E Raffaella non balla più a casa mia

Posso dire che la mia prima fidanzatina è stata Raffaella Carrà? Sì, posso e non perché mi abbia preso una botta di mitomania. Non parlo di relazioni autentiche, ma ideali, quelle che ogni generazione di ragazzini ha avuto fantasticando su personaggi pubblici o immaginari. Da quando è esistita la società dello spettacolo è sempre stato così; per l’America degli anni Venti del Novecento Mary Pickford, il cui ritratto i soldati indossavano nei medaglioni che portavano in guerra, aveva incarnato l’ideale femminino della fanciulla casta, della vergine innocente bisognosa di protezione, dai profondi occhi ingenui e dalle labbra socchiuse: una purezza artificiosa, costruita sul principio ellenico della kalòcagatía, della perfetta corrispondenza fra bellezza esteriore e interiore, dell’associazione tra bellezza fisica ed altezza morale. Allo stesso tempo, il suo erotismo era il frutto di un tabù tipico dell’ideologia patriarcale, quello della integrità e verginità del corpo femminile, a dimostrazione dell’assoluta appartenenza all’uomo a cui si consegnava. Insomma, un sex symbol involontario, ma potenzialmente pericoloso nell’intrinseca perversione maschile che era capace di suscitare.

A me, a sette anni, è toccato invece innamorarmi della Carrà che – lo posso dire senza tema di smentite, almeno da parte dei miei coetanei – era un sogno erotico davvero perturbante. Le mie prime fantasie infantili ruotano, infatti, attorno a due immagini antitetiche eppure complementari: Maga Maghella e il tuca tuca. 

La prima era pensata come un personaggio per bambini, una mini astrologa – mini nel senso letterale perché era una creatura pocket, che stava in una tasca o su una scarpa – a suo modo dolce e innocente, ma in equilibrio tra quello che oggi si chiama cosplaying e un’immagine un po’ fiabesca un po’ fetish. Pantaloncini neri di raso  abbastanza attillati, collant neri, stivali e corpetto in latex. Niente di volgare o di sfacciato perché c’era sempre qualcosa di rassicurante nelle movenze di Raffa, un erotismo casual e dissimulato anche quando voleva essere esibito e provocatorio come nel più famoso dei suoi balli, quello scandaloso inventato per lei da Don Lurio e che solo l’Italia bigotta degli anni Settanta poteva censurare facendola ballare quasi girata di tre quarti, per non dare l’impressione che il suo partner, Enzo Paolo Turchi, anziché i fianchi sfiorasse altre parti “tabù”.

Ci sarebbe voluta l’ironia di Alberto Sordi, in una famosa ospitata a Canzonissima, per sdrammatizzare la pruderie della televisione pubblica e a farci accettare da allora senza traumi che è “bello far l’amore da Trieste in giù” e che “se lui ti porta su un letto vuoto / Il vuoto daglielo indietro a lui / Fagli vedere che non è un gioco / Fagli capire quello che vuoi”. Credo, in ogni caso, che fosse la prima volta che da quei caminetti elettronici che sono ancora le tv domestiche al maschio italico fosse concesso di vedere un costume femminile così attillato e che lasciava per giunta scoperto il più famoso (da allora) ombelico del Novecento nazionale. Altro che quello del mondo cantato da Jovanotti. Era lo sdoganamento di una sessualità divertita e spensierata, gioiosa e disimpegnata, ma allo stesso tempo confortante e materna come l’eros che la Carrà ha incarnato. Non a caso la sua immagine più sensuale è legata proprio a quella “cicatrice” che simbolicamente evoca la seduzione della regina Onfale della mitologia greca (onfalós, in greco antico significa “ombelico”) ma anche l’idea della purezza virginale (antropologicamente sono soprattutto le donne che non hanno avuto figli a potersi concedere il privilegio di poter esibire la pancia scoperta mostrando quindi la disponibilità a generare) e quella del legame ancestrale con l’embrione materno che l’ombelico suggerisce. 

L’aspetto straordinario della Raffa nazionale, dal mio punto di vista è stato proprio quello di sapersi muovere come pochi personaggi dello spettacolo tra il comfort domestico e la provocazione, dando sempre la sensazione di una naturalezza e di una spontaneità non costruite a tavolino come spesso accade nello show business, nel saper incarnare una femminilità non troppo bella né eccessivamente sexy, ma autentica, fatta di reale alchimia tra apollineo e dionisiaco, nel saper essere infantilmente scatenata e trasgressivamente dolce, carnevalesca e materna, iconica e trash. Senza che nessuno di queste cose risultasse mai insopportabile.  

Non voglio dire di quanto sarà indimenticabile per la storia sociale della televisione e del costume. Altri lo fanno e lo faranno meglio di me ricordando i suoi programmi, i suoi film, la sua carriera di showgirl, il suo essere stato un punto di riferimento per il mondo LGBQT proprio per la sua spontanea capacità di aderire a un modo di sentire libero da pregiudizi e non conformista. A me, per il momento, premeva solo ricordarmi di quel bambino che a sette anni scoprì la potenza di Eros canticchiando “Maga Maghella, Maga Maghella / Se ti va brutta se ti va bella / Nel tuo futuro leggerà / Maga Maghella, Maga Magà”.

2 pensieri riguardo “E Raffaella non balla più a casa mia

  1. E che dire della fascinazione che operò su di noi bambine maga maghella e la femminilità tutta moderna da emulare in quegli anni ’70 Raffaella Carrà con il suo tuca-tuca…i suoi pantaloncini corti…le sue minigonne…ed il suo biondo caschetto…e poi la capacità di infondere buon umore ed ottimismo con la sua…”ma che mù ma che mù ma che musica Maestro…hai trovato la via giusta per la felicità!”…ci mancherà…ne sono certa…perché, ahinoi, anche quei nostri ricordi belli tenderanno a sbiadire adesso che la sapremo “sospesa” per sempre…

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