“I would prefer not to”: essere senza avere

Più passa il tempo più mi rendo conto di assomigliare agli eroi della rinuncia che mi sono scelto, quelli di cui leggo in una plaquette di Carlo Ossola del 2011 che, col titolo En pure pert. Le renoncemment et le gratuit, raccoglieva le lezioni del corso Comment vivre ensemble tenuto nell’anno accademico 1976-77 al Collège de France. Sulla scena perimetrata dal filologo avanzano i campioni della Gelassenheit, dell’abbandono, dello sciogliersi dalle convenzioni del sé: dal Rudin di Turgenev al Bartleby di Melville, dalla Félicité di Flaubert al Pagnka di Leskov, dall’Oblomov di Goncarov al principe Myskin di Dostoevskij, dal Minetti di Thomas Bernhard al Don Giovanni di Peter Handke poiché il  fuoco tematico è la nudità della rinuncia messa di fronte all’accumulo della conquista. Sono loro i campioni dell’esilio da sé, delle virtù ‘passive’ come il dépouillement, il distacco, l’abbandono: una letteraria «società della stanchezza», replica di quella reale presa in esame, prima di Ossola, dal filosofo sudcoreano Byung-Chul Han che, in un saggio che porta questo titolo, ha studiato le nevrosi dell’individuo ossessionato dal mito dell’iperattività, dalla bulimia del possesso, dalla frenesia del godere di tutto, nell’odierna società della competizione incapace di gestire la “negatività” dell’esperienza.

Una costellazione letteraria di antieroi «senza qualità» che si definiscono per sottrazione, di “negati” che all’attivismo ulissistico oppongono l’attesa, la desistenza, il rifiuto, la retraite, il distacco, il ritegno che già Roland Barthes aveva definito nei termini della déprise cioè del «lasciarsi andare, dentro di sé, al riposo da sé», del fare vuoto e silenzio all’interno e all’intorno. Il critico francese aveva definito mirabilmente questa «disoccupazione di spazi» come peregrinatio instabilitate (un «esiliarsi restando lì»), un ‘derealizzarci’ togliendoci dalle cose e restituendoci al possibile, all’assenza, al lontano: non conta l’événement, l’accadimento, ma l’avènement, ciò che viene verso di noi, la meraviglia del non appartenerci più. La «pura perdita» è tale soltanto se essa conserva memoria non già dell’orgoglio del “privarsi”, ma della purezza di questo cancellarsi senza traccia.

27390794._SX540_Forse perché deluso dalla realtà, torno così a frequentare in questi giorni il Bernardo Soares del Libro dell’inquietudine di Pessoa, l’inquieto rêveur di Rua dos Douradores che mi ha affiancato a lungo nella mia giovinezza, «senza difese come orfano, volontario escluso dagli altri e dalla vita, sognatore di tutti i sogni, soprattutto di quelli improbabili». E immagino di andarci a passeggio, magari passando a prendere lo scrivano Bartleby di Melville la cui gloria è tutta nella frase “I would prefer not to” che iscriverei volentieri come epigrafe alla mia vita, la cui eroica passività è la più alta forma di resistenza. Il copista Bartleby: l’inquilino di una voragine che è quella della possibilità, per cui non conta quello che vuoi o che devi, ma quello che potresti perché la potenza non è la volontà e l’impotenza non è la necessità

Corsi e ricorsi in appello

Dove l’appello è quello d’esame, i corsi quelli di studio e i ricorsi sono quelli storici degli errori, dei lapsus linguistici, degli sproloqui alle verifiche finali degli studenti. Ne ho già scritto in altre occasioni (vd. Son tutte belle le spade del mondo e La ringrazio per il disturbo), e quest’ulteriore perciò si configura come un nuovo tassello (una “gionta” avrebbe scritto Ariosto) di quella che inizia ad assomigliare vagamente a una saga (non “sagra” come ho sentito a un esame).

Lungi da me l’idea di voler infierire: ci tengo a precisare che adoro TUTTI i miei studenti, da quelli brillanti a quelli che si arrangiano, da quelli che ti rivelano un mondo interiore inimmaginabile (se solo riesci a vincere la loro introversione), a quelli estroversi che non si danno mai per vinti e suppliscono alle loro defaillances con esilaranti motti di spirito, da quelli tenaci e determinati, ligi alle consegne e severi con sé stessi, a quelli più approssimativi e “lagnusi”, disordinati ma con guizzi improvvisi di genialità. Mi metto sempre nella condizione di voler apprendere anche quando sono io ad insegnare, ognuno di loro è una sfida diversa, perciò mi incuriosiscono al punto da farmi considerare il mio lavoro il più stimolante e bello che io potessi fare. Perciò li rispetto sempre, molti di loro lo capiscono e non si sentono sottovalutati. Mi è capitato (ma non me ne faccio un vanto) chi mi ha sorriso anche dopo un esame andato male perché non si è sentito maltrattato per quello (ripeto sempre che a punirci o o a promuoverci ci penserà la vita e non un professore), chi mi ha ringraziato a distanza di tempo per una bocciatura, o chi mi ha confessato di avermi odiato per un voto basso che riteneva di non meritare, salvo poi riconquistarne col tempo la simpatia e la confidenza. Molti anni fa, quando insegnavo a scuola, ebbi per alunna anche una mia bravissima collega che oggi insegna russo nel mio dipartimento; allora le diedi 4 in un’interrogazione di latino e ne ridiamo sinceramente tutte le volte che ci incontriamo. Io sostengo che sia stato proprio quell’episodio ad averla incoraggiata e che dovrebbe essermi grata per aver capito verso dove indirizzare i propri interessi.

Senza-titolo1Detto questo, non riesco mai a trattenermi dall’annotare quanto di buffo ascolto ai colloqui d’esame o leggo nelle prove scritte degli studenti, non per comporne uno stupidario tra tanti di ogni genere, ma per conservarli nel cassetto dei ricordi lieti assieme a tanti momenti felici che hanno definito il mio essere ciò che sono – qualunque cosa io sia – come sono state quelli della mia adolescenza e della mia giovinezza, con tutte le ingenuità che l’hanno zavorrata, gli amori, i miei figli e l’illuminazione dell’essere padre, le passioni indomabili come quelle per la letteratura e il cinema, per i Beatles e Marilyn Monroe, per il basket e per la Juventus. E per quella nobile, seria, delicata responsabilità che è l’insegnamento.

Mi fa sorridere benevolmente, quando ne sento il bisogno, richiamare alla mente quelle volte in cui uno studente, sollecitato a dirmi quale fosse l’ultimo libro letto, ha cercato di far colpo dicendomi quanto avesse amato L’amico di TROVATO di Fred Ulhman o IN MEMORIA di Adriano della Yourcenar, Anna KARENÌNA di TOSTO o Le notti bianche di DOSTOI. E ancora le impervie e improbabili descrizioni di tragedie e crisi esistenziali di autori dalle biografie violentate (“Saffo era il dio dei venti che si suicida perché non riesce a realizzarsi sentimentalmente”; “Ippolito Nievo morì alla tenera età di trent’anni”; “Pavese si suicidò… come Croce”). Come pure la confusione ingenerata dallo studio matto e disperatissimo dei nostri tre maggiori autori italiani – Dante, Petrarca e Boccaccio – “le tre COROLLE che la nostra grande letteratura può vantarsene” – e che fa finire con l’attribuire all’autore del Decameron i componimenti del Canzoniere (Boccaccio in questo sonetto, il 234, parla della sua cameretta la quale in passato, cioè prima della morte di Laura, fu un rifugio di giorno per i suoi pensieri, di notte per le lacrime”) o sintetizza, come in un mash-up, i “canti di Boccaccio” e le “ottave di Dante”. La qual cosa accade con frequenza ogni qual volta si chiama in causa anche Foscolo e il suo immortale “carmo” Dei Sepolcri in cui l’inelluttabile verso “e tu gli ornavi del tuo riso i canti che il lombardo pungean Sardanapalo” scatena ardite congetture sull’identità in questione (“il protagonista del Giorno di Parini”; “un allievo di Parini, autore della Divina Commedia“; “un re assiro di discendenza longobarda”).platone-anteprima-500x430-697438

C’è la studentessa che risponde senza rispondere, semplicemente aggirando la domanda, perdendosi nei sentieri della divagazione, e che al mio “…sì, d’accordo, ma poscia?” replica piccata: “no, professore, Poscia non c’era nel programma, io sono arrivata a Manzoni….eh!!!”. Che fa un po’ il paio con quello che ti dice “D’Annunzio prese la concezione del superuomo da NIETZSCHE” (pronunciato come si scrive, tipo spelling) e alla correzione del docente che osserva “Nicce, si dice”, replica “ha ragione, professore: D’Annunzio prese la concezione del superuomo da NICCESIDICE” . O con chi, prendendo appunti durante la lezione, trascrive un mio “…perché, Marx docet…” in “Marx Docet sostiene che…”. Càpitano a volte anche imbarazzanti risvolti hard come quando ti dicono che “l’autore ha sodomizzato il concetto” o quando ti parlano dell’emisticChio di Dante (questa la capiranno solo i siciliani). Accade di scoprire che nell’IliadeAchille abbandona la moglie Diomede per seguire Ulisse nelle sue avventure” o che gli studi erùditi di Petrarca” lo abbiano portato ad “adottare una poetica separatista”.  Originali azzardi filologici o linguistici ci dicono che il Todo modo di Leonardo Sciascia debba il suo titolo all’espressione “Todo modo para bailar e non a Ignazio di Loyola (qualcuno lo ha citato persino come Sant’Ignazio Toyota”) che negli Esercizi spirituali scrive “Todo modo para buscar la voluntad divina”. Invitata a fare un’analisi retorica di un paio di versi, una studentessa ritenne di potervi rinvenire una enaiàsg e, al mio palese smarrimento, ci tenne a precisare che sul manuale c’era scritto enallage e che lei si scusava per la sua pronuncia francese.

Questo mio interesse è noto ad amici e colleghi tanto che essi stessi, sovente, mi segnalano bizzarrie linguistiche e concettuali che è capitato loro di poter documentare. E non solo agli esami di Letteratura italiana. Così ho annotato anche quelli di cui non sono stato testimone diretto, ma sulla cui veridicità non ho motivo di dubitare per la credibilità che riconosco alle mie fonti. Credo perciò che sia accaduto davvero che ci sia stato chi abbia parlato agli esami delle “Lobotomie del paradiso, cave siracusane dove vennero chiusi i prigionieri ateniesi” o che qualcuno abbia riconosciuto in Noam Chomsky “un giornalista dei new media”.esami-esami-ovunque-554x300

Non sempre i suddetti svarioni giustificano una bocciatura anche perché chi valuta cerca di tenere in debito conto l’emozione dell’esame e l’ansia del candidato, ma con tutta la benevolenza del caso, talvolta la censura è inevitabile. Potrebbe irritarmi solo l’arroganza di chi non vuole ammettere di dover consolidare la propria preparazione, come altri suoi colleghi hanno utilmente fatto, e che magari replica, come mi è accaduto, accusandomi di averlo preso di mira come “capo ispiratore della situazione”. Mi intenerisce, al contrario, lo studente respinto che comprende la natura delle proprie lacune e ammette l’inutilità di “piangere ormai sul latte macchiato”.

Quello invece che la sfanga potrebbe arrivare a chiederti se debba firmare il verbale d’esame “per disteso” e, a quel punto, a trapanarti la mente è il dubbio sulla necessità di ulteriori supplementi d’indagine.

Ermeneutica del “mah”

Incalzato per i sette/otto minuti di intervallo dalla ragazza che gli siede a fianco e che ha il tono di chi vuole crocifiggere l’interlocutore con recriminazioni di ogni natura, il giovane seduto una fila dietro di me al cinema, le oppone, alla fine, due laconici seppur differenti mah.

A quel punto tra i due cala una plumbea cappa di silenzio, favorita anche dall’inizio del secondo tempo del film. In quell’istante, del saggio uomo arguisco che debba trattarsi, in assenza di inflessioni che ne rivelino la provenienza regionale, di un siciliano della fascia compresa tra capo Passero e Capo Peloro. E lo dico da siculo-orientale, appunto, avvezzo alle vertigini metafisiche a cui lo specifico mah allude, in modo oltremodo pregnante proprio per la genìa di quella specifica area geografica.

785be7fde7c3112bd39737fd7fa8541cSi badi: avrebbe potuto pronunciare un dubbioso boh o persino un resistente bah o alternare al mah uno qualsiasi degli altri due monosillabi. E invece sceglie, secondo me in modo avveduto e premeditato, di risponderle con l’interiezione che più la disarma e che, proprio perché iterata, suona intenzionale, consapevole. Lei avrà speso qualcosa come qualche migliaio di vocaboli per dirle tutto il suo disappunto, lui invece se n’è uscito con una decina di parole in tutto, dapprima precedute da un mah che sembrava voler trasmettere il senso di una sospensione, come una sorta di training autogeno propedeutico a una più articolata replica destinata a rimanere a uno stadio che potremmo generosamente definire “di latenza” (“mah, se lo dici tu…”). Infine, dopo qualche altra battuta della ragazza, con geniale prontezza le assesta il colpo di grazia posponendo invece il monosillabo alla fine della frase (“tutte cose tu stai dicendo, mah!”) e lasciando sottintesa qualsiasi osservazione o giustificazione, anzi esprimendo uno scontento metafisico, uno sgomento esistenziale, un’amarezza più o meno sincera, una rassegnazione che immagino agisse anche da strategia colpevolizzante.

decisamente-mahValutando la gamma delle possibili reazioni femminili, dico tra me che, se le avesse detto boh, l’avrebbe probabilmente offesa per la coloritura di disprezzo e disapprovazione che il monosillabo suggerisce, scatenandole verosimilmente una reazione ancor più veemente oppure, se la percezione di lei fosse stata di una momentanea incertezza del giovane, le avrebbe fornito ulteriore energia per affondare ulteriori colpi a quelli solo provvisoriamente letali assestatigli. Lo stesso dicasi se, per accidenti, lui avesse usato un bah che suona come un’esclamazione di meraviglia, irritante, a dire il vero, dal momento che, per le argomentazioni addotte dalla fanciulla, sembrava assodato, per tutto il tempo del monologo femminile, che non ci fosse alcunché di inequivocabile.

Vitaliano_Brancati

E’ grazie a quei mah che mi è tornato in mente un bellissimo racconto di Brancati intitolato Pipe e bastoni in cui un vecchio fa di quella lapidaria espressione il precipitato di una personalissima visione della vita:

L’unica sua stranezza era una parola ch’egli pronunciava di quando in quando, con un tono così basso, di una dolcezza così profonda nella sua brevità, ch’io ne rimanevo sempre commosso: questa parola era: Mah!
Non c’era, in essa, né sconforto, né dubbio, né gioia, né delusione, o piuttosto non c’era alcuno dei sentimenti umani in misura forte e preponderante, ma un misto assai delicato e profondo di tutti.
Come uno strumento, usato per anni da esperti suonatori, riesce finalmente ad emettere un “la” o un “mi” di rara qualità, così quell’uomo, sperimentato per anni dalla vita, era in grado di mandare un suono particolare, un monosillabo che mi dava ogni volta una scossa ai nervi.
La sua vita era piena di fatti e di esperienze, ma egli non ne aveva ricavato alcuna regola.
Questo lo sottraeva al pericolo di morire fra i proverbi, come tanti altri siciliani.
Molte cose gli erano parse strane, e non era riuscito a capirle.
Ma per ciò non si tormentava la testa, né si credeva in diritto di pronunciare grandi parole come il mistero della vita o l’inconoscibile.
Si accontentava di guardarle attentamente nella memoria, guardarle, riguardarle, e finalmente diceva: Mah!

Non chiedete come finisse il film perché, a quel punto, avevo rinunciato a seguirne la trama da almeno un’ora.

Ugo e Pasquale, due come noi. Ovvero: sopravviveremo al refeRENZum?

Lo ammetto: all’idea di dover andare a votare il prossimo 4 dicembre mi sento come il ragionier Ugo Fantozzi nell’immortale Fantozzi subisce ancora. Ho provato, come lui, a seguire tutti i dibattiti possibili, ho pensato pure di mettermi in malattia e prendere un congedo dal lavoro per poterli seguire attentamente. Ora sono disorientato, smarrito, perplesso perché qualche giorno fa, dopo una puntata di Porta a porta, mi sembrava di avere finalmente le idee chiare, e invece Santoro & co. mi hanno fatto repentinamente cambiare idea il giorno dopo. E’ da tre mesi che va avanti così e ci ho perso ormai il sonno. Temo che, a causa della confusione, finirò per barricarmi dentro l’urna uscendone solo dopo che avrò trovato uno sciacquone da tirare.

Il problema, per me, non sta tanto nella forma e nella natura dei quesiti referendari, ma nella ristrettezza, nell’angustia, nella perentoria e imperativa limitatezza delle risposte possibili che non rispecchiano affatto la varietà di posizioni e l’incertezza che ricavo dalla palude del web o dalla fanghiglia televisiva. foto_mauro_pomati_00E perché va da sé che non è ad un referendum che stiamo partecipando (lo hanno capito persino le galline, creature peraltro intelligenti come è dimostrato dal modo in cui guardano la gente), ma a un refeRENZum, una consultazione cioè che dovrà fare emettere il “certificato di esistenza in vita” (esiste) dell’attuale governo. Avrei preferito che mi sottoponessero una scheda elettorale che riportasse un ventaglio più ampio di alternative possibili, oltre ai banali e semplificanti “sì” o “no”. Una scheda che prevedesse, per esempio, le seguenti opzioni: a) ; b) No; c) Forse; d) Boh; e) Mah (l’Aldo Piscitello di Brancati avrebbe apprezzato); f) Più sì che no; g) Più no che sì (queste ultime come nei questionari anonimi di valutazione dei loro docenti che compilano gli studenti all’università); h) Preferirei di no (come Bartleby lo scrivano); i) Sì, ma…; j) e poi? 

vlcsnap-2012-12-03-12h13m52s218_640-360_resizeVista l’aria che tira, temo che arriverò esausto e malconcio al 4 dicembre e mi sfogherò col presidente di seggio come fa il personaggio di Pasquale Ametrano, nell’altrettanto immortale Bianco rosso e Verdone, investendolo di un primitivo: “E io c volev di soltant na cos c volev di. …Noooo io so stat sfortunato ecciet… allor siccome vò non potet fa nient ecciet o sapet che ve dic? O sapete che ve dic? Che andat tutti quanti a pijà in der culo vabbiene? Arrivederci”.

L’amore è oggi estrema solitudine l’altro è inafferrabile (da “La Sicilia”, 18 luglio 2016, p. 24)

Probabilmente Roland Barthes è stato il critico che più di altri ha inteso il suo lavoro come dissacrazione del sapere precostituito della tradizione. Quando il suo Frammenti di un discorso amoroso approdò nelle librerie – nel 1977 in Francia, due anni dopo in Italia – fu un enorme successo editoriale che lo rese, assieme a La camera chiara, il suo libro più famoso e più venduto. Un’eco pari solo alla virulenza con cui i detrattori del semiologo francese lo considerarono invece l’ammissione di una sorta di scacco teorico dello stesso autore. Per l’unicità che lo distingue, infatti, il libro non è facilmente classificabile e il “discorso amoroso” di cui si parla va inquadrato nei termini del dialogo tra vita e opera, della dispersione per frammenti di un sentire dissimulato per svariate motivazioni e mascherato nel gioco della scrittura. La pervasiva presenza di un Io innamorato che “parla e dice” non è riferibile in senso stretto all’autore della tradizione classica, di cui lo stesso critico aveva decretato la “morte” dieci anni prima; quest’indeterminatezza sancisce la libertà del lettore di fronte al testo e riduce lo scrivente a un’intersezione di citazioni e ripetizioni, delegando al lettore la facoltà di appropriarsi liberamente di ogni processo di significazione del testo. L’autore e l’opera, sostiene Barthes, non sono che il punto di partenza di un’analisi il cui orizzonte è il linguaggio, la loro dissociazione consente di giocare col senso e con le regole della scrittura e di liberare così la parola.

Nell’incipit, c’è una sorta di avviso al lettore che recita: “La necessità di questo libro sta nella seguente considerazione: il discorso amoroso è oggi d’una estrema solitudine”. Segue quindi la parte poetico/teorica introdotta con l’aristotelico sottotitolo Come è fatto questo libro a squadernare il quale c’è l’assunto secondo cui l’innamorato non è un “soggetto sintomatologico”, ma piuttosto il precipitato di qualcosa frammenti_di_un_discorso_amorosodi “inattuale” e di “intrattabile”. Da qui l’opzione drammatica in cui l’azione di un linguaggio immediato sostituisce gli esempi, la simulazione soppianta la descrizione e l’Io si accampa sulla scena come istanza fondamentale, come enunciazione di sé: un ritratto non “psicologico”, ma “strutturale” fatto da un amante “che parla dentro di sé, amorosamente, di fronte all’altro (l’oggetto amato), il quale invece non parla”. L’amore diventa perciò cornice e chiave per inchiodare il narratore all’opacità di un discorso intrinsecamente inafferrabile. Barthes autore organizza i frammenti in ottanta voci o figure disposte in ordine alfabetico (per esempio: Abbraccio; Annullamento; Assenza; Corpo; Gelosia; Tenerezza….) che evocano sentimenti e situazioni relativi all’esperienza d’amore. Entra nella pelle di un autore che si propone enciclopedico e cerca di classificare, organizzare, comporre una topica amorosa, ma come essere vivente vuole rendere autentico il discorso amoroso preservandolo dalla retorica insita nel linguaggio stesso di cui è composto. La sua ambizione è quella di fare un ritratto strutturale dell’amante più che psicologico.

Con qualche debito nei confronti di Georges Bataille, Barthes paragona l’amore a un “dispendio”, a rappresentare il quale invoca Goethe e Nietzsche, la letteratura mistica e la psicanalisi lacaniana, con una mole di riferimenti che fa del discorso un labirinto e al contempo una superficie riflettente e in cui, in definitiva, ad accamparsi e ad accampare i La Sicilia - 18 Luglio 2016_Barthespropri diritti su tutto è il guazzabuglio del linguaggio con le sue leggi che ci mostrano come l’amore sia una zona grigia e opaca “in cui il linguaggio è insieme troppo e troppo poco, eccessivo […] e povero”. Esso, insomma, è come una nebulosa e può essere “detto” solo nella consapevolezza dell’indeterminatezza di ogni discorso, nel senso che l’impossibilità di delimitarlo consente solo di parlarne per allusioni, evocazioni, squarci lirici. Perciò il discorso amoroso è impossibile e l’altro diventa inafferrabile. Come autore innamorato, Barthes scardina la modellizzazione del discorso scientifico tradizionale, e grazie alla forma del narratore innamorato mira a cogliere ciò che non è oggettivabile o riconducibile a paradigmi sicché Frammenti è come un’esplorazione scientifica fatta con gli strumenti della letteratura, una riscrittura che non persegue un’istanza dogmatica di verità, ma si pone sotto l’insegna della finzione artistica che non vuol dire che sia, per sua natura, meno autentica del vero.

Ho sognato B.B.

Ho sognato Brigitte Bardot. Per fortuna non era la donna di cui la vecchiaia ha ormai oltraggiato la bellezza, ma ancora la semidea che trafficava talvolta con le mie fantasie adolescenziali. Sarà per le centinaia di film che il mio cervello ha masticato e per le svariate migliaia di scene che da cinquant’anni nutrono la mia immaginazione, fatto è che anche i miei sogni assomigliano a sequenze cinematografiche. Anzi potrebbero sicuramente concorrere a qualche premio tecnico, se esistesse un Academy Award per l’attività onirica. Ogni notte c’è di tutto: movimenti di macchina, campi e controcampi, montaggio analogico e parallelo, flashback e flash-forward, close up, ralenty, accelerazioni. Insomma: vado fiero dei miei sogni e di come li giro, e senza nemmeno doverci studiare più di tanto. Qualche volta mi posso permettere pure di giocare al risparmio, sognando sequenze famose già viste, con la differenza che ci sono io al posto di uno a caso dei tanti James Bond.
Stanotte invece ho sognato B.B., ma non quella di Roger Vadim che “piaceva a troppi”, la bocca perennemente imbronciata, piace_a_troppi_brigitte_bardot_roger_vadim_010_jpg_vxdjil seno incorniciato dal reggipetto a balconcino, la frangia sugli occhi verdi, il brivido caldo con cui la generazione prima della mia scoprì il proibito, l’ingenua libertina che  faceva tremare di desiderio ogni uomo mordicchiando semplicemente una carota.

Ho sognato 1963_Le_mepris_1che ero al posto di Michel Piccoli, in quell’inizio del Disprezzo di Godard, con lo struggente tema musicale di Georges Delerue, in cui facevo lo scrittore Paolo Javal che dichiara alla moglie: “Je t’aime, totalement, tendrement, tragiquement…”.
Lei è nuda, l’obiettivo della macchina da presa scivola sulle sue spalle, passeggia sulla curva della sua schiena appena inarcata, trascorre sui lombi e poi sulle gambe; la donna è una statua di carne che parla e chiede all’uomo cosa gli piaccia del suo corpo, ma senza alcuna intenzione volgarmente erotica. E’ senza dubbio la scena d’amore più bella che io ricordi, quella che avrei voluto inscenare davvero, se non ci avesse già pensato il cinema a fregarmi l’idea, quella per cui varrebbe la pena ricordare eternamente la Bardot, mai più così Donna.

Evolversi e/o morire

Abito a Giarre, ma non la vivo più da tempo. Mi sembra di non conoscere nessuno e la cosa culturalmente più interessante che ci trovo da fare è la spesa al supermercato. Dopo una trentennale latitanza, decido allora di affrontare a piedi, con imprudente baldanza, il mio natio borgo ancora per molti versi selvaggio. Con mio grande stupore, incontro subito un amico della gioiosa adolescenza che riemerge imbiancato e solo ora da quell’era. Mi viene incontro con un gran sorriso, ma capisco con eccessivo ritardo che è dettato dal dispettoso compiacimento nel vedere che il tempo non ha lasciato segni solo sul suo viso. Sta per dirmi “sei invecchiato”, ma scala di marcia e frena intuendo la gaffe in agguato. Non abbastanza però dall’impedirgli il tamponamento frontale con un infelicissimo “sei….EVOLUTO” che, come una pietra tombale, mette la parola ‘fine’ alla nostra conversazione e, con essa, alla passeggiata tra gli indigeni giarresi miei concittadini che dubito avrà una replica, prima dei prossimi trent’anni.

Son tutte belle le spade del mondo

Gli esami non finiscono (letteralmente) mai. Non li amo, infatti. Preferisco di gran lunga le lezioni. Il momento della verifica esercita su di me un’incomparabile attrattiva solo se riserva impreviste occasioni di petroliniana (nel senso di Ettore Petrolini) leggerezza. Può capitare allora di scoprire che il participio “sepolto” al modo infinito fa “seporre” o che la parafrasi del verso petrarchesco “Erano i capei d’oro a l’aura sparsi” sia “erano spettinati i capelli sulla testa di Laura”. Della Divina Commedia può capitare di vedersi squadernare la “legge del contrabbasso”, e va bene la sensibilità musicale di Dante, ma che nei Sepolcri Foscolo evochi la “battaglia di Maradona”, quello no. Manco fosse il “vincitore nel pallone” di leopardiana memoria. E che dire delle “urla” manzoniane o dell’equivoca grafia di titoli nomi e concetti, per cui la pascoliana poesia  X agosto diventa Ics agosto? Nino Bixio si leggerà Nino “Biperio” e la freudiana teoria di Es, Io e Super Io diventerà dell’Es, Dieci e Super Dieci.

Fogli e fogli inchiostrati da cui balzano all’improvviso, come strappi in un cielo di carta, espressioni quali “i calici piangenti”, “i cani malfamati”, “le strade infangate di sangue”, insieme ad appassionate ricostruzioni della favola ariostesca, con i tentativi della maga Armida di attirare Ruggiero servendosi di una “lozione magica”. Può capitare di scoprire che, al tempo di Boccaccio, le donne erano “rilegate” a casa (come fascicoli di un’enciclopedia) o che le corti rinascimentali offrivano agli intellettuali protezione e “manutenzione” (in pratica, un tagliando).

“Piacciavi, generosa Erculea prole, ornamento e splendor del secol nostro, Ippolito, aggradir questo che vuole e darvi sol può l’umil servo vostro…”… “Ma chi è Ippolito?” – chiedo? E mi sento rispondere che è figlio di Erculea. Mentre quello che mi sembra un predicato verbale (Edgar “Allampò”) si rivelerà, dopo un legittimo iniziale smarrimento, l’autore del Gordon Pym.esami_1

Annoto e sorrido, trascrivo con gli occhi che mi brillano perché, lungi dall’avere un sadico compiacimento per gli svarioni che potrebbero compromettere l’esame, indulgo sovente alla giustificazione dell’inciampo, dettato dalla tensione del momento. “Non è che in Parlamento si brilli per sapienza linguistica”, dico tra me.

Avanti il prossimo: “Il verbalone?” “No, io porto da Tasso a Pirandello”. Cominciamo bene… C’è un passo dei Sepolcri (l’immortale “carmo” di Foscolo, in forma di lettera a Ippolito “Piedimonte”) che è la dannazione degli studenti, sono i versi che dicono “e tu gli ornavi del tuo riso i canti / che il lombardo pungean Sardanapalo” dove il povero Sardanapalo assurge a tutto fuorché ciò che il poeta vorrebbe dire del “giovin signore”. A memoria mia, in una sola sessione fu: il protagonista del Giorno; un allievo di Parini autore della Divina Commedia e un re assiro di discendenza longobarda.

notteprimaesamiGli esami sono come le vendemmie, ci sono annate più ricche che fanno più contento il massaro (cioè me). Se la stagione è buona, puoi rubricare vere e proprie perle come le seguenti:

Dante è autore del De vulgari eloquation; per Dante, Beatrice è parte, mezzo, tramite per la salvezza eterna…un po’ come il cazzillo per il sub (sic); il Canzoniere si apre con il sonetto Voi ch’ascoltate… scritto “postumo” da Petrarca;  il Decameron ha… come dire… la forma di una cornice, anche se le novelle sono tutte intersecate tra loro; Boccaccio apre il Decameron con la novella di Ser “Chiapparello” e lo conclude con quella di “Crispella”; Dante, Petrarca e Boccaccio sono le “tre corolle” che “la nostra grande letteratura può vantarsene”; gli esercizi spirituali furono inventati da Sant’Ignazio “Toyota”; “Manzoni si ispirò al naturalismo francese… anche se questo veniva dopo, poi andò a Firenze a sciacquare le pezze nel fiume…”; “dopo la loro calata, Renzo si annette ai lanzichenetti”; tra le Operette morali di Leopardi ci sono il Cantico del Gatto Silvestro e il Dialogo di Plotino e Plotirio; “la scarsità dell’intellettualismo che trovò a Roma sconfortò Leopardi”; Verga scrisse Geli il pastore contenuto nella raccolta Vita dei campi che in un certo senso è il prequel dei Malavoglia; “a dominare è l’ideale verghiano dell’ostrica staccata dallo scoglio dal coltello del palombaro”; tra gli autori vociani, ricordiamo Papini, Prezzolini e “Sofficini”; nel 1934, Pirandello vinse l’Oscar; il termine “ermetismo” deriva da “Ermenegildo”.

MEME_640Nei miei ricordi restano poi indelebili alcuni momenti che avrebbero fatto la gioia di Achille Campanile, veri e propri coup de théâtre tragedie in due battute, qual si voglia intenderli. Come questi:

Inferno, canto X:

  • “Forse cui Guido vostro ebbe a disdegno”.
  • Sì, professore, vuol dire che Guido Cavalcanti e Virgilio quand’erano vivi non si potevano sopportare.
  • Ma lei è sicuro che vivessero nello stesso periodo?
  • Ha ragione, professore: Virgilio visse un po’ prima.
  • Un po’ prima quando?
  • Ai tempi di Omero.

 

  • Chi ha scritto Ultime lettere di Jacopo Ortis?
  • Jacopo Ortis.

 

  • Foscolo è sepolto a…? …. A Santa..? … Santa Cro…??
  • SANTA CROCE CAMERINA!!!!

 

  • Di quale personaggio dei Promessi Sposi vuole parlare?
  • Boh…mi ha colpito l’Innominabile
  • Vuole dire l’Innominato?
  • L’Innominabile appunto!
  • Ma sa perché si chiama così?
  • E certo: tutto vestito di nero e solitario, al solo nominarlo portava sfiga, quindi l’Innominabile!

 

  • La bibliografia critica su Pirandello è andata perduta.
  • Ma che dice?
  • Sì, l’ho letto nel libro.
  • Mi faccia vedere!
  • Vede? C’è scritto: “la bibliografia su Pirandello è… sterminata”!

 

  • “Felicità raggiunta, si cammina / per te su fil di lama…” Cosa ne pensa? Cosa vuol dire per te stare sul filo del rasoio?
  • Che si sta male!!!

 

  • Professore, ho comprato le tragedie di Seneca e mi sono accorto che ci sono errori di stampa: le pagine di sinistra sono in latino e quelle di destra in italiano! Tutte le copie sono combinate così, come facciamo?

 

  • Professore, nelle note al testo ricorre sempre Idem…io ho cercato in biblioteca le opere di questo Idem, ma non ho trovato niente!

 

  • Che significa “Castigat ridendo mores”?
  • Professore, ma tutte ‘ste citazioni in francese! Come faccio? Ho fatto lo Scientifico, mica il Linguistico!

E così via. E nel tourbillon delle risposte, l’endecasillabo diventa un verso di undici righe; al dibattito sul Romanticismo prendono parte “i fratelli Schengen”; la critica marxista si fa risalire agli scritti di Marx&Angels (avranno fatto parte anche loro delle Charlie’s Angels?); un romanzo può caratterizzarsi per il singolare “pàstic” linguistico… read_by_zombieowl1Tendo via via a straniarmi, un po’ per la stanchezza un po’ per la tristezza che inizia a gravarmi come le plumbee cappe degli ipocriti nell’Inferno dantesco.

Poco distanti dalla cattedra e dal povero studente di turno, due colleghe borbottano qualcosa. Tendo l’orecchio per ascoltare e una dice: – “Ma tu lo sapevi che l’impugnatura della spada si chiamasse elsa?” e l’altra, fulminea e sbigottita: – “Ma di tutte le spade del mondo?”.

Per oggi può bastare. Ci rivediamo al prossimo appello.

Love is in the hair, ovvero Il mio barbiere si chiama Angelo

Il mio barbiere si chiama Angelo. Non è un caso, penso. Vado a trovarlo una volta al mese, da vent’anni almeno, e l’impressione è sempre quella di entrare in un paradiso tascabile. Sono così le moderne sale anche se (ahimè) i barbieri nel frattempo sono diventati hair stylist e le sale hair gallery, ma è pur sempre un mondo che corre parallelo a quello reale, profumato, di una schiumosità che inclina alla rilassatezza sibaritica, in cui tutto sembra ordinato per stimolare simultaneamente i cinque sensi. Gli specchi non riflettono solo la propria immagine, ma sembrano essere lì per attivare soprattutto la vista interiore. Da Angelo, si ascolta rigorosamente solo e sempre musica anni Settanta e Ottanta (almeno quando ci sono io), quella della mia generazione. Lui, che è un mio coetaneo, si compiace nel mettere alla prova le competenze musicali dei suoi collaboratori più giovani che non conoscono o non riconoscono i Jefferson Airplane o i Supertramp, i Genesis o i Frankie goes to Hollywood. Supertramp_-_Breakfast_in_AmericaAllora mi guarda e mi sorride complice, facendo roteare in mano la forbice con un gesto che sembra voler dire «Ma che ne possono sapere loro della musica che ascoltavamo?», e che però suona come «Com’era più bella la nostra gioventù rispetto alla loro». Ovviamente non è vero, ma è ciò che ogni generazione pensa di quella che verrà dopo e il patto implicito è che ogni generazione finga di crederci davvero.

So di alcune sale in cui ci sono poltrone con massaggio incorporato, postazioni internet e persino il menu capelli, ma io non ci andrò mai. È più facile che si tradisca la moglie, ma non il proprio barbiere che dopo qualche anno non è più tale, ma un sacerdote, l’officiante di un rito che segue sempre una liturgia fissa: all’ingresso del fedele (che sarei io), lui recita sempre la stessa frase: «Non c’è da aspettare molto, dopo il cliente seduto tocca a lei. Nel frattempo, lo prende un caffé?». Lui è così, dopo vent’anni mi dà ancora del lei anche se nel frattempo ci siamo raccontati i dettagli più intimi delle nostre vite. Un caffè si accetta sempre, così sarà più facile pettinarsi i pensieri, come dice De Gregori in Renoir («e mi pettino i pensieri, col bicchiere nella mano»). Solo che al posto del bicchiere io ho una simil-tazzina di plastica marrone, di quelle delle macchinette.

Per una donna la profession de foi è diversa, la prova del parrucchiere è pur sempre una liturgia laica, ma il rito di trasformazione e rinnovamento, tramite tinture più o meno naturali che “coprono senza opprimere”, l’articolata teoria di tagli in frange, carrè, caschetti e messe in piega, lisciature, pettinature finto-spettinate, arricciature, cotonature, boccoli, si colloca al crocevia tra l’accanimento anagrafico e il rifiuto esistenziale della compiutezza delle cose, del loro limite. Per un uomo, almeno per me, non è così. Alla rituale domanda del barbiere («Come li facciamo?»), rispondo sempre: «Fai tu, come ti pare, come l’altra volta». «E l’altra volta come li abbiamo fatti?». «E che ne so? Pettine e forbice». «Va bene, faccio io». E sono già immerso nella lettura dei tre o quattro periodici che ho preso nel salottino dell’attesa.

I giornali sono sempre quelli, a qualsiasi latitudine, sono le riviste di gossip che non comprerei mai, ma che divoro avidamente solo dal barbiere come una forma di risarcimento dopo un mese di lettura per professione. Sono la cartina di tornasole delle mie debolezze perché quel particolare vizio di lettura che contraggo dal barbiere non mi sognerei mai di coltivarlo fuori.  E più brutte sono le riviste più curiosità mi accendono. Io ho cominciato a dieci anni leggendo “Grand Hotel”, ai tempi dei disegni in copertina di Walter Molino che era la lettura di mia nonna,  con i racconti e i romanzi d’appendice, i fotoromanzi in bianco e nero e le storie d’amore a colori. Anche gli uomini lo leggevano, ma non si poteva dire perché non era da uomini leggere “Grand Hotel”. Ma era molto meglio della fanghiglia di carta che mi cattura e mi fa affogare nella melma degli amori triturati di Belen e Buffon, o nei sogni smutandati di aspiranti veline e concorrenti del Grande fratello.

Ogni tanto Angelo mi dice di alzare la testa per agevolarlo nel taglio e lo assecondo, anche se vorrei finire l’articolo (?) sulla gravidanza vera o presunta di Michelle Hunziker. E allora sono costretto a seguire le grandi manovre sulla mia testa. Lui capisce il mio disappunto e mi parla per distrarmi, mi dice di suo figlio, della moglie che lo aiuta alla cassa, della sua passione per il Milan, delle domeniche che adora trascorrere in famiglia. Io lo ascolto e nel frattempo penso a quanto convenzionale o stereotipata sia stata per decenni l’immagine del barbiere, quasi sempre sinonimo di omosessualità, di costumi morali elastici, di fatuità ma­croscopica. Il parrucchiere per signora, nell’immaginario, ha ancora oggi la voce in falsetto e consiglia vezzoso le sue clienti. Anche se non è più così. Tuttora nemmeno un regista drogato riuscirebbe a pensare a un parrucchiere virile. 51M39C58NALIl segno è tanto radicato che mi ricordo un film degli anni Settanta con Warren Beatty dongiovanni incallito nei panni di un parrucchiere per signore di Beverly Hills, che finge di essere gay per non trasgredire alla convenzione. I barbieri invece erano sempre coinvolti in scandali mafiosi, come nei gangster-movie dove il boss viene sempre ucciso a bruciapelo mentre sta sulla poltrona del barbiere italo-americano.

Faccio appena in tempo a meditare queste verità che Angelo ha già finito (la mia seduta di terapia psicotricologica dura mediamente venti minuti). Ritorno alla realtà, al chiacchiericcio tra i clienti, al rumore dei phon, a Breakfast in America in sottofondo. Mi spiace un po’. Non vorrei alzarmi da lì. Mi guardo allo specchio e mi torna in mente un racconto di Raymond Carver, La calma, dove c’è un uomo, seduto in una poltrona di barbiere, che dopo un litigio tra due clienti in attesa, decide, nella calma sopravvenuta, di lasciare la città dove aveva cercato di «ricominciare una nuova vita» con la moglie, e sente i capelli «che già cominciavano a ricrescere». Io non vedo l’ora che ricrescano. «Ciao Angelo, ci vediamo il mese prossimo».

Chiamatemi Ismaele

E’ successo di nuovo, domenica scorsa. Mi capita almeno una volta al mese, mi sveglio con un proposito titanico, un impeto superomistico che mi fa scattare dal letto e mi fa entrare direttamente dentro una tuta da ginnastica. Non si tratta di jogging o di andare a funghi; il mio velleitario slancio si condensa in una frase: “Oggi riordino il garage”. Un attimo dopo averla pronunciata, però, è come se tutto acquistasse un’altra velocità, come quando scali tre marce in una volta, in prossimità di una curva che non t’aspetti.

I garage non hanno quasi mai la funzione che gli è stata assegnata da chi li ha progettati. Lo realizzi senz’esitare appena ci metti piede. Il mio vede solo di rado la macchina che, per pigrizia, lascio spesso fuori casa. Queste umide catacombe delle nostre case sono magazzini degli anni perduti, freddi container della memoria familiare, bui silos del c’è-stato-un-tempo-che. Magari non immensi, come il magazzino di Xanadu del cittadino Kane di Quarto potere. 2120471227_rosebudMa anche senza la scritta Rosebud, uno slittino per la neve l’ho conservato pure io. Assieme ai dopo sci e alle catene nuove nuove per gli pneumatici. Mai capito come si montano… C’è pure la kitchissima collezione di boule de neige – una per ogni città che ho visitato – e come ne andavo fiero! E centinaia di videocassette orfane di videoregistratore, anche se almeno uno l’avrò conservato, ne sono sicuro. Sì, ma dove? Non importa, quei film li ho ricomprati tutti in dvd. E poi cornici. E quadri sopravvissuti a tanti traslochi, che prima avevano il loro belvedere e ora invece dove li metto? Mi avanza anche una rete, un materasso, una scrivania e un portabottiglie che avevo trovato già in una delle mie case passate e che mi sono portato appresso. E dire che sono pure astemio.

Si fa presto a dire cianfrusaglie, se non riusciamo a liberarcene. Sono i sedimenti stessi delle nostre vite, le scorie di un vissuto di cui abbiamo paura a disfarci. Con il ciarpame dei nostri garage siamo empatici come i sequestrati con la sindrome di Stoccolma. Solidarizziamo con chi ci tiene in ostaggio, perché se quelle cose hanno invaso le nostre esistenze, in qualche punto preciso del nostro spazio-tempo, un quid che giustificasse il loro passaggio nelle nostre giornate l’avranno pure avuto. Magari per poco, anche se non ce lo ricordiamo più. Hai voglia a prenderti gioco degli accumulatori seriali; alzi la mano chi non ha un garage soppalcato scaffalato mensolato, in cui dà residenza a scatoloni di libri scolastici, collezioni di vinili, pile di videocassette, quadri e manifesti, scatole e scatoline di bulloni chiodi viti dadi brugole, giocattoli dei nostri figli che nel frattempo sono andati a vivere altrove. Ma chissà… la prossima volta che verranno a trovarci li cercheranno perché è bello ricordarsi della propria infanzia. Non è vero. Non gliene frega niente perché loro le curve le prendono ancora in velocità. Siamo noi che abbiamo rallentato, che sbandiamo sull’asfalto oleoso della malinconia, che cerchiamo sempre di manovrare in retromarcia verso lo stallo del temp perdu. E poi custodie, tante, troppe, foderate a colori sgargianti che stridono col grigio fumo dei muri male intonacati. E piene di indumenti che non indossiamo da decenni perché con gli anni aumentano pure le taglie, ma resiste l’intima speranza che dentro quel jeans che era così bello ci si tornerà a entrare, prima o poi.

Non basterà una domenica a mettere ordine nel mio passato, a bonificarlo con un valido ed efficiente progetto di classificazione, archiviazione e sistemazione razionale di questo mare immenso del superfluo. Sono fermo sul ciglio dell’abisso, con la mia tuta ancora pulita. Ma ho paura a tuffarmi in quel mare che non ce la farò mai a navigare. Mi assale un presagio di smarrimento. Temo di perdermi anch’io nel bric-à-brac del mio passato. E se così fosse? E se non mi venisse a cercare nessuno quando mi confonderò con gli scatoloni?

Indugio. Magari domenica prossima.

Nella semioscurità, da uno scatolone aperto e traboccante di vecchi film in vhs, ne indovino la copertina di uno di John Huston. Voglio credere che sia un segno del destino. Torno sui miei passi, risalgo le scale di casa con un’allegria nuova. Non di slancio, ma rasserenato. Da uno scaffale traboccante di dvd afferro proprio quello che mi aveva lanciato il segnale. L’ho già visto, forse tre o quattro volte, ma sono sicuro che devo rivederlo. Me ne starò comodamente sdraiato con la mia tuta sul vecchio divano che presto andrà a finire in garage perché tanto, tra un paio di settimane, arriva quello nuovo.

Insert Disc. Loading. Play: https://www.youtube.com/watch?v=iXtC0wXxuSE

Sul maxi schermo c’è Gregory Peck che fa il capitano Achab, ma io per fortuna mi sento Ismaele. E il mio garage si chiama Moby Dick.

moby