Promenade lentinese

Se una mattina d’inverno un viaggiatore percorresse la Piana di Catania, sulla rotta che conduce, tra l’altro, a un esotico quanto disagevole biviere, alle porte di Lentini non troverebbe un’insegna che dica della città di Gorgia e del notaro Giacomo, ma una segnaletica che la denomina “città delle arance”, che è cosa quanto meno bizzarra.

Ma come? Qui è nata la filosofia dei miei amati sofisti, qui si è dettato l’Abc della poesia italiana e a costituire vanto locale dovrebbero essere gli agrumi?!? Peraltro – è bene dirlo – si tratta di un primato ortofrutticolo ormai conteso e vinto a mani basse da altri centri (e ancor più che dalle limitrofe Carlentini e Francofonte, da Scordia e Palagonia über alles). Pare, insomma, che Lentini sia destinata ormai ad abdicare dal rango di sovrana dell’agrumario, per via del fatto che il sistema di terrazzamenti che caratterizza le sue piantagioni risulterebbe poco funzionale e redditizio, obbligando a una più dispendiosa raccolta manuale anziché meccanica. Almeno così mi spiegherà, durante la mia visita, la guida che mi attende in città. Sarà?

E del celeberrimo pani ri Lintini? – mi viene da chiedere. Anche in quel caso problemi, dal momento che i forni diminuiscono e non ci si preoccupa più di tanto di tutelare il prodotto, come si fa con i vini o i formaggi a marchio dop. Bisogna decisamente puntare su qualcos’altro allora. Tornare magari alla storia della città, sí, perché di Storia e microstorie ce ne sarebbero tante da raccontare. A partire da quelle che ruotano attorno ai figli più o meno illustri della città: il pop-filosofo Manlio Sgalambro («la Yoko Ono di Battiato» è battuta di Aldo Busi tanto ingenerosa quanto divertente); l’antilirico scrittore (lentinese d’adozione) Sebastiano Addamo, l’autore dell’antibrancatiano e antipattiano Giudizio della sera; il musicista Alfio Antico, autentico profeta e mistico della tammorra e del tamburo a cornice. Per finire con le vite degli uomini ignoti, quei tipi di paese la cui semplice e nuda onomastica è già garanzia di storytelling: Cirino 10 e 10, Filippo cca gavetta, Paolo a pupa, Turi Marlboro…

Per fortuna, arrivo in centro quella mezz’ora prima (ma era tutto calcolato) che mi serve per fare colazione al bar Navarria, gloria locale dell’arte pasticciera, special one del catering indigeno. Di suo il locale è piuttosto ordinario, come se ne vedono tanti nei paesi, anche un po’ triste nei suoi arredi dozzinali e timidamente vintage, ma poco importa perché bastano i suoi dolci per dislocarti, come le pilloline rosse e blu di Matrix, in un altrove glicemico. Il banconista-Morpheus mi porge, nella fattispecie, una raviola di ricotta al forno che è piuttosto una nuvola di ovatta edibile che non ti verrebbe nemmeno di morderla per non farle un torto, ma piuttosto di usarla sul corpo come si userebbe una spugna, tanto è morbida e pura con la sua gentile anima casearia.

Piazza Dante Alighieri (Lentini)

Il tempo di tornare in me e di spolverarmi il giaccone innevato di zucchero a velo e realizzo che devo raggiungere il luogo dell’appuntamento con la guida, ma quel che mi accade mi fa venire il dubbio di essere ancora in una realtà parallela. Non provate, infatti, a chiedere a un lentinese dove sia piazza Dante Alighieri, semplicemente perché non lo sa; la conferma statistica me l’ha data l’avere inutilmente cercato di ottenere l’informazione topografica interpellando quattro persone in venti metri e ricevendo, nell’ordine, le seguenti riposte: a) non so, entri in farmacia e chieda; b) non so, chieda al calzolaio qui di fronte; c) non so, non sono di qua (detto da una distinta signora che usciva dal portone di casa sua; d) aspetti, cerco su Google Maps…. no, no, se esiste, non è a Lentini.

Per fortuna, il mio spaesamento viene avvertito da un giovane che, vedendomi confuso e disorientato come John Travolta in un famoso meme da Pulp Fiction, precetta i passanti di via Conte Alaimo per aiutarmi.

Potenza dell’accoglienza, tutti gli astanti convengono che ciò che ho ingenuamente indicato con il toponimo ufficiale altro non è che il quartiere Badia, distante non più di 50 metri. «Acchianassi ddi duocu, allatu ra posta, e arrivau» [«Percorra in salita tutta la scalinata adiacente all’ufficio postale e se lo ritroverà davanti agli occhi»], mi dice il buon uomo nel suo colorito argot e così m’incammino.

Da lì in poi, avrei scoperto parecchie cose interessanti e, per esempio, che lungo via San Francesco, pur tra tante cose pregevoli (la chiesa monumentale della SS. Trinità, per dirne una, o palazzo dei Beneventano della Corte con il monastero superiore) si trova quello che forse è il più brutto affresco al mondo di San Francesco, ritratto con la testa che sembra decollata come quella di San Giovanni e nell’atto di mimare con pollici e indici un cuore, come farebbe il teenager di un romanzo di Federico Moccia.

Alcune cose mi sono però chiare e cioè che a Lentini l’intitolazione delle chiese non è stata mai cosa pacifica e che, se non proprio di guerre di santi parliamo, di sicuro più di una contesa ha fatto sì che gli edifici di culto cambiassero nome nei secoli e che, per esempio, alla Santissima Trinità si sia sentito il bisogno di affiancare anche il nome di San Marziano che fu il primo vescovo di Siracusa. Come se il PSG sentisse il dovere di schierare, accanto al tridente Messi-Mbappé-Neymar, anche Bernardeschi. «Non ti disunire», direbbe l’Antonio Capuano di È stata la mano di Dio: è una cosa inutile, almeno quanto il film di Sorrentino.

San Mercurio (Lentini, Chiesa della Fontana)

Da lì muovendo, si giunge all’ottocentesco santuario diocesano della Chiesa della Fontana. O dei Tre Santi. O di San Mercurio (sempre per la smania intitolatoria di cui prima). È il sito in cui sarebbe avvenuto il martirio dei tre fratelli protettori della città, Alfio Filadelfo e Cirino che vantano, fino a Messina, un nutrito palmarès di luoghi a loro dedicati. Tre sono le curiosità principali del luogo come i pozzi che, narra la leggenda, si aprirono quando al maggiore, Alfio, fu tagliata la lingua per punirlo della sua predicazione. Gettata via, cadde rimbalzando ben tre volte, non so per quale curioso fenomeno fisico-dinamico, scavando altrettante pozze da cui ancora oggi sgorga acqua. Il suo livello si mantiene bassissimo tutto l’anno, e si innalza nei giorni di maggio in cui ricorrono i festeggiamenti dei martiri. Più che il miracolo possono, verosimilmente, i cambiamenti climatici e le variazioni stagionali dei livelli delle acque fluviali, ma le credenze popolari sono sicuramente più affascinanti e suggestive.

Lo è un po’ meno la storia che ci racconta lo zelante custode che ci apre una delle botole che coprono i pozzi, operazione che, a suo dire, gli è costata nel tempo la perdita: di un berretto, di un paio di occhiali e di un cellulare. Caso vuole che i locali vigili del fuoco pare siano particolarmente sensibili e servizievoli e si prestino perciò anche a interventi di recupero del genere. Quelli di Los Angeles, perciò, che vediamo nei film mentre recuperano con gran spiegamento di forze gattini sugli alberi si possono scansare. I pompieri lentinesi che non hanno le emergenze alluvionali dei colleghi catanesi, non temono concorrenza: arrivano, svuotano pozzi e recuperano oggetti smarriti.

L’altra curiosità sono le statue dei tre santi sull’altare maggiore praticamente gemelli all’apparenza, nonostante le differenti età. Li accomuna peraltro la medesima acconciatura in tinta, con uno spiazzante effetto Rocher dato dall’eccessiva doratura. Ma pare che l’intervento di restauro sia filologicamente corretto e coerente con l’usanza di esaltare gli effetti di brillantezza delle teste dei santi che simboleggiano la luminosità del sole. Vabbè…

E poi, mi sembra di poter attribuire a Lentini anche il primato dei santi dai nomi più inusuali: già Filadelfo e Cirino non mi paiono gettonatissimi tra le possibili prime scelte di neo-papà e neo-mamme, ma il culto locale imporrebbe di prendere in considerazione anche Tecla, Eutralia, Eutropia, Onesimo, e ancora Caritone, Neofito, Cleonico e Stratonico che sono più da onomastica dei super eroi della Marvel che da innocenti creature che se li dovrebbero portare appresso tutta la vita quei nomi.

La tappa successiva è quella obbligata, anche se non la ragione principale della mia escursione. Arrivati in piazza Umberto I, tocca al Duomo, già cattedrale in epoca bizantina e sede vescovile nel 1698, anch’esso rigorosamente con doppio passaporto: Santa Maria La Cava e Sant’Alfio. Dipendesse da me, propenderei per la Vergine vuoi perché una madonna “della Cava” ricorda anche le origini del sito, la particolare conformazione geofisica di tutta Lentini, città scavata nella roccia e ricca un tempo di cave e miniere, vuoi perché mi hanno sempre affascinato le varie ed estese denominazioni della Vergine: delle grazie, della lettera, della catena, del silenzio, della roccia, della scala, della castagna, della corona, della sciara e chi più ne ha più ne metta. Non suoni irriverente, ma qualcuno ha mai pensato di contattare la Panini per farne un album di figurine da diffondere nelle parrocchie ad uso e consumo dei catechisti? Vuoi infine per quel che di ingiusto trovo nell’intitolare il principale luogo di culto al solo Alfio, il cui destino fu così strettamente legato a quello dei fratelli minori esclusi. Cui prodest?

La chiesa vale una visita non distratta, per le tante sorprese che riserva: l’icona bizantina della Madonna del Castello; la statua della Madonna della Catena in alabastro; i tre arcosoli paleocristiani, i sepolcri dei martiri Alfio, Filadelfo e Cirino; il Fonte dei Mesi; le tele lungo le navate; la sagrestia con i tesori.

Solo il putridarium mi sarei risparmiato, a pensarci bene, perché la sua descrizione mi ha “riproposto” la raviola della colazione. Trattasi di un ambiente funerario provvisorio, una cripta, presente nella quasi totalità delle chiese del territorio e in cui i cadaveri venivano messi a scolare i liquami della putrefazione, seduti su sedili dentro nicchie, fino a quando i resti scheletrici potevano essere spostati nell’ossario e il cranio, simbolo dell’individualità del defunto, posizionato su mensole. Il modificarsi dell’aspetto esteriore per via del disfacimento della carne fino alla completa liberazione che rendeva visibile le ossa (simbolo di purezza) rappresentava visivamente i diversi stadi di dolorosa purificazione affrontata dall’anima nel suo viaggio verso l’eternità. Pratica antigienica come poche nella storia dell’uomo e infatti abolita, a partire dagli inizi dell’Ottocento.

L’ex pretura di Lentini dove ebbe il suo primo incarico Giovanni Falcone

L’ultima tappa, la più emozionante, richiede tempi lunghi e scarpe comode. Già la via che conduce alla Chiesa del Crocifisso, un santuario rupestre risalente al XII secolo, riserva anch’essa qualche curiosità e tanto per dirne una la sede dell’ex pretura, la stessa in cui Giovanni Falcone ebbe il suo primo incarico. Non so come siano messe le casse del Comune, ma qualora non si trovassero cinquanta euro per una targa in ottone, sono disposto a metterceli di tasca. Perché non capisco come non ci sia casa di cui non si ricordi, per dirne una, che lì ha dormito Garibaldi, e non si debba trovare il tempo e il modo di richiamare alla mente del passante il posto in cui ha lavorato un uomo che non avrà forse il blasone di sant’Alfio, ma in quanto a martirio non è stato da meno.

Inerpicandosi lento pede si incontra pure una carbonaia, niente di che, ma non ne avevo mai vista una prima e perciò mi ha incuriosito, ma di fronte si può ammirare il bellissimo panorama di valle San Mauro, l’agorà di Lentini con la sua Acropoli, di fronte al sontuoso scenario dell’Etna. Pare che ci sia parecchio da scavare ancora, ma ci si aspettano tante sorprese dagli Indiana Jones nostrani, non ultimo il rinvenimento di un anfiteatro.

La chiesa rupestre di Santa Maria della Grotta (poi del Crocifisso) è un luogo del cuore, censito dal FAI, recuperato tre anni fa con tanta buona volontà, dopo essere stato devastato e vandalizzato a più riprese, un posto in cui mi piacerebbe tornare da solo per pensare, farmi invadere dal silenzio, dalla memoria, una grotta che doveva sembrare di grande suggestione per chi ebbe nei secoli passati il privilegio di ammirarla ammirare tutta affrescata. Lì dove sorgeva la città greca di Leontinoi, affacciata sulla Cava Ruccia che guarda il vulcano, si respira una spiritualità antica e solenne. È un’emozione grande che ti pervade dentro l’Oratorium populi in cui s’intravedono tre strati di affreschi sovrapposti che sono l’obiettivo principale degli interventi di restauro in corso. Resta poco, ma quel che resta è di grande forza evocativa, un palinsesto storico-artistico che recupera l’iconografia bizantina, con l’abside che raffigura il Cristo Pantocratore, assiso su un trono imperiale attorniato da quattro cherubini. Questa è l’unica immagine che non si può fotografare, ma tutto attorno se ne conservano altre, oltre a un affresco con la Madonna del Latte, e soprattutto cinque icone, distinte da cornici rosse e bianche: Elisabetta, un Leonardo con la barba alla Gianluca Vacchi, un Giovanni Battista con i dread da rasta, Nicola e Stefano. Fortuna volle che due settimane fa, nella parete opposta a quella in cui si intravede appena una Crocifissione, sia stata ripristinata una bellissima Deposizione di Cristo che era stata staccata ed esposta all’interno del Museo Archeologico di Lentini e che si può ora ammirare restaurata.

Mi basta così per ora. Chi non avesse ginocchia malferme come le mie potrebbe tranquillamente pensare di estendere la visita all’area archeologica del Castellaccio. Ti prende almeno un paio d’ore per raggiungerla e percorrerla, fino a tornare al punto di partenza, quella piazza Dante che i lentinesi conoscono come ‘a Badia da cui ebbe inizio il sabato che ho testé riassunto. Ma non amo molto la bulimia turistica e rimando perciò ad altra occasione il mio supplemento d’indagine.

La verità, vi prego

Ma quelli che ti devono catechizzare su quanto sia cosa buona e giusta essere sinceri sempre, con chiunque, costi quel che costi, che problemi hanno esattamente? E con le bugie dette a fin di bene, per evitare che certe situazioni degenerino in conseguenze irreparabili, come la mettiamo? E con gli indicibili “segreti” che ogni famiglia tiene occultati per comprensibile interesse o decoro?

Osservo con un po’ di sospetto, perciò, chi si spertica nella difesa del principio che occorra dire sempre la verità, a prescindere da tutto e tutti. La trovo un’intenzione naïf, dettata più da buona volontà che dall’effettiva e onesta possibilità di tradurla coerentemente in azione. A questa sorta di sinceropatia – mi si passi il termine – mi sembra che non faccia leva il coraggio, ma l’incoscienza, insieme a un deficit di intelligenza emotiva che in certi casi può risultare persino crudele. Come quando qualcuno ti dice: «sai, ti devo dire una cosa, però non ci rimanere male». Bene, non dirmela e il problema non si pone. Vomitare tutto ciò che ci passa per la testa può denotare mancanza di empatia, inadeguata considerazione dell’impatto emotivo delle nostre affermazioni, scarso senso dell’opportunità e del fatto che ci sono modi e tempi con cui gestire rapporti senza ferire o, peggio, traumatizzare chi ci ascolta.

Lo capiranno gli ultràs e i pasdaran della parresìa che la vita psichica ci impone continuamente di stabilizzarci quotidianamente in un sistema di meccanici inganni e autoinganni? Rifletteranno abbastanza sul fatto che mentire e simulare sono procedimenti intrinseci a qualsiasi forma non dico di comunicazione, ma di relazione? Il contrario di una persona ritenuta bugiarda, perciò, non è una persona sincera. La bugia, quando non è usata per danneggiare intenzionalmente il prossimo, è una resina in cui come insetti restiamo tutti invischiati, nessuno escluso, perché è parte del gioco stesso della sopravvivenza. Essa sta al confine di ogni manifestazione dell’umano – dalla creazione letteraria alla strategia dei sentimenti – e del naturale, se è vero che è lo stesso regno della Natura ad apparire contraddistinto dalla presenza di comportamenti e processi ingannevoli: camaleonti, lucciole, piante carnivore, fiori, senza alcuna distinzione, si servono di simulazioni per evolversi e resistere all’estinzione.

È travestimento tutta l’arte che simula il reale come la politica con la sua sofisticazione retorica, i galatei con la loro convenzionalità come la cosmesi che promette bellezza e giovinezza, il marketing col suo imbonimento come i social media che incoraggiano il doping sistematico dell’immagine che vogliamo dare di noi stessi, la giurisdizione con l’eloquenza dibattimentale quanto certa (dis)informazione funzionale ad interessi di parte.

All’origine del genere umano c’è l’inganno del serpente, senza il quale Adamo ed Eva sarebbero stati probabilmente destinati a morire di noia o di depressione nell’Eden. E noi, di conseguenza, appresso a loro. Sarà per quello che il senso di colpa generato dal peccato originale ha imposto all’uomo di considerare le bugie come la peggiore delle aberrazioni, a farci insegnare ai bambini a non dirle, anche se siamo i primi a non crederci e a non far altro quotidianamente. Ma prima dell’inganno del serpente, è insincero pure Dio che dice ad Adamo: «Di ogni albero del giardino puoi mangiare a sazietà. Ma in quanto all’albero della conoscenza del bene e del male non ne devi mangiare, poiché nel giorno in cui ne mangerai certamente dovrai morire» (Genesi, 2, 16). Muoiono l’uomo e la donna dopo aver mangiato il frutto proibito? No, dunque Dio non ha detto la Verità? E se dunque ci arriva a cogliere il sospetto che essa non appartenga nemmeno a Dio, come facciamo noi a tacciare taluni di essere sicuramente in difetto quando preferiscono la bugia veniale o l’omissione ai loro incauti e improvvidi sincericidi?

Dopo il serpente del giardino edenico, la memoria dell’uomo è tramata di figure di mentitori eccellenti, da Ulisse a Prometeo, da Achille a Marco Antonio, da Iago a Don Giovanni. L’epitome di tutti è considerato l’abietto Giuda che fa dimenticare persino che, dopo lui, mente persino Simon Pietro. È quello un momento tanto cruciale, al centro della storia “sacra”, da aver richiesto nel tempo non pochi supplementi di indagine. Lo aveva inteso Borges che terminava le sue Finzioni con Tre versioni di Giuda in cui affronta gli irresolubili problemi del Traditore e la questione del posto che occupa nella vicenda della Salvezza. Perché qualche dubbio lo insinua pure quell’inganno: era proprio necessario il bacio per identificare qualcuno che predicava tutti i giorni in pubblico? Perché Giuda tradì per trenta denari, che non è che fosse poi tutta questa gran somma? Se Gesù Cristo sapeva che proprio lui l’avrebbe tradito, come alcuni dei vangeli fanno capire, perché non fece nulla per impedirglielo, per salvarlo dalla dannazione eterna? Fu Giuda il capro espiatorio o piuttosto il ladro e l’incarnazione del male, come nel Vangelo di Giovanni? Fu un preveggente o l’eroe, come credevano gli gnostici giudaiti del II secolo che ne avevano fatto un predestinato alla disfatta? Il suo destino non era già segnato e “necessario” proprio per la redenzione? Cristo, d’altronde, non era venuto – secondo la concezione cristiana – per salvare tutti e quindi anche lui? E come si può, allora, giustificare una frase come quella del Vangelo di Giovanni (17, 12) in cui Gesù dichiara: «Quand’ero con loro, io conservavo nel tuo nome coloro che mi hai dato e li ho custoditi; nessuno di loro è andato perduto, tranne il figlio della perdizione, perché si adempisse la Scrittura»?

Se il tradimento e l’inganno erano iscritti nel disegno di Dio che comprendeva la morte salvifica del Figlio, quale responsabilità poteva cadere su chi ne doveva essere lo strumento di attuazione? Sul polimorfismo di Giuda e dell’idea di tradimento, però, ha scritto qualche anno fa un bellissimo saggio il mio caro amico e maestro Antonio Di Grado (Giuda l’oscuro) cui rimando volentieri. La divagazione valeva semmai a sottolineare l’opacità stessa dei concetti di Verità, sincerità, bugia e la necessità di non ricondurre il mentire a una prospettiva morale di tipo manicheo.

Conosco persone abilissime a dire con chirurgica precisione quello che gli altri si aspettano di sentirsi dire anche se non lo pensano affatto. Si mente quando si vogliono compiacere gli altri anche se non si condividono le loro idee o anche solo per assicurarsene la simpatia e sentirsi parte di un gruppo. Per altri versi, la calunnia o il pettegolezzo malevolo sono un modo per alleggerire la frustrazione conseguente alla consapevolezza del calunniatore di non essere stato in grado di raggiungere gli stessi privilegi del calunniato.

Ci sono poi le bugie gratuite, dettate da una sorta di angoscia di trasparenza, dalla preoccupazione di sentirsi giudicati o colpevolizzati, dal bisogno di proteggere costantemente un’interiorità che si sente sempre minacciata. Mentiamo al collega che incontriamo e alla cui convenzionale domanda di saluto («Come stai?») rispondiamo sistematicamente «benissimo»; mentiamo all’amico cui non sappiamo dire di no quando non ci va di uscire e inventiamo una scusa per restare a casa; mentiamo a tavola quando siamo ospiti e ci facciamo piacere l’intruglio di cui decantiamo la capacità che ha di deliziarci il palato; mentiamo ai parenti che, a Natale, ci regalano il maglione grigio a losanghe che non indosseremo, ma che abbiamo accolto come qualcosa di meraviglioso, sfoderando il più sfavillante e ipocrita dei sorrisi; mente l’insegnante che dice al genitore “suo figlio ha delle capacità, ma non le sfrutta” mentre sta pensando “è uno scecco pantesco”; mentiamo al capoufficio, al preside o al direttore che ripete da una vita le stesse tristi e sbrindellate battute a cui ridiamo, fingendo di divertirci, mentre in cuor nostro lo manderemmo volentieri a quel paese.

La nostra esistenza è puntellata da una teoria infinita di simulazioni più o meno vistose: di rabbia, di tristezza, di affetto, e a cui finiamo col credere anche noi finendo con l’autoingannarci. Non fa eccezione l’amore in cui soggiorniamo perennemente oscillando tra i due poli dell’onestà e della disonestà, e la cui resistenza dipende dalla maggiore o minore capacità di di cui disponiamo per conciliare entrambi. Mente l’uomo che magnifica con gli amici prestazioni sessuali sovrumane e primati da seduttore impenitente (i siciliani ingravidabalconi di verghiana memoria e i galli brancatiani insegnano) e mente la donna che a letto, a differenza dell’uomo, può simulare il piacere per compiacere l’uomo. Della drammatica schizofrenia del cuore ci dà però memorabile testimonianza Wystan Hugh Auden nelle dieci poesie che formano il suo La verità, vi prego, sull’amore, come nella struggente ballata che s’intitola Johnny, per esempio, in cui una ragazza rievoca i dolci ragionamenti di un reciproco sentimento ormai esaurito, ma immaginato eterno, com’è percepito l’amore di ognuno, prima che finisca:

Oh, questa notte, Johnny, io ti ho sognato, amore,
su un braccio avevi il sole e sull’altro la luna,
tutto azzurro era il mare ed era verde l’erba,
ogni stella agitava un tamburello tondo;
io ero in un abisso giù a diecimila miglia:
ma tu con un cipiglio di tuono te ne andavi.

È proprio Auden a ricordarci che «ti amerò per sempre» è il più abusato dei cliché in una storia d’amore. Ma è in un certo senso una bugia necessaria perché tra due amanti possa generarsi l’espressione più sublime della loro fusione sentimentale ed erotica. Un atto di fede, insomma, che serve a far percepire una relazione come solida ed esclusiva, ma che è una pia illusione essendo il sentimento amoroso, per sua stessa natura, soggetto ad emozioni mutevoli come a cambiamenti imprevisti. Il persempre degli amanti non è una vera e propria bugia, ma una promessa che ha bisogno di essere percepita come effettivamente realizzabile perché la relazione possa poggiare su qualcosa di stabile. Nietzsche sostiene che l’eternità dell’amore sia subordinata al patto che nessuno dei due amanti scopra i limiti dell’altro. È facile idealizzare l’amata/o attribuendogli qualità che non ha, è una forma di autoinganno, ma necessario e sublime, se non vogliamo precipitare nella più cupa infelicità. L’amore stesso è perciò partorito da un doppio ordine di bugie, verso sé stessi e verso l’altro, prova ne è il fatto che, quando finisce, la prima frase che ci viene in mente è: non la/lo riconosco più. In realtà, venuti meno la fiducia, la stima e il rispetto che sono il cemento di qualsiasi rapporto, siamo solo a noi a non vedere più ciò che avevamo voluto attribuire all’amata/o per effetto del nostro autoinganno.

Ma tra i tanti possibili modi di mentire, quello che mi affascina di più è però il farlo dicendo… la verità. O perlomeno, quella offerta come tale a scatola chiusa. È una maniera sofisticata e maliziosa che consiste nell’accreditarsi come persona indubitabilmente sincera per indole, ribadendo a ogni piè sospinto la propria incapacità di mentire, esibita quasi come un difetto che, paradossalmente, dovrebbe suscitare proprio l’ammirazione dell’interlocutore, per quel tanto di discredito moralistico che chiunque facilmente accorda all’idea stessa del dire le bugie. Così facendo si legittima di sé l’immagine di una persona onesta che potrà in ogni occasione affermare con protervia le proprie convinzioni, esercitando una forma di dominio che si basa sulla colpevolizzazione di chi non è ritenuto aprioristicamente sincero. Gli individui di questo genere si riconoscono dal fatto di muovere da un assunto del tipo “io dico la verità, mentre tu cerchi di abbindolarmi con storie che cuci a tua misura” oppure dalla baldanza con cui usano petizioni di principio o risposte con premessa del tipo “la verità è…”, cioè un modo di ragionare per cui ciò che dev’essere provato è supposto, implicitamente o esplicitamente, nelle premesse. In questo modo qualsiasi proprio torto o inganno risulta irrilevante, impercettibile o incontestabile. Ma se persino nei sogni riusciamo a mentire a noi stessi, come possiamo pensare di tacciare di bugiardo chicchessia? Diceva Oscar Wilde che «la sincerità a piccole dosi è pericolosa, a grandi è micidiale». Si riferiva all’amore, ma che senso ha, in generale, dico io, il moralismo di chi stigmatizza la bugia come estrema forma di abiezione? È vero o non è vero?