Se non ti parlo, non esisti

Non sono particolarmente loquace, non certo per timidezza, ma perché in genere preferisco parlare solo se riconosco che ciò che ho da dire sia più interessante del mio tacere. Perciò amo di più i silenzi su cui galleggiano parole potenziali, frasi inespresse. Preferisco di gran lunga l’ascolto, quello che Hans-Georg Gadamer definisce la nostra «disposizione a comprendere». Ascoltare significa, infatti, accogliere le parole altrui, permettere a qualcuno di entrare nel nostro orizzonte: è questione, insomma, di intimità profonda. Penso che chi parla dovrebbe aver presente l’importanza di questa intrusione, essere attento al fatto che le parole cominceranno ad abitarci, diventeranno il campo magnetico di un’attrazione o di una repulsione. Possono essere muri, ma nella loro essenza sono il cemento della socialità, ponti che collegano, letteralmente «parabole», frecce che scoccano da chi le pronuncia e s’indirizzano a chi ascolta, implicando sempre una relazione, anche quando parliamo con noi stessi. Sono pugni o carezze, come sanno bene anche i bambini che quando litigano puniscono col silenzio; il loro «non ti parlo più» equivale a dire: «ti lascio fuori dalla mia vita e se non ti parlo, per me è come se nemmeno esistessi».

Anche gli atti che presuppongo la parola ruotano attorno al concetto di relazione: il «domandare» che deriva da in manus dare è letteralmente il “mettersi in mano”, l’affidarsi in pratica. Come a dire, io chiedo la tua attenzione perché spero che la fiducia venga ricambiata, come per il verbo latino quaero che è il chiedere per sapere, implica cioè restituzione. Quando chiediamo consegniamo parole che confidiamo ci vengano restituite, se possibile in condizioni migliori di quanto abbiamo dato. La risposta invece è il responsum, ma respondeo, in latino, era il verbo che si usava per consacrare i matrimoni (il padre consegnava la figlia in sponsa), respondere aveva quindi un carattere sacro, di promessa solenne. Era la richiesta di attenzione e cura di un padre che esponeva la figlia a chi, accogliendola, avrebbe dovuto ricambiare questa fiducia mantenendo a sua volta la promessa di dare ascolto. La parola perciò è anche atto e patto d’amore, un dono che va contraccambiato; per quanto mi riguarda faccio “dono di parole” – scelte, precise, pensate – come scelta etica, soprattutto a chi sa riconoscerne il valore e prendersene cura. Bisogna amarle le parole, occuparsene e preoccuparsene come si fa con chi si ama. Sono esse a illuminare le persone, il cui modo di esprimersi è rivelatore anche della loro natura. Più amo qualcuno più dovrei scegliere con attenzione le parole da dire o non dire.

Ogni parola è un mondo da esplorare, ma se è usata a sproposito o in modo improprio è come una banconota falsa: mistifica, adultera i rapporti, li inquina introducendo un elemento di corruzione che investe tanto chi la pronuncia che chi la riceve. La banconota non è che un pezzo di carta la cui validità si riconosce però dalla filigrana all’interno che è qualcosa che si può vedere solo in controluce. Ecco, le parole devono essere stimate in controluce, senza fermarsi al loro livello più basso, quello della mera trasmissione di informazioni. Non per nulla, il grado di imbarbarimento e decadenza di un popolo si misura a partire dalla degradazione linguistica.

La parola è vocabolo assoluto, come Dio: «in principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio». Come Dio, il Verbum crea e la parola che crea è, per antonomasia, quella poetica, come suggerisce l’etimologia da poiéō: creare, produrre. La poesia non è mai uguale a se stessa, ogni volta che la leggiamo ci dirà sempre qualcosa di nuovo e noi siamo chiamati a interrogarla e interpretarla, e quindi a creare relazioni. Come Dio, si rivela e si nasconde, si dona senza esaurirsi in un unico senso perché, se così fosse, morirebbe. Non siamo noi a creare la poesia, ma essa a creare noi, a renderci lettori e interpreti, a farci esistere in quanto prodotti dalle parole. Esistiamo perché non le diciamo soltanto, ma le scriviamo, perché sentiamo il bisogno di scribere, cioè incidere, lasciare segni, come fa lo scultore che sbozza la materia grossolana per giungere all’essenza, al compimento. La parola è Dio che ci mette in relazione con sé stesso e con gli altri.

La grande conquista della filologia, in età umanistica, fu proprio l’acquisizione empirica di una mentalità etimologica. Essa si sviluppa dall’esigenza di capire, con la storia delle parole, la Storia tout court, per non lasciarci affogare nella pece dei significati preconfezionati e delle ricostruzioni arbitrarie. Lo ricordino sempre i miei studenti di Lettere a cui non perdono la sciatteria, l’approssimazione linguistica, tanto più se aspirano a fare ricerca, e a cui raccomando di insegnare anche a chi, a differenza loro, non studia la poesia, di tramandare l’attenzione e l’amore per le parole, di non subire la lingua, ma di conoscerla per proteggere sé stessi e gli altri, perché chi parla bene ama anche meglio.

5 pensieri riguardo “Se non ti parlo, non esisti

  1. Ho grande fede in una citazione di Roland Barthes: “Il linguaggio è una pelle: io sfrego il mio linguaggio contro l’altro. È come se avessi delle parole a mo’ di dita, o delle dita sulla punta delle mie parole”. Se le parole che si adoperano possono realmente costituire per l’altro qualcosa di simile ad una carezza, che conosca sempre la delicatezza necessaria al contatto con chiunque, vale la pena di spenderle, proprio in virtù del loro potere relazionale, in un tempo che mi appare di profondo isolamento individuale e solitudine, almeno per la mia esperienza. Amo quanto mi sembra suggerisca Dante nel De vulgari eloquentia a proposito dell’esclusività umana del linguaggio, inutile tanto per gli animali che conducono tutti la stessa vita, risolti nella definizione della propria specie, che per gli angeli, eternamente rispecchiati nella stessa luce divina ed in grado d’intendersi con un rapido moto dell’ingegno. È come se fosse il complesso umano di indefinitezze e maggiori ambiguità a dare senso alla possibilità di comunicare, alla voglia di capirsi, e personalmente non ci rinuncerei per una minore sofferenza o un’immediata comprensione, perché nell’atto volontario di cucitura delle scelte verbali a disposizione, c’è un sentimento, che voglio orientare a mio piacimento, nonostante rimanga quasi sempre insoddisfatta dei miei tentativi sartoriali; tuttavia sono una persona silenziosa, credo per ragioni concorrenti, e condivido la selezione tanto delle parole, che delle persone a cui rivolgere queste nuvole sospese, gonfie di sottintesi. Ma sono convinta anch’io che, più che la ricerca del dire, sia l’ascolto la chiave di comprensione di un individuo e della realtà alla quale, insieme, si appartiene in modo diverso; l’ascolto paziente, spoglio di un pregiudizio è il passo fondamentale dell’esperienza da abitanti di quest’ “aiuola che ci fa tanto feroci”, di frequente sottovalutato a vantaggio dell’affermazione immediata del proprio io e delle sue congetture, prima che possa essere espressa una qualsiasi estranea alterità, così da primeggiare in originalità, presunta prontezza di pensiero. L’ascolto è integrazione e volontà di amore nei confronti del circostante, abilitazione alla “crisi” nel suo significato etimologico di “separazione” (dal greco kríno), che possa far germogliare un criterio efficace di distinzione tra quel che sia eventualmente da rigettare per la nostra vita e quanto tuttavia di buono esiste; non condurrà ad uno svelamento del senso delle cose, immerse ed intrise di un loro caos aperto; il mondo continuerà a contorcersi, a mutare nella sua quasi totalmente inafferrabile complessità, la stessa delle persone, ma di quest’ estasi e cruccio noi stessi, da ascoltatori, prima che interpreti, possiamo profondamente, dolorosamente partecipare, comprendendo di farne parte. Chi ascolta bene, ama anche meglio.

    Piace a 1 persona

  2. Caro Rosario, ora ho capito perché le parole dette e ricevute dalle persone amate sono così importanti, ti toccano nel profondo del tuo essere è possono essere un balsamo al tuo dolore o mandarti in frantumi. Grazie 🙏

    Piace a 1 persona

  3. La finezza e la profondità con cui è stato scritto questo articolo mi hanno permesso di ricordare una serie di eventi molto formativi per la mia vita: le conferenze del prof. Ivano Dionigi sull’importanza delle parole. La filologia, ovvero l’ amore per la parole, che poi diviene sermone, discorso, flusso, permette di indagare l’nimo di chi è autore ed attore di essi. Essere filologi, probabilmente significa anche essere indagatori dell’animo umano, voler smontare e scarnificare ogni singolo etimo, per riuscire a comprenderne l’essenza. Forse anche la stessa parola, scevra di artifici retorici, può essere considerata poesia. D’altro canto, come è strato scritto, la sua etimologia è associata al verbo che in greco significa “fare”, “creare dal nulla”. In fondo un’espressione fonica è una creazione artistica, personale dell’individuo, espressione del proprio stato d’animo. La parola ha dunque un’aura di sacralità, non per nulla deriva dal latino “parabola”, appartenente al sottocodice ecclesiastico, poi penetrata nella nostra lingua. Complimenti 🙂

    "Mi piace"

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...