Maledetta didattica a distanza!

Maledetta didattica a distanza! Maledetta perchè mi impedisce di guardare negli occhi i miei studenti, perchè mi perdo nella fissità di un monitor che rimanda pulsanti, menu e comandi con cui maldestramente armeggiare. E io invece affogo nell’imbranatezza che mi fa perdere tempo cercando di condividere una lirica o un’immagine di cui vorrei discutere. D’accordo: è una necessità dettata dall’emergenza, dalla consapevolezza del rischio che corriamo in questo momento, e la ragione – ma solo in questo caso – ha ragioni che il cuore non conosce. La salute prima di tutto, e lo sottoscrivo. Ma fosse per me, li vorrei tutti accanto gli studenti, com’era prima della fine del mondo. Mi mancano. Mi manca la battuta scambiata fuori dell’aula prima o dopo la lezione, il motto di spirito intercalato tra una chiosa a margine di un verso di Petrarca e la divagazione sul sisma esistenziale causato dalle infatuazioni giovanili, i sorrisi di chi si affaccia a un nuovo corso della vita con la bussola dell’entusiasmo, lo stesso che incoraggia il tuffo nel mare aperto del futuro. Qualcuno dirà che esistono attività (come quelle sperimentali o di laboratorio) per i quali non è nemmeno ipotizzabile lo svolgimento da casa. Io dico che non esiste proprio alcuna disciplina, e direi tanto più per quelle cosiddette “umanistiche”, che muovono dall’assunto della centralità dell’essere umano e non della macchina, in cui il rapporto vivo, presente, fisico con gli allievi possa essere surrogato da qualsivoglia forma di pedagogia in remoto. Ogni sapere si progetta e si costruisce a partire dal confronto vivo, da sollecitazioni attive e lo scopo della letteratura è proprio quello di rendere “presenti” parole e idee concepite secoli prima e che resistono solo a condizione di saperle rianimare in aula. La relazione educativa è un problema di comunicazione complesso che prevede coinvolgimento attivo, diretto, non semplice scambio di file, dispense e videolezioni.

Per quanto si cerchi di riprogrammare i docenti subordinandoli alla téchne, l’arte dell’insegnamento vive degli stessi princìpi: ci sono docenti che si definiscono per ciò che sanno e altri per ciò che sono. Non so a quale delle due categorie appartenga e comunque non spetta a me dirlo. Gli unici titolati a farlo sono gli allievi che ho cercato di aiutare a capire chi fossero, e a cui ho semplicemente raccomandato di essere il meglio di qualsiasi cosa provassero a essere. Non dico quelli che ho “formato” poiché nel verbo c’è come un’implicita considerazione dei giovani come di cera molle da plasmare, appunto perché informe. E invece i giovani, almeno quelli con cui ho a che fare all’università, una forma ce l’hanno già, talvolta anche molto precisa, anche se hanno bisogno di riconoscerla e valorizzarla. Se devo pensare quindi a ciò che vorrei essere per loro, mi vengono in mente solo i professori che ho amato e a cui cerco di assomigliare, mi chiedo cosa pensino, da cosa sia scaturita la mia stima per loro, e mi dico della necessità di non lasciare mai un’immagine sfocata di sé stessi. Rifletto su come sia decisivo e vitale dimostrare che, a monte dei libri che leggiamo e delle pagine che scriviamo, c’è il credere nello studio come a una sorta di montaliana occasione, un grimaldello con cui scardinare la porta verso un mondo altro, parallelo a quello reale, in cui abitano idee e moralità che sono “per caso” anche nostre.

Per alcuni giovani che ho laureato, ho trepidato e gioito come se fossi stato io a sostenere l’esame. Li ho assistiti e aiutati a preparare la loro prova finale, ma lavorando di cesello, senza essere invasivo, assecondandone le idee, non pretendendo di essere il vaso pieno che riempie quello vuoto, incoraggiandoli quando si demoralizzavano, incuriosendoli con una battuta o un’ipotesi lasciata intenzionalmente a galleggiare nella loro mente, confidando nella capacità che avrebbero avuto di tracciare autonomamente un percorso su cui procedere, rispettando il loro diritto a sbagliare, ma soprattutto quello di rendersi conto da soli degli errori. L’alleanza tra un docente e uno studente è polemica, nel senso del Πόλεμος o pòlemos, della necessaria controversia, cioè, affrontata con spirito di comprensione, con la volontà di capire e far capire, con la possibilità di un vincere che non è convincere. Questo è possibile a condizione di uscire dalla torre d’avorio delle proprie certezze e conoscenze e incontrare – in presenza – lo studente, per conoscerne le attese e la storia intellettuale (cosa legge, cosa guarda, come parla).

Insegnare significa, letteralmente, lasciare un segno, un’orma, non semplicemente trasferire dei contenuti: essere come Socrate che, nel Simposio, si rifiuta di rispondere alle domande di Agatone mostrandosi lui per primo un collettore di domande, desideroso di apprendere. Entrare fisicamente in aula significa pretendere di fondare uno spazio tenuto insieme dalla lealtà e dal bisogno tutto umano di conoscere prima di poter giudicare. E tutto – leggere, scrivere, interpretare, studiare, dibattere, dubitare – dev’assumere le forme di un’unica grande Lezione. L’aula, non importa se sgarrupata o high tech, è un’eterotopia della società, nel senso in cui la intende Foucault: uno di quegli spazi, cioè, «che hanno la particolare caratteristica di essere connessi a tutti gli altri spazi, ma in modo tale da sospendere, neutralizzare o invertire l’insieme dei rapporti che essi stessi designano, riflettono o rispecchiano». E’ un ring del pensiero o un reagente che interviene attivamente nella performance di ogni docente: quante volte mi è capitato di “capire” veramente cose che spiego da anni – nel senso di vederle in una luce nuova – nel momento stesso in cui mi trovavo a spiegarle, magari perché sollecitato da una domanda imprevista e innocente di uno studente che la poneva premettendo, a sua excusatio non petita, «forse è una domanda banale»? In aula non si consegnano informazioni, ma ogni docente mette in gioco sé stesso, prima di tutto, dicendo «Io» e chiamando individualmente in causa ogni studente. Che è quanto ripeto ai ragazzi ad ogni mia prima lezione di un nuovo corso: non vi aspettate da me risposte, ma accontentatevi di tutte le domande e i dubbi che riuscirò a suscitare in voi. Pretendere che sia io a fare un giovane allievo non mi dà la soddisfazione che darebbe l’essere lui a scoprire me. Che non significa “essere amici”, ma riconoscere le rispettive diversità relative.

Come scrisse Victor Hugo, a metà dell’Ottocento, nel suo Sul libero insegnamento, «istruire, gli è costruire. A me non basta che le vegnenti generazioni ci succedano, intendo ancora ch’esse ci continuino». Che siano anzi, dico io, migliori di me. In quell’incomparabile poema del mondo terreno che è la Divina Commedia, Dante incontra il suo maestro Brunetto Latini all’inferno, tra una torma di peccatori, ma ciò non gli impedisce di riconoscerlo e celebrarlo come colui che lo aveva iniziato alle lettere e alla filosofia, gli dice che, anche in quel luogo di sofferenza, nella mente gli è fitta e lo «accora la cara e buona imagine paterna / di voi quando nel mondo ad ora ad ora / m’insegnavate come l’uom s’etterna». E Brunetto a sua volta riconosce in Dante l’allievo che saprà mettere a frutto le sue lezioni, gli raccomanda: «Se tu segui tua stella, / non puoi fallire a glorïoso porto, / se ben m’accorsi ne la vita bella». Funziona più o meno così il discepolato.

Se ti blocco ti cancello

In epoca di distanziamento sociale coatto, il nostro Io tenderà a definirsi sempre più come virtuale, conformato cioè allo spazio dei social network? Si indebolirà la percezione già labile che abbiamo dei reali rapporti umani? Era già avvenuta la mutazione antropologica in donne e uomini “dello schermo” (non in senso stilnovistico, intendo): dello schermo dei device elettronici con cui gestiamo ormai la socialità, esoscheletri digitali di una dimensione fittizia dell’essere, di identikit prêt-àporter che rendono oltremodo artefatte le relazioni interpersonali. La tecnologia ha favorito la comunicazione tra gli esseri umani in un senso quantitativo, non certo qualitativo, l’ha velocizzata, ma facendo perdere di vista il fatto che l’architettura di un rapporto umano poggia su pilastri costruiti col cemento armato della pazienza. Tanto più se questi rapporti sono di tipo sentimentale: la costruzione di un amore, canta Fossati, «spezza le vene delle mani, mescola il sangue col sudore, non ripaga del dolore». Non si ha più il coraggio, invece, di affrontare le “crisi” che, etimologicamente, hanno anche una valenza positiva, in quanto occasioni di discernimento e di crescita. Un segnale, in questo senso, è la diffusa pratica di chi si affida al ghosting per porre fine a rapporti sentimentali talvolta disfunzionali o sbagliati. Gosthing, letteralmente equivale a diventare un fantasma, cioè sparire improvvisamente rinunciando a spiegazioni e confronti, creando repentinamente un vuoto, stabilendo una distanza che si vuole sia incolmabile: si cancella, “bloccandola” (sui social o nelle app di messaggistica), l’identità di chi si ritiene responsabile di qualche torto come per una forma subdola di abuso emotivo che assuma le parvenze di una sorta di “killeraggio” virtuale. Le motivazioni possono essere di varia natura, ma è chiaro che si tratta di un’illusione. Paradossalmente, l’assenza rafforza ancor più il fantasma del rimosso e se la vittima viene confinata in una sorta di limbo psicologico in cui non ha la possibilità di elaborare fino in fondo il trauma dell’abbandono anche il carnefice finisce con lo scontare una condanna, vale a dire il riconoscimento del potere di chi non si riesce a sopportare nemmeno in una foto profilo e che, come le proverbiali scimmiette, sceglie di non vedere, non sentire e tanto meno parlargli. Una deliberata censura e autocensura di ragione e sentimento, insomma.

Certo, non esistono galatei della fine, ogni storia ha l’epilogo che si merita, ma le conseguenze sono sempre le stesse: da una parte o dall’altra c’è sempre qualcuno che soffre e a volte il dolore annichilisce, lascia senza pelle, a nervi scoperti e si vorrebbe solo dimenticare, come cercano inutilmente di fare i personaggi di quel geniale – per struttura narrativa e temi – struggente film che è Eternal Sunshine of the Spotless Mind, di Michael Gondry (regista) e Charlie Kaufman (sceneggiatore). Non certo una commedia romantica, come il rozzo e agghiacciante titolo italiano lascia intendere – Se mi lasci ti cancello (ma in questo genere di stupri traduttologici abbiamo sempre fatto scuola) – ma una riflessione profonda sul fatto che non esiste il tempo, ma solo la memoria che se ne ha – e questa non si può cancellare. I protagonisti Joel (Jim Carrey) e Clementine (Kate Winslet) che si rivolgono a una società che offre terapie di rimozione di cluster della memoria che hanno causato sofferenza e trauma da abbandono, che è in altri termini ciò che la psicoterapia definisce abreazione – cioè la scarica emozionale attraverso la quale un soggetto si libera di un trauma antico i cui termini essenziali sono rimasti inconsci – realizzeranno quanto inutile sia la pretesa di quell’illusione del pensiero desiderante che vorrebbe cancellare l’incancellabile, inutile poiché persino nelle più disastrate storie d’amore ci sono ricordi a cui non si vuole rinunciare, attimi fuggenti che continuano a risplendere anche nel peggiore disincanto. L’itinerarium mentis di Joel/Carrey, inquilino della propria memoria e prigioniero che vuole evadere da essa, si trasforma perciò invece nel tentativo di impedire proprio l’intervento ‘abrasivo’ che resetta il tracciato mnemonico. «Ricordare: dal latino re-cordis, ripassare dalle parti del cuore»; inizia così Il libro degli abbracci di Eduardo Galeano. I ricordi sono l’estremo abbraccio a chiunque abbia scelto di abitare disarmato la nostra vita, anche solo per pochi momenti sufficienti a regalarci l’apparenza di una qualche forma di felicità. L’infinita letizia della mente candida, dimentica del mondo e dimenticata dal mondo, è l’aspirazione che si esprime nei versi della bellissima Lettera di Eloisa ad Abelardo di Alexander Pope che danno il titolo a quel film: How happy is the blameless vestal’s lot! The world forgetting, by the world forgot. Eternal sunshine of the spotless mind!

Al netto degli spunti filosofici che la trama suggerisce – ci si può ritrovare dentro Parmenide Schopenhauer e Nietzsche che vanno a braccetto – il punto è che la serenità e la felicità non si possono simulare. Tutti devono imparare prima o poi dalla propria esperienza, come dice il testo di una canzone nel film: Everybody’s got to learn sometime. Solo così si può convivere con il dolore generato dall’abbandono e si può avere piacevole memoria di qualcosa o qualcuno che ci ha fatti soffrire. E’ pur vero che nemmeno l’amore riesce ad essere eterno quanto la delusione, ma questa si presta almeno meglio ad essere anestetizzata dall’indulgenza del tempo. Almeno così sembrava pensarla Boccaccio nel suo Decameron quando, nel proemio del suo Decameron, scrive che, prima di affidarsi al potere terapeutico della scrittura (dalla mia prima giovanezza infino a questo tempo), gli era successo di innamorarsi perdutamente (essendo acceso stato d’altissimo e nobile amore) di una donna non adatta a lui (forse più assai che alla mia bassa condizione non parrebbe) e di esserne quasi impazzito (mi fu egli di grandissima fatica a sofferire… per soverchio fuoco nella mente concetto da poco regolato appetito). Ma di esserne infine uscito, conservandone persino imprevedibilmente un buon ricordo (si diminuì in guisa, che sol di sé nella mente m’ha al presente lasciato quel piacere che egli è usato di porgere a chi troppo non si mette ne’ suoi più cupi pelaghi navigando), in grado di procurare persino piacere (ogni affanno togliendo via, dilettevole il sento esser rimaso). Ciò perchè l’amore, come tutte le cose che il buon Dio ci ha riservate (ma sì come a Colui piacque) è destinato prima o poi a finire (per legge incommutabile a tutte le cose mondane aver fine nella vita) al pari di tutte le cose umane.

Insomma, l’equilibrio imporrebbe al saggio di considerare sempre che la fine di una storia d’amore non è qualcosa che si è perduto, ma qualcosa che si è avuto. Che è già auspicio nobile e saggio, se non fosse contraddetto dal risentimento che finisce con l’intossicare anche i ricordi che dovremmo proteggere dal veleno delle recriminazioni. A dispetto di quelle sagge proposizioni d’intenti, un Boccaccio cinquantenne mostrerà di non aver appreso fino in fondo l’arte dell’«emanciparsi dall’incubo delle passioni», come canta Franco Battiato. Con piglio decisamente politically uncorrect, se la prenderà, nel Corbaccio, con una vedova (il nero corvo malefico del titolo) “colpevole” di non aver ricambiato il suo interesse. Altro che l’esaltazione della nobiltà e dell’intelligenza femminile del contemporaneo trattato De mulieribus claris, scritto “in alta lode del sesso femminile” («in eximiam muliebris sexus laudem»)! Se fosse vissuto ai giorni nostri, l’autore del Decameron avrebbe potuto liquidare la questione semplicemente bloccando la donna su Whatsapp, piuttosto che indirizzarle il furore delle più livorose contumelie, facendo così propri tutti i clichés della misoginia medievale sul famigerato «porcile di Venere». Che delusione!

Chissà cosa avrebbe detto Pasolini…

45 anni da quel 2 novembre in cui perse la vita. E da allora almeno una volta l’anno mi chiedo ancora: chissà cosa avrebbe detto Pasolini su un tema o un altro dell’attualità? Una nostalgia che fa il paio solo con quella per Leonardo Sciascia. E quel che resta è invece poco più della sensazione di un opaco e indefinito disagio rispetto al quale gli odierni maître-à-penser, lungi dal saper ristabilire la logica di un intero quadro globale schizofrenico, sono ormai impotenti o, nella migliore delle ipotesi, inascoltati.

Debordante e animato da fervore pedagogico, accorato e profetico, Pasolini seppe assolvere, come pochi in un secolo, la missione intellettuale che consiste nel dare respiro e dignità epocale a una politica concepita come lotta tra “concezioni del mondo”. Complesso, certo, perchè umanamente  contradditorio, ma anche per altri motivi: l’ampiezza della produzione, peraltro legata strettamente al momento storico-sociale in cui fu concepita; la connotazione storico-geografica spesso determinata; la densità della scrittura in cui tutto è essenziale; il senso profetico della propria esistenza paragonabile forse solo a quello che secoli prima ebbe Dante Alighieri.

Proviamo a immaginare il suo destino operando una surrettizia interpolazione anagrafica, rimuovendo cioè tutto ciò che produsse nei suoi ultimi sette anni, prima di passare per le forche caudine di una persecuzione pubblica che avrebbe conosciuto il suo straziante e coerente epilogo nell’Idroscalo di Ostia. La sua morte sconcia ha preso il posto di Pasolini stesso, l’oggettività della sua morte, come scrive Sciascia a proposito dell’agonia del tolstojiano Ivan Il´ič, ha «un oggettività, per così dire, figurata» e aggiungo io, ottundente. Ha legittimato letture romanzate della sua personalità, finendo col deformarlo e travisarlo, ha consentito l’uso strumentale di pagine che, slegate dal contesto in cui furono prodotte, hanno finito con l’immiserire un sistema di pensiero complesso e  problematico, da valutare sempre e simultaneamente nella sincronia dei rapporti che agivano con la società e la cultura coeve e nella diacronia di quelli che ne disegnavano l’evoluzione, tanto in riferimento alla propria parabola artistica e intellettuale che in relazione allo sviluppo storico e sociale dell’Italia postunitaria. 

Proviamo a immaginare lo scrittore friulano scrostandogli di dosso quell’uniforme di scrittore dell’impurità, delle provocazioni sul fascismo degli antifascisti, dell’indistinzione fisica tra i giovani di destra e di sinistra, l’intellettuale cioè antirazionalista, isolato e polemico, degli ultimi anni. E chiediamoci oggi cosa ricorderemmo di lui senza tutto ciò. Critici come Giovanni Raboni ritenevano che Pasolini avesse nel tempo occupato stabilmente quel posto di poeta nazionale, di Vate, che dal Risorgimento in poi era stato appannaggio di Carducci prima e poi, con la complicità del fascismo, di D’Annunzio. Con la differenza, rispetto ai suoi predecessori, che nel suo caso a ritornare alla memoria non sono versi, ma frammenti di prosa giornalistica: il che potrebbe far pensare che a resistere sia il prosatore polemista piuttosto che il poeta. E questo è in gran parte vero, ma a condizione che si assuma anche la sua prosa giornalistica come una forma di letteratura, di giornalismo «di poesia», per riprendere il titolo di un suo saggio. Ed è un tipo di saggismo diverso da quello accademico, in cui il critico si impone l’obbligo di una mediazione discorsiva, parte dallo stesso assunto di sperimentalismo che lo contraddistingue anche quando usa altri linguaggi, passa dalla saggistica di Passione e ideologia (1960), in cui analizza sostanzialmente testi poetici, per approdare infine a una forma di saggismo globale che nasce dall’occasione, coniuga autobiografismo,  riflessioni su opere letterarie e osservazioni sui costumi sociali e culturali, con una cifra di moralismo pervasivo e intenso. Si pensi alla sua elegia funebre sulla fine dell’Italia preindustriale e delle culture contadine di tutto il mondo che è una modernissima invettiva apocalittica contro uno sviluppo che non diventa vero progresso, l’anticamera di un «nuovo fascismo» che, sotto la superficie innocua del consumismo, è diventato genocidio culturale di tutte le forme di vita umana precedente. E la terminologia che usa, ossessivamente ripetuta e abilmente variata, ha una fortissima carica lirica e mitizzante. Ciò ha dato ai suoi articoli una forza d’urto straordinaria che ha reso memorabili i suoi concetti-mito (l’omologazione; la mutazione antropologica; il genocidio culturale: il Palazzo). Sicché la forma del saggio sembra tornare, con lui, alle origini: riprende tutta la sua energia gestuale, teatrale, retorica, giudiziaria, riversa tutta la sua poesia di confessione e di rimpianto facendo degli articoli un punto culminante, riassuntivo, testamentario.

Sarà forse perché la poesia non gode oggi di grandi fortune o probabilmente perché ciò che resta di Pasolini è la sua statura di scrittore tragico, di profeta, di vox clamans da tempi calamitosi che, non a caso, visse gli anni del boom come un esilio, sognando, in odio ai miti del consumo, la radicale «alternativa» dell’Africa. Tuttavia che sia l’indimenticato artefice degli Scritti Corsari a venire in mente trasversalmente a chiunque se ne voglia appropriare può voler dire solamente che sono proprio tragici i tempi che viviamo. Dovremmo necessariamente dirci, invece, che Pasolini è tutto in quegli ultimi anni. È li che esplode la sua contradditorietà, la vocazione all’eresia e allo scandalo ed è, infatti, solo di quello che resta traccia nei giornali e nell’opinione pubblica: il polemista che usa le grandi armi della retorica e fa appello alla ragione; lo scrittore corsaro che conosce bene quello che accade al corpo vivo dell’Italia perché, a differenza dei suoi colleghi letterati, s’immerge con la sua carne, il sudore e il sangue nelle viscere di quella periferia in cui conoscerà la fine e l’inizio della sua seconda morte. Una seconda morte: quella che si è presentata camuffata subdolamente nelle forme di una costante beatificazione laica, che lo ha trasformato in un santino o un’icona, non diversi da quelli di Padre Pio o Giovanni Paolo II, per via di un riuso strumentale e indiscriminato che isola artificialmente elementi di una visione del mondo stratificata e naturaliter contraddit¬toria, per dare sostanza e autorevolezza a posi¬zioni politico-filosofiche incapa¬ci di averne autonomamente. La contraddizione, appunto, funziona come elemento di saldatura necessario e rigoroso con il mondo; se ne sono possono riconoscere molteplici articolazioni nel gusto pasoliniano per l’ossimoro. E nelle tensioni non dialettiche che si instaurano tra opposte esperienze si inquadrano quasi tutti i nodi cruciali dell’esistenza e del pensiero, a partire dall’omosessualità, vissuta come sofferenza ed elezione, peccato e purezza, cognizione del dolore ed ebbrezza, vitalità e disperazione.

Non ci si può accostare a Pasolini da prospettive parcellizzate: lo sguardo dev’essere sempre d’insieme, simultaneamente rivolto a tutti i linguaggi che egli adopera. Non c’è dubbio, ad esempio, che una circolarità di esperienze saldi in perfetta unità le due attività della scrittura e del cinema. Ciò non sempre è tenuto in giusta considerazione da parte della critica. Egli sentiva fortemente la limitatezza della parola mentre voleva parlare a molte persone e cinema è un linguaggio che si diffonde meglio, non ha bisogno di traduzione, si può trasferire in altri paesi. L’unico approccio possibile per me è stato perciò disordinato, onnivoro, candido e irrazionale, come si conviene a un artista rinascimentale (l’ultimo) che tesse attorno a sé una ragnatela di interessi e linguaggi – narrativa, poesia, critica militante, filosofia, politica, musica, pittura, cinema, teatro) sicché la sua migliore opera è la sua Opera, nella e inestricabile fusione di arte e vita, nell’inutilità e impossibilità di separare i fili che da una zona rinviano a un’altra. 

Dire che si tratta di un autore unico è cosa diversa dal dover dire se si tratta o meno di un “classico” del magmatico panorama novecentesco; d’altronde è impossibile dare uno sguardo d’insieme senza incorrere nella genericità, per la natura stessa dei problemi stilistici e delle tematiche che prospetta già ai suoi esordi. Certo, oggi si avverte la necessità di ripensare Pasolini, di stabilire cosa resista della sua poesia, ma soprattutto si avverte l’impotente rassegnazione di dover riconoscere che dopo la morte sua e quella di Sciascia, siamo rimasti tutti orfani di intelligenze inimitabili.  

[N.B.: in questo blog si può anche vedere un mio omaggio in video: In forma di rosa. Sei quadri e un requiem per Pasolini]

Camelie per Greta

Fu Marcel Proust a scrivere che La Traviata è un’opera «che va all’anima, da amare per sé stessa senza doverne parlare». Merito di Verdi che, a suo dire, diede alla Signora dalle camelie lo stile che le mancava. Non che l’autore della Recherche ritenesse trascurabile il dramma di Dumas fils, ma perché, diceva, quando «un’opera drammatica tocca i sentimenti popolari, ha bisogno di musica».

Il cinema, invece, che nasce come spettacolo intrinsecamente popolare, più che della musica ha avuto bisogno di volti, ragion per cui il melodramma, quando è approdato al grande schermo, non ha quasi mai avuto relazione con l’omonima forma musicale, a parte l’aver tratto origine dai medesimi libretti. Se il melodramma poi, specialmente quello cinematografico, presenta soprattutto personaggi femminili è perché vi furono attrici come Greta Garbo che si identificarono con questo ge­nere, riproponendo sullo schermo, in un’ineguagliabile teoria di gesti e sguardi, il tema del sacrificio amoroso, della luttuosa espiazione, della dedizione all’idea di amore come totalità e assoluto. Non a caso «la divina» interpretò per due volte la tolstoiana Anna Karenina e fu «la signora dalle camelie» nella più raffinata e più nota delle versioni filmiche, quella Margherita Gauthier di George Cukor, inspiegabilmente ribattezzata Camille dagli americani.

Correva l’anno 1936, la Garbo ‘parlava’ già da 5 anni («Garbo talks» era stato il fortunato slogan coniato per lanciare Anna Christie, il suo primo film sonoro) e l’attrice era al culmine della propria fama. I film sonori avrebbero messo in luce la dualità del suo personaggio di femme fatale, accentuando l’ambiguità, rivelando il risvolto sacrificale del cliché della sirena. Non era straordinario solamente il totale abbandono all’impossibilità di un amore, ma la capacità di rappresentare una fragilità piena di sentimento, tanto dolente quanto controllata con chirurgica precisione, con la capacità di dosare esattamente le complessità e i chiaroscuri delle emozioni, fino a far diventare quasi invisibili i propri partner. Icona perfetta, inarrivabile, capace di riscattare con uno sguardo o un sospiro le sciocchezze delle vicende più improbabili, con quell’inconfondibile timbro di voce che prometteva estasi e dannazioni: non semplicemente una diva, ma il «prototipo di tutte le dive», come disse di lei il suo regista preferito, Clarence Brown. La gente in America correva al cinema non tanto per cercare le eroine di Tolstoj o Dumas né tantomeno la ‘fedeltà’ alle opere che le avevano partorite, ma per trovare la «divina», il cui volto di un Novecento pallido e trasognato trasmetteva ricordi e debolezze, il cui fascino, ha scritto Marco Ramperti nell’Alfabeto delle stelle, «nasce da questa sospensione dello spettatore, che non può rifiutarla per falsa, pur non osando accettarla per vera». Fu questo a renderla mitica, la sua natura cioè di immagine ossessionante che sfugge però ad ogni definizione; non poteva essere certo un caso, se qualche anno prima aveva interpretato il ruolo dell’Ignota in As you desire me (1932) di George Fitzmaurice, versione cinematografica della commedia di Pirandello su una donna che può o non può essere la moglie, persa da tempo, di un uomo che ora il suo amante e a cui dice: «Non c’è nulla in me, nulla di me; prendimi, prendimi e fammi come tu mi vuoi».

Se il viso di Rodolfo Valentino, anni prima, aveva provocato dei suicidi, quello della Garbo partecipava – ha scritto Roland Barthes – «del medesimo regno di amore cortese in cui la carne sviluppa mistici sentimenti di perdizione». La divinità è tale quando da uno stato relativo si passa a uno assoluto, quando l’evento si fa Idea. Quante attrici hanno accettato di esibire la corruzione della propria bellezza nella maturità? Non fu così per la Garbo che volle preservare, sparendo dalle scene, la perfezione della propria bellezza che da plastica diventerà intellettuale, da esistenziale sublimerà in essenziale.

Quello della cortigiana à la pagé Marguerite Gautier era stato il ruolo per eccellenza delle grandi attrici delle generazioni precedenti alla Garbo – da Sarah Bernhardt a Eleonora Duse ed Ethel Barrymore – e celebrato già durante l’età del muto grazie a grandi star dell’epoca come Theda Bara, Alla Nazimova e Norma Talmadge. Il sogno di interpretare l’eroina romantica fu però il prodotto di una triplice combinazione: un produttore geniale e potente come Irving Thalberg che fu il vero deus ex machina del film, sebbene non accreditato; un costumista leggendario come Adrian che cesellò definitivamente l’immagine della diva dopo film come Il bacio, Anna Christie, Anna Karenina e Grand Hotel, e uno dei più raffinati ed eleganti registi “di donne” come George Cukor, specialista di trame che richiedessero una morbida attitudine al sudoku delle psicologie dei personaggi.

La consegna agli sceneggiatori fu però quella di dare ritmo e verve al testo di Dumas, e fu una scommessa riuscita, come dimostra la scena in cui Camille/Marguerite e Armand progettano di sposarsi, e recitata, come ebbe a dire Thalberg, «come se stessero tramando un omicidio». Confezione lussuosa, forse anche troppo, nello sfoggiare la società parigina della metà del XIX secolo come un misto di Régence e Basso Impero, tutto teatri, sale giochi, interni sfarzosi, costumi sontuosi, sempre un tono sopra la più congeniale ambientazione borghese, e in cui a spiccare, oltre alla protagonista, non è tanto l’esangue Armand interpretato da Robert Taylor, quanto il vero comprimario dell’attrice, un Henry Daniell capace di restituire la crudeltà e l’insolenza del barone di Varville meglio di come avrebbe saputo fare lo stesso Dumas.

Non sapremmo dire se sia la migliore prova della Garbo, di sicuro era l’unico film che amava tra tutti quelli di una ventennale carriera. Ma non si riuscirebbe ad avere un’idea esatta della sua interpretazione, senza conoscere quanta della propria sofferenza concorse all’empatia con i tormenti della dame aux camélias. Le diete dimagranti imposte dallo star system sin dagli anni Venti avevano indebolito un organismo che male avrebbe sopportato la polmonite sofferta durante un soggiorno invernale in Svezia, poco prima della lavorazione del film. A questo si aggiunga lo strazio vissuto dall’attrice per la prematura morte del trentasettenne Thalberg, durante le riprese della scena finale e che le fece balenare l’idea di abbandonare anzitempo il set. Era stato lui, in effetti, l’ispiratore più dinamico dell’opera e il suo segno si sente fino alla fine; l’intuizione, per esempio, che la scena della morte di Marguerite dovesse essere quasi muta, piegata in un sussurro, candida come un cigno, in piedi abbracciata ad Armand è un suo coup de theatre. Quando il film uscì a Londra persino il famoso polemista Henri Jeanson, critico del settimanale satirico “Le Canard enchaîné”, tipo poco sensibile al sentimentalismo mondano e al clamore dei battages pubblicitari scrisse che quello era «non solo uno dei grandi momenti nella storia del cinema, ma un grande momento nella storia dell’arte». E l’italiano Enrico Roma, su “Cinema illustrazione” affermò che fosse «la più appassionante agonia» che il cinema avesse mai mostrato alle folle. «Era inutile spiegare» – ha scritto Guglielmo Zucconi – «che quando Greta Garbo spirava come Margherita Gautier fra le braccia di Robert Taylor nei panni di Armando, tutto il cinema, compresi i mascalzoni più coriacei, singhiozzava e perciò era un dovere, una forma di partecipazione al lutto, restare per assistere una seconda volta al tragico epilogo». Se ne sarebbe ricordata anche Maria Callas che a lei si ispirò nella stessa scena della sua Traviata, riconoscendole una musicalità che riusciva ad esprimersi anche senza l’ausilio della vibrante melodia verdiana.

Il merito di tutti i registi che acquistarono fama anche grazie a lei, non fu tanto la capacità di dirigerla, quanto quella di mettersi umilmente e devotamente al suo servizio, di lasciare che fosse la sua personalità a innervare il film, riuscendo a rendere credibili anche le situazioni più convenzionali. Ecco perché un film con la Garbo finiva di essere un film di Mauritz Stiller, Clarence Brown o George Cukor, per diventare sempre e comunque un film di Greta Garbo.

Amor fu

L’insonnia dà belle soddisfazioni, tutto sommato. Nell’erranza notturna ti può capitare di imbatterti in pagine che ti squadernano mondi, alleviano angosce, illuminano la memoria. Ritrovo nel disordine delle mie librerie, la biografia di Adèle Hugo scritta da Leslie Smith Dow (La miserabile, Menichelli), basata su diari e lettere inspiegabilmente mai tradotti in Italia, e mi tornano in mente le scene del film che gli dedicò Truffaut e in cui la quintogenita di Victor aveva la diafana abbagliante bellezza di Isabelle Adjani.unnamed Una vita tormentata, finita a 84 anni, dopo averne trascorsi un terzo in manicomio, la dispersione progressiva di un’intelligenza scintillante, nutrita di letture e scritture, di relazioni intellettuali aggiornatissime per la metà dell’Ottocento e per una femminista integrata in un milieu inequivocabilmente patriarcale, come del resto il suo modello George Sand. adeleAdèle non si sposo mai, proprio per rifiuto dell’istituto matrimoniale inteso come il principio regolatore della società del suo tempo. Ma amò perdutamente, non riamata, lo squallido ufficiale inglese Albert Pinson che rifiutò in un primo momento di sposare (a lui interessava, in effetti, solo la dote della donna) salvo poi restarne ossessionata, inseguendolo per anni ovunque andasse (“Quella cosa incredibile da farsi per una donna, di camminare sul mare, passare dal vecchio al nuovo mondo per raggiungere il proprio amante, quella cosa io la farò”). Le pagine in cui si racconta il suo sbarco nella Nuova Scozia mi fanno pensare a quella scena di Lezioni di piano di Jane Campion in cui la giovane scozzese Ada McGrath approda in Nuova Zelanda per incontrare il promesso sposo benestante che nemmeno conosce, e finendo con l’innamorarsi del misterioso e rozzo George Baines con cui intesserà una sensualissima e drammatica trama di desiderio. Ma questa è un’altra storia, solo immaginaria e ben diversa da quella reale di Adèle, esule nelle isole inglesi della Manica, e poi progressivamente smarrita in un gorgo di schizofrenia ad Halifax e alle Barbados, prima di finire definitivamente internata dal padre in Francia. unnamedUna vicenda che però ne richiama alla mente altre, come quella altrettanto dolente e tumultuosa dello scultore Auguste Rodin e della sua musa e modella Camille Claudel o quella di Senso, il racconto di Camillo Boito da cui Visconti trasse uno dei suoi film più sontuosi, la storia della liaison tra l’aristocratica Lidia Serpieri e il tenentino austriaco Franz Mahler: un destino di passione e tradimento, tutto impostato sul registro del melodramma che amplifica e dilata il sentimento della fine, un romantico cupio dissolvi che conta come senso di estraneità alla scena della Storia di personaggi cinici, sensuali e disperati, destinati alla morte. Ma è quasi sempre così nella passione estrema: dall’amor fou all’amor fu il passo è più breve di quanto si immagini.

platone-simposioL’amore, scriveva Platone nel Simposio, è follia che ci abita, una forma di katokoché, di possessione, da parte di un éntheos, un dio, che parla in vece nostra e che non ci fa disporre più dell’Io. E’ maieutica pura, per dirla con Socrate. Balsamo e veleno, vertigine che ci spinge a dire “sono pazzo di te” quando accade che la sua forza ci sovrasti, ci travolga, ci annienti. Poco importa il sentirsi corazzati perchè lo scudo che protegge chi se ne sente al riparo è destinato a disintegrarsi lasciandoci nudi. Ed è però un dio sadico che punisce chi lo sfida, come fa Apollo col satiro Marsia traendolo fuori dalla “vagina delle membra sue”, per dirla con Dante, letteralmente scorticandolo. Perchè questo è: un resettare e formattare l’Io generando una soggettività nuova che si deve imparare a conoscere e che non dispone di libretti d’istruzione per l’uso. Non per nulla Adèle Hugo finirà prima col ridurre il suo nome alla sola iniziale H, e poi rinuncerà anche a quell’ingombrante identità che era il proprio cognome, ma anche la garanzia principale di ancoraggio alla realtà. Come farà anche il pirandelliano Mattia Pascal quando si reinventerà col nome di Adriano Meis, Adèle si dichiarerà “nata da padre completamente sconosciuto” e diventerà Miss Lewly.

L’amor fou, tanto intenso da essere inteso come anormale, sfida la logica, il senso comune, la ragionevolezza, è quello resistente e senza prospettive di esistenza, riconosciuto solo dall’amante che intercetta la follia dell’altro e trova nell’impossibilità della relazione la sua stessa ragion d’essere. Quella sensazione di non poter vivere senza la causa della nostra infelicità, una guerra che fa solo vittime, che ci stordisce di domande assurde e senza risposta, di cui non si capisce se sia più insopportabile la dipendenza nostra dall’amore e dalla paura dell’amore o quella dell’oggetto d’amore da noi stessi. Una malattia? Forse. Corneille afferma che amiamo chi merita di essere amato, mentre Racine diceva che lo merita anche l’essere spregevole e quando questo accade riserva esaltazione e dolore, estasi e tormento. unnamed (1)E’ amore quello del paladino Orlando “non usato all’amorose cose”, che “vinse tutto e tutti” e a sorpresa “fu sconfitto da amore”. E che da ‘uomo che non deve chiedere mai’ qual era, si ritroverà senza l’esoscheletro dell’armatura con cui lo si identificava. Diventa Uomo così, in quell’inerme fragilità che si cela sotto qualsivoglia certezza, sotto ogni promessa di rassicurante felicità. Gli accade così di smarrirsi in una selva oscura in cui non c’è segnaletica a indicargli la via d’uscita, in cui cade vittima d’inganni che la sua stessa mente partorisce.

L’amore è l’incontro di fragilità, di frammenti che cerchiamo di ricomporre come in un puzzle di cui manca sempre un pezzo. Non gli si addicono il silenzio, la comprensione, la condivisione, le risposte univoche e definitive, l’intenzione, la promessa, la fede che si accorda al dogma. A questo dio dispotico e capriccioso ci si può solo arrendere perchè sembra esistere solo per farci toccare con mano tutti i limiti della nostra natura, per ricordarci che ricercarlo negli altri è solo un modo per ritrovare tutto ciò che abbiamo perduto di noi stessi. Come scrive Julio Cortazar, in materia amorosa i pazzi sono quelli che ne sanno di più. Non chiedere d’amore agli intelligenti, amano intelligentemente, che è come non avere amato mai”.

 

 

Sovrumano silenzio

Anni fa un caro amico mi confidò che tra i motivi per cui preferiva la mia compagnia c’era il fatto che saremmo potuti stati per ore insieme senza parlare, non provando per questo alcun imbarazzo e non sentendoci in dovere di “rompere il ghiaccio” facendo conversazione. C’è un’espressione francese con cui si esprime questa sensazione di disagio che chiunque avrà provato in un gruppo, insieme a persone con cui magari non si ha particolare confidenza: un ange passe. Significa che, nel momento in cui cala il silenzio tra gli astanti, si avverte la presenza sovrumana di un angelo che passa di lì. Un modo di dire che forse ha a che fare con la credenza antica secondo cui i messaggeri degli dei, come Ermes, siano avvolti in un mantello di silenzio quando scendono tra gli umani. Fatto sta che col mio amico passavamo spesso del tempo imbozzolati nella nostra afasia e rassicurati esclusivamente dalla reciproca presenza. Ho capito, da allora, che il silenzio può essere un ottimo termometro della qualità di un rapporto. Esso è un valore, non è l’opposto o la deprivazione del dire, ma il suo presupposto.

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Può sembrare una contraddizione in termini o un paradosso parlarne, ma nemmeno poi tanto, se lo si considera complementare alla comunicazione. E, in effetti, preferisco sempre mettermi in ascolto, prestare più attenzione ai vuoti di una conversazione che al flusso delle parole, a quegli interstizi del linguaggio che sono le pause, i silenzi, le sospensioni dei significati. Nel tempo di quel vuoto che non è assenza o Nulla si addensa più senso che nel ritmo delle parole, peraltro aduse sovente ad essere malintese, soprattutto quando le si usa a sproposito, senza chirurgica precisione. Non che il silenzio sia immune da opacità, ma in determinate circostanze riesce a supplire a tutto ciò che le parole non riescono ad esprimere, proprio per la sua natura polisemica e potenziale.

Basti riflettere sull’importanza che ha in tutti i contesti sociali, sul valore che gli attribuiamo in determinati luoghi e occasioni: in una sala da musica, prima di un concerto sinfonico, nel breve tempo in cui il direttore d’orchestra ne impone il rispetto col tocco della bacchetta sul leggio, per preparare gli orchestrali all’esecuzione e il pubblico all’ascolto e alla concentrazione; a teatro, in cui la tensione scaturisce dal tempo che intercorre tra la recitazione silenziosa dell’attore e quella parlata; nei musei in cui è condizione imprescindibile per entrare in contatto estetico col genio che dà la regola all’arte;

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durante una conferenza o una lezione in cui l’uditorio si dispone all’ascolto del relatore; nelle chiese, come tempo funzionale allo svolgimento della liturgia; in quei templi laici che sono le biblioteche, come indispensabile allo studio e alla conoscenza; nei cimiteri, per rispetto ai defunti, ma al contempo per favorire il dialogo silenzioso tra il vivente e il “cenere muto” – direbbe Foscolo – del defunto (“la madre or sol, suo dì tardo traendo, / parla di me col tuo cenere muto”); nei luoghi di cura in cui viene raccomandato per rispetto dei malati e per l’ausilio terapeutico che se ne può trarre.

Eppure viviamo affetti da una vera e propria bulimia sonora, nel brusio di un costante rumore di fondo che insidia il silenzio e ce lo fa desiderare come necessario. Già a metà del Novecento, lo scrittore e filosofo svizzero Max Picard (Il mondo del silenzio, 1948) denunciava il fatto che nulla più della perdita della relazione col silenzio avesse modificato l’essenza dell’uomo non facendoglelo più avvertire come qualcosa di naturale, al pari dell’aria e dell’acqua.

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Nel 1990 Federico Fellini, il cui cinema orbita per larga parte intorno all’evocazione di questo tema, traeva da Il poema dei lunatici di Ermanno Cavazzoni un apologo-testamento (La voce della luna) in cui affidava al mite e angelico personaggio di Ivo Salvini, interpretato da Roberto Benigni, la battuta finale del film che suggella tutta la sua opera e in cui il silenzio viene invocato tra gli elementi primordiali della conoscenza: “Eppure io credo che se tutti facessimo un po’ di silenzio, forse qualcosa potremmo capire”.

Fare silenzio, appunto. Che è qualcosa di diverso dal tacere. Nell’etimologia di quest’ultimo verbo, è come se ci fosse una patina negativa che è quella della passiva astensione dalla parola. “Tacere” deriva da “taceo” che significa “non parlare”, e ha la stessa radice di “reticenza” che è il silenzio di chi sa ma, per interesse o per timore, si astiene dal dire. Il latino dispone però anche del bellissimo verbo “silere”, da cui deriva appunto “silenzio”, che ha relazioni con la radice indo-europea di “si” e “legare”. Il silenzio, insomma, è un legame, ha un significato attivo, orientato verso determinati valori.

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Lo usa Dante nella Divina Commedia quando, alla fine del suo viaggio di conoscenza (Paradiso, XXXII, 49), Bernardo di Chiaravalle si rivolge al poeta dicendogli “Or dubbi tu e dubitando sili / ma io discioglierò ‘l forte legame / in che ti stringon li pensier sottili”. E’ il dubbio a imporre il silenzio al pellegrino, ma il dubbio è l’anticamera della rivelazione, della Verità. Non c’è conoscenza senza il beneficio del dubbio, e non c’è conoscenza senza l’igienico silenzio che la precede. Fare silenzio dentro e intorno a noi è perciò il presupposto per accostarsi all’Essenza, la si intenda come il kantiano noumeno o come Dio. Esso è quanto di più vicino alla preghiera si possa concepire, non per nulla “le anime dedite alla preghiera”, diceva Madre Teresa di Calcutta, “sono anime dedite a un gran silenzio. Non possiamo metterci immediatamente alla presenza di Dio se non facciamo esperienza di un silenzio interiore ed esterno. Perciò dovremo porci come proposito particolare il silenzio della mente, degli occhi e della lingua”. Già l’Enciclopedia della religione, curata da Mircea Eliade, lo aveva rubricato tra le forme più elevate di espressione religiosa, presente universalmente in tutti i culti come momento pedagogico di preparazione all’esperienza spirituale.

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Le regole monastiche su cui si basano altre a partire dal Medioevo, come quella benedettina per esempio, prescrivevano infatti la taciturnitas come disposizione finalizzata al controllo dei sensi, conformemente a quanto trasmesso dai libri sapienziali veterotestamentari in cui il silenzio è un atteggiamento di ascolto e obbedienza ma anche di conoscenza: “porgere orecchio” alla parola di Dio è quanto, secondo San Benedetto, si conviene al discepolo.

La forma che più assomiglia alla preghiera è però la poesia cui la accomuna ciò che Simone Weil nei suoi Quaderni definisce l'”andare mediante le parole al senza-nome”, che Elémire Zolla (Archetipi, 1981) chiama “un silenzio ribadito da parole”, formato di “parole immolate al silenzio”, che T.S.Eliot (Quattro quartetti, 1941) e che tanti poeti hanno riconosciuto come un movimento da e verso un’ineffabile profondità. Tra questi anche Octavio Paz che gli dedica il componimento Silencio:

Così come dal fondo della musica
germoglia una nota
che mentre vibra cresce e s’assottiglia
fino a che in un’altra musica ammutisce,
germoglia dal fondo del silenzio
un altro silenzio, acuta torre, spada,
e sale e cresce e ci sospende
e mentre sale cadono
ricordi, speranze,
le piccole menzogne e le grandi,
e vorremmo gridare e nella gola
si disperde il grido:
confluiamo nel silenzio
dove i silenzi si ammutiscono.

Infinito

Una forma di sgomento che nasce proprio dal silenzio, quella che il poeta esprime, e che conduce all’afasia che ne è altra forma, non dissimile da quella che esprime il laico e materialista Leopardi nella più bella poesia italiana – L’infinito – che mi è sempre parsa come una delle più intimamente religiose. Come intendere altrimenti i “sovrumani silenzi” che si immaginano oltre la siepe-soglia che separa il contingente dal trascendente per cui “per poco il cor non si spaura”? Un silenzio inconcepibile per la finitezza dell’intelletto umano, e quale altro potrebbe essere se non quello di Dio, lo stesso che sgomenta Giobbe che quello finisce con l’abitare e da quello è abitato, il cui grido finisce per perdersi nel Nulla? L’incontro con il divino, con la Verità, con il Tutto è ontologicamente ineffabile, non genera parole, ma solo associazioni mentali (“io quello / infinito silenzio a questa voce / vo comparando: e mi sovvien l’eterno”) in cui sprofondare smarriti. Lo sapeva bene anche Dante che, al culmine del suo viaggio poetico ed esistenziale finirà col ribadire l’insufficienza della parola e della poesia al cospetto di un Silenzio ben più grande di quello dell’uomo: Oh quanto è corto il dire e come fioco / al mio concetto! e questo, a quel ch’i’ vidi, / è tanto, che non basta a dicer ‘poco’ (Paradiso, XXXIII, 121-123).

E se non riesce a dirlo Dante, chi sono io per provare anche solo a ridirlo? E qui perciò mi taccio.

«Lei è un cretino, s’informi»

Nella celebre battuta di Totò, Eva e il pennello proibito così come in quella simile di Totò Le Mokò («Lei è un cretino, si specchi, si convinca»), l’aggettivo qualificativo è spogliato del proprio peso specifico volgare e assume una coloritura buffa, surreale, irriverente ma a suo modo elegante, come tutti gli insulti pronunciate dal grande comico («Che ofessa, che ofessa, sono profondamente ofesso» dirà in Miseria e nobiltà).

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L’epiteto non arriva mai a colpire in modo degradante chi ne è destinatario il quale anzi, in qualche caso, trova persino una sua giustificazione («A volte, anche un cretino ha un’idea» si dice in Che fine ha fatto Totò baby?). In generale, non è semplice definire un cretino tanto più che il termine viene oggi usato nei contesti più disparati e nelle accezioni più generiche, al punto che nemmeno i massimi classificatori di questa categoria – gli scrittori Fruttero e Lucentini nei loro La prevalenza del cretino, Il cretino in sintesi, Il cretino è per sempre – si può dire che giungano a darne una indiscutibile chiave di lettura.

«È ormai difficile incontrare un cretino che non sia intelligente e un intelligente che non sia cretino», scrive Leonardo Sciascia in Nero su nero, dicendosi immalinconito dagli odierni «cretini adulterati, sofisticati» che gli facevano rimpiangere «i bei cretini di una volta! Genuini, integrali. Come il pane di casa. Come l’olio e il vino dei contadini». Il cretino 2.0 è di fatto tante cose, ma nessuna di esse conserva traccia dell’etimologia originaria che ha una declinazione positiva non ancora corrotta dalla degradazione che il termine via via acquisterà.

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La sua variante nobile ha un antecedente nella maschera popolare di Giufà, il bifolco assolutamente privo di ogni malizia e furberia, concreto nel suo essere scevro da condizionamenti verbali e ideologici: un anima candida nella misura del candore come forma esorcistica della stoltezza, detentore di quel tipo di verità scomoda che nessuno avrebbe il coraggio di rivelare e che solo lo scemo del villaggio può gridare in piazza. C’è un legame etimologico – lo spiegano gli accademici della Crusca e lo attestano svariati dizionari etimologici accreditati – tra questo termine e quello di «cristiano», attraverso il francese «crétin», da «chrétien». Una forma lessicale che, attraverso le varianti, ha perso nella sua evoluzione semantica il proprio significante ‘cristiano’ originario per denotare dapprima gli individui affetti da una precisa malattia, l’ipotiroidismo congenito, e per assumere infine, con slittamento semantico nel corso dell’Ottocento, una connotazione prevalentemente ingiuriosa. Un passaggio avvenuto per eufemismo: non gli individui intellettivamente poco dotati, ma i malati affetti da cretinismo – patologia che, secondo il Vocabolario Etimologico della lingua italiana di Ottorino Pianigiani (1907), li faceva assomigliare a «persone semplici e innocenti, ovvero perché, stupidi e insensati quali sono […]; quasi assorti nella contemplazione delle cose celesti» – erano commiserati perché “poveri Cristi”, sofferenti e infelici. Nel 1754, addirittura, l’Encyclopédie riportava la consuetudine delle popolazioni vallesi delle Alpi occidentali di considerare i cretini come «angeli tutelari» delle famiglie. Nelle attestazioni letterarie e nelle consuetudini d’uso novecentesche, una certa disinvoltura d’uso ha fatto perdere la memoria semantica originaria, ma nell’etimologia del cretino c’è anche il significato del candore la cui definizione più precisa si deve all’elogio che Massimo Bontempelli fa di Pirandello in un suo celebre discorso commemorativo sulla “semplicità” dell’agrigentino (Pirandello o del candore):

«La prima qualità delle anime candide è la incapacità di accettare i giudizi altrui e farli propri. L’anima candida affacciandosi al mondo lo vede sùbito a suo modo: la impressione e il giudizio degli altri, anche di tutti gli altri, di tutto il mondo, che si affretta ad andarle incontro e cerca insegnarle tante cose, tanti giudizi fatti, questo non la scuote, ella può tutt’al più maravigliarsene. Spesso non li capisce neppure, i giudizi altrui; li sente come parole complicate. Invece lei ha un linguaggio pro­prio, semplificato ed elementare. E l’effetto immediato del candore è la sincerità. L’anima candida non fa concessioni. Con quel suo stile e sin­cerità, l’anima candida, che è una forza elementare, va facilmente al fondo delle cose, raggiunge i rudimenti immutevoli. Ella può sùbito iso­lare con istinto maraviglioso quel che è elementare da quello che è so­vrapposto: convenzioni, decorazione, cautela. L’anima candida è divi­namente incauta. […] Il candore è al punto più lontano dalla ipocrisia […] appunto perché il candido ha dimora in quella zona elementare e radicale della vita nella quale non sono ancora avvenute le distinzioni. Invece l’ipocrisia è precisamente la tecnica della distinzione».OIG_banner-990x557Ed è perciò con una certa nostalgia che rimpiango anch’io certi cretini insuperabili che il cinema mi ha fatto conoscere: da Harpo Marx a Stan Laurel, da Lou Costello a Jerry Lewis, ma nessuno ne sintetizza meglio le qualità quanto il giardiniere Chauncey Gardner interpretato da Peter Sellers in Oltre il giardino, intensamente tragico e ridicolo allo stesso tempo, depositario di un profondo smarrimento che illumina il carisma dell’imbecille, proiettato in una propria perfetta dimensione di Verità. Niente a che vedere con certi cretini mediatici, minacciosi e impudichi, da cui dipende oggi l’ordine mondiale.

Uozzàp. Una flânerie musical-cinematografica-filosofico-letteraria

Ci sono musicisti di una sola canzone o, come dicono quelli che sanno parlare, di una one hit wonder, non nel senso che hanno scritto solo un pezzo, ma perchè c’è un solo motivo per cui vengano ricordati.

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E’ il caso dei 4 Non Blondes la cui What’s up è quasi un inno generazionale alla necessità di reagire alle avversità cercando di riguadagnare la speranza («trying to get up that great big hill of hope», canta Linda Perry, divenuta poi produttrice di successo e importante attivista per i diritti LGBTQ). “What’s up” significa “che succede?”, ma con una nuance di contrarietà (come se, sottinteso, ci fosse “what the fuck?”). La riascolto in una delle scene più belle della serie tv Sense8 e mi spara in testa come tutte le volte che mi ci imbatto, per risuonare in loop anche la mattina dopo. La può schitarrare chiunque – tre accordi e un giro armonico facile facile (La – Si minore – Re – La) -, il minimo sindacale per guadagnarsi per sempre la celebrità. Canzone curiosa e dal fascino misterioso, che ripete “what’s going on” come il titolo di un famoso brano di Marvin Gaye e mai “what’s up” come dice il titolo. A dirla tutta, anche ammiccante a quell’altro inno alla resistenza/resilienza che è Don’t worry, be happy di Bobby Mc Ferrin. Tre accordi pure quella (Do/Sol/Fa/Do), ma in altra tonalità, quasi la stessa melodia e lo stesso giro armonico, ma un po’ più veloce. E chi se ne frega se è scopiazzata? Chi non ha cantato almeno una volta nella vita, a voce di testa, il ritornello «hey, hey, hey, hey»? Piace perchè parla di quella fase della vità che tutti hanno affrontato, tra la giovinezza e l’età adulta, in cui non si è né carne né pesce, si cerca un posto nel mondo, si avvertono amplificate tutte le ingiustizie. E ci sente strani, a disagio, perennemente tentati dalla resa, fino a quando scatta qualcosa di indefinibile che ci scuote, ci fa fare un respiro profondo e urlare a squarciagola “what’s up?”, che sta succedendo? Quello è il momento in cui si cresce, si ritrova la propria interezza dopo che la vita ci ha nebulizzato.

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In fisica, la resilienza è la capacità di un metallo di ritornare alla forma originaria dopo essere stato deformato; in biologia, si riferisce a quelle specie vegetali che risultano più forti dopo un incendio; nel linguaggio sociologico e dell’economia, resilienti sono le comunità e i sistemi che sono in grado di far fronte a una catastrofe e attuare una ricostruzione. Per tutti, invece, la resilienza è la capacità di un individuo di far fronte a una situazione di difficoltà o di stress emotivo (un lutto, una delusione sentimentale, un problema economico, ecc.) reagendo positivamente. Riferito al genere umano, il termine conserva qualche sfumatura semantica impropria, dal momento che la mente che subisce un trauma non può tornare a uno stadio antecedente ad esso in quanto il trauma, per definizione stessa, è una modificazione quantitativa e qualitativa della soggettività di un individuo, qualcosa cioè che ci cambia per sempre e dopo la quale non saremo più quelli di prima.
L’etimologia è comunque latina, da “resilire” che significa “rimbalzare”; un contraccolpo vitale, un tap-in esistenziale, insomma, e in dialetto romanesco c’è un’espressione – “mi rimbalza” – che vuol dire proprio questo: non è importante come precipiti, ma come atterri. La storia dell’uomo va avanti così e dall’abisso si risale sempre perchè l’istinto di sopravivvenza trova in sè gli antidoti a ciò che annienta. Cos’era il blues? Una musica nata dall’orrore della schiavitù, un fiore nato dal letame. Un fiore. Come la ginestra leopardiana, perennemente esposto alla minaccia delle eruzioni, ma difficile da strappare. Resilienza è la capacità di elaborare il trauma di una situazione avversa manipolando l’angoscia, eludendola con lo sguardo obliquo dell’ironia, giocando con la fragilità e la sofferenza.

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A me l’ha insegnata Charlie Chaplin. Non lui ovviamente, ma i suoi film che sono straordinariamente esemplari di questa capacità di reazione dell’ultimo individuo della scala sociale, del vagabondo morto di fame che avrebbe tutti i motivi per disperarsi perchè ha il problema di arrivare all’indomani, e invece scorge la poesia e la bellezza in chi sta peggio di lui e riesce a mangiare i lacci delle scarpe come fossero spaghetti e a succhiare i chiodi di uno scarpone da neve come fossero ossa di pollo, con aristocratica eleganza e dignità.

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La vita, dice Lao Tzu, «è una serie di cambiamenti naturali e spontanei. Non opporre loro resistenza; questo crea solo dolore. Lascia che la realtà sia la realtà. Lascia che le cose fluiscano naturalmente in avanti come sono”. Si può sopravvivere a tutto, «trovare un senso a questa vita anche se questa vita un senso non ce l’ha», direbbe Vasco Rossi.

Bisogna attivare la vista interiore, come dice Plotino nelle Enneadi, abituarla a osservare il bene nel peggio. PlotinosNon sarà facile vedere lo splendore all’inizio, come non è facile mettere a fuoco gli oggetti splendenti appena apriamo gli occhi al risveglio. Ma bisogna fare «come lo scultore di una statua che deve diventar bella. Egli toglie, raschia, liscia, ripulisce finché nel marmo appaia la bella immagine: come lui, leva tu il superfluo, raddrizza ciò che è obliquo, purifica ciò che è fosco e rendilo brillante e non cessare di scolpire la tua propria statua, finché non ti si manifesti lo splendore divino della virtù e non veda la temperanza sedere su un trono sacro».

L’amore sostenibile. Promemoria per una raccolta differenziata del lessico amoroso

«Ascolto solo canzoni perché dicono la verità, più sono stupide più sono vere… e poi non sono stupide. Che dicono? Dicono “non devi lasciarmi”, “senza di te in me non c’è vita”, “senza di te io sono una casa vuo­ta”, “lascia che io divenga l’ombra della tua ombra” oppure “senza amore non siamo niente”». La battuta è di Mathilde/Fanny Ardant nella Signora della porta accanto di Francois Truffaut. E la sottoscrivo. Mi piacciono le canzoni d’amore. Non tutte. Mi piacciono quelle tristi, quelle che parlano di addii, di quando finisce un amore, di quando non val più la pena di tormentarsi, di abbandoni e improbabili ritorni («Ritornerai, lo so ritornerai…») di “amori lontani, presenti nei posti più vani…amori scritti, telefonati, telegrammati, mandati a dire forse solo per allargare il soffrire”, per dirla con versi di Nico Orengo. Mi piacciono perché sono più “vere”, esprimono quello “sconcerto di realtà” di cui parla Annie Ernaux, a differenza delle altre che celebrano l’amore nascente, tutto vagheggiamento, sogno, euforie e languori, quando la linea di credito è ancora ampia e siamo inclini ad idealizzare anche la gobba di chi ci innamoriamo. Quando anche il lessico che usiamo per dire l’amore indulge all’iperbole, all’enfasi, alla dimensione dell’eternità e si abusa di un avverbio dal sapore testamentario – sempre – che si addice forse più alla delusione. Il lessico dell’amore, a causa di una certa ritualità codificata del corteggiamento, è generalmente molto più convenzionale di quello del disamore, al punto che se ne potrebbe fare una raccolta differenziata per smaltirlo in modo che non inquini in modo irreversibile le relazioni. Mi piacciono perciò le canzoni tristi perché fanno più storia, come si dicono i protagonisti di quel film francese:

– Ti ricordi quello che mi dicevi otto anni fa? E dio sa quanto mi faceva male sentirtelo dire. Tutte le storie d’amore devono avere un inizio, un centro, e una fine.
– E una fine, sí.
– È la verità.”

La fine di un amore è quel momento che Nabokov definisce il “punto nevralgico”, quello cioè in cui si annidano il maggior numero di possibilità di raccontarlo. Quella fase in cui i sentimenti possono essere osservati da più punti di vista e si resta sospesi e senza fiato in un silenzio da natura morta, “soon to be divorced”, come canta Bob Dylan nella struggente Tangled up in blue. Quando a nessuno viene più in mente che prima di affacciarsi sull’abisso abbiamo guardato il cielo, e anzi dubitiamo proprio dell’esistenza del cielo. Sono molto più veri gli attori di un amore franato, quelli che si sentono «segare il cuore con una sega dai denti finissimi», per dirla con Simone de Beauvoir

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e che partecipano al funerale delle loro speranze «con un’espressione cosí buffa perché dentro gli si era spezzato qualcosa», per dirla col Rick Blaine di Casablanca, che abbandona Ilsa al marito sulla pista dell’aeroporto marocchino. Etimologicamente abbandonata: da “à ban donner», cioè messa a disposizione di un altro, lasciata a un altro che non è lui.

I romanzi lievitano sulla morte dell’amore più che sulla sua attesa e il loro fertilizzante è il dolore. Basti pensare a tutta la pletora di sbrancati sentimentali che affolla la letteratura romantica. E lo sapeva bene Federico De Roberto che fu invece il più caustico e disilluso degli storiografi amorosi italiani antiromantici. Nel 1892 licenziò un libretto intitolato La morte dell’amore

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tra le cui prose ne spicca una intitolata Lettere di commiato. Una giovane dama e una duchessa dialogano in salotto, la prima è stata lasciata dall’uomo che ama e chiede consigli di comportamento alla più esperiente e disincantata interlocutrice. Vorrebbe scrivere all’uomo, ma non sa se congedarlo definitivamente o azzardare la richiesta di un suo ritorno e anzichè una lettera ne scrive quattro: una per dire che si è rassegnata alla decisione dell’amato, una per implorare il suo ripensamento, una per esibirgli sprezzantemente la propria indifferenza e l’ultima per mostrargli una pietosa e disinteressata tenerezza. Quale spedire? Quale impressione suscitare? Sopravvivere nel cuore o nella memoria dell’uomo? Imporsi nei suoi ricordi? Obbligarlo ad ammirarla e farsi rimpiangere? Alla fine la duchessa, riassunti esattamente gli intenti della trepidante giovane, le consiglierà di non spedirne nessuna.

Se c’è qualcosa di sicuro – lo dirà lo stesso De Roberto in un suo trattato di erotologia di qualche anno successivo – è che l’amore è una categoria che non si presta ad alcuna assertività definitoria. L’unica cosa certa che ne sappiamo è che non ne sappiamo niente. La fine di un amore non è perciò meno poetica del suo inizio perchè, come scrive Diego De Silva in un suo romanzo, “è la sindrome del lieto fine, che poi rovina un sacco di belle storie. Perchè tante volte la vita ti dimostra che una storia non è bella perchè finisce bene, ma proprio perchè finisce”.

Le imperdonabili di Antonio Di Grado

Domattina Antonio Di Grado terrà la sua lezione di commiato dall’università. Lo farà al Monastero dei Benedettini di Catania, il luogo che più ne ha contrassegnato la brillante carriera di studioso e di docente. Lo farà pedinando un tema che gli sta a cuore da anni e su cui solo di recente ha trovato il modo inconfondibile di ingaggiare l’indifferibile corpo a corpo: le visionarie di ogni tempo, dalle Marie dei Vangeli alle beghine e alle mistiche del Medioevo, da Simone Weil a Cristina Campo, da Clarice Lispector ad Anna Maria Ortese. Lo farà da par suo, nei modi che gli sono più congeniali della “conversazione” che intreccia numerosi percorsi di creatività e di fede com’è nel libro suo ultimo che tutto del suo passato comprende – stile, temi e strategie critiche – e cioè Le amanti del Loin-Prés. Ma non è di questo libro che voglio parlare, almeno per il momento, bensì di lui che, per me, non è stato solo un modello di insegnamento a cui mi sono sempre ispirato, ma l’interlocutore privilegiato dei miei dubbi critici, lo sherpa che mi ha guidato con sollecitudine e pazienza nell’esplorazione di libri, il consulente che mi ha ispirato le trame critiche che vado ancor oggi imbastendo, disseminando dubbi e domande che fatalmente ne hanno rimescolato le carte. E ancora il fratello maggiore, l’amico che per me vive dentro il rito di passeggiate, ora pensose ora scanzonate, tra i corridoi del “nostro” monastero, di quell’amicizia irrinunciabile che scintilla nel silenzio di pudiche complicità, che mi regala salde convinzioni e mi riserva passioni adulte, cara a coloro che cercano i propri modi di sentire, come scrive Vitaliano Brancati, «nella dispensa, ove le cose più pregiate sono le più antiche».

La sua lezione più bella e importante, quella che consegna a me e ai suoi tanti allievi, è un’idea di apprendimento e di insegnamento, inusuali in un’università in cui il più delle volte si coltivano e si difendono privilegi, ci si arrocca in arcigne torri d’avorio, ci si guarda bene dal praticare spontaneamente la salutare igiene dello scambio scientifico e persino dall’azzerare o almeno abbreviare distanze gerarchiche, seppure in nome del comune interesse umanistico.

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Quello che accomuna i suoi libri, le sue ricerche, quello che potrebbe costituire il suo “metodo” (parola che per certi aspetti gli ripugna) ha qualche attinenza con una storiella che si può leggere tra di un critico di cui non dirò subito il nome: secondo una teoria cabbalistica, il male si sarebbe affacciato al mondo “attraverso la fessura capillare di una sola lettera errata… dalla trascrizione sbagliata di una sola lettera o parola quando Dio dettò la Torah al suo scriba eletto”. Il male, la sofferenza, sono dunque un fatale refuso nel dettato divino. Ipotesi suggestiva, ma ancora di più lo è la deduzione di questo critico, di cui chierici e oltranzisti, per quanto accigliati, dovrebbero tenere conto: questa genesi del male suggerisce infatti “una definizione dell’ebreo come colui che legge sempre con la matita in mano”. Insomma, siamo tutti impegnati (ebrei o valdesi, buddhisti o laici, ma con la matita in mano o stretta fra le pagine di un libro appena chiuso), se non a rimediare all’irreparabile svista primigenia quanto meno a prevenirne un’altra, per amore di questo perfettibile mondo.

Il critico di cui ho omesso il nome in prima battuta si potrebbe collocare come granitico cippo al crocevia di tante stagioni critiche attraversate anche da Di Grado: mi riferisco a George Steiner, eclettico cittadino della parola per il quale non ha senso postulare razionalmente significati univoci nella forma estetica prescindendo dall’ipotesi attiva della possibilità della trascendenza o di Dio. E l’importanza che Di Grado ha sempre dato all’atto della lettura-interpretazione è, di fatto, un’aperta dichiarazione di profession de foi nel linguaggio e nella lettura del testo contro i masochistici metodi critici e le autolesionistiche dottrine che del senso costituiscono la mortificazione.

Una critica, la sua, che perciò si potrebbe definire fideistica e che è anche stata la dedizione appassionata a un’Idea d’insegnamento che l’università ha spesso mortificato e avvilito, un’idea di apprendimento che legittima e scatena astratti furori e che pure lui si è ostinato a far resistere e rinascere per altre vie che, in passato, sono stati i forum telematici, oggi è quel ring del pensiero libero di Facebook, il suo sfogatoio pubblico, che credo lo abbia affascinato dopo decenni di militanza svolta per altre vie perché vissuto non come una rete che crea lontananze e solitudini, ma un ponte, un luogo di confine e di passaggio per avvicinarsi a mondi diversi, in un passaggio scambievole, appunto, tra il corpo fisico e il corpo che viaggia nello spazio virtuale, giocando con intelligenze multiple, mescolando i piani, i saperi, le conoscenze.

Nei tanti giovani che ha formato io ne rivedo oggi uno che molti anni fa, entrando in un’aula in cui teneva lezione, rimase folgorato, abbandonò il relatore che aveva già scelto e gli chiese di poter svolgere con lui una tesi di laurea perché era rimasto irretito, nel bene e nel male, dall’affabulatoria malìa di un professore da cui intuiva che avrebbe avuto molto da imparare, anche umanamente perché amava confrontarsi, esporsi, esibire simpatie e avversioni, indipendentemente dal fatto che gli capitasse, nella vita, di aver fatto il critico o l’assessore, l’autore teatrale o il direttore di una Fondazione, il presidente di un Teatro o di un’associazione politico-culturale.

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Da quando sono un suo collega, e a maggior ragione oggi, sento di avere una responsabilità, sento il bisogno di raccogliere il testimone di una staffetta. Non voglio nemmeno immaginare cosa sarà per me entrare al monastero e non vedere più la lama di luce che al mattino esce dalla porta del suo studio, indizio della sua presenza e sentiero che mi invita a entrare per un consueto scambio di battute o per il rituale caffè della mattina. Non riesco d’altro canto a immaginare come possa sentirsi lui, cosa possa significare congedarsi da una professione vissuta piuttosto come il “mandato” di chi è stato, per molti giovani ed ex giovani come me, ciò che Kafka diceva dei libri in una sua lettera: “un rompighiaccio per spezzare il mare gelato dentro di noi”.

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E mi viene in mente una scena della Commedia dantesca che mi sembra un passaggio fondamentale per capire il rapporto tra maestro e allievo, e cioè quando, alla fine del XXIII canto dell’Inferno, Virgilio capisce l’inganno di Malacoda che ha affidato i pellegrini alle cure di dieci diavoli neri assicurandoli del fatto che avrebbero trovato un passaggio agevole lì vicino per uscire dalla Bolgia. Si tratta del più clamoroso e consapevole errore di valutazione del duca, tanto inaspettato che un frate dannato, Catalano dei Malavolti, si prende gioco sarcasticamente della sua buona fede dicendogli che nella dotta Bologna aveva già sentito dire che tra i difetti del diavolo ci fosse anche l’esser «padre di menzogna». A quel punto tocca al fedele Dante raccogliere il testimone, proteggere il maestro, svolgere il compito di porsi sulle sue «care» orme. Il semplice aggettivo – “care” – dice tutto dell’affetto e della fiducia che l’allievo ripone nella propria guida. E dice altresì del superamento della paura, del senso di incertezza e di inadeguatezza iniziale, grazie a quella rassicurante presenza nel solco del cui magistero l’allievo intende la necessità. Il rapporto tra i due è qui di una tenerezza struggente: il porsi «dietro a le poste de le care piante» (Inf., XXIII, 148) è il riconoscimento ulteriore di un ruolo non astratto, come poteva essere per Dante l’insegnamento di Brunetto Latini. Qui è l’allievo che fa di Virgilio il Maestro e non questi che impone un sigillo elettivo sul discepolo, perché lo fa diventare materia della propria storia, proclamandogli devozione inalterabile, accarezzandone la momentanea tristezza, nel momento in cui capisce che la sua fede non trema più.