sono impiegati anche il suo migliore amico e una contabile con cui ha già avuto una relazione alquanto tossica. S’incontrano in un ristorante affollato all’ora di pranzo e iniziano a parlarsi e piacersi per passare di lì a poco a poco a frequentarsi. Fin qui niente di straordinario, fino a quando la loro non diventa una relazione stabile. È a quel punto che dovranno fare i conti con gli ammiccamenti, le battute, la diffidenza e la cattiveria di tutti coloro – e sono i più – che considerano la sessualità la riserva esclusiva di chi ha corpi tonici, e che dalla modellizzazione del proprio corpo ricavano il proprio simulacro di felicità e di benessere.

Ragazza inequivocabilmente buona, ironica ed autoironica, vulnerabile e vittima delle mistificazioni culturali, ma sincera e onesta, Elena ha imparato faticosamente ad accettarsi e a vivere come desidera, anche se costretta a subire le pressioni di chi la vorrebbe diversa e non la accetta perché non conforme ai propri standard di bellezza. Il fascino della rappresentazione deriva proprio dal livello in cui lo spettatore vedrà come imbarazzante la relazione col bel Tommaso, nell’instabilità dello sguardo costretto a confrontarsi con i propri impulsi e pregiudizi, gli stessi con cui deve confrontarsi l’uomo per affrontare il crescente disagio di una relazione che lo espone al timore di apparire ridicolo benché innamorato. In questo senso, la scena che mi è sembrata più potente è quella in cui i due si accingono a fare l’amore mentre guardano uno dei tanti spaghetti-western a cui l’ha fatta appassionare da bambina il padre. Al di là dell’imbarazzo di fronte a cui è messo il pubblico nel vedere una donna sovrappeso svestita che cerca di provocare e sedurre un uomo molto attraente, nell’intimità di quella situazione e con quelle immagini che scorrono e che avevano costituito la colonna sonora dell’età in cui aveva negato la propria sessualità proprio a causa della sua costituzione, Elena ha un blocco che le impedisce il rapporto fisico con Tommaso e che comincia a far incrinare la relazione con l’uomo.

Foto di Antonio Parrinello

Quel che colpisce e traumatizza lo spettatore non è tanto il linguaggio utilizzato dai ripugnanti personaggi di supporto che rappresentano la crudeltà di una società alienata, quanto lo shock del riconoscersi in individui orribili che dicono cose spregevoli e misogine. Per cui all’inizio riusciamo anche a ridere, ma via via ci rendiamo conto che l’effetto disturbante di certe situazioni discriminatorie è dato dal nostro rispecchiamento in caratteri narcisisti che sono sì odiosi, ma non più di quanto non potremmo esserlo noi in circostanze analoghe. La visione di LaBute è scettica riguardo alla possibilità che al giorno d’oggi si possa essere davvero in grado di costruire relazioni positive di qualsiasi tipo. Semplicemente i nostri tempi non offrono le condizioni per poter evitare i conflitti e le angosce che derivano dal sentirsi sempre nel raggio di osservazione di un radar sociale che illumina solo chi persegue la dittatura del successo. Ed è proprio ai personaggi più odiosi che l’autore affida la chiave di lettura dell’opera, sono loro a dirci che siamo tutti incapaci di sopportare la diversità e che saremmo disposti a morire pur di non rischiare la disapprovazione. La pacchiona perciò ci riguarda e ci colpisce non tanto perché intercetta la nostra facile riprovazione verso il body shaming quanto perché smaschera le piccole e grandi viltà da cui nessuno può ritenersi immune e su cui non si può fare a meno di riflettere anche il giorno dopo aver visto lo spettacolo. Che è quanto il teatro dovrebbe sempre riuscire a fare.

Il sentimento del cadere

C’è quest’espressione, in siciliano: cascari du cori, cadere dal cuore. Si usa per dare l’idea di un sentimento usurato ed esaurito, in un modo che si percepisce come irreversibile: mi cascau du cori, per dire “non l’amo più”. Non so bene se, quanto e come si usi in italiano, non mi vengono in mente scrittori che l’abbiano usata e mi pare che non esista un corrispettivo in altre lingue. Anzi, in inglese il verbo “cadere” si usa semmai in un’accezione opposta a quella dell’espressione dialettale che indica il venir meno dell’amore. To fall in love vuol dire, al contrario, “innamorarsi”. Perché si usa allora il verbo “cadere”? Penso che abbia a che fare con ciò che considererei qualcosa di più di una sensazione o un sintomo, piuttosto un sentimento: la vertigine, l’ebbrezza del vuoto che ti coglie quando temi non tanto di cadere nel precipizio, ma di gettartici tu stesso. E penso allora a quando, nella vita, mi è capitato di provarlo. Ci penso dopo aver ripreso in mano il Trattato di funambolismo di Philippe Petit e dopo aver visto un film di Robert Zemeckis (The walk, sconsigliatissimo a chi soffre proprio di vertigini) sulla sua più spettacolare impresa: la camminata, il 7 agosto del 1974, su un cavo d’acciaio teso tra le Twin Towers. Mi dico che il senso più simile alla vertigine l’ho provato in alcune circostanze particolari: in amore, ça va sans dire; mentre studiavo dei manoscritti di un autore a cui ho dedicato anni di ricerche; giocando (a carte, soprattutto) o assistendo ad alcune partite di calcio; durante le mie crisi d’ansia.

Quanto a queste ultime, è difficile spiegare a chi non ne soffre la vertiginosa sensazione di confusione che ti ottenebra, la testa che ti gira, il respiro che prima si fa affannoso e poi ti manda in iperventilazione, l’irrequietezza, l’aritmia, la perdita di controllo del corpo, lo smarrimento e il bisogno di essere in qualsiasi altro posto diverso da quello in cui sei, l’impulso irrazionale a fare ogni cosa pur di non essere travolto da ciò che assomiglia a un turbine, a un mostro che sai che potrebbe prendere il tuo controllo anche solo pensando che potrebbe accadere. È la sensazione di un vuoto che ti risucchia, è la mancanza di riferimenti stabili e solidi a crearlo, è l’assenza di tutto ciò che solitamente ci dà confini e certezze.

Ed è a questo punto che mi ricordo ciò che scrive Petit a proposito delle sue passeggiate sul filo sospeso nel cielo: «Questo vuoto atterrisce. Prigionieri d’un brandello di spazio, combatterete allo stremo delle forze misteriosi elementi: l’assenza di materia, l’odore dell’equilibrio, la vertigine dai lati molteplici e il cupo desiderio di ritornare a terra, tutto questo sarà schiacciante. Tale vertigine è il dramma della danza sul filo, ma di quello non ho paura».

Cos’hanno in comune le nostre vertigini con quelle del funambolo? Tutto.

Non è forse vertigine anche quella della conoscenza? Quando studi e ti sembra di non cogliere immediatamente tutto o realizzi di non saperne mai abbastanza? Ti affacci su un vuoto immenso su cui hai teso una fune e sai di doverci camminare sopra. Puoi cadere, ma non puoi tornare indietro, anzi senti di non voler più tornare indietro.

Non è forse vertigine quella del giocatore, con la sua inebriante commistione di audacia, voluttà e sofferenza? Basti pensare ai personaggi dostoevskjani del Giocatore, tutti irretiti dal­la vertigine incontrollabile della caduta, e al suo protagonista, Aleksèj, dominato dalla duplice attrazione per la roulette e per l’altera e inquietante Polina: «C’è qualcosa di particolare nella sensazione che provi quando, solo in terra straniera, lontano dalla patria e dagli amici, senza neanche sapere quel che mangerai domani, punti l’ulti­mo fiorino, proprio l’ultimo!».

Non è infine vertigine quella dell’innamorato assalito da mille timori e tremori che lo agiscono, e non volendo recedere dalla sua scelta non può che procedere in equilibrio su un vuoto? «L’ottenebrante, irresistibile desiderio di cadere» – scrive Kundera – «ci si rende conto della propria debolezza e invece di resisterle, ci si vuole abbandonare a essa. Ci si ubriaca della propria debolezza, si vuole essere ancor più deboli, si vuole cadere in mezzo alla strada, davanti a tutti, si vuole stare in basso, ancora più in basso».

Il desiderio di conoscenza (Ulisse docet), il gioco e l’amore hanno in comune l’idea della molteplicità delle azioni possibili, della sfida e dell’abbandono alle forze del caso e della conseguente vertigine che provocano, il modo in cui ci rapportiamo a ciò che per comodità chiamiamo “destino”. L’azzardo cui il ricercatore, il giocatore e l’innamorato si rivolgono ha in comune il disinteresse materiale, il più segreto radicato desiderio di sovvertire l’ordine tra cielo e terra facendo percepire come dimensione sicura quella dell’altezza e non del suolo. Ma è proprio quando cadi nel vuoto che arriva l’inattesa e imprevedibile possibilità di ripartire scegliendo un’altra direzione tra le infinite possibili. Per questo non bisognerebbe mai cercare di allontanarsi da quel punto in cui ci sembra di stare perdendo tutto.

Parafrasando e sovvertendo Pirandello che, a proposito dell’umorismo, distingueva tra avvertimento e sentimento del contrario, si può dire che la caduta – in amore, nel gioco, nello studio – è l’avvertimento di una scomposizione dell’ordine in cui ci si rappresenta una situazione e che procura angoscia, ma il vuoto in cui si cade non è il Nulla, è invece un alleato, il punto di appoggio che permette di essere altro da ciò che si è, permette di diventare finalmente funamboli. A quel punto diventa un sentimento e il cadere dal cuore significa allora sentire che si ha di nuovo la possibilità di risalire su quel filo sospeso nel cielo perché a quello si appartiene, a quella dimensione che si misura attraverso l’accuratezza che serve ad ogni passo per non cadere in terra.

Di chierichetti, usignoli e scimmie disperate

Mi sono innamorato di Françoise Hardy quando non era più Françoise Hardy. Per meglio dire: lei è ancora viva e lotta insieme a noi (noi sognatori perenni, intendo.) Ma ero ancora troppo piccolo quando già spezzava cuori, troppo inconsapevole del mio perché potesse anche solo intaccarlo.

Isabelle Adjani
Nastassja Kinski

Il tempo delle mele che ho vissuto ha conosciuto invece altre malìe – su tutte quella di Ornella Muti (la cui bellezza senza tempo faceva velo al reale talento, compreso invece, e non per caso, da tanti maestri del cinema) e Isabelle Adjani (eterea nel suo pallore disincarnato per l’Herzog di Nosferatu almeno quanto lo era stata per Truffaut in Adele H) – e quando le mele cominciavano a diventare al massimo pere bollite ho tributato culti ad altre icone – da Nastassia Kinski (il suo viso d’angelo in Tess di Polanski avrebbe fatto impallidire persino la Laura di Petrarca) a Wynona Ryder (struggente Mina Murray in quel capolavoro che è il Dracula di Coppola).

Wynona Ryder

Di tutte ho tenuto i ritratti sul comodino da dare in pasto alle mie illusioni. E a tutte ho scritto lettere appassionate che non hanno mai letto. Altrimenti…

E però Françoise… Françoise è un mistero per me, una corrispondenza tardiva; non l’avevo incontrata mai da ragazzino nemmeno nei fotoromanzi che leggevo mentre aspettavo che mia madre finisse dalla parrucchiera dove mi portava quando non aveva a chi lasciarmi. Mi ritorna in mente ancora l’odore di lacca e di pettegolezzi di quella sala dove un magnetofono Geloso (così si chiamava) diffondeva le canzoni di Morandi, di Battisti, di Ornella Vanoni e Peppino Di Capri.

Anche in casa mia ce n’era uno, e io che me n’ero conquistato sul campo la titolarità ne ero “geloso” custode non solo perché avevo mostrato precoci interessi “musicarelli”, ma perché era prodotto da una ditta che portava il mio nome (Magnetofoni Castelli), cosa che bastava già a inorgoglirmi anche senz’essere nemmeno lontanamente imparentato col suo inventore.

Ad eccezione degli chansonnier consacrati – Brel, Brassens, Moustaki, Aznavour, Bécaud, Piaf, Trenet, Montand – del pop transalpino non arrivava granché, e persino la hit più famosa a cavallo tra Sessanta e Settanta si doveva ascoltare clandestinamente, tanto intensi e scandalosi turbamenti provocava. Jane Birkin che sussurra a Serge Gainsbourg Je t’aime moi non plus era una specie di amplesso virtuale. Ma interruptus, almeno per me, considerato che appena partiva la musica mia madre, o chi per lei, premeva il tasto stop, a tutela dell’innocenza di cui si faceva garante insieme alla sua coiffeuse e al prete della parrocchia in cui servivo messa.

Lo stesso che a quella vespertina, successiva all’ora di catechismo, ti metteva in guardia dal commettere atti impuri ammonendoti che “Dio ti vede”. Quello sguardo torvo me lo sono portato appresso per molto tempo, ma a distogliere la sua attenzione sono valse per fortuna le tante storie in musica che ascoltavo e che dell’amore mi insegnavano ben altro che il senso di colpa.

È stato così che ho potuto scoprire Françoise, cantrice del disordine d’amore e della fragilità adolescenziale; tous les garçons et les fille a cui dava voce non ragionavano che di questo, a questo pensavano, ed è anche grazie alla sua voce, soffice come la schiuma dello shampoo che la parrucchiera faceva a mia madre, prototipo inarrivabile di tutte le “carlebruni” successive, che ho scoperto che all’amore si è può essere iniziati con leggerezza e discrezione, e che anche gli addii si possono pronunciare gentilmente.

Françoise, fascino castano esaltato da una silhouette longilinea, con i suoi capelli lisci sulle spalle e la frangetta che incorniciava occhi che ti scavavano l’anima, un’alchimia di ebbrezza vitalistica e malinconia che era l’essenza stessa della generazione yé-yé che proprio lei aveva inventato: una Princesse de Cléves di lafayettiana memoria, così bella che avresti detto di poterla amare per sempre. Che la sua generazione le abbia devotamente tributato il culto che si addice alle divinità lo testimoniano le decine di citazioni che le hanno riservato cineasti (Lelouch, Ozon, Bertolucci, Anderson tra tanti altri) e scrittori da Prévert (nella poesia Une plante vert dice che «sous le charme de Françoise Hardy on entend palpiter la vie») a Manuel Vàzquez Montalban («ya estaba / en la misma canción la imposible / penumbra, / el imposible rincón / del noctámbulo»: era già nella stessa canzone l’impossibile crepuscolo, l’angolo impossibile del nottambulo). E ancora i musicisti che la idealizzarono, da Bob Dylan a Mick Jagger e David Bowie .

Che tristezza sapere che non canterà più perché una malattia contro cui lotta da almeno quindici anni le ha colpito anche la gola. Come sentire che un usignolo non possa più emettere il suo verso. L’ho scoperto googlando alla ricerca di notizie che la riguardassero, dopo essermi imbattuto in un suo curioso monologo-confessione (L’amore folle), tradotto e pubblicato qualche anno fa in Italia ad opera di una piccola e benemerita casa editrice fiorentina (Edizioni Clichy) e che fa il paio con la sua autobiografia, inedita in Italia, dal titolo Le désespoir des singes, com’è detta l’araucaria – disperazione delle scimmie – per via delle sue foglie a forma di scaglie appuntite che impedisce ai primati di arrampicarvisi. Nel suo romanzo emerge proprio questo contrasto tra la compostezza e l’equilibrio dell’apparenza e il tormento di chi quella forma indossa. E così affiora tutto il travaglio esistenziale di una donna che avresti pacificamente apparentato alle madonne della poesia cortese, all’apollinea bellezza delle veneri rinascimentali, e che invece ti grida inaspettatamente in faccia che l’amore è una bestia indomabile che ti squassa e ti spoglia di ogni pudore, di ogni dignità. Può capitare così che si tramuti in un’ossessione in cui non si capisce più chi è la vittima e chi il carnefice, chi arma la mano che prima o poi ucciderà l’altro. Sia chiaro: Breton non c’entra. L’amore che il titolo evoca è l’amore tout court, quello che rende folle chi ama per il fatto stesso che ama. Ed è una follia quasi inevitabile, da attraversare fino in fondo perché solo lì risiede la sua verità.

Nella sua finzione Françoise racconta della liaison con un uomo che viene nominato solo come X, non particolarmente attraente, anzi tanto diverso dalla donna che parla (peraltro con una stupefacente sorveglianza stilistica da scrittrice smaliziata) e che però le appare come «uno di quegli esseri davanti ai quali tutte le difese crollano prima che ce ne rendiamo conto, soprattutto perché non hanno consapevolezza del loro potere». Le tappe che scandiscono la loro relazione – devozione, sofferenza, gelosia, assenza – sono quelle tipiche dell’attrazione fatale e trascendono il rapporto fisico. Perché l’amore, come canta Brunori Sas, “è un colpo di pistola”, è un’onda che travolge e devasta, ti disarma, lasciandoti in balìa di un dio che ti possiede e parla al posto tuo. È la socratica katokoché: una forma di possessione vera e propria che disloca la Ragione (atopía, la chiama il filosofo) e fa sì che, quando amiamo, non disponiamo più di noi stessi perché il nostro Io ha già perso il consueto ordine delle proprie connessioni per lasciare che sia qualcos’altro ad agirlo. L’istinto e il godimento dei corpi non c’entrano niente, ciò che accade è l’accamparsi di un’entità che si fa arbitro tra la nostra dimensione razionale e quella folle e l’innamorato che non fa i conti con la parte irrazionale di sé semplicemente non ha mai conosciuto Amore. Il fatto è che non puoi prevederlo né evitarlo, in seguito, perché ti precipita dentro per caso, a condizione che le sue crepe presentino una sufficiente simmetria con le tue, rendendoti un pazzo la cui follia, lungi dall’essere un handicap, è invece ciò che dà alla tua vita il suo unico e possibile interesse.

Confesso: il fatto che a dirmelo sia la bellezza quintessenziale che avevo associato all’idea di un’educazione sentimentale rassicurante, foriera di quel “discernimento” e di quella “reciprocità” che si addicono alle relazioni “funzionali” ha dislocato un po’ anche me, ma tutto sommato posso farmi piacere per un po’ l’idea che tutto ciò che si avvicina alla follia, lungi dall’essere tossico, a volte può risultare persino necessario.

Luisa Adorno nel teatro della memoria

Apprendo con tristezza della scomparsa di Luisa Adorno (ma il suo vero nome era Mila Curradi), una scrittrice che ho molto apprezzato e di cui conservo il ricordo di un bellissimo viaggio a Princeton dove andammo a parlare insieme della Sicilia letteraria. Non la sentivo da molto tempo, ma chiedevo sempre di lei ad amici comuni e, tra questi, al caro Angelo Scandurra, anche lui purtroppo, inquilino nella stanza dei miei ricordi più cari, e che ne aveva pubblicato un libriccino dal titolo Qualcosa anch’io, in una sua raffinata collana. L’ultima opera edita con Sellerio s’intitolava Tutti qui con me ed era, a un tempo, una sorta di testamento letterario e di teatro della memoria abitato da presenze memorabili. Restituiva un profilo complessivo che confermava la necessità di considerare i suoi libri come un unico grande affresco in continuo divenire, per via della lenta sovrapposizione di narrazioni successive che si annodano le une alle altre. C’era sempre, in lei, una preziosa mescolanza di tasselli privati, biografici, memoriali e di grandi eventi del Novecento – la guerra prima di tutto – apparentemente riassorbiti nella normalità del quotidiano, in realtà presenti sullo sfondo come una sorta di metronomo che scandiva la sua vita narrata.

La ricomposizione di frammenti di esistenze, alcune delle quali presenti anche in altre sue opere, trovavano compiutezza proprio in questo “romanzo di vite”: un carosello di personaggi su cui si posa uno sguardo ora indulgente, ora curioso, ora malinconico, ma mai nostalgico, piuttosto rischiarato dall’affetto e dalla sua consueta ironia che, in rapida e incisiva pennellata, riusciva a fissare una figura nel lampo di un gesto o di una battuta. Personaggi che avevano incrociato la vita dell’autrice e che continuavano ad attraversarla perché, anche quando non sono più, vivono nel presente della memoria. Volti noti e meno noti: Anna Banti, direttrice della rivista “Paragone” insieme al marito Roberto Longhi; l’insigne italianista Carlo Muscetta; il filosofo crociano Luciano Dondoli; il professore di estetica Rosario Assunto; il filologo e critico Niccolò Gallo; il poeta e scrittore Gugliemo Petroni. E poi i luoghi suoi: la Toscana e Roma da un lato, la Sicilia dall’altro.

Dalle pagine che puntellavano la ricostruzione degli incontri di una vita, scaturivano con evidenza più netta alcuni punti fermi della sua poetica: anzitutto il parlare solo di cose conosciute, lo scrivere, come affermato altrove, «soltanto la vita» e soltanto se si ha qualcosa da dire che non si vuole vada perduto. Lei stessa, del resto, non aveva mai fatto mistero del fatto che nei suoi libri il tasso inventivo non fosse mai sensibile dal momento che essi attingevano principalmente ai ricordi e alle descrizioni di viaggi realmente compiuti. L’intento era perciò principalmente comunicativo e poiché si racconta il vissuto, i lettori si sono sempre potuti riconosce in esso e le scrivevano spesso, attuando così quel circolo virtuoso di comunicazione letteraria che ha determinato la sua fortuna negli anni.

E c’era ancora la funzione esercitata dalla memoria. Nel suo Le dorate stanze aveva scritto: «Che cos’è la memoria! Almeno la mia conserva nitidi certi momenti stupidamente felici, o futili, o inutili, e, se non cancella, adombra tutto il resto, tutto quello che un tempo ci sembrò essenziale, tutto quello che è penoso ricordare…». E facendo proprio il motto dell’amata Marina Ivanovna Cvetaeva – «La duttile memoria in me si identifica con la fantasia» – l’autrice traduceva in scrittura un’inclinazione che appare naturale come in un gioco semplice di bambini, il gioco di un’esistenza di cui ogni gesto, ogni palpito, ogni sospiro ha assunto il valore di un “tesoro” da serbare gelosamente sotto un coccio di vetro o da svelare agli altri per condividerne lo splendore. Era il suo uno scavare nel pozzo della propria esistenza per ritrovarvi quanto di magico, di puro, di essenziale sussiste in noi, incontaminato, celato dietro la cortina del tempo. La vita che si svela dentro le sue pagine è una vita di piccole cose, ma di buon gusto, e che acquistano nella scrittura autobiografica una dignità nuova che li sottrae al logorio del tempo.

I suoi testi, infatti, a metà fra autobiografia e romanzo, pullulano di quelle «tracce di vita» di cui parla Sciascia in Nero su nero, per cui accade che gli eventi «si carichino di una loro segreta verità e si dilatino nel tempo, lo attraversino». E forse, alla base dell’apprezzamento dimostrato dal grande scrittore siciliano nei suoi confronti, sta proprio quest’anima palpitante celata tra le pagine dei suoi libri, nei quali si ritrae un’umanità spesso ai margini della storia ufficiale, il cui patrimonio di sentimenti, valori, tradizioni non è certo meno degno di essere rappresentato poiché, come risponde Marina Cvetaeva ad un critico russo, in difesa di Proust: «Non esistono soggetti minimi, non esistono piccole storie, è l’occhio dei critici che è piccolo».

L’autrice tosco-sicula si serviva, per i suoi viaggi nel passato, proprio della proustiana memoria involontaria, suscitata di volta in volta da sensazioni diverse siano esse, come avviene in Sebben che siamo donne, le note di una vecchia canzone che la riconducono agli anni della lotta partigiana oppure la visita, durante una gita scolastica, della spiaggia di Cerveteri che le ricorda trascorse villeggiature in «una spiaggia senz’altre impronte che quelle dei gabbiani» e «il canale che unisce il mare al lago» o ancora il calendario di una farmacia di paese che innescare in lei il ricordo del soggiorno in Svizzera e delle persone ivi conosciute.

Altrove erano state assai più rilevanti le sensazioni di natura olfattiva, come ad esempio l’odore «umile, leggero», l’odore «di casa piena» della lattuga bollita che suscita, in Arco di luminara, gli affettuosi ricordi degli anni andati, gli anni della non sempre rosea convivenza con i suoceri, con i figli bambini e le domestiche che battibeccavano in cucina.

Ma la sua non era una ricerca du temps perdu: il tempo che Proust considera a priori “perduto”, suscettibile di essere colto solo in maniera del tutto casuale e involontaria. Al contrario, il tempo è sempre vivo in noi, secondo l’insegnamento altrettanto fecondo di Kaziemierz Brandys, conosciuto su segnalazione di Sciascia, e che nelle Lettere alla signora Z. dice: «…tutta la nostra vita è presente in noi a ogni momento, il passato è sempre “adesso”, indipendentemente dal fatto che lo sappiamo o no».

È il presente la dimensione che risulta vincente dall’opera di scavo memoriale, il presente dell’Arte, il presente dell’operazione creativa. Di fronte al mistero insondabile e inesplicabile che è la fine dell’esistenza, la memoria acquista una funzione taumaturgica, ridonando la vita a chi vita non ha più. Attraverso la “Parola”, la scrittura autobiografica, supera la tragicità del distacco e sottrae  i cari perduti dalla dimensione dell’oblio, per riportarli a quello che sono stati prima della morte, oltre la morte. Ce li rende, infatti, nella vita che c’era in loro, nei loro gesti, nei loro sorrisi, in tutti i momenti belli trascorsi in loro compagnia, poiché il senso ultimo di ogni esistenza è in quanto di positivo si è riuscito a trasmettere agli altri, malgrado la brevità del tempo concessoci. I ricordi lieti, quindi, le servivano spesso per esorcizzare quelli tragici.

Un altro dato che mi sento di sottolineare e che emerge con forza nel suo ultimo libro è il senso di un’integrale humanitas. Quando rievoca figure come quelle della pittrice Agata Pistone o di Guglielmo Petroni o della collega Clelia o di Anna Banti, esse vengono restituite alla loro compiuta umanità, trattate magari con una pudica ironia che non diventa mai sarcasmo irridente, ma moto affettuoso dell’anima, se non autoironia in qualche caso.

Sarebbe inutile elencare dei modelli per questo genere di prosa, dal momento che non ce ne sono, almeno di dichiarati. Semmai c’è l’ammirazione per certe pagine scarne e scolpite di Flaubert, per la scrittura fresca, apparentemente spontanea, poetica di Katherine Mansfield, per i racconti di Checov, per gli amati epistolari – e alcuni dei racconti di Tutti qui con me sono proprio lettere – dei suoi autori prediletti, da Marina Cvetaeva a Franz Kafka, da Virginia Woolf a Boris Pasternak.

C’era nella Adorno quella stessa leggerezza pensosa che fece scrivere a Montaigne un motto che l’autrice sposa pienamente:«Je ne fais rien sans joie». Eppure la sua vita non è stata pacata, serena. È come se dalle sciagure che ne hanno trapuntato il percorso lei stessa avesse acquistato la capacità di godere di ogni momento buono, anche minimo, di non lasciarsene sfuggire la piccola felicità che comunica. La scrittura era per lei la forma terapeutica ideale di elaborazione e interpretazione della fatica del vivere.

E infine c’è il motivo del viaggio, inteso come ricerca dell’altrove:il suo atteggiamento era sostanzialmente quello della viaggiatrice che riporta sulle pagine impressioni di un mondo altro, lontano eppure vicinissimo. Anche il recupero memoriale, infatti, è a suo modo un viaggio, un cammino a ritroso per le strade del tempo alla ricerca di quei brandelli di passato destinati a modificare, col loro apporto, il presente. Nei suoi libri si fa però riferimento anche a viaggi reali, compiuti dalla scrittrice da sola o in compagnia di amiche o familiari. Tutta la sua vita pare anzi caratterizzata da un inarrestabile movimento, quasi che l’Adorno, toscana d’origine, rifiuti di legarsi ad un’unica patria, ma sentendosi illuministicamente cittadina del mondo, considerasse il viaggio la sua dimensione ideale. E due sono i principali poli d’attrazione: pur restando fondamentalmente toscana, come testimonia l’utilizzo di lessemi e fonemi della sua regione d’origine, Mila/Luisa si sentiva calamitata dalla Sicilia che la teneva, come aveva affermato in Come a un ballo in maschera, in uno “stato di plagio”.

Queste due differenti mete rispondono in realtà a diverse esigenze. Dalla Toscana ella acquisiva il senso della misura, l’ironia come pudore dei sentimenti, il gusto per l’arte; dalla Sicilia il calore umano, la generosità, il senso della famiglia, il grandioso nella bellezza. Ed è una Sicilia meravigliosa, dominata da una natura che annienta, che stordisce dell’azzurro marino, del bianco accecante del sole, del nero della lava e della sciara.

D’altra parte, abituali erano diventati, nell’arco della sua esistenza, i soggiorni all’estero, in particolare nell’Europa dell’Est. E se la Sicilia era la chiave di un immenso inno alla vita in cui si soddisfa un bisogno di coralità, di famiglia, di continuità, l’Europa rispondeva ad un’esigenza diametralmente opposta, di affermazione di sé, della propria personale identità, era un tramite per rimpossessarsi della propria autonomia, ma al contempo recuperare la passione per l’impegno politico e per l’Arte in ogni sua forma. A volte, il viaggio reale finiva per presentare punti di contatto con la letteratura: la convergenza dei due piani (realtà e letteratura) era stata particolarmente evidente ne La libertà ha un cappello a cilindro, giocato su un doppio livello temporale: il tempo della scrittura (le lettere contemporanee all’amica Valeria) e quello della storia (le lettere alla figlia, degli anni ’70, all’epoca del viaggio). Ma quella della Storia è una presenza che, seppur discreta, risulta influente.

Ecco, in definitiva, mi pare che la cifra che caratterizzasse la scrittura della Adorno fosse da rinvenire proprio nel costante avanzare in equilibrio tra Cronaca e Memoria, il cercare di mettere continuamente a fuoco l’ipotetico punto di convergenza tra Storia collettiva e microstoria personale. Il viaggio è ricerca del mondo degli altri, delle loro tradizioni, del loro senso della bellezza. E in una scrittrice dalla spiccata tendenza assimilativa, diventa spesso ritorno dagli stessi “altri”, non più “altri” ormai.

Penso dunque amo (e aspetto)

Si fa presto a dire «vai dove ti porta il cuore», come se questo avesse una sua intelligenza, come se l’amore fosse un suo sentimento. Quando affermiamo di amare col cuore stiamo in realtà ammettendo che quanto ci detta è conseguenza di una mente offuscata. Si dovrebbe perciò dire «ti amo con tutta la mente» perché l’amore è, come la fede, itinerarium mentis. È della mente che ci si innamora e quando siamo innamorati prestiamo attenzione proprio a tutto quello che l’amato ci dice, alle sue idee, alle sue parole, le stesse che s’invischiano nella pece dell’indifferenza e della distrazione quando l’amore se ne va. Anzi, è proprio la morte dell’amore a svelare la sua natura di artificio tutto intellettuale, nel momento in cui l’oggetto del desiderio appare completamente diverso ai nostri occhi e si affaccia la fatidica domanda: «come ho fatto a innamorarmi di lui/lei?».

A riprova dell’ottundimento che ci avrebbe tolto la facoltà critica, ci accorgiamo, a quel punto, di cose che non avevamo notato o a cui non avevamo prestato attenzione, e vediamo unicamente proprio quei difetti la cui accettazione disinteressata ci era sembrata la prova tangibile dell’esistenza di un sentimento. Tutto ci appare allora come un inutile orpello – un naso più pronunciato, un modo di pettinarsi, un modo di ridere o di parlare – la manifestazione sensibile ed esteriore di un soggetto anodino, uno di quelli che non ti soffermeresti a guardare nemmeno se ti passasse davanti mille volte. E i giudizi su chi ci è venuto definitivamente a noia diventano delle stilettate gratuite, delle ferite minuziosamente inferte per rendere più dolorosa l’agonia. Tutto finisce con l’irritare e monta un desiderio di rivalsa, un risentimento che si esprime in un’altra frase topica: «mi hai tolto gli anni migliori della vita»: la sensazione cioè di essere stati espropriati del Tempo, come se quell’equazione astrale a cui avevamo concesso il credito di essere definito destino, in altre circostanze ci avrebbe garantito qualcosa di meglio dell’accidente che ci è invece capitato. E tutto quanto l’ha preceduto allora cosa sarebbe, se non un’artificiosa simulazione di felicità?

Tutto nell’amore sembra essere una costruzione della mente, qualcosa che esige una regia – e insieme ad essa la scenografia, i costumi, la musica, il montaggio -, dal momento in cui si manifesta, nel tempo della seduzione, al momento in cui finisce, risucchiato nel gorgo dell’indifferenza o della gelosia, dell’abbandono o delle recriminazioni. Ogni coppia di amanti ha le proprie frasi memorabili, le proprie canzoni, i propri luoghi del cuore ed è regia la selezione delle frasi da rivolgere a chi si è scelto di fare oggetto d’amore, la colonna sonora che sostiene la storia, il set del primo appuntamento o dei successivi convegni amorosi, la deliberata topografia che si vuole strappare alla contingenza per renderla memorabile, l’altare di una memoria da consacrare a un’illusione di eterno.

La Letteratura tutta, a pensarci bene, assomiglia al lungo marciapiede di una stazione su cui gli astanti sembrano ritrovarsi solo per aspettare un treno che non si sa mai se passerà: aspetta il Giobbe dell’Antico Testamento come pure Abramo; aspettano Penelope come Vladimir ed Estragon di Aspettando Godot; aspetta lo scrivano Bartleby come il rêveur di Rua dos Douradores Bernardo Soares; Renzo e Lucia come il kafkiano Joseph K.; aspettano i militari della Fortezza Bastiani come i commensali dell’Angelo sterminatore di Bunuel; Hans Castorp nel sanatorio di Davors della Montagna incantata come il reduce nel sanatorio della Rocca di Diceria dell’untore. Il catalogo è sterminato e non ci provo nemmeno a compilarlo.

E l’amore dov’è? Dove si rintana? Dove lo si aspetta? Ancora una volta nella mente, e il suo tempo è un tempo sospeso, quello dell’attesa dell’altro (la puntualità, da sempre, è ampiamente sopravvalutata come sanno bene i ritardatari). Ci vuole talento ad aspettare, a saper riconoscere che non si può fare la propria felicità da soli. Lungi dall’essere una bolla vuota, un fastidioso incidente, essa è azione e sentimento. Prendi Gabriel Garcia Marquez che della regia dell’attesa ne ha fatta una poetica. Prendi anche solo quel catalogo postmoderno di tutti i possibili volti dell’amore che è L’amore ai tempi del colera in cui il malinconico Florentino Ariza sa aspettare cinquantatrè anni sette mesi e undici giorni la sua bellissima, altera, testarda e orgogliosa Fermina Daza, senza un solo attimo di cedimento o di resa: un’iperbolica tregua dei sensi che il paradossale lieto fine saprà però premiare.

L’attesa è l’essenza stessa dell’amore, il momento immobile e fondativo in cui l’innamorato riconosce sé stesso in quanto tale proprio perché sa aspettare. E si può aspettare in mille modi, assoluti e contingenti, ma in ognuno di essi è come se si producesse un ipnosi del desiderio che pietrifica e incanta, costringe alla paralisi senza che se ne conosca realmente il motivo. Ciò non ha nulla a che vedere con la passività, anzi. L’innamorato che aspetta si trova in uno stato di vigile attenzione che amplifica a dismisura la propria capacità percettiva, lo rende immobilmente inquieto: leone e gufo. Come il leone, patisce le sbarre della gabbia che lo rinchiude (“sentirsi un leone in gabbia” è espressione che dà il senso dell’irrequietezza dell’attesa e della prigionia d’amore), come il gufo, immobile sul ramo, non cessa un attimo di spiare, non visto, nell’oscurità. Al contrario, chi è atteso sa di esercitare più o meno consapevolmente una forma di dominio e si trova nella condizione di essere padrone del tempo, di poterlo orchestrare a suo piacimento, di realizzare così la dipendenza amorosa.

Chi aspetta, infatti, non vuole recidere il filo che lo tiene legato all’oggetto d’amore, la sua attesa è la consapevole strategia di chi si vuole assoggettare alla persona amata. La tipica promessa di fedeltà che si pronuncia con le parole «ti amerò per sempre» non è che la dichiarazione di resa dell’amante che mette la propria vita nelle mani dell’amato/a e gli/le assegna il ruolo di giudice e sentinella della propria libertà. Chi aspetta è in uno stato di sévrage, bellissima parola francese con cui si indicano due cose diverse, ma analoghe: lo svezzamento dal seno materno che è il primo vero distacco dalla madre, e il percorso di disintossicazione del drogato. L’attesa è la sorte che si riserva ai più deboli, agli ultimi, a coloro che sono spossessati del potere di agire, di fare accadere qualcosa attraverso il poco che resta alla loro facoltà di operare. Chi aspetta è l’impotente passeggero, non certo il pilota; la famiglia del paziente non certo il chirurgo, l’accusato che attende il verdetto non il giudice, il detenuto in attesa di scarcerazione non la guardia, lo studente che deve fare l’esame non il professore. Aspettare è lasciare agli altri, e a volte solo al tempo, il potere di cambiare le cose.

Nella sua Dialettica della durata, Gaston Bachelard dice una cosa bellissima sostenendo che l’attesa è come uno straordinario fertilizzante dell’immaginazione che può restituire il fascino della novità al più resistente dei fedeli d’amore. E dice che basta aspettare «nella più folle delle inquietudini, affinché ciò che tarda appaia d’improvviso più bello, più certo, più attraente. L’attesa, scavando il tempo, rende l’amore più profondo. Essa colloca l’amore più costante nella dialettica degli istanti e degli intervalli. Rende a un amore fedele il fascino della novità. Allora gli eventi ansiosamente attesi si fissano nella memoria; assumono un senso nella nostra vita».

Cosa si aspetta? Segni, segni di qualsiasi tipo. Segni che trasformano l’innamorato nel «semiologo selvaggio allo stato puro» di cui parla Barthes. Segni che dimostrano che l’amore non è affatto cieco, anzi, ci vede benissimo. Segni sul viso dell’altro, nei gesti, nei comportamenti, nei silenzi come nelle parole. Segni che tuttavia si sottraggono a univoche decifrazioni e che fanno dell’attesa amorosa un’esperienza psicotica: «cosa può significare?»; «è a me che si sta rivolgendo?». E anche se l’amato non sta mandando in realtà alcun segno, chi aspetta se li inventa perché non può farne a meno, perché in assenza di essi la sua unica speranza è quella di prolungare proprio l’attesa.

Si dirà: e se chi aspettiamo non arriverà mai? Se alla fermata d’autobus della vita non troviamo la nostra Fermina Daza ad aspettarci? Pazienza: l’attesa si deve saper assaporare, hai voglia di “ingannare l’attesa”, di eluderla in modo nevrotico ed estenuante, riempiendo il tempo di contrattempi che servono solo a distrarti. Lei è lì ad aspettarti e soprattutto a non farsi ingannare da te.

Cuor contento (il ciel l’aiuti)

Non  so a cosa si riferissero le due donne in fila davanti a me.

  • Come stai?
  • Insomma… Speravo meglio… però, dai… sono contenta.

Le è uscito male, con una piega a un angolo della bocca, con un sorriso che tradiva una certa forzatura, con una reticenza che aveva più l’aspetto di un’insoddisfazione a cui ci si rassegna perché non resta altro da fare. 

«Sono contenta»… Che significa essere contenti? Perché dire di esserlo quando non lo si è affatto?

Tra una busta della spesa e uno scontrino mi si affaccia alla mente quella pagina dei Promessi sposi in cui la malmonacata Gertrude, all’inizio della sua torbida e clandestina relazione con Egidio, paragona il sentimento potenzialmente distruttivo, e di cui non è consapevole, al sapore dolce che si mescola all’amarezza del farmaco per renderlo più sopportabile: 

«In que’ primi momenti, provò una contentezza, non schietta al certo, ma viva. Nel vòto uggioso dell’animo suo s’era venuta a infondere un’occupazione forte, continua e, direi quasi, una vita potente; ma quella contentezza era simile alla bevanda ristorativa che la crudeltà ingegnosa degli antichi mesceva al condannato, per dargli forza a sostenere i tormenti».

La contentezza non è la Felicità, che è uno stato se vogliamo irraggiungibile, ma il guardare le cose ad altezza d’uomo, accettare l’immanenza con la dignitosa consapevolezza che l’appagamento totale ci è stato precluso, imparare ad abitare uno spazio più circoscritto dell’assoluto.   

Ma è questa una dimensione sicura che ci protegge dalla sofferenza? Il meno peggio, insomma?

Il contento di sé è uno che si mantiene entro certi limiti (da contĭnēre, cioè cum-tenere, da cui contentus), la contentezza perciò è di chi si preoccupa di evitare l’incertezza e preferisce arredare il proprio spazio rendendolo la sineddoche di un mondo perfetto, il bunker impenetrabile in cui stivare tutto ciò che serve alla sopravvivenza, spacciandolo così per il tutto. Se è così – e ovviamente non è detto che lo sia sempre – la contentezza è un rischio. Per dirla ancora con la manzoniana monaca di Monza (m’innamoro di tutto, anche delle allitterazioni, pazienza), è la «nuova virtù» di uno stato d’animo che non altro che «imbiancatura esteriore», «ipocrisia aggiunta all’antiche magagne».

Basta questo a cambiare le carte in tavola, a rendere il contento piuttosto un confuso. Il nostro confuso contento ha perciò il respiro corto perché si muove dentro un perimetro ristretto di cui percepiamo esattamente tutta l’asfitticità. La contentezza è un sentimento ancipite che incede maldestramente sul crinale di stati d’animo un po’ aggrovigliati. Non è molto diverso, in questo senso, dalla fede che è un sentimento che presuppone accettazione passiva, resa al dubbio, rinuncia alla ricerca per l’inerme sottomissione a ragioni superiori, la degradazione a peccato di tutto ciò che è desiderio.  

Il contento è uno che, letteralmente, cum-tenet: tiene con sé, si porta dentro qualcosa che spesso è una ferita nascosta, la repressione di un desiderio che gli è stato precluso. E questo dovrebbe indurci a starne distanti. A chi non è mai capitato, infatti, di provare diffidenza verso chi ostenta il proprio ottimismo di fronte alle avversità? Solo a guardare Facebook ti accorgi che è tutta una zenzeriera – nel senso della filosofia Zen -, una bancarella yeaaahhh in cui sotto i cartelli di cartone con su scritto buongiorno mondo! o ricordati di essere felice (e chi se lo scorda) puoi pescare a buon mercato massime su ciò che fortifica anziché ucciderti, sulla saggezza di chi ama veramente quando lascia andare perché tanto poi torna e non importa se nel frattempo ti ha stampato una vagonata di corna. E minchiate affini. Sarà perché la mattina ci sto il tempo di tre caffè ad accettare il fatto di essermi svegliato, ma anche a las cinco de la tarde guardo con sospetto all’enfasi di chi mi vuol far credere di essere il guru della felicità prêt-àporter, il mazinga Z della felicità-tà-ttà l’accento sulla a. Quindi, chi mi vuole far contento ci pensi due volte prima di iniettarmi nel cervello il botulino della contentezza e soprattutto si sbrighi a pagare quando è alla cassa del supermercato. Perché io poi ascolto e mi parte il post.

‘Sta Selva Selvaggia #4 – Dissing Medievale

Cosa pensava Dante mentre scriveva le sue opere? Le possibili risposte in un racconto “sbagliato”, al limite del profano, che ha come protagonisti l’immancabile guida: Virgilio, Dante e la sua sconveniente coscienza. Impegnati nelle avventure dei regni dell’oltretomba e dei pensieri del poeta i protagonisti narrano le improbabili situazioni in cui si ritroveranno di opera in opera. Un programma scritto, condotto e interpretato da Danilo Nuncibello e realizzato con la collaborazione della redazione di Radio Zammù, la radio dell’Università di Catania.

Tutte le puntate possono essere ascoltate qui.

In quest’episodio il gabbo di Beatrice e i patemi d’amore di Dante, nel viaggio che conduce all’interno della terna cavalcantiana della Vita Nova.

E Raffaella non balla più a casa mia

Posso dire che la mia prima fidanzatina è stata Raffaella Carrà? Sì, posso e non perché mi abbia preso una botta di mitomania. Non parlo di relazioni autentiche, ma ideali, quelle che ogni generazione di ragazzini ha avuto fantasticando su personaggi pubblici o immaginari. Da quando è esistita la società dello spettacolo è sempre stato così; per l’America degli anni Venti del Novecento Mary Pickford, il cui ritratto i soldati indossavano nei medaglioni che portavano in guerra, aveva incarnato l’ideale femminino della fanciulla casta, della vergine innocente bisognosa di protezione, dai profondi occhi ingenui e dalle labbra socchiuse: una purezza artificiosa, costruita sul principio ellenico della kalòcagatía, della perfetta corrispondenza fra bellezza esteriore e interiore, dell’associazione tra bellezza fisica ed altezza morale. Allo stesso tempo, il suo erotismo era il frutto di un tabù tipico dell’ideologia patriarcale, quello della integrità e verginità del corpo femminile, a dimostrazione dell’assoluta appartenenza all’uomo a cui si consegnava. Insomma, un sex symbol involontario, ma potenzialmente pericoloso nell’intrinseca perversione maschile che era capace di suscitare.

A me, a sette anni, è toccato invece innamorarmi della Carrà che – lo posso dire senza tema di smentite, almeno da parte dei miei coetanei – era un sogno erotico davvero perturbante. Le mie prime fantasie infantili ruotano, infatti, attorno a due immagini antitetiche eppure complementari: Maga Maghella e il tuca tuca. 

La prima era pensata come un personaggio per bambini, una mini astrologa – mini nel senso letterale perché era una creatura pocket, che stava in una tasca o su una scarpa – a suo modo dolce e innocente, ma in equilibrio tra quello che oggi si chiama cosplaying e un’immagine un po’ fiabesca un po’ fetish. Pantaloncini neri di raso  abbastanza attillati, collant neri, stivali e corpetto in latex. Niente di volgare o di sfacciato perché c’era sempre qualcosa di rassicurante nelle movenze di Raffa, un erotismo casual e dissimulato anche quando voleva essere esibito e provocatorio come nel più famoso dei suoi balli, quello scandaloso inventato per lei da Don Lurio e che solo l’Italia bigotta degli anni Settanta poteva censurare facendola ballare quasi girata di tre quarti, per non dare l’impressione che il suo partner, Enzo Paolo Turchi, anziché i fianchi sfiorasse altre parti “tabù”.

Ci sarebbe voluta l’ironia di Alberto Sordi, in una famosa ospitata a Canzonissima, per sdrammatizzare la pruderie della televisione pubblica e a farci accettare da allora senza traumi che è “bello far l’amore da Trieste in giù” e che “se lui ti porta su un letto vuoto / Il vuoto daglielo indietro a lui / Fagli vedere che non è un gioco / Fagli capire quello che vuoi”. Credo, in ogni caso, che fosse la prima volta che da quei caminetti elettronici che sono ancora le tv domestiche al maschio italico fosse concesso di vedere un costume femminile così attillato e che lasciava per giunta scoperto il più famoso (da allora) ombelico del Novecento nazionale. Altro che quello del mondo cantato da Jovanotti. Era lo sdoganamento di una sessualità divertita e spensierata, gioiosa e disimpegnata, ma allo stesso tempo confortante e materna come l’eros che la Carrà ha incarnato. Non a caso la sua immagine più sensuale è legata proprio a quella “cicatrice” che simbolicamente evoca la seduzione della regina Onfale della mitologia greca (onfalós, in greco antico significa “ombelico”) ma anche l’idea della purezza virginale (antropologicamente sono soprattutto le donne che non hanno avuto figli a potersi concedere il privilegio di poter esibire la pancia scoperta mostrando quindi la disponibilità a generare) e quella del legame ancestrale con l’embrione materno che l’ombelico suggerisce. 

L’aspetto straordinario della Raffa nazionale, dal mio punto di vista è stato proprio quello di sapersi muovere come pochi personaggi dello spettacolo tra il comfort domestico e la provocazione, dando sempre la sensazione di una naturalezza e di una spontaneità non costruite a tavolino come spesso accade nello show business, nel saper incarnare una femminilità non troppo bella né eccessivamente sexy, ma autentica, fatta di reale alchimia tra apollineo e dionisiaco, nel saper essere infantilmente scatenata e trasgressivamente dolce, carnevalesca e materna, iconica e trash. Senza che nessuno di queste cose risultasse mai insopportabile.  

Non voglio dire di quanto sarà indimenticabile per la storia sociale della televisione e del costume. Altri lo fanno e lo faranno meglio di me ricordando i suoi programmi, i suoi film, la sua carriera di showgirl, il suo essere stato un punto di riferimento per il mondo LGBQT proprio per la sua spontanea capacità di aderire a un modo di sentire libero da pregiudizi e non conformista. A me, per il momento, premeva solo ricordarmi di quel bambino che a sette anni scoprì la potenza di Eros canticchiando “Maga Maghella, Maga Maghella / Se ti va brutta se ti va bella / Nel tuo futuro leggerà / Maga Maghella, Maga Magà”.

La principessa e il soldato (mentre John Wayne sta a guardare)

Mi capita spesso: vado per cercare una cosa e ne trovo un’altra. Stavolta è colpa di John Wayne di cui ricordavo di aver letto una volta, da qualche parte, che il suo whisky preferito era il Duke Kentucky Bourbon. Sfoglio una sua biografia e mi viene in mente Philippe Noiret/Alfredo che in Nuovo Cinema Paradiso, citando Il grande tormento – primo film a colori del “duca” -, dice al piccolo Totò: «Più pesante é l’uomo, più profonde sono le sue impronte. Se poi c’é di mezzo l’amore, soffre, perché sa di essere in una strada senza uscita». L’occhio mi cade così uno scaffale più giù, sul volumetto Sellerio con la sceneggiatura del film di Tornatore, lo apro più o meno a metà, alla pagina 88. Ottantotto, come l’anno in cui il film uscì, l’anno in cui lo vidi un pomeriggio, da solo (nella sua versione lunga), all’ex cinema Ritz di Catania, quasi di fronte – ironia della sorte – l’Istituto per ciechi “Ardizzone Gioeni”. E fu subito folgorazione, un coup de foudre, letteralmente. Uscii dal cinema coi lucciconi agli occhi, non si immaginava ancora la sua distribuzione tormentata, e poi il successo della pellicola, l’Oscar e tutto il resto. Mi sentivo fortunato ad averlo “scoperto” in una sala deserta, mi sembrava quasi un privilegio che nessuno se ne fosse ancora accorto. Perché quel film non parlava solo del furente amore per il cinema del suo autore, c’era anche il mio e con esso tutte le mie passioni, inclusi gli amori che avevo vissuto e quelli di là da venire.

Realizzo che la pagina in questione non è una qualsiasi e che forse è vero che non siamo noi a cercare i libri e le parole, ma sono essi a stanarci, a giocare a nascondino per poi affacciarsi quando meno te lo aspetti, come a dire: «Avevi bisogno di me? Eccomi qui». Il passaggio è quello in cui c’è il dialogo che, a distanza di anni, mi si chiarisce come la chiave di lettura di tutto il film, la favola cioè della principessa e del soldato che Alfredo racconta al giovane e infelicemente innamorato Totò. La storia è questa: il soldato ama una bellissima principessa che contempla durante i suoi turni di guardia, la sposerebbe se non fosse, appunto, un soldato. Non si sente cioè adatto al suo rango e teme così di essere respinto. Ma i suoi sentimenti sono imperiosi e decide allora di osare chiedendo la sua mano. Lei non lo rifiuta, ma nemmeno lo accetta. Lo mette alla prova e lo lascia così, ad aspettare, in un purgatorio di cento giorni. Gli dice che si affaccerà ogni notte dal balcone per controllare che sia lì ad aspettarla e che scioglierà le sue riserve alla centesima alba. Attenzione: non gli darà la garanzia che lo sposerà, ma solo una speranza, rimandando la decisione che lo libererà, in un modo o nell’altro, da quella sorta di pignoramento dei suoi desideri. Così è, se vi pare e anche se non vi pare: lei è una principessa e se lo può permettere.

A questo punto si offrono sostanzialmente due possibilità: il soldato può rifiutare e la principessa decidere di mandarlo a quel paese; il soldato può rifiutare e la principessa, messa alle strette, potrebbe decidere di sposarlo per non lasciarselo scappare. Il soldato invece accetta, e la scelta non ha nulla di logico perché non è scritto da nessuna parte che la principessa debba acconsentire solo perché il giovane si sarà dimostrato sufficientemente tenace né tantomeno è da escludere che dopo tanto attendere, la principessa non decida lo stesso di dargli il due di picche schiantandogli il cuore. Il giovane passa così – mischino – novantanove notti consumandosi incrollabile nell’attesa, intrappolato in un’ossessione, incatenato al suo desiderio. Ma alla centesima notte se ne va. Così, senza voler conoscere la risposta, senza concedere nulla alla principessa. Un vile? No, affatto. Avrà pensato che se la ragazza lo avesse amato davvero, non l’avrebbe tenuto in una bolla per tutto quel tempo, che forse la tirannia di quelle condizioni (o così o niente) fosse rivelatrice di un carattere poco affine al suo, oppure che non è vero, come si dice, che l’attesa aumenta il desiderio, ma che ne è anzi l’anestetico, che il problema non fosse tanto la risposta a lungo attesa quanto l’inutile sadismo di quella prova. E ancora che la ferita di una delusione sia tutto sommato da preferire alla cancrena del dubbio.

Funzionano così le cicatrici: da un lato ti raccontano un dolore, dall’altro ti dicono che sei guarito. Di sicuro il soldato disinnesca così la possibilità di vedersi comunque opporre un rifiuto. Capisce cioè di essere stato preda di un’ossessione, il ciocco di legno reso fragile dal tarlo che lo ha lentamente consumato. Ma soprattutto capisce che solo in quel modo potrà coltivare il sogno che la principessa starà sempre lì ad aspettarlo, che non esiste vita più intensa di quella immaginata (e il cinema che è immaginazione per antonomasia di tutte le vite possibili, ne è una prova), che la vita è sempre altrove e non ruota attorno a principesse che ti mettono sotto esame. Amare, dunque, senza essere ossessionati dall’idea di voler essere ricambiati, emancipandosi “dall’incubo delle passioni”, avrebbe detto Battiato. Amare senza farsi “cacare in testa dagli uccelli o farsi mangiare vivo dalle api” come fa il soldato, ma confidando nell’idea che vale la pena aspettare ancora un po’ e che quello che sarà potrà essere ancora più bello. La più famosa, forse, delle poesie di Nazim Hikmet, celebra quest’etica della potenzialità mentre recita che “il più bello dei mari / è quello che non navigammo. / Il più bello dei nostri figli / non è ancora cresciuto. / I più belli dei nostri giorni non li abbiamo ancora vissuti. / E quello / che vorrei dirti di più bello / non te l’ho ancora detto.

A Leonardo Sciascia il film di Tornatore era sembrato una specie di requiem, il de profundis di una generazione per la quale, invece, il cinema era stato tutto. Quello americano, prima di ogni altro – De Mille, Ford, Capra, Lubitsch, Mamoulian – quello che lui amava, turgido ridondante e spettacolare, che gli ricordava i pomeriggi trascorsi in un teatro di paese dove un pianoforte suonato da una vecchia, mascolina e irascibile pianista intonava valzer di Strauss e canzoni di Piedigrotta, facendo da sottofondo al corteggiamento delle grandi dive – la Bertini, la Menichelli, Diana Karenne e Lupe Velez – ombre corteggiate, ammirate, desiderate.

Ma Nuovo Cinema Paradiso non è tanto, a mio modo di vedere, un film sul rimpianto del cinema che fu, sulla nostalgia del passato, ma un’opera sulla pedagogia delle passioni, su come i film siano straordinari dispositivi di modellizzazione dei sentimenti, trame che continueranno sempre a insegnare a tutti a stare nel mondo, a scardinare quelle stanze che la vita si ostina a chiudere a chiave: uno specchio che ci restituisce non solo l’immagine dell’Io effettivo, ma anche di quello che riteniamo di meritare. Come accade agli abitanti del piccolo paesino siciliano in cui è ambientata la vicenda e che imparano a baciare e ad amare guardando i divi che si baciano e si amano sul grande schermo. Una lezione così scandalosamente efficace da indurre il prete locale a sforbiciare proprio quelle scene che sono la simulazione più potente della vita che immaginano e che mal si concilia con quella che lui, la persona più inadeguata alla didattica sentimentale, ritiene sia la vita “giusta”.