Il diamante della delusione

La delusione è un sentimento sottovalutato. Gli attribuiamo quasi sempre un sapore sgradevole per il suo andare a braccetto con il senso di sconforto e amarezza che deriva dal non vedere realizzate le proprie aspettative. Ma la delusione è anche un’immensa risorsa, andrebbe assaporata in purezza, non corrotta dal pasto avariato del disinganno, dal boccone velenoso della recriminazione e del rancore, filtrata insomma dal setaccio della consapevolezza. Così raffinata, consente di guardare le cose nella giusta prospettiva, di perimetrare correttamente le aspirazioni, di essere insomma l’agrimensore dei propri desideri. Le persone o le esperienze che ci deludono sono quelle a cui dobbiamo una più esatta percezione dei nostri bisogni. È la rivincita della propria sfera logica su quella emotiva, il microscopio che ci consente di vedere le cellule malate di una situazione che non corrisponde alla realtà, ma unicamente alla rappresentazione che di quella realtà ci eravamo fatti.

In amore, per esempio, quando sopravviene? Nel momento in cui realizziamo che l’idolo intorno a cui ruotano i nostri desideri non è tale, ma solo un feticcio, nel momento in cui ci accorgiamo di amare più l’idea che ci eravamo fatti che la persona com’è davvero. Cosa sia lo spiega meglio l’etimo che contiene il termine latino ludus, che è il gioco, ma anche l’inganno. La  regia amorosa prevede infatti, da copione, la realizzazione di un certo numero di effetti illusionistici che, proprio come negli spettacoli di prestidigitazione, possono essere di varia natura. La più elementare è quella fisico-meccanica: curiamo l’aspetto esteriore per colpire la vista e produrre l’incantamento. Ma senza esagerare, senza dare l’impressione di essere innaturali. Ci teniamo ad apparire eleganti, indossando con disinvoltura lo smoking delle nostre migliori abitudini. Subentra poi la misdirection, questa è fondamentale perché consiste nel rivolgere l’attenzione dell’osservatore altrove. Si cerca cioè di far concentrare l’altro su determinati aspetti del gioco illusionistico lasciando in ombra o inducendo l’oblio di altri. Si cucina, se si è bravi tra i fornelli, si canta se si è intonati, si usano i motti di spirito se si è ironici, e così via. Tutto serve per colpire i sensi, per suscitare ammirazione e sviare da tutto ciò che non dev’essere notato (difetti, cattive abitudini, inclinazioni caratteriali problematiche). La misdirection è fondamentale nella drammaturgia sentimentale, perchè se solo si percepisse il trucco, il gioco risulterebbe compromesso e a poco varrebbe il tentativo dell’illusionista maldestro di rimediare ai propri errori. Altra regola fondamentale dell’illusionismo è quella “dinamica” per cui un movimento grande ne copre uno più piccolo. Se si attira l’attenzione su un gesto evidente (in amore può essere l’effetto-sorpresa di un coup de théâtre – le serenate quando ancora si facevano – o un regalo spropositato) si tenderà a guardare quello e non si noteranno altri movimenti impercettibili in cui consiste l’inganno. Questo è di importanza capitale nella comunicazione commerciale, la réclame pubblicitaria  si fonda sul principio del colpire l’occhio per conquistare la mente. Ecco, in amore, si è come pubblicitari di sé stessi. Infine è determinante il ritmo, il tempismo. Tutti i trucchi necessitano dei tempi giusti, questo è chiaro nei giochi di manipolazione con le carte, e chi bara sa benissimo quanto sia fondamentale la scelta del momento in cui distribuire o pescare la carta dal mazzo.

Ma in alcuni giochi molto comuni, come quello delle tre carte per esempio, non bisogna trascurare il ruolo dei compari che circondano il baro e l’ingannato. Nei giochi di illusionismo amoroso, i compari sono ovviamente gli amici o le amiche che hanno il preciso compito di legittimare l’autorevolezza e la correttezza dell’artefice del gioco illusionistico. Questi devono sostanzialmente alzare la posta, indurre a pensare a quanto allettante possa essere la vincita per aumentare nel giocatore la tentazione di scommettervi.

Cosa fa l’illusionista? Crea a parole, nella mente dello spettatore, il simulacro di una situazione eccezionale rispetto alla realtà comune. Analogamente, chi ama ci tiene a generare nell’amato la sensazione che il loro sentimento non abbia corrispettivo e lo fa con frasi del tipo «nessuno ti amerà quanto ti amo io», «nessuno farebbe per te quello che sto facendo io», «nessuno, a parte me, si metterebbe in una situazione del genere». La componente psicologica è fondamentale proprio perchè la magia in sé non esiste e la magia dell’amore è essa stessa una contraddizione in termini. La magia è solo nella mente dello spettatore o dell’amato mentre la realtà è altra cosa. È anche una questione di stile illusionistico. Ci sono “maghi” che si affidano alla simpatia e che risultano credibili per la capacità di instaurare attraverso la battuta un clima confidenziale che dispone alla fiducia e ci sono i cosiddetti “mentalisti” che basano il loro stile sulla capacità di indurre una sorta di minaccioso timore. Nelle relazioni amorose, questi corrispondono grosso modo a quelli che usano frasi del tipo «non troverai nessuno/a come me», «col carattere che hai, senza di me sei destinato/a rimanere solo/a». In pratica, non conta tanto ciò che l’illusionista fa, ma l’effetto che si produce nella mente dell’illuso, la crepa che l’illusionista riesce a individuare per penetrare nella mente altrui. 

La principale, ad esempio, è quella del completamento logico: date due azioni non direttamente consequenziali, se ne inferisce una terza che porta dalla prima alla seconda. Esempio banale: ho una pallina chiusa nel pugno della mano destra, la avvicino alla sinistra e la pallina compare in quest’ultima. La mente inferisce così che la pallina sia prodigiosamente passata per invisibili vie da una mano all’altra. Questa falla logica è utilizzata dal mago per trattenere la pallina, nascondendola nella mano destra, e mostrare nella sinistra un’identica pallina che era già nella mano. L’illusionista escogita un modo per fingere l’azione del passaggio in modo che la finta azione sembri, per quanto possibile, identica all’originale. Questo trucco è tanto più facile quanto più naturali e fluidi risultano essere i movimenti delle mani. 

Nelle relazioni sentimentali possono accadere manipolazioni mentali di questo tipo quando, per esempio, si usa al posto della pallina, una bugia nota detta da uno dei due soggetti amorosi. L’illusionista usa quella bugia “spostandola” disinvoltamente da una mano all’altra anche quando le circostanze non lo ammetterebbero e con naturalezza basa la sua capacità di controllo mentale fondandola su un semplice presupposto: a) tu hai detto una bugia in una determinata situazione (la pallina nella mano destra); b) la possibilità che la bugia possa essere usata in un’altra circostanza (la mano sinistra) dipende solo dalla naturalezza e dalla fluidità con cui io riesco a farti percepire come naturale il movimento della pallina/bugia per dimostrare che non sono io a manipolare la pallina, ma sei tu a doverti convincere di essere bugiardo. La domanda che ne consegue è: perché? L’illusionista ha uno scopo: produrre intrattenimento. Il soggetto amoroso potrebbe averne altri: produrre condiscendenza, soggezione o potere. Lo spettatore che scopre il trucco, al massimo non si diverte. A chi, in amore, resta deluso mi sembra si addica di più smontare il giocattolo per vedere cosa c’è dentro e capire cosa gli ha procurato piacere. Se si conoscono i meccanismi del gioco, è più facile giocarci senza rischiare di farsi male.  Love is a losing game, cantava Amy Winehouse. Va da sé che il bello del gioco amoroso è il piacere che ci procura nel momento in cui ne siamo attori. Quando finisce ci rammarichiamo, cerchiamo di capire, di aggiustarlo, perché non vogliamo vederci negato il piacere che ci ha procurato. Ma, di fronte all’irreparabile, l’alternativa è rinunciarvi per sempre o smontarlo per capire perché sentissimo il bisogno di giocarci. Gli amori – la loro ebbrezza, il capitale di sogni e fantasie che suscitano – possono finire. La delusione no, quella resiste, è per sempre. Come i diamanti della pubblicità. Ma serve, e ci aiuta, in ogni passaggio della vita, a fare scelte che non siano autodistruttive.

Vigile vigilia dell’attesa

24 dicembre, la vigilia dell’attesa. Tendenzialmente ottimista, non mi appartiene la filosofia del peggio. Cerco di scoprire il buono negli imprevisti, negli accidenti della vita. Nelle avversità provo a ribaltare la prospettiva e a considerare opportunità ciò che altrimenti si potrebbe considerare disgrazia, a considerare almeno un po’ bene tutto il male che sembra venir per nuocere. Un’abitudine che le limitazioni della pandemia hanno incoraggiato è sicuramente il diverso valore che posso dare al tempo. Si dice: chi ha tempo non aspetti tempo. Relax, baby! Nessuna fretta. Ora, di tempo ne abbiamo anche troppo. La cattività domiciliare imposta dai dpcm tinge di un profondo rosso le prime ore di congedo dal lavoro e, almeno cromaticamente, l’emergenza si accorda all’atmosfera natalizia. Di bianco non ci è rimasta ormai nemmeno la neve, altro che I’m dreaming of a white Christmas. Quest’anno il rosso fa tendenza, si porta su tutto. Anche l’Etna ci mette del suo, con i suoi boati ci spernacchia e spennacchia il cielo nero con sbuffi vermigli di fuoco.

Dicevamo però del tempo e dell’attesa. Le giornate si sono dilatate, le festività natalizie non ci obbligano più di tanto al rituale delle visite ai parenti, allo shopping ossessivo-compulsivo, alla litania dei pranzi e delle cene: “addà passà a nuttata”. Nel frattempo aspettiamo, ma cos’è l’attesa? Una disposizione attiva o passiva? È l’azione (così nei dizionari) di chi aspetta e quindi un singolare ossimoro che impone all’idea di uno stato di tregua e di requie il dinamismo del fare (l’attesa sarebbe così un tempo riempito da “cose” che facciamo per esorcizzare lo stesso scorrere del tempo)? Oppure è uno stato d’animo e quindi un sentimento? O solo un semplice intervallo di tempo? Nel tempo dell’attesa c’è comunque un’idea di futuro, una tensione verso la vita che non è ancora. Attendere, viene dal composto latino di ad e tendere, letteralmente è un guardare avanti. E quindi è bello aspettare. L’attesa è una promessa e una speranza, come dicono gli spagnoli che hanno quel verbo dolcissimo come un bacio a fior di labbra: esperar (Espérame en el cielo, corazón: Aspettami in paradiso, cuore / Se vai per primo / Aspettami che presto andrò / Ovunque tu sia). Attendere è come stare in agguato, è la tensione vigile di chi vede oltre, e quindi vede prima. Gli inglesi dicono to wait, ma è un calco dal provenzale guaitar, che significa vegliare, stare come una sentinella ad aspettare. Ex- pectare: “guardare da lontano”. Che non è stasi o immobilismo, passività o differimento, ma anzi tensione, investimento, progetto. L’attesa richiede scrupolo e attenzione, ma ripaga sempre, come un capitale depositato con ottima percentuale di interesse.

Ingannare l’attesa: ma in che senso? Che ti ha fatto di male da doverla anche raggirare come farebbe un brigante di passo? Facci piuttosto amicizia, familiarizza con essa. Contro la frenesia e il logorio della vita moderna non serve affidarsi alle virtù salutari del carciofo (non serve il Cynar), ma una diversa manutenzione del tempo, una sua considerazione affrancata dall’idea dell’efficienza, dall’ansia della prestazione, del “tutto e subito”. Anche in amore funziona così, non è la velocità che conta ma la durata. L’attesa, che è tempo interstiziale per definizione, aborre l’idea del risarcimento immediato. Ci affanniamo a considerare perso il tempo occupato a pensare. C’è chi considera inutile il tempo lungo del leggere e ricorre all’abominevole espressione “non ho tempo per leggere” come se questo fosse perso, inutile, e tutta la vita fosse come un treno della metropolitana da prendere al volo. Il tempo per leggere è come il tempo per amare: quale essere perverso direbbe “non amo perchè non ho tempo”?

Farsi allora Penelope che fa e disfa la sua tela, farsi poeti cortesi che accarezzano a vita fantasmi di donna, cinture nere dell’attesa, perchè non c’è amore più bello ed eterno di quello vagheggiato, non ricambiato, aperto a qualsiasi soluzione, l’unico che non finirà mai (Dante e Petrarca docent). Non è affatto disimpegno o fantasticheria, mancanza di senso pratico o rifiuto di assumersi la responsabilità di una scelta, ma un serio programma etico. Ci vuole serietà e strenue forza di volontà per aspettare il ritorno di Ulisse. Uno dei versi più belli della poesia francese è nel secondo atto della Phèdre di Racine: On dit qu’un prompt départ vous éloignede nous. Ippolito, figlio del re Teseo, deve partire all’improvviso. Fedra è sconvolta, non sa quanto dovrà stare lontano da lui e si decide perciò a rivelargli i suoi sentimenti: “dicono che una partenza rapida ti allontani da noi”. Ma una partenza o un’assenza non è distanza, è un legame ancora più forte perchè aspettare è riconoscere che non si può fare la propria felicità da soli.

E allora prendiamoci tutto il tempo che serve e che la pandemia ci ha riservato in abbondanza per pensare. Nell’attesa facciamo quella telefonata a un amico che avevamo sempre rimandato perchè non trovavamo il tempo, scriviamo quella lettera di scuse che ci sembrava costasse troppo formulare, leggiamo e scriviamo, facciamo elenchi di cose di qualsiasi tipo, pesiamo le parole una ad una, chiedendoci cosa significhino anzichè mandare istericamente greetings packs di sms natalizi che richiedono appena un paio di secondi tra copia/incolla/inoltro (ma che nell’attenzione di chi li riceve, lo sappiamo bene tutti, durano anche meno), facciamo sentire importanti le persone a cui teniamo, dedicando loro attenzioni nei modi, anche maldestri, che ognuno di noi sa. E buona vigilia dell’attesa a tutti.

Il coltello di Franz

Un pomeriggio di un tiepido giorno di aprile. Franz è seduto sul balcone assolato di una pensione di Merano; legge una lettera di Milena. Ha conosciuto quella ragazza bella e intelligente l’anno prima, ma non ricorda quasi nulla del suo aspetto. Bastano le parole però a definirla: è una donna sensibile e intelligente, vitale e appassionata, sebbene mestamente sposata a un uomo che non la ama. Anzi, la soffoca. L’uomo non ricorda quasi nulla del suo aspetto, ma le parole che lei sa usare con chirurgica precisione (non per niente è una traduttrice) bastano a cesellarne l’immagine che gli si disegna in mente in modo via via più intenso, a somiglianza di una luce che abbaglia, non consentendo sulle prime di mettere a fuoco il resto. 

Franz s’innamora delle parole prima ancora che della persona. Saper dire l’amore non è meno vero del saperlo dare. Il linguaggio può diventare pelle, carne, sangue, può infiammare l’anima come e più dei sensi. Ma lui è un solitario, uno che si sente estraneo a tutto e fa fatica ad aprirsi agli altri. L’incontro di due fragilità è già un acconto di coraggio, dispone alla fiducia reciproca. Milena, poi, ha quella sicurezza che dimostra la volontà di arrivare al fondo delle sue passioni, senza paure, senza esitazioni. Si confidano. E le parole sono le carezze che lui non può darle e sembra addirittura non voler ricevere, per paura che possano bruciare sulla carne di chi, come lui, vive senza pelle. Le parole sono il surrogato di un’intimità negata che toglie il sonno e infiamma. Sono lame che scavano nel petto, rigirano la brace che dorme al fondo di un incendio. Le parole nutrono altre parole e con esse immagini, fantasticherie. Stordiscono e lo trasformano nel moscerino che si avvicina incurante alla lampada che lo brucerà. Così Franz la vede ovunque, nella sua piccola camera, la vede accanto a sé e si arrende a una dipendenza totale, prova l’angoscia d’una soggezione assoluta, di un amore che gli fa dimenticare persino di esistere, che gli fa credere di non aver mai provato nella vita una passione simile. L’immagine verbale di Milena è quella di un’intollerabile felicità che basta a se stessa: una promessa di salvezza per il semplice fatto che lei esiste. Ma è una promessa che lo terrorizza, lo fa sentire un debole fanciullo, apprensivo per la giovinezza della ragazza, come potevano essere «i profeti che ascoltando la voce che li chiamava, si sentivano terrorizzati e non volevano». La «gioia», la «sicurezza», il senso di «pienezza» che muove dalla ragazza è come un vento di tempesta che lo atterra e lo svuota, avvilisce la sua «enorme stanchezza», atterrendola con quella vertiginosa sovrabbondanza di vita. Gli fanno pensare che sia possibile morire di felicità, glielo fanno anzi desiderare. Morire in un lampo di felicità. Per una donna che, come il mare, con le sue infinite masse d’acqua, con la forza delle sue maree, attrae e sommerge. Le parole di lei sono acqua e l’amore di lui l’onda alimentata da quell’acqua.

Tragicamente esitante e lacerato, si sente come uno che ha paura «di fare un solo passo su questa terra irta di tagliole» e contrappone spietatamente la sua «età», la sua «angoscia», la sua stanchezza, alla «gioventù», alla «freschezza» e al «coraggio» di una ragazza che riconosce solo i diritti della passione, conosce solo ciò che desidera e ciò che desidera non ammette limiti o esitazioni di sorta. Lei s’ingegna di progettare l’avvenire di Franz, per placarne l’angoscia e trasformarla in speranza. A vincerli però è l’insanabile contrasto tra il desiderio di una donna per «una vita che sia molto vicina alla terra» e la «rigorosa ascesi» di un uomo incline piuttosto a coltivare complicità con le proprie ossessioni. Milena vorrebbe mantenere un rapporto con lui, si accontenterebbe persino di assecondare la sua discreta inclinazione al silenzio («Ti prego, lascia che rimanga in silenzio…», le scrive Franz). Ecco: restare in silenzio è tutto ciò che gli resta per vivere come può. E poi ci sono già stati quei capricciosi accidenti della vita – malintesi e gelosie – a tenerli distanti, e che gli hanno fatto prendere coscienza ancor più che il suo destino è quello di essere un lupo solitario, estraneo al mondo. 

Alla fine di uno dei più eleganti epistolari amorosi che io abbia mai letto, la domanda che mi resta sospesa nella mente è: perché Franz Kafka rinuncia all’amore di Milena Jelenska? Sì, d’accordo. I due erano per certi versi incompatibili: la malattia, il desiderio di morte, la timidezza, la terribile ango­scia, le rinunzie di Franz contrastavano con l’impavida risolutezza, l’ar­dente brama di vivere, l’odio dei pregiudizi, lo spirito di sacrificio, la grande prodigalità di una donna per molti versi straordinaria. Ma non basta. Non può bastare. E allora forse il senso è tutto in quella lettera in cui Kafka le dice che «l’imperfezione solitaria la si deve sopportare in ogni momento, l’imperfezione a due non si è costretti a sopportarla»:

«Non abbiamo forse gli occhi per strapparceli e il cuore per il medesimo scopo? Eppure non è poi così grave, questa è esagerazione e menzogna, tutto è esagerazione, soltanto la nostalgia è vera, non la si può esagerare. Ma perfino la verità della nostalgia non è tanto la sua verità quanto piuttosto l’espressione della menzogna di tutto il resto. Sembra un’idea bislacca, ma è così. E forse non è vero amore se dico che tu mi sei la cosa più cara; amore è il fatto che tu sei per me il coltello col quale frugo dentro me stesso».

Ecco, a causa del suo orgoglio, Kafka sentiva evidentemente di poter amare solo ciò che poteva porre così in alto sopra di sé da risultare eternamente inattingibile.

Pablito è vivo. Evviva Pablito.

Ogni tifoso di calcio, in un modo o nell’altro, è  legato a una determinata partita, a una formazione, a un episodio sportivo. Ne può fare persino il big bang di una passione, la specola da cui guardare la vita. E se capisce che tutto ciò ha origine dal calcio non potrà che ammettere la dipendenza da questo sport che può portare gioia, ma anche ossessione e disperazione. La partita della vita, della mia vita, fu giocata il 5 luglio del 1982: Italia-Brasile. Non era una finale, ma era come se lo fosse. E in un certo senso lo fu. Contro l’invincibile seleçao, la più forte di sempre, favorita da tutti i pronostici, gli smandrappati italiani potevano solo ingegnarsi di evitare una goleada senza scarpinare indegnamente e senza perdere la faccia. E invece non andò così. Chi quella partita l’ha patita saprà per sempre cosa siano le montagne russe del cuore, potrà pure dimenticare il proprio anniversario di matrimonio, ma non quella data. Li avevamo fatti giocare i brasiliani, li avevamo illusi di essere dei in terra. E loro ci sono cascati per due volte, riuscendo a rialzarsi e a pareggiare, ma alla terza si sono arresi. Loro si incaponivano con prodezze individuali e noi facevamo gioco di squadra – gli italiani, pensate – mettendo puntualmente il nostro centravanti nelle condizioni di castigarli. Il calcio è così, contempla una tesi e un’antitesi: se una formazione travolgente attacca e l’altra si contrae e contrasta allora si ha il caso più classico di dialettica hegeliana. Una dialettica muscolare, è chiaro, ma se avevamo fatto giustizia del calcio-fantasia dei sudamericani potevamo pensare persino di essere noi gli dei in terra. E Paolo Rossi era il nostro profeta. La voce di Nando Martellini che scandisce in tv “Rossi Rossi Rossi” è ancora oggi un’eco che mi risuona nelle orecchie e nel petto. La faccia triste del portiere Valdir Peres era l’epitome di una sfida diventata una questione a due: Ettore che soggiaceva ad Achille piè veloce. E la gente per strada a far festa quella sera, nell’Italia svegliatasi dall’incubo degli anni di piombo, con la gioia assoluta per una bandiera che avrebbe sventolato ovunque, dai balconi come dai finestrini delle auto in carosello.

Quelli come me che nel 1982 erano ragazzi che strapazzavano i Super Santos nei campetti degli oratori hanno sognato almeno una volta nella vita di essere lui, Pablito. Era più semplice identificarsi in un calciatore dal fisico “normale”, imbarazzante quasi, a confronto con il bagagliaio di bicipiti, deltoidi e flessori esibiti dagli odierni campioni dell’arte pedatoria. Lui no, con quell’aria da uomo qualunque, da qualsiasi “signor Rossi” appunto, arrivato quasi per caso nella Nazionale, grazie a un c.t. testardo come Enzo Bearzot che lo avrebbe preferito a Roberto Pruzzo, «O Rei di Crocefieschi», trasformandolo nel capocannoniere che non ti aspetti, lui ci avrebbe fatto vincere la Coppa del Mondo più bella di sempre, la più inaspettata, riscattando i mingherlini di tutto il mondo uniti. Pablito: l’aria da garzone di bottega, l’angelo che si trasforma in diavolo quando deve rapinare le aree di rigore, il centravanti della Juventus più bella, l’unica la cui formazione ricordi a memoria come un mantra, come le preghiere del catechismo: ZoffGentileCabriniBoniniBrioScireaBettegaTardelliRossiPlatiniBoniek.

A Torino c’era arrivato passando da Vicenza, dove aveva lasciato caterve di reti, stregando gli osservatori che notavano la sua pazzesca capacità di essere intuitivo e controintuitivo, di anticipare mentalmente quello che sarebbe successo in campo. «Monello del Collodi», lo ha definito il poeta Fernando Acitelli, «eterno oratoriale bimbo / emigrato a genio / nel soffio d’una estate». Era stato amore a prima vista, lungimirante infatuazione per quel ragazzetto magrolino, con le ginocchia fragili, che qualcuno paragonava addirittura alla leggenda di Garrincha. Stesso modo di involarsi sulle fasce, stesso incedere dinoccolato che poteva improvvisamente accendersi di uno scatto che lasciava inchiodati gli avversari. Astuto quando si trattava di aggirare i difensori, esperto nell’evitare le trappole del fuorigioco, in area era come un fantasma che si materializzava dal nulla per farsi trovare pronto ad allungare il piede e metterla sempre in rete. Come deve fare il bomber, il cui unico imperativo è coincidere con il proprio epiteto; un centravanti che non segna non è un centravanti, non è nessuno. Come ha scritto Osvaldo Soriano in Fùtbol, «per il goal c’è un angelo particolare, un non so che. O ce l’hai o non ce l’hai. Tu l’hai visto: ci sono un sacco di attaccanti che non segnano più di cinque gol a campionato, non è serio». Ora vai Pablito, nel paradiso dei calciatori c’è già un angelo, col numero 10 e la maglia del Napoli, che ti aspetta per fare qualche tiro in porta.

Benedetto sia Copernico!

«Avrò fatto la cosa giusta?» «Cosa sarebbe stato di me, se…?» Di questo tipo di dilemmi è affollata la nostra esistenza. Poco male, vorrei dire. Il dubbio (più che la calma) è la virtù dei forti. E invece ammiro l’intrepida baldanza di quelli che, in una discussione, sentono il bisogno di rivolgersi all’interlocutore esordendo con frasi del tipo «La verità è…». Cui segue, puntualmente, la lezioncina su ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, su ciò che sia da commendare e, di converso, da biasimare. La retorica la definirebbe una “petizione di principio” o una “risposta con la premessa”, cioè un modo di ragionare per cui ciò che dev’essere provato è supposto, implicitamente o esplicitamente, nelle premesse. Ma la “Verità” cosa? Che ne sai? Chi ti ha dato la patente di Infallibile e con essa tanta presunzione di certezze? Perché mi punti addosso come un coltello a serramanico la tua matita blu e rossa e vuoi togliermi l’emozione di sbagliare da solo? unnamed

Fare errori è un’esigenza, quasi una sorta d’istinto di sopravvivenza. Anche il ricordo funziona così. Abbiamo bisogno di ricordare con imprecisioni di dettaglio, sia che si tratti di ricordi piacevoli che brutti: la memoria felice di un momento è corretta da dettagli che ne amplificano gli effetti, quella triste da altri che ne correggono le conseguenze affinchè non si trasformino in traumi. Interveniamo inconsciamente sui ricordi effettuando su di essi minime correzioni che basterebbero a confermarci la presenza di errori. Ma è proprio da questi ultimi che si produce conoscenza, che origina l’Ordine. Persino la perfezione apparente di una goccia d’acqua o di un fiocco di neve, con la simmetria e la compiutezza formale che singolarmente esprimono, si rivela fallace a confronto con altre gocce o altri fiocchi. Non ne troveremmo due uguali.

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Decidere cosa fare della propria vita è come tirare un calcio di rigore: prendi la mira, inquadri la porta, calci il pallone, ma il raggiungimento dell’obiettivo dipende da tante altre variabili indipendenti dalla nostra volontà. Altrimenti saremmo tutti campioni. Quello che possiamo fare è abbandonarci al disordine delle forme e lasciare che si creino coincidenze tra le nostre intenzioni e tutto ciò che non possiamo governare. Il pallone che non entra in porta in una particolare circostanza coglierebbe probabilmente nel segno in un’altra. L’esattezza di una scelta è l’errore di un’altra: è tutta una faccenda di transitorie coincidenze. Eppure non riusciamo a convivere serenamente con l’idea dell’errore, di una verità provvisoria. Pretendiamo di stare sempre dalla parte del giusto («la verità è che tu…») e a stigmatizzare ciò che è difforme dal nostro modo di rappresentarci la realtà. Programmati per non fare errori, entriamo in crisi al primo bug. E invece, dovremmo fare come il Nino di una famosa canzone di De Gregori: «non aver paura di sbagliare un calcio di rigore, non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore».

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«Maledetto sia Copernico!», dice il pirandelliano Mattia Pascal. Perchè da Copernico in poi l’uomo avrebbe perso la propria centralità nell’universo, si sarebbe scoperto piccolo e imperfetto, corpuscolo di un cosmo indifferente che ne avvilisce la solidità, la compattezza, la dimensione. Io che del relativismo me ne sono invece fatto una ragione e una religione, dico allora «Benedetto sia Copernico!». E con lui l’ebbrezza dell’errore e l’imprecisione dell’errare, del nostro imperfetto vagare disarmati, indifesi, vulnerabili, alla ricerca della Verità. Senza porsi nemmeno il problema di raggiungerla perchè il senso è la ricerca stessa, il cammino piuttosto che l’approdo. Nasce tutto da uno ‘sbaglio’: la Luna che i poeti hanno guardato a bocca aperta per millenni è una scheggia nata da una collisione, il frutto di una catastrofe, un’anomalia necessaria alla Terra, senza la quale l’asse del nostro pianeta impazzirebbe. E Galileo, millenni più tardi, avrebbe usato il cannocchiale per studiarne e ammirarne l’imperfezione e dimostrare così che era un’illusione l’aristotelica verità di una pura quintessenza opposta alla grossolana materia della Terra, che la Luna è come la Terra e noi non siamo sotto le stelle, ma fra le stelle. Contestare questo non significava contraddire Aristotele, ma semmai coloro che pretendevano, allora come oggi, di avere un certificato di attendibilità preconcetto riguardo qualsiasi materia. Tra l’Inferno e il Paradiso esiste il Purgatorio che rappresenta la possibilità, l’approssimazione alla Verità. L’umanità stessa nasce da una ‘collisione’ non diversa da quella da cui hanno avuto origine la Terra e la Luna. Nel Libro della Genesi si legge che Dio disse: “Non è cosa buona che il terrestre sia solo. Farò per lui un aiuto contro di lui”. Che significa essere contro? Significa “altro da sé”, la donna è l’aiuto adatto all’uomo, voluta da Dio in quel modo e non altro e perciò simile, complementare, entità di rispecchiamento, non un complemento dell’uomo – una costola – ma il suo doppio speculare.Tintoretto-jacopo-Comin-The-Annunciation-detail-2-

La Verità richiede tempo, forse Tutto il tempo, viene fuori poco a poco e il più delle volte non è come ce la siamo costruita. Perché Tintoretto, un artista che stravolgeva le prospettive, dipingeva angeli in caduta libera e santi a gambe all’aria, schizzava colpi di pennello agli angoli delle sue tele? Non lo si capì per secoli fino a quando non venne percepito come l’archetipo di una pittura astratta, l’esempio del senso che la pittura ha prima di mutarsi in oggetto. A quel punto la macchia di colore informe assumerà valore formale per tutto l’astrattismo pittorico successivo. I suoi celebri fondi scuri sono la combinazione di tanti colori che grattava dagli avanzi della tavolozza, conservava e rimescolava creando il nero dalla loro somma cromatica, dal loro addensamento. Siamo tutti figli di un’imperfezione, incerte approssimazioni di noi stessi e la nostra maestà consiste tutta nella fragilità con cui sappiamo esplorare i nostri sbagli, con cui sappiamo grattare dalla tavolozza della nostra vita ciò che resta dei suoi colori, per rimescolarli e dargli uniformità.

L’errore è insito nella condizione umana, solo gli animali non sbagliano. O meglio, sbagliano anche loro ma rimediano più in fretta di noi e soprattutto non ci costruiscono un sistema di pensiero per trovare il modo di non ripeterli. Tanto più che con tutti i sistemi che razionalmente saremmo in grado di costruire per metterci al riparo dagli sbagli, finiremmo puntualmente col ripeterli. Ogni scelta che facciamo (e anche scegliere di “non” scegliere è comunque scegliere) è l’affermazione di un mondo parallelo a un altro, né migliore né peggiore, né omologo né incompatibile. Due universi paralleli tra cui muoversi non con la certezza di essere nel giusto, ma con la speranza di avere più o meno azzeccato il calcio di rigore.

Dissolvenze incrociate 4 (poesia in immagine)

Usi e riusi della poesia: tre modi differenti di citare versi nei film.

Deannie ama Bud, ma le rispettive famiglie ostacolano la loro relazione (il topos dell’amore contrastato e impossibile di shakespeariana memoria sovrintende al genere ‘melodramma’). Scena madre: in classe, la professoressa chiede alla ragazza di commentare i versi di Intimations of Immortality di Wordsworth che contengono l’immagine che dà il titolo al film. Lei è distratta, poi legge, e la poesia le condensa tutto il suo destino. Non regge all’emozione, quelli non sono solo versi. Racchiudono il suo futuro: il venir meno delle speranze giovanili – lo «splendore nell’erba» – deve indurci ad accettare senza rimpianti ciò che la vita può ancora riservare. Ripenserà a quei versi nel finale, la citazione è la chiave di lettura della sua storia e del film. Splendore nell’erba, di E. Kazan (1961)

Patch è uno studente di medicina che teorizza “la terapia della risata”, malvisto da tutti. Fonderà una clinica privata, ma  non potrà avere accanto la ragazza che ama, uccisa da uno squilibrato. Il sonetto XVII di Neruda (dai Cento sonetti d’amore), diviso a metà a contrassegnare due momenti di diverso tono della vicenda, funge in entrambi i casi da rinforzo espressivo. La citazione non serve al senso della storia: la prima volta contribuisce a sottolineare l’ebbrezza sentimentale, la seconda è funzionale all’amplificazione dell’epilogo melodrammatico. Patch Adams, di Tom Shadyac (1998)

Paterson è un paese del New Jersey, ma anche il nome di un autista che scrive poesie senza rima; trae ispirazione dalla quotidianità, la squarcia con un appunto che parla di oggetti trascurabili o scaturisce da un brandello di dialogo. La poesia non è nelle pagine dei libri, quelli di William Carlos Williams o di Allen Ginsberg o del Prévert della famosa poesia dei “fiammiferi”, allusa, evocata, citata, riscritta. Essa è negli occhi di chi usa le parole per elevare la vita dall’ordinario. Non è la poesia delle «buone cose di pessimo gusto» di gozzaniana memoria; non è il conforto o il rinforzo espressivo di una situazione. Essa è ovunque, e quindi anche la realtà si può disporre come nei versi, riproducendone persino certe strategie metriche e retoriche. E’ un privilegio dell’esistenza la poesia, il tema stesso del film, una riflessione sui meccanismi profondi che regolano il rapporto delle immagini con le nostre parole. Paterson, di Jim Jarmusch (2016)

Quello che ho fatto per te

«E’ questo il ringraziamento? Dopo tutto quello che ho fatto per te?»: quante volte sarà capitato di pensarlo di un amico, di una persona amata, di un figlio da cui ci sia sentiti trascurati o traditi? Quanto ci è familiare quest’infelice e perentoria domanda così gravida di espliciti ricatti? Il fatto è che l’aspro sapore dell’ingratitudine ci ferisce, ci fa sentire umiliati, abbandonati, delusi, “usati”, ma è in fondo un sentimento che non risparmia nessuno perché tutti, a ben guardare, quando facciamo i conti col nostro passato o la nostra coscienza, potremmo finire col riconoscere di aver commesso torti che hanno causato, se non sempre dolore, almeno amarezza. Se non si accetta l’idea che occorra conviverci, le conseguenze saranno le meschine emozioni in cui la sensazione di aver subito un torto pesca a piene mani: il malanimo, che può tramutarsi in disgusto, la perfidia ricattatoria, la cronica recriminazione, l’istinto di vendetta. Quella cicatrice che l’ingratitudine procura è tanto più profonda quanto maggiori sono il significato e il ruolo che abbiamo attribuito a chi ci ha procurato un disagio. Con indifferenza, con noncuranza. Ma ciò che colpisce di più è pensare che si possa essere ingrati solo perché incapaci di saldare un debito di riconoscenza e che, quindi, ci possa essere qualcosa di premeditato o opportunistico nella fuga di chi non sa in che modo perdonarsi uno strappo irreparabile. Una psicologa e psicoterapeuta l’ha definita, una decina d’anni fa, la «sindrome rancorosa del beneficato». Ma la spiega benissimo anche una bellissima poesia, tra le tante che formano l’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters; è l’epitaffio di Harlan Sewall:

Tu non comprendesti mai, o Sconosciuto,
perché abbia ripagato
la tua devota amicizia e i tuoi servigi delicati
dapprima con ringraziamenti via via piú rari,
poi col graduale sottrarmi alla tua presenza
in modo da non dovere esser costretto a ringraziarti,
e poi col silenzio che seguí alla nostra
separazione estrema.
Tu avevi curato la mia anima malata. Ma per curarla conoscesti il mio male, penetrasti il mio segreto,
ed è perciò che fuggii da te.
Perché mentre, riemergendo da un dolore del corpo,
noi baciamo in eterno le vigili mani
che ci han dato l’assenzio, pur rabbrividendo
se pensiamo all’assenzio,
la cura di un’anima è tutt’altra cosa,
perché allora vorremmo cancellar dal ricordo
le parole tenere, gli occhi indaganti,
e restare per sempre dimentichi
non tanto del nostro dolore,
quanto della mano che lo ha risanato.

Nemmeno Dante, nella Commedia, riesce a immaginare un girone dedicato agli ingrati. Non che non incontri o che non biasimi l’ingratitudine, ma assegnandole sempre una funzione di supplemento di altre iniquità, ancella dispersa fra anime perse, figlia di un demone minore, corollario di dissolutezze diverse. Quelle degli avari e dei prodighi, per esempio, che «fuor guerci» cioè incapaci di antivedere, di misurare le conseguenze della loro inadempienza o perchè hanno promesso senza elargire o perchè hanno disperso senza essere valenti nell’offrire benefici. O i traditori, intrappolati nel ghiaccio per l’eternità. E non è forse l’ingratitudine una ruga del tradimento? Non è tradimento anche una memoria disconosciuta, una promessa avvilita, l’oblio di un vantaggio e di una considerazione ricevuta da un familiare, da un collega, da un amico, da un benefattore? Si può obiettare che l’aver compiuto un’azione virtuosa dovrebbe bastare al saggio la cui ricompensa dovrebbe essere proprio il fatto di averla compiuta, ma il vedersela dimostrata fa pur sempre parte dell’amore e dell’amicizia. Anzi, ne è il termometro. Al contempo essa non è autentica, se dettata da motivi di convenienza. Come diceva Rousseau, «un animo grato è attratto unicamente dal valore della sua intenzione […] chi accetta con buona disposizione d’animo un beneficio e con identica disposizione d’animo si sente in debito: la gratitudine, in questo caso, è celata nell’intimo della coscienza».

Pier Leone Ghezzi, La Gratitudine (1706)

Un motivo, quello della dimenticanza dei benefici ricevuti, caro a Seneca che nel De beneficiis e nelle Lettere a Lucilio gli dedica non pochi passi che potrebbero da soli comporre un florilegio. Leggendolo se ne ricava la sensazione che, sempre ammesso che ci stia a cuore ribadire e testimoniare riconoscenza a chi ha curato il nostro deserto interiore, a chi ci ha teso una mano al momento giusto, a chi ci è stato vicino nelle crisi, a chi ci ha difeso, a chi ci ha insegnato, a chi ci ha fatto scoprire qualcosa del mondo e della vita, la gratitudine è un talento paziente, che richiede costanza e delicatezza. E che l’ingratitudine che resta in potenza e non arriva a tradursi in perfidia, cela un germe di prepotenza e di violenza psicologica. Ci vuol coraggio ad ammettere il nostro debito verso l’Altro e a porci in una posizione di restituzione e reciprocità. Accettare umilmente che non possiamo fare a meno degli altri significa ribadire la nostra appartenenza all’idea stessa di socialità, ci pone, al contempo, in ascolto profondo di noi stessi facendoci capire il ruolo che ognuno può giocare nella reciproca relazione, ci vaccina dal virus della sopraffazione. Tanto più in questi tempi di (in)sofferenza determinata dall’eccezionalità del periodo storico che viviamo, essere grati “nonostante tutto”, accogliere con mitezza tutta l’indefinitezza del nostro essere, costituisce l’orientamento etico più salutare. Forse l’unico possibile.

Dissolvenze incrociate 3 (cinema è sogno)

Il proiezionista si addormenta in cabina di proiezione e sogna di salvare il suo amore. Si sdoppia, l’ologramma onirico rompe la quarta parete e abita lo schermo nello schermo. Si deve adattare agli spazi che il montaggio decentra. Millimetrica retinatura dell’obiettivo, sfondi intercambiabili come in un caleidoscopio. Il cinema è sogno, ma sogno che assomiglia alla realtà più della realtà stessa. Vertigine surreale che si apre su un mondo di ombre – è il mondo dietro lo specchio di Alice – costruito a imitazione del nostro, ingannevole perché inimitabile, assurdo e obliquo, ma irresistibile perché è possibilità assoluta, totale, laddove la realtà è necessità, univocità. Non è il cinema che imita la realtà, ma viceversa. L’impassibilità della maschera ribadisce che siamo immersi nell’immagine, nessuna meraviglia perciò se cedono i confini tra realtà e finzione. Sherlock jr., di B. Keaton (1924)

Bruno e Robert girano per paesini sperduti al confine tra le due Germanie. Arrivano in una sala per riparare un proiettore, improvvisano coi loro corpi uno spettacolo comico dietro lo schermo illuminato. Il viaggio approda nel territorio inconscio dell’infanzia; i bambini in platea ridono spontaneamente. Ritorno alle origini, alle radici, alle ombre cinesi e all’immagine silenziosa, alla natura di un divertimento popolare che è il peccato originale del cinema neonato, al potenziale ludico e seduttivo che ne costituisce l’essenza. Il senso del presente è la memoria di un passato in cui i corpi contano più delle idee, la trasparenza dell’immagine più della mistificazione della parola. Attaccamento viscerale più che nostalgico alla magia dello schermo, riflessione sulla morte di un certo tipo di cinema, di cui il pubblico è materialità fenomenica. Senza pubblico nelle sale, il cinema non è più tale.  Nel corso del tempo, di W. Wenders (1976)

L’unico svago nella vita dell’insoddisfatta Cecilia sono i film romantici e quelli d’avventura. Evade così da una realtà – familiare e lavorativa – a dir poco angusta. Li vede e li rivede, ossessivamente come in una coazione a ripetere, fino a quando accade l’incanto. L’esploratore Tom esce dallo schermo lasciando esterrefatte e in rivolta anche le ombre degli altri personaggi, pirandellianamente in cerca d’autore e di pubblico. Il film non può più proseguire. L’apparenza si è innamorata della realtà, l’ombra cerca il suo corpo come fa Peter Pan. Metafora del cinema come dell’amore, centrifugato di sogno e realtà, perfezione e imperfezione, acqua sorgiva e fango. Tutto è meraviglioso finché non si accendono le luci e ci si risveglia. Tributo al cinema popolare in contrapposizione dialettica al suo assunto filosofico. Nella vita reale si sogna ad occhi chiusi; il cinema è, ontologicamente, un sogno ad occhi aperti. Attenzione però a mescolare i piani. La purezza dell’ideale non può “insudiciarsi” con le impurità mondane della vita reale. La rosa purpurea del Cairo, di W. Allen (1985)

«Avevo vent’anni»

Oggi è morto un ragazzo. Uno studente. Uno studente dell’università in cui lavoro, di cui faccio parte come docente, ma di cui sono anche membro perché l’università è una “comunità”. Una comunità complessa, ampia, che dovrebbe essere tenuta insieme da valori condivisi, ideali, progetti, da principi  che si presuppongono, appunto, “comuni”. In quanto tale, l’università, è una società in piccolo, e funziona né più né meno che come la società più grande di cui siamo abitanti. Ha le sue regole che tutti – tutti – sono chiamati ad osservare. E sono anche quelle regole che attengono anche alla sfera dei rapporti umani. E quindi quel ragazzo era un pezzo anche della mia storia. La sua morte perciò mi riguarda. Oggi è morto e non c’è qualcuno che possa dire di non aver perso. 

Non conoscevo il giovane in questione e non saprei parlarne, ma anche se ne fossi capace non dovrei farlo. Non fosse altro che per l’elementare “rispetto” che il fatto in sé reclama. Rispetto per un ragazzo come tanti, rispetto per i suoi familiari, per i suoi amici e per i suoi compagni di strada (compagni di scuola prima, colleghi universitari poi) cui l’ha legato la scelta di investire nella propria formazione, nel proprio diventare adulto in quella giungla che è la vita. Cosa potrei dire, se non esprimere l’angoscia che, come genitore e come educatore, provo di fronte a una tragedia. Provo a immaginare cosa possa portare un giovane – anch’io lo sono stato, con la mia vulnerabilità, le mie insicurezze, e mi sforzo di ricordarlo sempre – a prendere la decisione finale di arrendersi alla vita. Si può solo provare disagio e dolore, è più dignitoso e sensato del dover trovare a tutti i costi un responsabile. “Si poteva evitare”, dice qualcuno. Come si dovesse evitare un inciampo, una buca per strada. Come? Dico io. Come si sarebbe dovuto evitare? Si può davvero ritenere che la contingenza di un’unica frustrazione possa essere la causa dell’irreparabile? Penso che il ragazzo non fosse più fragile di altri suoi coetanei. Ne ho conosciuti centinaia in cui ho rivisto me stesso alla loro età; non esiste nessuno che sia così corazzato da non essere esposto a debolezze, a sconforto, a stress. Questo bisogna ricordarlo sempre, insieme al fatto che il male di vivere è il prodotto di fattori che riguardano ogni aspetto dell’esistenza, ogni sfera dell’esistente (famiglia, amici, scuola, università), tutte implicate in maggiore o minor misura. 

Le difficoltà, la confusione, l’insicurezza  originano certamente da intense sensazioni di disagio, dalla competizione per le aspettative e dal senso di inadeguatezza rispetto alla proprie capacità di soddisfarle. Ma è il quadro complessivo che porta un  giovane a vivere sempre più diffusamente un senso di precarietà, figlia di una realtà sovraccarica di stimoli quanto povera di certezze. Da docente posso solo cercare di fare la mia piccola parte, chiedendomi se sono in grado di far intravedere a un giovane la meta verso cui indirizzarsi, se so assisterlo nelle sue sfide, se so ascoltarlo, se so  testimoniare il fatto che le sue prove non sono state diverse dalle mie a un certo punto della mia vita. Ma è quanto si possa dire anche di un genitore o di un amico.

Un’espressione che sento ripetere spesso dai giovani è: “che ansia! che stress!”. A volte mi chiedo quanto sia un intercalare o piuttosto l’espressione di una difficoltà reale, dettata dalla competizione, dai ritmi di crescita, dalla solitudine – oggi, ahinoi, forzata – dagli ambienti relazionali sempre più complessi. E mi ricordo di quando ero un adolescente e di quanto fosse falsa l’immagine che gli adulti avevano della mia condizione, come anagraficamente spensierata, ontologicamente felice. E’ un cliché imposto da adulti che hanno perso memoria della propria storia e che percepiscono solo il rimpianto della propria spensieratezza perduta. Un giovane farebbe più volentieri proprio l’incipit famoso di un romanzo di  Paul Nizan: «Avevo vent’anni. Non permetterò a nessuno di dire che questa è la più bella età della vita». Oggi, perciò, abbiamo perso tutti; spero solo che quel ragazzo, ovunque sia adesso, sappia trovare il modo di perdonarci.