Di suoni, silenzi, sirene e altri avvisatori acustici

Dicevamo del silenzio e del suo essere non opposto bensì complementare al suono. La dialettica richiama fatalmente il mito delle sirene, creature che cantano e incantano, ma il cui canto non può essere ascoltato, se non a costo della morte. Delle sirene ci parla Omero (Odissea, XII, 39-54 158-200), là dove Circe descrive a Ulisse le loro fattezze, definendole muse del mare dal canto ammaliatore cui nessun uomo e navigante può sfuggire. Gli elementi di questa rappresentazione ritorneranno in quasi tutta la letteratura posteriore: l’arte del canto e il sapere sovrumano sono le principali caratteristiche della raffigurazione e mentre il poeta ci tramanda le fattezze e le caratteristiche proprie di queste creature, la letteratura poetica alessandrina prende in considerazione anche la loro genealogia, ma lì il discorso si complica.Sirena-Mitologia-Greca

Dove abitavano queste mitiche e leggendarie creature? Nell’Etna? Nelle bocche di Capri? Nei mari del Nord? Nel Pacifico? Nell’Atlantico? Non è questione da poco, dal momento che risultano avvistate ovunque. C’è poi il significato che nell’evo antico era ancora ctonio, cioè erano anime dei morti assetate di sangue, significato che decadrà rimanendo viva, fino ai giorni nostri, solo la concezione omerica. C’è poi l’aspetto zoologico che l’iconografia ha complicato rielaborandole sotto molteplici forme come a far credere che non sia il solo suono, ma anche la loro forma a ingannare i sensi. Insomma una fabula,  quella delle sirene, che attraversa trasmutata tutte le epoche e tutti i generi – dall’epos alla lirica, dal poema eziologico alla tragedia – e popola tutti i repertori iconografici, con il corredo di bestiari medievali, manuali di araldica e decorazioni vascolari.

102423-Le-Sirene-e-OdisseoNoi tutti conosciamo le sirene descritte da Omero, ma quelle di Platone sono molto interessanti. Però intanto dobbiamo dire che l’immagine di questo creature non fu sempre quella di donne-pesci che emettono un canto melodioso capace di attirare e distruggere il navigante. Nell’Ars poetica, Orazio ci dice che questi ibridi erano così brutti che di loro si poteva solo ridere, anche se non ce le descrive; Ovidio, nel quinto libro delle Metamorfosi, le descrive invece come donne-uccelli (“ma perché voi, Sirene, avete penne e zampe d’uccello, con volto di fanciulla?”). Una cosa è certa: come fossero o siano non lo sappiamo perché ogni luogo del mondo le ha immaginate a modo proprio.

Fatte salve queste certezze (sono ibridi, sanno cantare, conoscono) altre domande restano da secoli senza risposta univoca. Per esempio: perché si chiamano sirene? Dove abitano? Cosa cantano? Molti sono i tentativi fatti per spiegare l’etimologia del nome: alcuni lo hanno collegato a radici semitiche Sir (*canto) altri si sono collegati a radici greche (fune, corda), e come tale Sirena è colei che incanta, che avvince, che ammalia, altri ancora presumono che il nome significa “ciò che brilla”, che arde, che brucia, accostandolo come personificazione all’incanto del mezzogiorno. È questa, infatti, l’ora delle sirene. Meridies: un’ora ambigua, l’ora immobile di cui parla Platone nel Fedro, la contr’ora di cui ancora si parla nelle nostre terre meridionali. Nella sua torrida immobilità essa significa, appunto, estasi e smarrimento, rapimento e follia, quando l’eccesso di luce forma una coltre spessa opaca, quando il mare privo di onde («Ed ecco a un tratto il vento cessò; e bonaccia fu, senza fiati: addormentò l’onde un dio» – così nell’Odissea), sembra sospeso in un’allucinata immobilità, e fatale si insinua la dolcezza dell’accidia e il sonno mortale. downloadI demoni meridiani appaiono a mezzogiorno e ugualmente partecipano di caratteri ctoni e solari, demoni dell’ora consacrata ai morti, personificazioni esse stesse delle anime dei defunti, le sirene si congiungono anche con l’atmosfera solare, partecipano della forza distruttiva dell’astro che dà la febbre, spossa le energie dei mortali fino a corrompere la carne e far marcire le ossa. La lunghezza dell’ombra allora è minima, e l’anima – pari all’ombra – è più fragile, più esposta alle tentazioni del soprannaturale, più vulnerabile all’insostenibile contatto con la conoscenza divina. Omero immagina nel canto di questi esseri la vera conoscenza delle cose, ma è una conoscenza senza ritorno. Per lui le sirene parlano e dicono: «Nessuno mai si allontana da qui con la nave nera, se prima non sente, suono di miele, dal labbro nostro la voce poi pieno di gioia riparte e conoscendo più cose… Tutto sappiamo di quello che avviene sulla terra nutrice». Promettono conoscenza e danno in cambio la morte e questa conoscenza giunge attraverso un suono.  John-William-Waterhouse-Ulisse-e-le-sirene-1891Cosa cantano? È il quesito che sul loro conto pose l’imperatore Tiberio (lo racconta Svetonio nel Tiberius, III, 70). Il loro canto comunque uccide chi lo ode che perciò non può riferirne, mentre chi non lo ascolta sopravvive, ma non avendolo udito non può parlarne.

Platone, nella Repubblica (libro X), parla delle sirene astrali che siedono sui cerchi del fuso di Ananke e che confondono le loro forme con le corde di uno strumento. Quei cerchi girano a velocità diversa e producono un’armonia che corrisponde all’accordo di otto voci. Ciascuna di esse emette una nota, su un unico tono. Ma ogni nota accompagna il ruotare del cerchio, sviluppando un canto attraverso il movimento sincronizzato delle sfere. L’armonia che ne risulta è successione di suoni, le singole voci delle sirene nel loro combinarsi costituiscono l’ottava. La quale altro non è che il principio e la base del canto. Ma dal canto nasce la melodia. Dalla melodia il fascino che cattura, grazie al suono, l’intero universo. Strudwick_-_A_Golden_ThreadE il suono diventa eterno come dice nel passo in cui descrive tre donne accanto alle sirene astrali. Si chiamano Lachesi, Croto, Atropo. E Platone scrive: «E cantavano in armonia con le Sirene: Lachesi il passato, Croto il presente, Atropo il futuro». Vi è quasi uno spasimo per la conoscenza. Ma è certo che essa giunge soltanto con un suono, con la musica. Ma una risposta alla domanda di prima (cosa cantano?) non c’è. Forse perché il vero segreto della musica è, ancora una volta, il silenzio.

Sicilia sconosciuta (da “La Sicilia”, 26 novembre 2016, p. 16)

Solo un lettore distratto scambierebbe Sicilia sconosciuta (Rizzoli, 2016) di Matteo Collura per una guida turistica come altre che affollano la sezione “Viaggi” delle nostre librerie, e non solo perché gli “itinerari insoliti e curiosi” che propone escludono in molti casi le canoniche mète del turismo di massa, ma soprattutto per il taglio che l’autore – scrittore, saggista e storica firma della pagina culturale del “Corriere della Sera” – ha inteso dare alla cartografia che delinea. Ne vien fuori la mappa di una terra vissuta passando in rassegna personaggi, luoghi, libri, ombre, edifici, relitti, echi e bagliori cui dà voce attraverso citazioni che esaltano la stratigrafia della cultura isolana.

9788817088053_1_0_1390_80La Sicilia, avvisa Collura in premessa, è “un sistema di isole contenute in un’isola”, affermazione questa che contiene e contempla altri precedenti, da quello di Giuseppe Antonio Borgese che nella sua Introduzione al volume Sicilia del Touring Club la definiva “un isola non abbastanza isola” a quella di Gesualdo Bufalino che, con Nunzio Zago, intitolava Cento Sicilie una pregevole antologia dei modi in cui la Sicilia era stata raccontata, convinto che essa “prima di essere un’anagrafe geografica, fosse essenzialmente una condizione morale”. E in quell’idea si racchiude anche il senso del libro di Collura che è anche un “racconto”, quasi che solo nelle spire di un’aerea trasvolata affabulatrice su un immenso patrimonio culturale, non priva però di rigore storico-critico e documentario, possa esserci l’unica e autentica possibilità di cogliere, come in un lampo, la ricchezza e la complessità della materia in questione. Discorso infinito, quindi, che si può solo riprendere, rilanciare, aggiornare, come fa l’autore attraverso la riedizione di un suo libro fortunato uscito per la prima volta nel 1984, ma successivamente riedito altre due volte con aggiornamenti e documentazioni fotografiche d’autore. Nella sua più recente veste, le nuove acquisizioni e le splendide foto di Melo Minnella esaltano i percorsi che attraversano le province siciliane, passando dall’itinerario architettonico palermitano sei-settecentesco del geniale scultore Giacomo Serpotta a quello rupestre che incombe sul mare messinese di Milazzo, dal magico e barocco catasto etneo alla Sicilia “lombarda” e medievale che orbita attorno al capoluogo ennese, dai reticoli lapidei della contea ragusana alle zolfare delle terre nissene addentate, nel passato, dalla morsa dell’usura del latifondo, dalle fonti siracusane dei papiri alla girgentana e pirandelliana zona del Caos fino alle isole trapanesi che scontornano l’isola grande.

9788817088053_2_0_1388_80Luoghi della memoria. Luoghi, insomma, come geografia dell’anima, addirittura come personaggi d’un racconto, protagonisti dell’imago Siciliae, più che semplice quinte letterarie. Gioacchino Lanza Tomasi, nel suo Luoghi del Gattopardo, insisteva molto sul rapporto, strettissimo e quanto mai inquieto, tra Giuseppe Tomasi di Lampedusa e, appunto, “i luoghi” in cui, per lo scrittore, “si racchiudeva la felicità”: il palazzo Lampedusa di Palermo distrutto da un bombardamento nel ‘43, il palazzo Cutò di Santa Margherita Belice (la Donnafugata del romanzo), ma anche le terre, i palazzi e i conventi teatro della vita degli avi Lampedusa a Palma di Montechiaro o, ancora, il rifugio di Villa Piccolo a Capo d’Orlando, il palazzo di via Butera in cui ricostruire, con poche suppellettili superstiti, gli interni della casa di famiglia e in cui vivere gli ultimi anni. In modo analogo, Collura ci restituisce un baedeker emotivo su un’isola-continente che si offre al lettore come un saggio narrativo, abbracciando nello stesso coversguardo tutto un mondo fatto di letteratura e di storia per il quale nutre un sentimento ambivalente, sospeso tra passione e disincanto, nella contemplazione di tesori che la Sicilia esibisce, ma spesso occulta, e rispetto ai quali l’autore si lascia andare qua e là a qualche rampogna per lo stato in cui vengono conservati o per l’inaccessibilità che li espropria alla curiosità del visitatore. Una Sicilia, insomma, non retoricamente abbarbicata allo stereotipo di locus amoenus, ma come una terra da cui evadere per farvi poi ritorno infinite volte con l’animo; una terra, per dirla con Borgese, che “scapiglia la fantasia solo se vista da lontano” perché se osservata da vicino, “chiude la bocca e il cuore”.