Cuor contento (il ciel l’aiuti)

Non  so a cosa si riferissero le due donne in fila davanti a me.

  • Come stai?
  • Insomma… Speravo meglio… però, dai… sono contenta.

Le è uscito male, con una piega a un angolo della bocca, con un sorriso che tradiva una certa forzatura, con una reticenza che aveva più l’aspetto di un’insoddisfazione a cui ci si rassegna perché non resta altro da fare. 

«Sono contenta»… Che significa essere contenti? Perché dire di esserlo quando non lo si è affatto?

Tra una busta della spesa e uno scontrino mi si affaccia alla mente quella pagina dei Promessi sposi in cui la malmonacata Gertrude, all’inizio della sua torbida e clandestina relazione con Egidio, paragona il sentimento potenzialmente distruttivo, e di cui non è consapevole, al sapore dolce che si mescola all’amarezza del farmaco per renderlo più sopportabile: 

«In que’ primi momenti, provò una contentezza, non schietta al certo, ma viva. Nel vòto uggioso dell’animo suo s’era venuta a infondere un’occupazione forte, continua e, direi quasi, una vita potente; ma quella contentezza era simile alla bevanda ristorativa che la crudeltà ingegnosa degli antichi mesceva al condannato, per dargli forza a sostenere i tormenti».

La contentezza non è la Felicità, che è uno stato se vogliamo irraggiungibile, ma il guardare le cose ad altezza d’uomo, accettare l’immanenza con la dignitosa consapevolezza che l’appagamento totale ci è stato precluso, imparare ad abitare uno spazio più circoscritto dell’assoluto.   

Ma è questa una dimensione sicura che ci protegge dalla sofferenza? Il meno peggio, insomma?

Il contento di sé è uno che si mantiene entro certi limiti (da contĭnēre, cioè cum-tenere, da cui contentus), la contentezza perciò è di chi si preoccupa di evitare l’incertezza e preferisce arredare il proprio spazio rendendolo la sineddoche di un mondo perfetto, il bunker impenetrabile in cui stivare tutto ciò che serve alla sopravvivenza, spacciandolo così per il tutto. Se è così – e ovviamente non è detto che lo sia sempre – la contentezza è un rischio. Per dirla ancora con la manzoniana monaca di Monza (m’innamoro di tutto, anche delle allitterazioni, pazienza), è la «nuova virtù» di uno stato d’animo che non altro che «imbiancatura esteriore», «ipocrisia aggiunta all’antiche magagne».

Basta questo a cambiare le carte in tavola, a rendere il contento piuttosto un confuso. Il nostro confuso contento ha perciò il respiro corto perché si muove dentro un perimetro ristretto di cui percepiamo esattamente tutta l’asfitticità. La contentezza è un sentimento ancipite che incede maldestramente sul crinale di stati d’animo un po’ aggrovigliati. Non è molto diverso, in questo senso, dalla fede che è un sentimento che presuppone accettazione passiva, resa al dubbio, rinuncia alla ricerca per l’inerme sottomissione a ragioni superiori, la degradazione a peccato di tutto ciò che è desiderio.  

Il contento è uno che, letteralmente, cum-tenet: tiene con sé, si porta dentro qualcosa che spesso è una ferita nascosta, la repressione di un desiderio che gli è stato precluso. E questo dovrebbe indurci a starne distanti. A chi non è mai capitato, infatti, di provare diffidenza verso chi ostenta il proprio ottimismo di fronte alle avversità? Solo a guardare Facebook ti accorgi che è tutta una zenzeriera – nel senso della filosofia Zen -, una bancarella yeaaahhh in cui sotto i cartelli di cartone con su scritto buongiorno mondo! o ricordati di essere felice (e chi se lo scorda) puoi pescare a buon mercato massime su ciò che fortifica anziché ucciderti, sulla saggezza di chi ama veramente quando lascia andare perché tanto poi torna e non importa se nel frattempo ti ha stampato una vagonata di corna. E minchiate affini. Sarà perché la mattina ci sto il tempo di tre caffè ad accettare il fatto di essermi svegliato, ma anche a las cinco de la tarde guardo con sospetto all’enfasi di chi mi vuol far credere di essere il guru della felicità prêt-àporter, il mazinga Z della felicità-tà-ttà l’accento sulla a. Quindi, chi mi vuole far contento ci pensi due volte prima di iniettarmi nel cervello il botulino della contentezza e soprattutto si sbrighi a pagare quando è alla cassa del supermercato. Perché io poi ascolto e mi parte il post.

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