Una stretta di mano e amici come prima

Ore 9.15 di un’afosa giornata d’agosto (quale giornata siciliana ad agosto non lo è?). Questa però è la più calda dalla comparsa dell’australopitecus sulla Terra. O forse mi sembra tale ogni volta che la temperatura atmosferica supera i 33/34° e l’unico desiderio che riesco a concepire è una rapida evaporazione in solitudine che mi faccia dissolvere alla vista, tanto aborro l’estate. L’aria è immobile, già intollerabilmente collosa come bava di lumaca. Dispone a movimenti lenti e misurati, come se anche volgere lo sguardo a destra e sinistra, tenendo comunque la testa ferma, possa farti sudare.

Li vedo arrivare in lontananza, nel tremolio del calore che si leva dall’asfalto. Se non mi fossi già guadagnato il lato più in ombra di una piazzetta di paese, potrei immaginare di essere in una prateria del vecchio West, solo che qui le strade sono ricoperte di sabbia nera che fa percepire ancora più arso il paesaggio intorno. Non è un granché. Il paesaggio, intendo. Coi suoi scheletri di cemento abbandonati, a perenne ricordo del primato mondiale delle opere pubbliche incompiute, le buche nelle strade come crateri che sembrano pronti ad inghiottirti, le facciate delle case di calcestruzzo grezzo a prova di bonus ristrutturazioni, i cumuli di terra non rimossa da mesi ai bordi dei marciapiedi, Giarre (Catania) non sembra messa meglio di Abilene (Kansas) quando nacque come fermata delle diligenze, poco dopo la metà dell’Ottocento. Il tempo di farmi invadere la mente dal ricordo del finale di Per un pugno di dollari e tutt’e tre sono davanti a me.

G. solleva un braccio come a volermi assestare una gomitata, A. tende il pugno verso il mio sterno, E. se lo batte invece sul torace. Non è l’inizio di una rissa o di un duello tra gringos e nemmeno l’accenno di un’haka Maori (a noi, invero, si addice più la tarantella). Sono amici e mi stanno solo salutando, come ci si è abituati a fare dall’inizio della pandemia. Da italiani, avvezzi al gesticolare esagitato, non ci facciamo ormai più tanto caso a come questa nuova coreografia sanitaria dei convenevoli sia invalsa stabilmente nell’uso, ma dovremo prima o poi fare i conti col fatto che non ci si dà più la mano. Se c’è una cosa che mi manca della bella promiscuità pre-covid è proprio questa perché, ad eccezione delle mani spugnate alla Fantozzi, rimpiango tanto le strette energiche che ti lussavano falangi falangine e falangette che quelle àtone dall’effetto “pesce morto” di chi ti porgeva l’arto con il trasporto di chi ti sta offrendo un moncherino senza vita, da sostenere più che da stringere.

Altre abitudini, per fortuna, la paura del contagio ce le ha fatte giubilare a noi siciliani. E speriamo per molto tempo. Per esempio quella dei baci sulle guance. Ovunque, con chiunque, per qualsiasi occasione, a qualsiasi condizione climatica, e quindi anche d’estate quando non è improbabile che il rivolo di sudore sulla tempia dell’amico che trova conveniente salutarti in tal guisa possa improvvidamente scivolargli sulle gote umettando anche le tue e suscitandoti malcelate repulsioni. Agli intollerabili no-vax preferisco perciò di gran lunga i no-kiss. Ricordo ancora come un incubo veglioni di capodanno in cui mi sono ritrovato a baciare in modo ossessivo-compulsivo degli sconosciuti, poco dopo la mezzanotte, al suono di “maracaibo balla al barracuda”.

Della stretta di mano sono invece un cultore perché è rivelatrice, più di ogni altra modalità di saluto, dell’indole di chi se la scambia e ti permette di entrare immediatamente in sintonia col prossimo meglio di qualsiasi pugno o gomitata assestata sia pure con garbo: la presa per così dire “somatoline”, flaccida cioè come un eccesso di pelle sull’interno coscia, ti fa intendere tutta l’insicurezza e irresolutezza di una persona; quella “a morsetto” o “clericale” di chi ti afferra solo le dita della mano ti fa percepire l’altezzosità di una persona; quella “dell’elemosinante” che ti porge il palmo all’insù ti fa intuire una potenziale inclinazione alla sottomissione; quella “a stantuffo” di chi, al contrario, tiene il palmo in giù è sintomatica dell’indole dominante di chi ti vuole comunicare la superiorità del suo status; quella “a pompa” di chi ti agita rapidamente il braccio come se dovesse gonfiare la ruota di una bicicletta ti rivela un tipo espansivo ed estroverso; quella “a cellophane” ti chi ti avvolge la tua con entrambe le sue mani trasmette il segnale di chi ti vuol far capire che ti puoi fidare, che non devi dubitare della sua sincerità.

Ma poi, cosa c’è di più patriottico e sacro? Sarebbe stato lo stesso il giuramento di Pontida se ai «cittadini di venti città», «convenuti dal monte, dal piano», Giovanni Berchet avesse fatto fare l’elbow bump (letteralmente “urto di gomito”) anziché far stringere loro la mano? In nome della fobia da contagio, ci toccherà rassegnarci ai saluti contactless? Coi gomiti, coi piedi, all’orientale con le mani giunte, more militari con la destra alla tempia o, peggio, col saluto romano? Rispolvereremo bombette, feluche e cilindri per scappellarci alla bisogna o adotteremo il saluto vulcaniano del dottor Spock di Star Trek?

Frankestein Junior (1974), di Mel Brooks

Tra un tè freddo e una granita, mi rendo conto che in tre quarti d’ora ho già rispolverato quasi tutto il vecchio repertorio del cazzeggio condiviso finché G. dice di dover andar via, al mare. E non provo alcuna invidia a sentirglielo dire, reputando per conto mio il sopravvenuto suo impegno analogo a una pena purgatoriale. Mi fa soffrire invece il modo in cui si congeda, mostrandomi ancora una volta il gomito. Mi viene da sorridere ogni volta che qualcuno mi saluta così perché mi ricordo puntualmente la scena di Frankestein Junior in cui lo scienziato e docente universitario Frederick von Frankenstein, in procinto di prendere un treno diretto a New York, saluta così la sua fidanzata Elizabeth alla stazione.

Decido di osare, tendendo la mano per prendere la sua. Sarei disposto a portarmene le dita al cuore come fanno in Malesia, o ad appoggiarne delicatamente il dorso sulla mia fronte, magari con un leggero inchino, come nelle Filippine. In Botswana, addirittura, salutarsi è quasi una lotta: si stende il braccio destro, si appoggia la mano sinistra sul gomito destro come nel classico “gesto dell’ombrello”, si afferrano le mani dell’altro al di sopra del polso, si stringono incrociando i pollici e ci si prendono le altre quattro dita. Mi accontenterei di molto meno. G. sembra intuire il mio desiderio e abbassa il gomito stringendomi la mano. Non faccio in tempo a sorprendermi del suo timoroso impeto di fiducia che tira fuori dalla tasca un flaconcino di amuchina per disinfettarsi l’estremità dell’arto profanato dalla mia mano impura. Ed è a quel punto che viene a me la tentazione di assestare una gomitata. Sui denti, però. Così, alla cieca.

Di suoni, silenzi, sirene e altri avvisatori acustici

Dicevamo del silenzio e del suo essere non opposto bensì complementare al suono. La dialettica richiama fatalmente il mito delle sirene, creature che cantano e incantano, ma il cui canto non può essere ascoltato, se non a costo della morte. Delle sirene ci parla Omero (Odissea, XII, 39-54 158-200), là dove Circe descrive a Ulisse le loro fattezze, definendole muse del mare dal canto ammaliatore cui nessun uomo e navigante può sfuggire. Gli elementi di questa rappresentazione ritorneranno in quasi tutta la letteratura posteriore: l’arte del canto e il sapere sovrumano sono le principali caratteristiche della raffigurazione e mentre il poeta ci tramanda le fattezze e le caratteristiche proprie di queste creature, la letteratura poetica alessandrina prende in considerazione anche la loro genealogia, ma lì il discorso si complica.Sirena-Mitologia-Greca

Dove abitavano queste mitiche e leggendarie creature? Nell’Etna? Nelle bocche di Capri? Nei mari del Nord? Nel Pacifico? Nell’Atlantico? Non è questione da poco, dal momento che risultano avvistate ovunque. C’è poi il significato che nell’evo antico era ancora ctonio, cioè erano anime dei morti assetate di sangue, significato che decadrà rimanendo viva, fino ai giorni nostri, solo la concezione omerica. C’è poi l’aspetto zoologico che l’iconografia ha complicato rielaborandole sotto molteplici forme come a far credere che non sia il solo suono, ma anche la loro forma a ingannare i sensi. Insomma una fabula,  quella delle sirene, che attraversa trasmutata tutte le epoche e tutti i generi – dall’epos alla lirica, dal poema eziologico alla tragedia – e popola tutti i repertori iconografici, con il corredo di bestiari medievali, manuali di araldica e decorazioni vascolari.

102423-Le-Sirene-e-OdisseoNoi tutti conosciamo le sirene descritte da Omero, ma quelle di Platone sono molto interessanti. Però intanto dobbiamo dire che l’immagine di questo creature non fu sempre quella di donne-pesci che emettono un canto melodioso capace di attirare e distruggere il navigante. Nell’Ars poetica, Orazio ci dice che questi ibridi erano così brutti che di loro si poteva solo ridere, anche se non ce le descrive; Ovidio, nel quinto libro delle Metamorfosi, le descrive invece come donne-uccelli (“ma perché voi, Sirene, avete penne e zampe d’uccello, con volto di fanciulla?”). Una cosa è certa: come fossero o siano non lo sappiamo perché ogni luogo del mondo le ha immaginate a modo proprio.

Fatte salve queste certezze (sono ibridi, sanno cantare, conoscono) altre domande restano da secoli senza risposta univoca. Per esempio: perché si chiamano sirene? Dove abitano? Cosa cantano? Molti sono i tentativi fatti per spiegare l’etimologia del nome: alcuni lo hanno collegato a radici semitiche Sir (*canto) altri si sono collegati a radici greche (fune, corda), e come tale Sirena è colei che incanta, che avvince, che ammalia, altri ancora presumono che il nome significa “ciò che brilla”, che arde, che brucia, accostandolo come personificazione all’incanto del mezzogiorno. È questa, infatti, l’ora delle sirene. Meridies: un’ora ambigua, l’ora immobile di cui parla Platone nel Fedro, la contr’ora di cui ancora si parla nelle nostre terre meridionali. Nella sua torrida immobilità essa significa, appunto, estasi e smarrimento, rapimento e follia, quando l’eccesso di luce forma una coltre spessa opaca, quando il mare privo di onde («Ed ecco a un tratto il vento cessò; e bonaccia fu, senza fiati: addormentò l’onde un dio» – così nell’Odissea), sembra sospeso in un’allucinata immobilità, e fatale si insinua la dolcezza dell’accidia e il sonno mortale. downloadI demoni meridiani appaiono a mezzogiorno e ugualmente partecipano di caratteri ctoni e solari, demoni dell’ora consacrata ai morti, personificazioni esse stesse delle anime dei defunti, le sirene si congiungono anche con l’atmosfera solare, partecipano della forza distruttiva dell’astro che dà la febbre, spossa le energie dei mortali fino a corrompere la carne e far marcire le ossa. La lunghezza dell’ombra allora è minima, e l’anima – pari all’ombra – è più fragile, più esposta alle tentazioni del soprannaturale, più vulnerabile all’insostenibile contatto con la conoscenza divina. Omero immagina nel canto di questi esseri la vera conoscenza delle cose, ma è una conoscenza senza ritorno. Per lui le sirene parlano e dicono: «Nessuno mai si allontana da qui con la nave nera, se prima non sente, suono di miele, dal labbro nostro la voce poi pieno di gioia riparte e conoscendo più cose… Tutto sappiamo di quello che avviene sulla terra nutrice». Promettono conoscenza e danno in cambio la morte e questa conoscenza giunge attraverso un suono.  John-William-Waterhouse-Ulisse-e-le-sirene-1891Cosa cantano? È il quesito che sul loro conto pose l’imperatore Tiberio (lo racconta Svetonio nel Tiberius, III, 70). Il loro canto comunque uccide chi lo ode che perciò non può riferirne, mentre chi non lo ascolta sopravvive, ma non avendolo udito non può parlarne.

Platone, nella Repubblica (libro X), parla delle sirene astrali che siedono sui cerchi del fuso di Ananke e che confondono le loro forme con le corde di uno strumento. Quei cerchi girano a velocità diversa e producono un’armonia che corrisponde all’accordo di otto voci. Ciascuna di esse emette una nota, su un unico tono. Ma ogni nota accompagna il ruotare del cerchio, sviluppando un canto attraverso il movimento sincronizzato delle sfere. L’armonia che ne risulta è successione di suoni, le singole voci delle sirene nel loro combinarsi costituiscono l’ottava. La quale altro non è che il principio e la base del canto. Ma dal canto nasce la melodia. Dalla melodia il fascino che cattura, grazie al suono, l’intero universo. Strudwick_-_A_Golden_ThreadE il suono diventa eterno come dice nel passo in cui descrive tre donne accanto alle sirene astrali. Si chiamano Lachesi, Croto, Atropo. E Platone scrive: «E cantavano in armonia con le Sirene: Lachesi il passato, Croto il presente, Atropo il futuro». Vi è quasi uno spasimo per la conoscenza. Ma è certo che essa giunge soltanto con un suono, con la musica. Ma una risposta alla domanda di prima (cosa cantano?) non c’è. Forse perché il vero segreto della musica è, ancora una volta, il silenzio.

Sicilia sconosciuta (da “La Sicilia”, 26 novembre 2016, p. 16)

Solo un lettore distratto scambierebbe Sicilia sconosciuta (Rizzoli, 2016) di Matteo Collura per una guida turistica come altre che affollano la sezione “Viaggi” delle nostre librerie, e non solo perché gli “itinerari insoliti e curiosi” che propone escludono in molti casi le canoniche mète del turismo di massa, ma soprattutto per il taglio che l’autore – scrittore, saggista e storica firma della pagina culturale del “Corriere della Sera” – ha inteso dare alla cartografia che delinea. Ne vien fuori la mappa di una terra vissuta passando in rassegna personaggi, luoghi, libri, ombre, edifici, relitti, echi e bagliori cui dà voce attraverso citazioni che esaltano la stratigrafia della cultura isolana.

9788817088053_1_0_1390_80La Sicilia, avvisa Collura in premessa, è “un sistema di isole contenute in un’isola”, affermazione questa che contiene e contempla altri precedenti, da quello di Giuseppe Antonio Borgese che nella sua Introduzione al volume Sicilia del Touring Club la definiva “un isola non abbastanza isola” a quella di Gesualdo Bufalino che, con Nunzio Zago, intitolava Cento Sicilie una pregevole antologia dei modi in cui la Sicilia era stata raccontata, convinto che essa “prima di essere un’anagrafe geografica, fosse essenzialmente una condizione morale”. E in quell’idea si racchiude anche il senso del libro di Collura che è anche un “racconto”, quasi che solo nelle spire di un’aerea trasvolata affabulatrice su un immenso patrimonio culturale, non priva però di rigore storico-critico e documentario, possa esserci l’unica e autentica possibilità di cogliere, come in un lampo, la ricchezza e la complessità della materia in questione. Discorso infinito, quindi, che si può solo riprendere, rilanciare, aggiornare, come fa l’autore attraverso la riedizione di un suo libro fortunato uscito per la prima volta nel 1984, ma successivamente riedito altre due volte con aggiornamenti e documentazioni fotografiche d’autore. Nella sua più recente veste, le nuove acquisizioni e le splendide foto di Melo Minnella esaltano i percorsi che attraversano le province siciliane, passando dall’itinerario architettonico palermitano sei-settecentesco del geniale scultore Giacomo Serpotta a quello rupestre che incombe sul mare messinese di Milazzo, dal magico e barocco catasto etneo alla Sicilia “lombarda” e medievale che orbita attorno al capoluogo ennese, dai reticoli lapidei della contea ragusana alle zolfare delle terre nissene addentate, nel passato, dalla morsa dell’usura del latifondo, dalle fonti siracusane dei papiri alla girgentana e pirandelliana zona del Caos fino alle isole trapanesi che scontornano l’isola grande.

9788817088053_2_0_1388_80Luoghi della memoria. Luoghi, insomma, come geografia dell’anima, addirittura come personaggi d’un racconto, protagonisti dell’imago Siciliae, più che semplice quinte letterarie. Gioacchino Lanza Tomasi, nel suo Luoghi del Gattopardo, insisteva molto sul rapporto, strettissimo e quanto mai inquieto, tra Giuseppe Tomasi di Lampedusa e, appunto, “i luoghi” in cui, per lo scrittore, “si racchiudeva la felicità”: il palazzo Lampedusa di Palermo distrutto da un bombardamento nel ‘43, il palazzo Cutò di Santa Margherita Belice (la Donnafugata del romanzo), ma anche le terre, i palazzi e i conventi teatro della vita degli avi Lampedusa a Palma di Montechiaro o, ancora, il rifugio di Villa Piccolo a Capo d’Orlando, il palazzo di via Butera in cui ricostruire, con poche suppellettili superstiti, gli interni della casa di famiglia e in cui vivere gli ultimi anni. In modo analogo, Collura ci restituisce un baedeker emotivo su un’isola-continente che si offre al lettore come un saggio narrativo, abbracciando nello stesso coversguardo tutto un mondo fatto di letteratura e di storia per il quale nutre un sentimento ambivalente, sospeso tra passione e disincanto, nella contemplazione di tesori che la Sicilia esibisce, ma spesso occulta, e rispetto ai quali l’autore si lascia andare qua e là a qualche rampogna per lo stato in cui vengono conservati o per l’inaccessibilità che li espropria alla curiosità del visitatore. Una Sicilia, insomma, non retoricamente abbarbicata allo stereotipo di locus amoenus, ma come una terra da cui evadere per farvi poi ritorno infinite volte con l’animo; una terra, per dirla con Borgese, che “scapiglia la fantasia solo se vista da lontano” perché se osservata da vicino, “chiude la bocca e il cuore”.