Malinconico autunno

In una bella canzone napoletana degli anni Cinquanta, un uomo innamorato, lasciato dalla donna che ama, osserva cadere dagli alberi le foglie ingiallite dall’autunno; èrano vèrde ‘e ffrónne e mo, so’ cómme ‘e suónne perdute… paragonate ai sogni perduti sono già un’immagine struggente. Lui non si dà pace, si chiede cosa lei stia facendo, cosa pensi, gli sembra ancora di sentire la voce dell’amata che giura Si’ ‘a vita mia…’Sta vita che sarría s’io nun tenésse a tte? Perciò resta attonito a contemplare tutt’e ffrónne d’o munno che sembrano cadere solo per lui, mentre l’aria intorno sembra farsi densa, quasi liquida – la stupenda metafora aria ‘e lacrime ricorda quella montaliana dell’aria di vetro («Forse un mattino andando in un’aria di vetro…») – ma sono solo i suoi occhi pieni di pianto.

Questa poesia in musica – Malinconico autunno – fu portata al successo da Marisa Del Frate (prima di allora aveva fatto la modella, era stata finalista anche a Miss Universo, e scusa se è poco) e divenne una hit nel 1957 dopo aver vinto il Festival di Napoli, facendo venire peraltro qualche mal di pancia agli aficionados di Domenico Modugno che gli avrebbero preferito la più scanzonata Lazzarella. Ma tant’è: i lunghi capelli neri della giovane indossatrice che si riversavano su una generosa scollatura ebbero la meglio sui ricci del grande Mimmo nazionale.

Ma il punto non è questo, è la malinconia il tema. O meglio, quello stato che i napoletani chiamano ‘pucundria (ci ha scritto una canzone anche Pino Daniele), quel sentire vago e indefinito che non è rimpianto, quella speranza dolente che costeggia la malinconia trainando con sé anche la noia e il distacco dal presente. Quella cantata o messa in rima dai poeti, descritta da romanzieri come Dino Buzzati che, in un racconto intitolato Inviti superflui, scrive di questa sensazione e immagina anch’egli di passeggiare tra le foglie, come l’innamorato di Malinconico autunno, ma in primavera (a riprova del fatto che non si tratta di un sentimento stagionale, benchè viga l’equazione autunno=malinconia): «Vorrei con te passeggiare, un giorno di primavera, col cielo di color grigio e ancora qualche vecchia foglia dell’anno prima trascinata per le strade dal vento, nei quartieri della periferia; e che fosse domenica. In tali contrade sorgono spesso pensieri malinconici e grandi; e in date ore vaga la poesia, congiungendo i cuori di quelli che si vogliono bene. Nascono inoltre speranze che non si sanno dire, favorite dagli orizzonti sterminati dietro le case, dai treni fuggenti, dalle nuvole del settentrione. Ci terremo semplicemente per mano e andremo con passo leggero, dicendo cose insensate, stupide e care. […] E allora noi taceremo, sempre tenendoci per mano, poiché le anime si parleranno senza parola».

Carlo Goldoni

Anche con la malinconia bisogna saper parlare, come facevano gli stilnovisti, tanto quelli in capo come Dante quanto certa retroguardia che commerciava volentieri col tema, com’è il caso del meno noto Niccolò de’ Rossi che in un sonetto dal titolo Un dì si venne a me Malinconia immagina che quest’ultima vada a trovarlo fino a casa, dopo essere stata dall’amata che lui ha abbandonato, facendo sì che lei si consolasse tra braccia altrui, e invitandolo a non rammaricarsi poiché è stato lui a lasciarla, e senza alcuna speranza, per cui se lei si aiuta altrimenti, non è cosa da stupirsi («tu la lasasti, e sperar non li çova: / se ella se aita, non èe cosa nuova»). E non è tanto quindi alla cupezza saturnina e alla voluptas dolendi di petrarchesca memoria che pensiamo bensì a una malinconia irridente che compendi saggezza e conoscenza del cuore, a un “malincomico” (con la m) irridente e devastante verso gli altri, ma soprattutto verso sé stessi. Quello di Goldoni, per esempio, che fa tesoro della propria vaporosa ipocondria per penetrare in quella più dolente di Tasso, regalando al lettore pagine gustosissime come quelle del suo Torquato Tasso, o le altre del Medico olandese (1756) in cui a un giovane ipocondriaco polacco un luminare prescrive un regime igienico-sanitario in cui la miglior parte ha l’amore («Tale dal mal potrete, volendo, esser oppresso, / ma la difesa vostra è dentro di voi stesso […] Anche un amore onesto, che vi trovaste io lodo; / chiodo, i poeti dicono, scaccia dall’asse il chiodo. / Ecco il rimedio vostro. Sarà la mia mercede, / che a’ miei buoni consigli abbiate a prestar fede»). Insomma, le incrinature si curano con l’ottimismo, il caos di quella “macchinetta strapazzata” (di cui parla Metastasio nelle sue lettere) che è l’uomo si cura con la ragione.

Lungi dall’essere confusa perciò con sentimenti negativi, come il rimpianto rancoroso, l’atrabile malmostosa che sguazza nel fango delle recriminazioni, la malinconia va corteggiata (se non la si vuole tramutare in depressione) perchè è come il vetrino affumicato che ti consente di guardare il sole senza restarne accecato. E invece viviamo assediati dall’ossessione della ricerca della felicità che è ontologicamente inappagabile, fa desiderare sempre quello che non si ha e non fa vedere quello che si è e che esiste. La malinconia basta a sé stessa, come dice la dodicenne Violet, protagonista di un recente romanzo di Joyce Carol Oates che, a un punto di Ho fatto la spia, dice di essere «innamorata della solitudine, della malinconia» perché «la felicità non è affidabile. La malinconia sì». Che è poi quanto diceva Victor Hugo sostenendo che essa sia «la gioia di essere tristi», intendendo con ciò la nostra piena appartenenza alla memoria – di attimi, esperienze, persone – che non ci sono più accanto, ma che resistono dentro, profondamente, e ci fanno capire che fanno ancora parte di noi, e che proprio per questo hanno definito quello che siamo adesso.

Maledetta didattica a distanza!

Maledetta didattica a distanza! Maledetta perchè mi impedisce di guardare negli occhi i miei studenti, perchè mi perdo nella fissità di un monitor che rimanda pulsanti, menu e comandi con cui maldestramente armeggiare. E io invece affogo nell’imbranatezza che mi fa perdere tempo cercando di condividere una lirica o un’immagine di cui vorrei discutere. D’accordo: è una necessità dettata dall’emergenza, dalla consapevolezza del rischio che corriamo in questo momento, e la ragione – ma solo in questo caso – ha ragioni che il cuore non conosce. La salute prima di tutto, e lo sottoscrivo. Ma fosse per me, li vorrei tutti accanto gli studenti, com’era prima della fine del mondo. Mi mancano. Mi manca la battuta scambiata fuori dell’aula prima o dopo la lezione, il motto di spirito intercalato tra una chiosa a margine di un verso di Petrarca e la divagazione sul sisma esistenziale causato dalle infatuazioni giovanili, i sorrisi di chi si affaccia a un nuovo corso della vita con la bussola dell’entusiasmo, lo stesso che incoraggia il tuffo nel mare aperto del futuro. Qualcuno dirà che esistono attività (come quelle sperimentali o di laboratorio) per i quali non è nemmeno ipotizzabile lo svolgimento da casa. Io dico che non esiste proprio alcuna disciplina, e direi tanto più per quelle cosiddette “umanistiche”, che muovono dall’assunto della centralità dell’essere umano e non della macchina, in cui il rapporto vivo, presente, fisico con gli allievi possa essere surrogato da qualsivoglia forma di pedagogia in remoto. Ogni sapere si progetta e si costruisce a partire dal confronto vivo, da sollecitazioni attive e lo scopo della letteratura è proprio quello di rendere “presenti” parole e idee concepite secoli prima e che resistono solo a condizione di saperle rianimare in aula. La relazione educativa è un problema di comunicazione complesso che prevede coinvolgimento attivo, diretto, non semplice scambio di file, dispense e videolezioni.

Per quanto si cerchi di riprogrammare i docenti subordinandoli alla téchne, l’arte dell’insegnamento vive degli stessi princìpi: ci sono docenti che si definiscono per ciò che sanno e altri per ciò che sono. Non so a quale delle due categorie appartenga e comunque non spetta a me dirlo. Gli unici titolati a farlo sono gli allievi che ho cercato di aiutare a capire chi fossero, e a cui ho semplicemente raccomandato di essere il meglio di qualsiasi cosa provassero a essere. Non dico quelli che ho “formato” poiché nel verbo c’è come un’implicita considerazione dei giovani come di cera molle da plasmare, appunto perché informe. E invece i giovani, almeno quelli con cui ho a che fare all’università, una forma ce l’hanno già, talvolta anche molto precisa, anche se hanno bisogno di riconoscerla e valorizzarla. Se devo pensare quindi a ciò che vorrei essere per loro, mi vengono in mente solo i professori che ho amato e a cui cerco di assomigliare, mi chiedo cosa pensino, da cosa sia scaturita la mia stima per loro, e mi dico della necessità di non lasciare mai un’immagine sfocata di sé stessi. Rifletto su come sia decisivo e vitale dimostrare che, a monte dei libri che leggiamo e delle pagine che scriviamo, c’è il credere nello studio come a una sorta di montaliana occasione, un grimaldello con cui scardinare la porta verso un mondo altro, parallelo a quello reale, in cui abitano idee e moralità che sono “per caso” anche nostre.

Per alcuni giovani che ho laureato, ho trepidato e gioito come se fossi stato io a sostenere l’esame. Li ho assistiti e aiutati a preparare la loro prova finale, ma lavorando di cesello, senza essere invasivo, assecondandone le idee, non pretendendo di essere il vaso pieno che riempie quello vuoto, incoraggiandoli quando si demoralizzavano, incuriosendoli con una battuta o un’ipotesi lasciata intenzionalmente a galleggiare nella loro mente, confidando nella capacità che avrebbero avuto di tracciare autonomamente un percorso su cui procedere, rispettando il loro diritto a sbagliare, ma soprattutto quello di rendersi conto da soli degli errori. L’alleanza tra un docente e uno studente è polemica, nel senso del Πόλεμος o pòlemos, della necessaria controversia, cioè, affrontata con spirito di comprensione, con la volontà di capire e far capire, con la possibilità di un vincere che non è convincere. Questo è possibile a condizione di uscire dalla torre d’avorio delle proprie certezze e conoscenze e incontrare – in presenza – lo studente, per conoscerne le attese e la storia intellettuale (cosa legge, cosa guarda, come parla).

Insegnare significa, letteralmente, lasciare un segno, un’orma, non semplicemente trasferire dei contenuti: essere come Socrate che, nel Simposio, si rifiuta di rispondere alle domande di Agatone mostrandosi lui per primo un collettore di domande, desideroso di apprendere. Entrare fisicamente in aula significa pretendere di fondare uno spazio tenuto insieme dalla lealtà e dal bisogno tutto umano di conoscere prima di poter giudicare. E tutto – leggere, scrivere, interpretare, studiare, dibattere, dubitare – dev’assumere le forme di un’unica grande Lezione. L’aula, non importa se sgarrupata o high tech, è un’eterotopia della società, nel senso in cui la intende Foucault: uno di quegli spazi, cioè, «che hanno la particolare caratteristica di essere connessi a tutti gli altri spazi, ma in modo tale da sospendere, neutralizzare o invertire l’insieme dei rapporti che essi stessi designano, riflettono o rispecchiano». E’ un ring del pensiero o un reagente che interviene attivamente nella performance di ogni docente: quante volte mi è capitato di “capire” veramente cose che spiego da anni – nel senso di vederle in una luce nuova – nel momento stesso in cui mi trovavo a spiegarle, magari perché sollecitato da una domanda imprevista e innocente di uno studente che la poneva premettendo, a sua excusatio non petita, «forse è una domanda banale»? In aula non si consegnano informazioni, ma ogni docente mette in gioco sé stesso, prima di tutto, dicendo «Io» e chiamando individualmente in causa ogni studente. Che è quanto ripeto ai ragazzi ad ogni mia prima lezione di un nuovo corso: non vi aspettate da me risposte, ma accontentatevi di tutte le domande e i dubbi che riuscirò a suscitare in voi. Pretendere che sia io a fare un giovane allievo non mi dà la soddisfazione che darebbe l’essere lui a scoprire me. Che non significa “essere amici”, ma riconoscere le rispettive diversità relative.

Come scrisse Victor Hugo, a metà dell’Ottocento, nel suo Sul libero insegnamento, «istruire, gli è costruire. A me non basta che le vegnenti generazioni ci succedano, intendo ancora ch’esse ci continuino». Che siano anzi, dico io, migliori di me. In quell’incomparabile poema del mondo terreno che è la Divina Commedia, Dante incontra il suo maestro Brunetto Latini all’inferno, tra una torma di peccatori, ma ciò non gli impedisce di riconoscerlo e celebrarlo come colui che lo aveva iniziato alle lettere e alla filosofia, gli dice che, anche in quel luogo di sofferenza, nella mente gli è fitta e lo «accora la cara e buona imagine paterna / di voi quando nel mondo ad ora ad ora / m’insegnavate come l’uom s’etterna». E Brunetto a sua volta riconosce in Dante l’allievo che saprà mettere a frutto le sue lezioni, gli raccomanda: «Se tu segui tua stella, / non puoi fallire a glorïoso porto, / se ben m’accorsi ne la vita bella». Funziona più o meno così il discepolato.

La costruzione dell’Amore

La notizia è questa: Mechthild Flury-Lemberg, una studiosa tedesca di tessuti antichi, un’autorità nel campo, osservandone le cuciture, ha ipotizzato che 19 dei 31 rattoppi con cui è rammendato il saio di Francesco d’Assisi, conservato nella sala delle Reliquie della Basilica di Assisi, siano della stessa mano. Quest’ultima sarebbe quella di santa Chiara e i ritagli proverrebbero tutti dallo stesso tessuto, e cioè il mantello di lei.

La veste penitenziale che Francesco preferì alle pregiate stoffe di cui si spogliò al cospetto del Vescovo di Assisi, volgendo così le spalle al proprio passato di figlio di agiato mercante, ha la tinta smorta della terra – un cinerino che scolora nel beige – e la forma di un sacco, come il sagum romano (da cui il nome “saio”), una camicia contadina che si ricavava dagli indumenti militari smessi, e come si addiceva a un legionario della fede corso «in guerra del padre» (Dante dixit). Un abito solo, a forma di croce, per entrare con tutto il corpo nel mistero del Gesù Crocifisso, rivelazione suprema del Dio-Amore del Vangelo cristiano. E con un cappuccio, come la testa di un’allodola. Piccolo di statura com’era, e sotto quel copricapo bigio, Francesco doveva davvero assomigliare all’«umile uccello che va volentieri per le vie in cerca di qualche chicco», come si legge nella Leggenda perugina.

Se la tunica rossa di Gesù di cui parla Giovanni nel Vangelo non presenta rattoppi, è perché la Sua immagine, di cui ogni uomo è somiglianza, non ammette strappi; il saio usurato e rammendato di Francesco traduce, al contrario, nelle 31 pezze che lo tengono insieme, tutta la fragilità, le lacerazioni interiori, la labilità e la provvisorietà dell’uomo.

Un solo abito – estate e inverno – e quando si strappava era sufficiente rammendarlo. Pare che a questa mansione Chiara avesse provveduto altre volte e che anzi fosse lo stesso poverello, una volta l’anno, a rivolgersi a lei per queste emergenze sartoriali.

abs-francis-l_1492331Per come la penso, non mi interessa stabilire la fondatezza di quest’ipotesi quanto considerare la straordinaria potenza simbolica di quel saio rattoppato, feticcio d’amore libero e intenso di una donna che non vuole banalmente “abbellire” con brandelli del proprio mantello un’umile veste divenuta già reliquia dopo la morte dell’uomo, quanto ribadire, nell’atto di rammendarlo, un’idea: le vesti di Francesco e Chiara, le loro seconde pelli, prima a contatto dei corpi poi cucite insieme come in un mistico abbraccio d’amore spirituale e carnale a un tempo. A ricordarci che l’amore è un lavoro di sartoria, la stoffa che ci è data all’inizio è integra, ma col tempo si logora e perde lucentezza. Occorrono mani certosine e pazienti che rammendino gli inevitabili strappi, che esibiscano anziché nasconderle le imperfezioni dei rattoppi perché nessun amore terreno è pieno, intero, ma vive di difetti, si nutre di errori e carità, di comprensione e volontà di ricucire e riciclare per non buttare via, si chiarisce nel tempo per approssimazioni, come ogni costruzione che nasce dal nulla, e «spezza le vene delle mani, mescola il sangue col sudore», come si dice in una famosa canzone. L’amore ci nutre, come il sangue, e il sangue è bruno, come la terra che a sua volta nutre la Natura, come il saio cinerino di Francesco che della Natura fu l’amante più appassionato.

Corsi e ricorsi in appello

Dove l’appello è quello d’esame, i corsi quelli di studio e i ricorsi sono quelli storici degli errori, dei lapsus linguistici, degli sproloqui alle verifiche finali degli studenti. Ne ho già scritto in altre occasioni (vd. Son tutte belle le spade del mondo e La ringrazio per il disturbo), e quest’ulteriore perciò si configura come un nuovo tassello (una “gionta” avrebbe scritto Ariosto) di quella che inizia ad assomigliare vagamente a una saga (non “sagra” come ho sentito a un esame).

Lungi da me l’idea di voler infierire: ci tengo a precisare che adoro TUTTI i miei studenti, da quelli brillanti a quelli che si arrangiano, da quelli che ti rivelano un mondo interiore inimmaginabile (se solo riesci a vincere la loro introversione), a quelli estroversi che non si danno mai per vinti e suppliscono alle loro defaillances con esilaranti motti di spirito, da quelli tenaci e determinati, ligi alle consegne e severi con sé stessi, a quelli più approssimativi e “lagnusi”, disordinati ma con guizzi improvvisi di genialità. Mi metto sempre nella condizione di voler apprendere anche quando sono io ad insegnare, ognuno di loro è una sfida diversa, perciò mi incuriosiscono al punto da farmi considerare il mio lavoro il più stimolante e bello che io potessi fare. Perciò li rispetto sempre, molti di loro lo capiscono e non si sentono sottovalutati. Mi è capitato (ma non me ne faccio un vanto) chi mi ha sorriso anche dopo un esame andato male perché non si è sentito maltrattato per quello (ripeto sempre che a punirci o o a promuoverci ci penserà la vita e non un professore), chi mi ha ringraziato a distanza di tempo per una bocciatura, o chi mi ha confessato di avermi odiato per un voto basso che riteneva di non meritare, salvo poi riconquistarne col tempo la simpatia e la confidenza. Molti anni fa, quando insegnavo a scuola, ebbi per alunna anche una mia bravissima collega che oggi insegna russo nel mio dipartimento; allora le diedi 4 in un’interrogazione di latino e ne ridiamo sinceramente tutte le volte che ci incontriamo. Io sostengo che sia stato proprio quell’episodio ad averla incoraggiata e che dovrebbe essermi grata per aver capito verso dove indirizzare i propri interessi.

Senza-titolo1Detto questo, non riesco mai a trattenermi dall’annotare quanto di buffo ascolto ai colloqui d’esame o leggo nelle prove scritte degli studenti, non per comporne uno stupidario tra tanti di ogni genere, ma per conservarli nel cassetto dei ricordi lieti assieme a tanti momenti felici che hanno definito il mio essere ciò che sono – qualunque cosa io sia – come sono state quelli della mia adolescenza e della mia giovinezza, con tutte le ingenuità che l’hanno zavorrata, gli amori, i miei figli e l’illuminazione dell’essere padre, le passioni indomabili come quelle per la letteratura e il cinema, per i Beatles e Marilyn Monroe, per il basket e per la Juventus. E per quella nobile, seria, delicata responsabilità che è l’insegnamento.

Mi fa sorridere benevolmente, quando ne sento il bisogno, richiamare alla mente quelle volte in cui uno studente, sollecitato a dirmi quale fosse l’ultimo libro letto, ha cercato di far colpo dicendomi quanto avesse amato L’amico di TROVATO di Fred Ulhman o IN MEMORIA di Adriano della Yourcenar, Anna KARENÌNA di TOSTO o Le notti bianche di DOSTOI. E ancora le impervie e improbabili descrizioni di tragedie e crisi esistenziali di autori dalle biografie violentate (“Saffo era il dio dei venti che si suicida perché non riesce a realizzarsi sentimentalmente”; “Ippolito Nievo morì alla tenera età di trent’anni”; “Pavese si suicidò… come Croce”). Come pure la confusione ingenerata dallo studio matto e disperatissimo dei nostri tre maggiori autori italiani – Dante, Petrarca e Boccaccio – “le tre COROLLE che la nostra grande letteratura può vantarsene” – e che fa finire con l’attribuire all’autore del Decameron i componimenti del Canzoniere (Boccaccio in questo sonetto, il 234, parla della sua cameretta la quale in passato, cioè prima della morte di Laura, fu un rifugio di giorno per i suoi pensieri, di notte per le lacrime”) o sintetizza, come in un mash-up, i “canti di Boccaccio” e le “ottave di Dante”. La qual cosa accade con frequenza ogni qual volta si chiama in causa anche Foscolo e il suo immortale “carmo” Dei Sepolcri in cui l’inelluttabile verso “e tu gli ornavi del tuo riso i canti che il lombardo pungean Sardanapalo” scatena ardite congetture sull’identità in questione (“il protagonista del Giorno di Parini”; “un allievo di Parini, autore della Divina Commedia“; “un re assiro di discendenza longobarda”).platone-anteprima-500x430-697438

C’è la studentessa che risponde senza rispondere, semplicemente aggirando la domanda, perdendosi nei sentieri della divagazione, e che al mio “…sì, d’accordo, ma poscia?” replica piccata: “no, professore, Poscia non c’era nel programma, io sono arrivata a Manzoni….eh!!!”. Che fa un po’ il paio con quello che ti dice “D’Annunzio prese la concezione del superuomo da NIETZSCHE” (pronunciato come si scrive, tipo spelling) e alla correzione del docente che osserva “Nicce, si dice”, replica “ha ragione, professore: D’Annunzio prese la concezione del superuomo da NICCESIDICE” . O con chi, prendendo appunti durante la lezione, trascrive un mio “…perché, Marx docet…” in “Marx Docet sostiene che…”. Càpitano a volte anche imbarazzanti risvolti hard come quando ti dicono che “l’autore ha sodomizzato il concetto” o quando ti parlano dell’emisticChio di Dante (questa la capiranno solo i siciliani). Accade di scoprire che nell’IliadeAchille abbandona la moglie Diomede per seguire Ulisse nelle sue avventure” o che gli studi erùditi di Petrarca” lo abbiano portato ad “adottare una poetica separatista”.  Originali azzardi filologici o linguistici ci dicono che il Todo modo di Leonardo Sciascia debba il suo titolo all’espressione “Todo modo para bailar e non a Ignazio di Loyola (qualcuno lo ha citato persino come Sant’Ignazio Toyota”) che negli Esercizi spirituali scrive “Todo modo para buscar la voluntad divina”. Invitata a fare un’analisi retorica di un paio di versi, una studentessa ritenne di potervi rinvenire una enaiàsg e, al mio palese smarrimento, ci tenne a precisare che sul manuale c’era scritto enallage e che lei si scusava per la sua pronuncia francese.

Questo mio interesse è noto ad amici e colleghi tanto che essi stessi, sovente, mi segnalano bizzarrie linguistiche e concettuali che è capitato loro di poter documentare. E non solo agli esami di Letteratura italiana. Così ho annotato anche quelli di cui non sono stato testimone diretto, ma sulla cui veridicità non ho motivo di dubitare per la credibilità che riconosco alle mie fonti. Credo perciò che sia accaduto davvero che ci sia stato chi abbia parlato agli esami delle “Lobotomie del paradiso, cave siracusane dove vennero chiusi i prigionieri ateniesi” o che qualcuno abbia riconosciuto in Noam Chomsky “un giornalista dei new media”.esami-esami-ovunque-554x300

Non sempre i suddetti svarioni giustificano una bocciatura anche perché chi valuta cerca di tenere in debito conto l’emozione dell’esame e l’ansia del candidato, ma con tutta la benevolenza del caso, talvolta la censura è inevitabile. Potrebbe irritarmi solo l’arroganza di chi non vuole ammettere di dover consolidare la propria preparazione, come altri suoi colleghi hanno utilmente fatto, e che magari replica, come mi è accaduto, accusandomi di averlo preso di mira come “capo ispiratore della situazione”. Mi intenerisce, al contrario, lo studente respinto che comprende la natura delle proprie lacune e ammette l’inutilità di “piangere ormai sul latte macchiato”.

Quello invece che la sfanga potrebbe arrivare a chiederti se debba firmare il verbale d’esame “per disteso” e, a quel punto, a trapanarti la mente è il dubbio sulla necessità di ulteriori supplementi d’indagine.

Ermeneutica del “mah”

Incalzato per i sette/otto minuti di intervallo dalla ragazza che gli siede a fianco e che ha il tono di chi vuole crocifiggere l’interlocutore con recriminazioni di ogni natura, il giovane seduto una fila dietro di me al cinema, le oppone, alla fine, due laconici seppur differenti mah.

A quel punto tra i due cala una plumbea cappa di silenzio, favorita anche dall’inizio del secondo tempo del film. In quell’istante, del saggio uomo arguisco che debba trattarsi, in assenza di inflessioni che ne rivelino la provenienza regionale, di un siciliano della fascia compresa tra capo Passero e Capo Peloro. E lo dico da siculo-orientale, appunto, avvezzo alle vertigini metafisiche a cui lo specifico mah allude, in modo oltremodo pregnante proprio per la genìa di quella specifica area geografica.

785be7fde7c3112bd39737fd7fa8541cSi badi: avrebbe potuto pronunciare un dubbioso boh o persino un resistente bah o alternare al mah uno qualsiasi degli altri due monosillabi. E invece sceglie, secondo me in modo avveduto e premeditato, di risponderle con l’interiezione che più la disarma e che, proprio perché iterata, suona intenzionale, consapevole. Lei avrà speso qualcosa come qualche migliaio di vocaboli per dirle tutto il suo disappunto, lui invece se n’è uscito con una decina di parole in tutto, dapprima precedute da un mah che sembrava voler trasmettere il senso di una sospensione, come una sorta di training autogeno propedeutico a una più articolata replica destinata a rimanere a uno stadio che potremmo generosamente definire “di latenza” (“mah, se lo dici tu…”). Infine, dopo qualche altra battuta della ragazza, con geniale prontezza le assesta il colpo di grazia posponendo invece il monosillabo alla fine della frase (“tutte cose tu stai dicendo, mah!”) e lasciando sottintesa qualsiasi osservazione o giustificazione, anzi esprimendo uno scontento metafisico, uno sgomento esistenziale, un’amarezza più o meno sincera, una rassegnazione che immagino agisse anche da strategia colpevolizzante.

decisamente-mahValutando la gamma delle possibili reazioni femminili, dico tra me che, se le avesse detto boh, l’avrebbe probabilmente offesa per la coloritura di disprezzo e disapprovazione che il monosillabo suggerisce, scatenandole verosimilmente una reazione ancor più veemente oppure, se la percezione di lei fosse stata di una momentanea incertezza del giovane, le avrebbe fornito ulteriore energia per affondare ulteriori colpi a quelli solo provvisoriamente letali assestatigli. Lo stesso dicasi se, per accidenti, lui avesse usato un bah che suona come un’esclamazione di meraviglia, irritante, a dire il vero, dal momento che, per le argomentazioni addotte dalla fanciulla, sembrava assodato, per tutto il tempo del monologo femminile, che non ci fosse alcunché di inequivocabile.

Vitaliano_Brancati

E’ grazie a quei mah che mi è tornato in mente un bellissimo racconto di Brancati intitolato Pipe e bastoni in cui un vecchio fa di quella lapidaria espressione il precipitato di una personalissima visione della vita:

L’unica sua stranezza era una parola ch’egli pronunciava di quando in quando, con un tono così basso, di una dolcezza così profonda nella sua brevità, ch’io ne rimanevo sempre commosso: questa parola era: Mah!
Non c’era, in essa, né sconforto, né dubbio, né gioia, né delusione, o piuttosto non c’era alcuno dei sentimenti umani in misura forte e preponderante, ma un misto assai delicato e profondo di tutti.
Come uno strumento, usato per anni da esperti suonatori, riesce finalmente ad emettere un “la” o un “mi” di rara qualità, così quell’uomo, sperimentato per anni dalla vita, era in grado di mandare un suono particolare, un monosillabo che mi dava ogni volta una scossa ai nervi.
La sua vita era piena di fatti e di esperienze, ma egli non ne aveva ricavato alcuna regola.
Questo lo sottraeva al pericolo di morire fra i proverbi, come tanti altri siciliani.
Molte cose gli erano parse strane, e non era riuscito a capirle.
Ma per ciò non si tormentava la testa, né si credeva in diritto di pronunciare grandi parole come il mistero della vita o l’inconoscibile.
Si accontentava di guardarle attentamente nella memoria, guardarle, riguardarle, e finalmente diceva: Mah!

Non chiedete come finisse il film perché, a quel punto, avevo rinunciato a seguirne la trama da almeno un’ora.

Acrostico traverso

Si tratta di una variante più articolata, di mia invenzione, del tradizionale acrostico. In questa forma, non sono le lettere iniziali di ogni verso a formare un nome ma, nell’ordine: la prima lettera della prima parola del primo verso, la prima lettera della seconda parola del secondo verso, la prima lettera della terza parola del terzo verso, e così via. Quello che segue è un esempio, dedicato a uno dei miei personaggi letterari preferiti.

 

1200px-Armide«Argo non mai, non vide Cipro o Delo»

tanti ricci capelli promettere

lusinghe di magie e disincanti.

Se alla felicità ingannare serva,

sa l’astuta e dilettosa giovane

che nel fuoco ti svelerà Amore.

“De turpiloquio” (e altre scorie linguistiche nocive)

Leonardo da Vinci scriveva che “chi altri offende, sè non sicura” (Frammenti letterari e filosofici, III, 52), intendendo che chi insulta si deve in qualche modo preparare a una reazione che può essere dolorosa, a meno che un’evangelica mitezza (prerogativa della minor parte dell’umana progenie), non suggerisca seriamente di porgere l’altra guancia (o peggio).

Arthur Schopenhauer aveva invece spiegato come il ricorso all’insulto grossolano, all’offesa rozza e arrogante, sia una sorta di dichiarazione di resa, di implicita ammissione d’impotenza dialettica da parte di chi realizza inconsciamente di essere inferiore al proprio interlocutore e non voglia prenderne atto («la natura bassa sente una tendenza del tutto istintiva, appena avverte una superiorità spirituale»). Come si può pensare di riuscire a dominare il contendente se non si è in grado di controllare sè stessi?

Il frequente ricorso odierno all’insulto, la facilità con cui si pensa di risolvere anche banali controversie, prevaricando l’avversario con collerica villania, rappresentano insomma uno spostamento dell’attenzione dall’oggetto della contesa al contendente.

Certo è che la volgarità senza precedenti dei nostri tempi ha sdoganato i peggiori improperi ad ogni latitudine e longitudine socio-culturale: dal delinquente analfabeta dei quartieri urbani malfamati al televisivo maître à penser urlante,

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dall’adolescente di buona famiglia in subbuglio ormonale alla studentessa universitaria trentaelode (non importa quanto triste e solitaria o allegra ed espansiva), dal professore che si vuole accattivare, a modico prezzo, la simpatia degli studenti con un gergo poco confacente al suo ruolo di pedagogo al ministro degli Interni (ma sarebbe meglio dire “delle interiora”) che, in mancanza di idee e visioni, può far leva solo sulle viscere e i peggiori istinti della massa

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(“Per il solo fatto d’esser parte di una massa, l’uomo scende di molti gradini nella scala della civilizzazione. Preso da solo, era forse un uomo civile; nella massa, è un istintivo, perciò un barbaro”, dice Freud).

Il registro varia a misura delle virtù di chi si serve di epiteti e contumelie di varia natura, ma il minimo comune denominatore è tuttavia la reazione di chi trova immensamente più disdicevole l’insulto ricevuto di quello pronunciato. Come dire che l’offesa di cui ci rendiamo responsabili ci sembra sempre veniale, se messa a confronto con quella che talvolta subiamo.

Mi guardo bene dal fornire suggerimenti su come si possa arrecare discredito in modi ben raffinati. Lo aveva già fatto con convincenti argomentazioni, oltre al filosofo tedesco, l’argentino Jorge Louis Borges nella sua Storia dell’eternità, suggerendo metodi ed espedienti per rendere memorabili le offese attraverso l’intromissione di sofismi e l’invenzione di buone astuzie. E prima di lui, nel 1926, il letterato e lessicografo cinese Liang Shiqiu aveva licenziato un trattato (La nobile arte dell’insulto) che spiega bene quale dovrebbe essere il principio che regola l’ingiuria perfetta fornendocene la bussola argomentativa: «Quando si rivolgono critiche a qualcuno, bisogna farlo in una lingua infinitamente sottile il cui senso rimanga implicito. Conviene evitare che l’avversario si renda conto fin dalle prime parole che lo si sta criticando: è solo al termine di un certo tempo di riflessione, a poco a poco, che questi giunge a prendere consapevolezza che le parole rivoltegli erano tutt’altro che benevole. Lo si metta a suo agio, cosicché il suo viso dapprima sorridente, viri poi dal bianco al rosso, dal rosso al violaceo, infine dal violaceo al grigio plumbeo. Questo è il più alto grado nell’arte dell’insulto».

Ma senza elevarsi troppo nelle aeree regioni della speculazione d’autore, basterebbe soggiornare per qualche tempo in un quartiere proletario di Napoli, per rendersi conto di come nel lessico barocco e iperbolico di un popolo che ha conosciuto sottomissioni ancestrali si possa celare un’irriverenza che riesce ad essere superiore senza voler avere alcuna intenzione demolitrice dell’avversario. Quasi a volergli dire: “non ti sopporto, ma so scherzarci su”.
Capa ’e chiuovo detto a una persona ottusa e maldisposta a intendere ragione (come è dura la capocchia del chiodo) o Capa ’e ’mbrello col sostantivo usato eufemisticamente in luogo di un riferimento anatomico per dire di una persona che parla a vanvera, hanno un’efficacia espressiva immensamente superiore alla più corriva ed usuale delle ingiurie, quella per intenderci che attribuisce alla sommità del corpo maschile la conformazione della parte terminale del proprio organo riproduttivo.

Avrei serie difficoltà a prendermela più di tanto con qualcuno che volesse sottolineare la mia inadeguatezza dandomi del “cataplàsemo ’e semmente ’e lino” mentre non sarei disposto a perdonare chi mi apostrofasse con un meschino e corrivo “sei un coglione”. Quello che mi incuriosisce dell’insulto è perciò la capacità dello stesso di aprire squarci sui limiti di chi lo pronunci più che sulle reali ragioni di chi lo subisca. Il turpiloquio è il punto molle del pensiero e colpisce di più chi lo adopera, avvilendolo nella dignità e rendendolo ostaggio della propria aggressività.

Come gran parte degli esseri umani, di parolacce me ne sono sentite rivolgere non poche (anche da chi mi dichiarava affetto o amore), ricambiandole talvolta perché, come insegna Leopardi (pensiero LVII), “ad ottenere che gl’ingiuriatori si vergognino, non v’è altra via, che di rendere loro il cambio”. Ma mi ripugna così tanto l’abuso che si fa del turpiloquio che vorrei evitare anche di nominarli espressamente quei termini, preferendo loro alcune perifrasi che li rendano riconoscibili.

Alzino la mano gli uomini che non sono mai stati apostrofati con quel termine di origine longobarda che sta a indicare una massa fecale (umana) di forma cilindroide o con quello derivante dal greco κολεός (koleós, cioè guaina, fodero, sacchetto) e utilizzato poi nella Priapea o la donna che si è sentita assimilare a un’omologa esercitante commercio del corpo o alla femmina del bovino. Capita sovente di essere etichettati anche come individui che suscitano repulsione fisica (e che quindi sono da “schivare”) o di essere associati, in multiple varianti onomasiologiche, a un organo maschile la cui summa essenziale sembra essere la parte apicale. Indubbiamente i termini più odiosi, al punto da farmi venir voglia di venire alle mani, sono quelli che alludono a patologie o malattie come la sindrome di Langdon-Down o a svantaggi fisici e mentali che la Natura fa subire ai più sfortunati. Vocaboli inaccettabili più di altri perché designano correntemente categorie deboli o ritenute tali, e declinati per esprimere invece odio. Tra i giovani poi, di questi tempi, va molto di moda e viene usato con eccessiva e disinvolta frequenza un aggettivo orrendo che letteralmente significa “privato in maniera più o meno grave dell’integrità o dell’efficienza fisica o morale”. Beninteso, a seconda dei contesti in cui le parole vengono usate, il loro peso lesivo è differente, quello che conta è perciò l’intenzione con cui vengono usate.

Offendere è la cosa più facile e inutile che si possa concepire. Inutile, perché l’insulto che useremo per apostrofare qualcuno non servirà affatto a migliorarlo. palombella-rossaIo che di parole vivo e che nelle parole credo (“Come paaarlaaaa? Come paaaarlaaaa? Le parole sono importanti”, grida Nanni Moretti in “Palombella rossa”) cerco di non dimenticare mai che esse, a seconda delle circostanze, possono alternativamente essere finestre o muri, carezze o schiaffi. Forse è anche per questo che negli alterchi preferisco il più delle volte tacere, perché non mi rendo conto mai fino in fondo di quale possa essere il confine oltre il quale una parola possa diventare un proiettile. La parolaccia non è mai neutra, non è un semplice intercalare o una distratta interiezione, ma può arrivare dalle orecchie di chi ascolta al suo intelletto che vi scorge un sentimento o una qualità in grado di proiettare sull’interlocutore una luce sinistra. Siamo le parole che usiamo e la violenza verbale non si autoassolve, al pari della violenza fisica; chi parla male pensa male e chi pensa male agisce di conseguenza. A voler ricorrere ancora al mio adorato Leopardi, continuo a ritenere che “a viver tranquilli nella società degli uomini, bisogna astenersi non solo dall’offendere chi non ci offende, cosa ordinaria: ma eziandio, cosa rarissima, dal procurare che altri ci offenda”.

MATTEO IS THE NEW MACISTE

Agli inizi del Novecento, Gabriele D’Annunzio che in quanto a strategie mediatiche e d’immagine poteva dare lezioni a chiunque (e molto prima che esistessero corsi di laurea in Scienze della comunicazione e influencers da tastiera), s’inventò il personaggio di Maciste. Forte come Sansone, ma anche buono, egli era l’eroe che proteggeva l’umanità dai pericoli che possono arrivare da qualsiasi latitudine e longitudine e per questo se la doveva vedere con individui di ogni risma, riuscendo sempre a trionfare.

D’Annunzio da par suo aveva fiutato lo zeitgeist intuendo lo smodato bisogno che gli italiani hanno dell’uomo forte. E il cinema ne fece una maschera popolarissima a cui prestava il volto Bartolomeo Pagano, un ex camallo ligure

Bartolomeo Pagano nel ruolo di Maciste

(uno scaricatore di porto, insomma), che finì col rappresentare una sorta di creatura mitologica, un’icona di forza e giustizia, un uomo buono e possente (il nome deriva dal greco mékistos, superlativo di makròs-grande) protagonista di decine di film fortunatissimi in cui veniva messo di fronte alle prove più inverosimili e paradossali uscendone sempre vittorioso. Tanto paradossali da farlo diventare infine la parodia di sé stesso e, infatti, in una di queste pellicole se la deve vedere pure con Totò perdendoci inevitabilmente la faccia.

In modo straordinariamente più metamorfico del Leonard Zelig di Woody Allen, Maciste fu alternativamente – scorro i titoli di una ricca filmografia – alpino, atleta, medium, poliziotto, imperatore, gladiatori; fu alternativamente colto in parentesi in cui risultò “innamorato” e “salvato dalle acque”, in “vacanza” e “all’inferno”, “nelle miniere di re Salomone” e “nella valle dei guai”; se la dovette vedere con leoni e ciclopi, sceicchi e vampiri, mostri e tagliatori di teste. Una volta lottò pure col suo alter ego, Ercole, e una volta persino contro Zorro.

Ecco: provate a sostituire al nome di Maciste quello di Matteo e capirete da dove viene la smania di un ministro di indossare ossessivamente qualsiasi maschera e qualsiasi uniforme finendo col diventare la sua stessa caricatura.

Agli inizi del Novecento era D’Annunzio, oggi ci sono i  social media manager (come Luca Morisi, cervello della social beastleghista), i guru come Davide Casaleggio, gli addetti stampa come Rocco Casalino. E questo dovrebbe dare la misura, semmai ce ne fosse bisogno, di quanto tragicamente ridicoli siano i nostri giorni. Se dovessimo immaginare il prossimo rebranding di Salvini, rimane solo la produzione seriale di pupazzi della Mattel per i nostri figli, piccoli uomini del domani. E allora via col commercio di bambolotti raffiguranti Matteo chef, Matteo guardia penitenziaria, Matteo poliziotto, Matteo pompiere, Matteo in costume da bagno, ecc. Esattamente com’è avvenuto per le collezioni di Barbie: Barbie sposa;  Barbie principessa; Barbie bikini; Barbie red carpet e così via.

Postilla: Bartolomeo Pagano, nonostante il fisico atletico, morì d’infarto forse a causa di un’alimentazione poco appropriata e molto ricca di grassi.

Intelligenti pauca.