Penso dunque amo (e aspetto)

Si fa presto a dire «vai dove ti porta il cuore», come se questo avesse una sua intelligenza, come se l’amore fosse un suo sentimento. Quando affermiamo di amare col cuore stiamo in realtà ammettendo che quanto ci detta è conseguenza di una mente offuscata. Si dovrebbe perciò dire «ti amo con tutta la mente» perché l’amore è, come la fede, itinerarium mentis. È della mente che ci si innamora e quando siamo innamorati prestiamo attenzione proprio a tutto quello che l’amato ci dice, alle sue idee, alle sue parole, le stesse che s’invischiano nella pece dell’indifferenza e della distrazione quando l’amore se ne va. Anzi, è proprio la morte dell’amore a svelare la sua natura di artificio tutto intellettuale, nel momento in cui l’oggetto del desiderio appare completamente diverso ai nostri occhi e si affaccia la fatidica domanda: «come ho fatto a innamorarmi di lui/lei?».

A riprova dell’ottundimento che ci avrebbe tolto la facoltà critica, ci accorgiamo, a quel punto, di cose che non avevamo notato o a cui non avevamo prestato attenzione, e vediamo unicamente proprio quei difetti la cui accettazione disinteressata ci era sembrata la prova tangibile dell’esistenza di un sentimento. Tutto ci appare allora come un inutile orpello – un naso più pronunciato, un modo di pettinarsi, un modo di ridere o di parlare – la manifestazione sensibile ed esteriore di un soggetto anodino, uno di quelli che non ti soffermeresti a guardare nemmeno se ti passasse davanti mille volte. E i giudizi su chi ci è venuto definitivamente a noia diventano delle stilettate gratuite, delle ferite minuziosamente inferte per rendere più dolorosa l’agonia. Tutto finisce con l’irritare e monta un desiderio di rivalsa, un risentimento che si esprime in un’altra frase topica: «mi hai tolto gli anni migliori della vita»: la sensazione cioè di essere stati espropriati del Tempo, come se quell’equazione astrale a cui avevamo concesso il credito di essere definito destino, in altre circostanze ci avrebbe garantito qualcosa di meglio dell’accidente che ci è invece capitato. E tutto quanto l’ha preceduto allora cosa sarebbe, se non un’artificiosa simulazione di felicità?

Tutto nell’amore sembra essere una costruzione della mente, qualcosa che esige una regia – e insieme ad essa la scenografia, i costumi, la musica, il montaggio -, dal momento in cui si manifesta, nel tempo della seduzione, al momento in cui finisce, risucchiato nel gorgo dell’indifferenza o della gelosia, dell’abbandono o delle recriminazioni. Ogni coppia di amanti ha le proprie frasi memorabili, le proprie canzoni, i propri luoghi del cuore ed è regia la selezione delle frasi da rivolgere a chi si è scelto di fare oggetto d’amore, la colonna sonora che sostiene la storia, il set del primo appuntamento o dei successivi convegni amorosi, la deliberata topografia che si vuole strappare alla contingenza per renderla memorabile, l’altare di una memoria da consacrare a un’illusione di eterno.

La Letteratura tutta, a pensarci bene, assomiglia al lungo marciapiede di una stazione su cui gli astanti sembrano ritrovarsi solo per aspettare un treno che non si sa mai se passerà: aspetta il Giobbe dell’Antico Testamento come pure Abramo; aspettano Penelope come Vladimir ed Estragon di Aspettando Godot; aspetta lo scrivano Bartleby come il rêveur di Rua dos Douradores Bernardo Soares; Renzo e Lucia come il kafkiano Joseph K.; aspettano i militari della Fortezza Bastiani come i commensali dell’Angelo sterminatore di Bunuel; Hans Castorp nel sanatorio di Davors della Montagna incantata come il reduce nel sanatorio della Rocca di Diceria dell’untore. Il catalogo è sterminato e non ci provo nemmeno a compilarlo.

E l’amore dov’è? Dove si rintana? Dove lo si aspetta? Ancora una volta nella mente, e il suo tempo è un tempo sospeso, quello dell’attesa dell’altro (la puntualità, da sempre, è ampiamente sopravvalutata come sanno bene i ritardatari). Ci vuole talento ad aspettare, a saper riconoscere che non si può fare la propria felicità da soli. Lungi dall’essere una bolla vuota, un fastidioso incidente, essa è azione e sentimento. Prendi Gabriel Garcia Marquez che della regia dell’attesa ne ha fatta una poetica. Prendi anche solo quel catalogo postmoderno di tutti i possibili volti dell’amore che è L’amore ai tempi del colera in cui il malinconico Florentino Ariza sa aspettare cinquantatrè anni sette mesi e undici giorni la sua bellissima, altera, testarda e orgogliosa Fermina Daza, senza un solo attimo di cedimento o di resa: un’iperbolica tregua dei sensi che il paradossale lieto fine saprà però premiare.

L’attesa è l’essenza stessa dell’amore, il momento immobile e fondativo in cui l’innamorato riconosce sé stesso in quanto tale proprio perché sa aspettare. E si può aspettare in mille modi, assoluti e contingenti, ma in ognuno di essi è come se si producesse un ipnosi del desiderio che pietrifica e incanta, costringe alla paralisi senza che se ne conosca realmente il motivo. Ciò non ha nulla a che vedere con la passività, anzi. L’innamorato che aspetta si trova in uno stato di vigile attenzione che amplifica a dismisura la propria capacità percettiva, lo rende immobilmente inquieto: leone e gufo. Come il leone, patisce le sbarre della gabbia che lo rinchiude (“sentirsi un leone in gabbia” è espressione che dà il senso dell’irrequietezza dell’attesa e della prigionia d’amore), come il gufo, immobile sul ramo, non cessa un attimo di spiare, non visto, nell’oscurità. Al contrario, chi è atteso sa di esercitare più o meno consapevolmente una forma di dominio e si trova nella condizione di essere padrone del tempo, di poterlo orchestrare a suo piacimento, di realizzare così la dipendenza amorosa.

Chi aspetta, infatti, non vuole recidere il filo che lo tiene legato all’oggetto d’amore, la sua attesa è la consapevole strategia di chi si vuole assoggettare alla persona amata. La tipica promessa di fedeltà che si pronuncia con le parole «ti amerò per sempre» non è che la dichiarazione di resa dell’amante che mette la propria vita nelle mani dell’amato/a e gli/le assegna il ruolo di giudice e sentinella della propria libertà. Chi aspetta è in uno stato di sévrage, bellissima parola francese con cui si indicano due cose diverse, ma analoghe: lo svezzamento dal seno materno che è il primo vero distacco dalla madre, e il percorso di disintossicazione del drogato. L’attesa è la sorte che si riserva ai più deboli, agli ultimi, a coloro che sono spossessati del potere di agire, di fare accadere qualcosa attraverso il poco che resta alla loro facoltà di operare. Chi aspetta è l’impotente passeggero, non certo il pilota; la famiglia del paziente non certo il chirurgo, l’accusato che attende il verdetto non il giudice, il detenuto in attesa di scarcerazione non la guardia, lo studente che deve fare l’esame non il professore. Aspettare è lasciare agli altri, e a volte solo al tempo, il potere di cambiare le cose.

Nella sua Dialettica della durata, Gaston Bachelard dice una cosa bellissima sostenendo che l’attesa è come uno straordinario fertilizzante dell’immaginazione che può restituire il fascino della novità al più resistente dei fedeli d’amore. E dice che basta aspettare «nella più folle delle inquietudini, affinché ciò che tarda appaia d’improvviso più bello, più certo, più attraente. L’attesa, scavando il tempo, rende l’amore più profondo. Essa colloca l’amore più costante nella dialettica degli istanti e degli intervalli. Rende a un amore fedele il fascino della novità. Allora gli eventi ansiosamente attesi si fissano nella memoria; assumono un senso nella nostra vita».

Cosa si aspetta? Segni, segni di qualsiasi tipo. Segni che trasformano l’innamorato nel «semiologo selvaggio allo stato puro» di cui parla Barthes. Segni che dimostrano che l’amore non è affatto cieco, anzi, ci vede benissimo. Segni sul viso dell’altro, nei gesti, nei comportamenti, nei silenzi come nelle parole. Segni che tuttavia si sottraggono a univoche decifrazioni e che fanno dell’attesa amorosa un’esperienza psicotica: «cosa può significare?»; «è a me che si sta rivolgendo?». E anche se l’amato non sta mandando in realtà alcun segno, chi aspetta se li inventa perché non può farne a meno, perché in assenza di essi la sua unica speranza è quella di prolungare proprio l’attesa.

Si dirà: e se chi aspettiamo non arriverà mai? Se alla fermata d’autobus della vita non troviamo la nostra Fermina Daza ad aspettarci? Pazienza: l’attesa si deve saper assaporare, hai voglia di “ingannare l’attesa”, di eluderla in modo nevrotico ed estenuante, riempiendo il tempo di contrattempi che servono solo a distrarti. Lei è lì ad aspettarti e soprattutto a non farsi ingannare da te.

Cuor contento (il ciel l’aiuti)

Non  so a cosa si riferissero le due donne in fila davanti a me.

  • Come stai?
  • Insomma… Speravo meglio… però, dai… sono contenta.

Le è uscito male, con una piega a un angolo della bocca, con un sorriso che tradiva una certa forzatura, con una reticenza che aveva più l’aspetto di un’insoddisfazione a cui ci si rassegna perché non resta altro da fare. 

«Sono contenta»… Che significa essere contenti? Perché dire di esserlo quando non lo si è affatto?

Tra una busta della spesa e uno scontrino mi si affaccia alla mente quella pagina dei Promessi sposi in cui la malmonacata Gertrude, all’inizio della sua torbida e clandestina relazione con Egidio, paragona il sentimento potenzialmente distruttivo, e di cui non è consapevole, al sapore dolce che si mescola all’amarezza del farmaco per renderlo più sopportabile: 

«In que’ primi momenti, provò una contentezza, non schietta al certo, ma viva. Nel vòto uggioso dell’animo suo s’era venuta a infondere un’occupazione forte, continua e, direi quasi, una vita potente; ma quella contentezza era simile alla bevanda ristorativa che la crudeltà ingegnosa degli antichi mesceva al condannato, per dargli forza a sostenere i tormenti».

La contentezza non è la Felicità, che è uno stato se vogliamo irraggiungibile, ma il guardare le cose ad altezza d’uomo, accettare l’immanenza con la dignitosa consapevolezza che l’appagamento totale ci è stato precluso, imparare ad abitare uno spazio più circoscritto dell’assoluto.   

Ma è questa una dimensione sicura che ci protegge dalla sofferenza? Il meno peggio, insomma?

Il contento di sé è uno che si mantiene entro certi limiti (da contĭnēre, cioè cum-tenere, da cui contentus), la contentezza perciò è di chi si preoccupa di evitare l’incertezza e preferisce arredare il proprio spazio rendendolo la sineddoche di un mondo perfetto, il bunker impenetrabile in cui stivare tutto ciò che serve alla sopravvivenza, spacciandolo così per il tutto. Se è così – e ovviamente non è detto che lo sia sempre – la contentezza è un rischio. Per dirla ancora con la manzoniana monaca di Monza (m’innamoro di tutto, anche delle allitterazioni, pazienza), è la «nuova virtù» di uno stato d’animo che non altro che «imbiancatura esteriore», «ipocrisia aggiunta all’antiche magagne».

Basta questo a cambiare le carte in tavola, a rendere il contento piuttosto un confuso. Il nostro confuso contento ha perciò il respiro corto perché si muove dentro un perimetro ristretto di cui percepiamo esattamente tutta l’asfitticità. La contentezza è un sentimento ancipite che incede maldestramente sul crinale di stati d’animo un po’ aggrovigliati. Non è molto diverso, in questo senso, dalla fede che è un sentimento che presuppone accettazione passiva, resa al dubbio, rinuncia alla ricerca per l’inerme sottomissione a ragioni superiori, la degradazione a peccato di tutto ciò che è desiderio.  

Il contento è uno che, letteralmente, cum-tenet: tiene con sé, si porta dentro qualcosa che spesso è una ferita nascosta, la repressione di un desiderio che gli è stato precluso. E questo dovrebbe indurci a starne distanti. A chi non è mai capitato, infatti, di provare diffidenza verso chi ostenta il proprio ottimismo di fronte alle avversità? Solo a guardare Facebook ti accorgi che è tutta una zenzeriera – nel senso della filosofia Zen -, una bancarella yeaaahhh in cui sotto i cartelli di cartone con su scritto buongiorno mondo! o ricordati di essere felice (e chi se lo scorda) puoi pescare a buon mercato massime su ciò che fortifica anziché ucciderti, sulla saggezza di chi ama veramente quando lascia andare perché tanto poi torna e non importa se nel frattempo ti ha stampato una vagonata di corna. E minchiate affini. Sarà perché la mattina ci sto il tempo di tre caffè ad accettare il fatto di essermi svegliato, ma anche a las cinco de la tarde guardo con sospetto all’enfasi di chi mi vuol far credere di essere il guru della felicità prêt-àporter, il mazinga Z della felicità-tà-ttà l’accento sulla a. Quindi, chi mi vuole far contento ci pensi due volte prima di iniettarmi nel cervello il botulino della contentezza e soprattutto si sbrighi a pagare quando è alla cassa del supermercato. Perché io poi ascolto e mi parte il post.

‘Sta Selva Selvaggia #4 – Dissing Medievale

Cosa pensava Dante mentre scriveva le sue opere? Le possibili risposte in un racconto “sbagliato”, al limite del profano, che ha come protagonisti l’immancabile guida: Virgilio, Dante e la sua sconveniente coscienza. Impegnati nelle avventure dei regni dell’oltretomba e dei pensieri del poeta i protagonisti narrano le improbabili situazioni in cui si ritroveranno di opera in opera. Un programma scritto, condotto e interpretato da Danilo Nuncibello e realizzato con la collaborazione della redazione di Radio Zammù, la radio dell’Università di Catania.

Tutte le puntate possono essere ascoltate qui.

In quest’episodio il gabbo di Beatrice e i patemi d’amore di Dante, nel viaggio che conduce all’interno della terna cavalcantiana della Vita Nova.

La principessa e il soldato (mentre John Wayne sta a guardare)

Mi capita spesso: vado per cercare una cosa e ne trovo un’altra. Stavolta è colpa di John Wayne di cui ricordavo di aver letto una volta, da qualche parte, che il suo whisky preferito era il Duke Kentucky Bourbon. Sfoglio una sua biografia e mi viene in mente Philippe Noiret/Alfredo che in Nuovo Cinema Paradiso, citando Il grande tormento – primo film a colori del “duca” -, dice al piccolo Totò: «Più pesante é l’uomo, più profonde sono le sue impronte. Se poi c’é di mezzo l’amore, soffre, perché sa di essere in una strada senza uscita». L’occhio mi cade così uno scaffale più giù, sul volumetto Sellerio con la sceneggiatura del film di Tornatore, lo apro più o meno a metà, alla pagina 88. Ottantotto, come l’anno in cui il film uscì, l’anno in cui lo vidi un pomeriggio, da solo (nella sua versione lunga), all’ex cinema Ritz di Catania, quasi di fronte – ironia della sorte – l’Istituto per ciechi “Ardizzone Gioeni”. E fu subito folgorazione, un coup de foudre, letteralmente. Uscii dal cinema coi lucciconi agli occhi, non si immaginava ancora la sua distribuzione tormentata, e poi il successo della pellicola, l’Oscar e tutto il resto. Mi sentivo fortunato ad averlo “scoperto” in una sala deserta, mi sembrava quasi un privilegio che nessuno se ne fosse ancora accorto. Perché quel film non parlava solo del furente amore per il cinema del suo autore, c’era anche il mio e con esso tutte le mie passioni, inclusi gli amori che avevo vissuto e quelli di là da venire.

Realizzo che la pagina in questione non è una qualsiasi e che forse è vero che non siamo noi a cercare i libri e le parole, ma sono essi a stanarci, a giocare a nascondino per poi affacciarsi quando meno te lo aspetti, come a dire: «Avevi bisogno di me? Eccomi qui». Il passaggio è quello in cui c’è il dialogo che, a distanza di anni, mi si chiarisce come la chiave di lettura di tutto il film, la favola cioè della principessa e del soldato che Alfredo racconta al giovane e infelicemente innamorato Totò. La storia è questa: il soldato ama una bellissima principessa che contempla durante i suoi turni di guardia, la sposerebbe se non fosse, appunto, un soldato. Non si sente cioè adatto al suo rango e teme così di essere respinto. Ma i suoi sentimenti sono imperiosi e decide allora di osare chiedendo la sua mano. Lei non lo rifiuta, ma nemmeno lo accetta. Lo mette alla prova e lo lascia così, ad aspettare, in un purgatorio di cento giorni. Gli dice che si affaccerà ogni notte dal balcone per controllare che sia lì ad aspettarla e che scioglierà le sue riserve alla centesima alba. Attenzione: non gli darà la garanzia che lo sposerà, ma solo una speranza, rimandando la decisione che lo libererà, in un modo o nell’altro, da quella sorta di pignoramento dei suoi desideri. Così è, se vi pare e anche se non vi pare: lei è una principessa e se lo può permettere.

A questo punto si offrono sostanzialmente due possibilità: il soldato può rifiutare e la principessa decidere di mandarlo a quel paese; il soldato può rifiutare e la principessa, messa alle strette, potrebbe decidere di sposarlo per non lasciarselo scappare. Il soldato invece accetta, e la scelta non ha nulla di logico perché non è scritto da nessuna parte che la principessa debba acconsentire solo perché il giovane si sarà dimostrato sufficientemente tenace né tantomeno è da escludere che dopo tanto attendere, la principessa non decida lo stesso di dargli il due di picche schiantandogli il cuore. Il giovane passa così – mischino – novantanove notti consumandosi incrollabile nell’attesa, intrappolato in un’ossessione, incatenato al suo desiderio. Ma alla centesima notte se ne va. Così, senza voler conoscere la risposta, senza concedere nulla alla principessa. Un vile? No, affatto. Avrà pensato che se la ragazza lo avesse amato davvero, non l’avrebbe tenuto in una bolla per tutto quel tempo, che forse la tirannia di quelle condizioni (o così o niente) fosse rivelatrice di un carattere poco affine al suo, oppure che non è vero, come si dice, che l’attesa aumenta il desiderio, ma che ne è anzi l’anestetico, che il problema non fosse tanto la risposta a lungo attesa quanto l’inutile sadismo di quella prova. E ancora che la ferita di una delusione sia tutto sommato da preferire alla cancrena del dubbio.

Funzionano così le cicatrici: da un lato ti raccontano un dolore, dall’altro ti dicono che sei guarito. Di sicuro il soldato disinnesca così la possibilità di vedersi comunque opporre un rifiuto. Capisce cioè di essere stato preda di un’ossessione, il ciocco di legno reso fragile dal tarlo che lo ha lentamente consumato. Ma soprattutto capisce che solo in quel modo potrà coltivare il sogno che la principessa starà sempre lì ad aspettarlo, che non esiste vita più intensa di quella immaginata (e il cinema che è immaginazione per antonomasia di tutte le vite possibili, ne è una prova), che la vita è sempre altrove e non ruota attorno a principesse che ti mettono sotto esame. Amare, dunque, senza essere ossessionati dall’idea di voler essere ricambiati, emancipandosi “dall’incubo delle passioni”, avrebbe detto Battiato. Amare senza farsi “cacare in testa dagli uccelli o farsi mangiare vivo dalle api” come fa il soldato, ma confidando nell’idea che vale la pena aspettare ancora un po’ e che quello che sarà potrà essere ancora più bello. La più famosa, forse, delle poesie di Nazim Hikmet, celebra quest’etica della potenzialità mentre recita che “il più bello dei mari / è quello che non navigammo. / Il più bello dei nostri figli / non è ancora cresciuto. / I più belli dei nostri giorni non li abbiamo ancora vissuti. / E quello / che vorrei dirti di più bello / non te l’ho ancora detto.

A Leonardo Sciascia il film di Tornatore era sembrato una specie di requiem, il de profundis di una generazione per la quale, invece, il cinema era stato tutto. Quello americano, prima di ogni altro – De Mille, Ford, Capra, Lubitsch, Mamoulian – quello che lui amava, turgido ridondante e spettacolare, che gli ricordava i pomeriggi trascorsi in un teatro di paese dove un pianoforte suonato da una vecchia, mascolina e irascibile pianista intonava valzer di Strauss e canzoni di Piedigrotta, facendo da sottofondo al corteggiamento delle grandi dive – la Bertini, la Menichelli, Diana Karenne e Lupe Velez – ombre corteggiate, ammirate, desiderate.

Ma Nuovo Cinema Paradiso non è tanto, a mio modo di vedere, un film sul rimpianto del cinema che fu, sulla nostalgia del passato, ma un’opera sulla pedagogia delle passioni, su come i film siano straordinari dispositivi di modellizzazione dei sentimenti, trame che continueranno sempre a insegnare a tutti a stare nel mondo, a scardinare quelle stanze che la vita si ostina a chiudere a chiave: uno specchio che ci restituisce non solo l’immagine dell’Io effettivo, ma anche di quello che riteniamo di meritare. Come accade agli abitanti del piccolo paesino siciliano in cui è ambientata la vicenda e che imparano a baciare e ad amare guardando i divi che si baciano e si amano sul grande schermo. Una lezione così scandalosamente efficace da indurre il prete locale a sforbiciare proprio quelle scene che sono la simulazione più potente della vita che immaginano e che mal si concilia con quella che lui, la persona più inadeguata alla didattica sentimentale, ritiene sia la vita “giusta”.

Vigile vigilia dell’attesa

24 dicembre, la vigilia dell’attesa. Tendenzialmente ottimista, non mi appartiene la filosofia del peggio. Cerco di scoprire il buono negli imprevisti, negli accidenti della vita. Nelle avversità provo a ribaltare la prospettiva e a considerare opportunità ciò che altrimenti si potrebbe considerare disgrazia, a considerare almeno un po’ bene tutto il male che sembra venir per nuocere. Un’abitudine che le limitazioni della pandemia hanno incoraggiato è sicuramente il diverso valore che posso dare al tempo. Si dice: chi ha tempo non aspetti tempo. Relax, baby! Nessuna fretta. Ora, di tempo ne abbiamo anche troppo. La cattività domiciliare imposta dai dpcm tinge di un profondo rosso le prime ore di congedo dal lavoro e, almeno cromaticamente, l’emergenza si accorda all’atmosfera natalizia. Di bianco non ci è rimasta ormai nemmeno la neve, altro che I’m dreaming of a white Christmas. Quest’anno il rosso fa tendenza, si porta su tutto. Anche l’Etna ci mette del suo, con i suoi boati ci spernacchia e spennacchia il cielo nero con sbuffi vermigli di fuoco.

Dicevamo però del tempo e dell’attesa. Le giornate si sono dilatate, le festività natalizie non ci obbligano più di tanto al rituale delle visite ai parenti, allo shopping ossessivo-compulsivo, alla litania dei pranzi e delle cene: “addà passà a nuttata”. Nel frattempo aspettiamo, ma cos’è l’attesa? Una disposizione attiva o passiva? È l’azione (così nei dizionari) di chi aspetta e quindi un singolare ossimoro che impone all’idea di uno stato di tregua e di requie il dinamismo del fare (l’attesa sarebbe così un tempo riempito da “cose” che facciamo per esorcizzare lo stesso scorrere del tempo)? Oppure è uno stato d’animo e quindi un sentimento? O solo un semplice intervallo di tempo? Nel tempo dell’attesa c’è comunque un’idea di futuro, una tensione verso la vita che non è ancora. Attendere, viene dal composto latino di ad e tendere, letteralmente è un guardare avanti. E quindi è bello aspettare. L’attesa è una promessa e una speranza, come dicono gli spagnoli che hanno quel verbo dolcissimo come un bacio a fior di labbra: esperar (Espérame en el cielo, corazón: Aspettami in paradiso, cuore / Se vai per primo / Aspettami che presto andrò / Ovunque tu sia). Attendere è come stare in agguato, è la tensione vigile di chi vede oltre, e quindi vede prima. Gli inglesi dicono to wait, ma è un calco dal provenzale guaitar, che significa vegliare, stare come una sentinella ad aspettare. Ex- pectare: “guardare da lontano”. Che non è stasi o immobilismo, passività o differimento, ma anzi tensione, investimento, progetto. L’attesa richiede scrupolo e attenzione, ma ripaga sempre, come un capitale depositato con ottima percentuale di interesse.

Ingannare l’attesa: ma in che senso? Che ti ha fatto di male da doverla anche raggirare come farebbe un brigante di passo? Facci piuttosto amicizia, familiarizza con essa. Contro la frenesia e il logorio della vita moderna non serve affidarsi alle virtù salutari del carciofo (non serve il Cynar), ma una diversa manutenzione del tempo, una sua considerazione affrancata dall’idea dell’efficienza, dall’ansia della prestazione, del “tutto e subito”. Anche in amore funziona così, non è la velocità che conta ma la durata. L’attesa, che è tempo interstiziale per definizione, aborre l’idea del risarcimento immediato. Ci affanniamo a considerare perso il tempo occupato a pensare. C’è chi considera inutile il tempo lungo del leggere e ricorre all’abominevole espressione “non ho tempo per leggere” come se questo fosse perso, inutile, e tutta la vita fosse come un treno della metropolitana da prendere al volo. Il tempo per leggere è come il tempo per amare: quale essere perverso direbbe “non amo perchè non ho tempo”?

Farsi allora Penelope che fa e disfa la sua tela, farsi poeti cortesi che accarezzano a vita fantasmi di donna, cinture nere dell’attesa, perchè non c’è amore più bello ed eterno di quello vagheggiato, non ricambiato, aperto a qualsiasi soluzione, l’unico che non finirà mai (Dante e Petrarca docent). Non è affatto disimpegno o fantasticheria, mancanza di senso pratico o rifiuto di assumersi la responsabilità di una scelta, ma un serio programma etico. Ci vuole serietà e strenue forza di volontà per aspettare il ritorno di Ulisse. Uno dei versi più belli della poesia francese è nel secondo atto della Phèdre di Racine: On dit qu’un prompt départ vous éloignede nous. Ippolito, figlio del re Teseo, deve partire all’improvviso. Fedra è sconvolta, non sa quanto dovrà stare lontano da lui e si decide perciò a rivelargli i suoi sentimenti: “dicono che una partenza rapida ti allontani da noi”. Ma una partenza o un’assenza non è distanza, è un legame ancora più forte perchè aspettare è riconoscere che non si può fare la propria felicità da soli.

E allora prendiamoci tutto il tempo che serve e che la pandemia ci ha riservato in abbondanza per pensare. Nell’attesa facciamo quella telefonata a un amico che avevamo sempre rimandato perchè non trovavamo il tempo, scriviamo quella lettera di scuse che ci sembrava costasse troppo formulare, leggiamo e scriviamo, facciamo elenchi di cose di qualsiasi tipo, pesiamo le parole una ad una, chiedendoci cosa significhino anzichè mandare istericamente greetings packs di sms natalizi che richiedono appena un paio di secondi tra copia/incolla/inoltro (ma che nell’attenzione di chi li riceve, lo sappiamo bene tutti, durano anche meno), facciamo sentire importanti le persone a cui teniamo, dedicando loro attenzioni nei modi, anche maldestri, che ognuno di noi sa. E buona vigilia dell’attesa a tutti.

Il coltello di Franz

Un pomeriggio di un tiepido giorno di aprile. Franz è seduto sul balcone assolato di una pensione di Merano; legge una lettera di Milena. Ha conosciuto quella ragazza bella e intelligente l’anno prima, ma non ricorda quasi nulla del suo aspetto. Bastano le parole però a definirla: è una donna sensibile e intelligente, vitale e appassionata, sebbene mestamente sposata a un uomo che non la ama. Anzi, la soffoca. L’uomo non ricorda quasi nulla del suo aspetto, ma le parole che lei sa usare con chirurgica precisione (non per niente è una traduttrice) bastano a cesellarne l’immagine che gli si disegna in mente in modo via via più intenso, a somiglianza di una luce che abbaglia, non consentendo sulle prime di mettere a fuoco il resto. 

Franz s’innamora delle parole prima ancora che della persona. Saper dire l’amore non è meno vero del saperlo dare. Il linguaggio può diventare pelle, carne, sangue, può infiammare l’anima come e più dei sensi. Ma lui è un solitario, uno che si sente estraneo a tutto e fa fatica ad aprirsi agli altri. L’incontro di due fragilità è già un acconto di coraggio, dispone alla fiducia reciproca. Milena, poi, ha quella sicurezza che dimostra la volontà di arrivare al fondo delle sue passioni, senza paure, senza esitazioni. Si confidano. E le parole sono le carezze che lui non può darle e sembra addirittura non voler ricevere, per paura che possano bruciare sulla carne di chi, come lui, vive senza pelle. Le parole sono il surrogato di un’intimità negata che toglie il sonno e infiamma. Sono lame che scavano nel petto, rigirano la brace che dorme al fondo di un incendio. Le parole nutrono altre parole e con esse immagini, fantasticherie. Stordiscono e lo trasformano nel moscerino che si avvicina incurante alla lampada che lo brucerà. Così Franz la vede ovunque, nella sua piccola camera, la vede accanto a sé e si arrende a una dipendenza totale, prova l’angoscia d’una soggezione assoluta, di un amore che gli fa dimenticare persino di esistere, che gli fa credere di non aver mai provato nella vita una passione simile. L’immagine verbale di Milena è quella di un’intollerabile felicità che basta a se stessa: una promessa di salvezza per il semplice fatto che lei esiste. Ma è una promessa che lo terrorizza, lo fa sentire un debole fanciullo, apprensivo per la giovinezza della ragazza, come potevano essere «i profeti che ascoltando la voce che li chiamava, si sentivano terrorizzati e non volevano». La «gioia», la «sicurezza», il senso di «pienezza» che muove dalla ragazza è come un vento di tempesta che lo atterra e lo svuota, avvilisce la sua «enorme stanchezza», atterrendola con quella vertiginosa sovrabbondanza di vita. Gli fanno pensare che sia possibile morire di felicità, glielo fanno anzi desiderare. Morire in un lampo di felicità. Per una donna che, come il mare, con le sue infinite masse d’acqua, con la forza delle sue maree, attrae e sommerge. Le parole di lei sono acqua e l’amore di lui l’onda alimentata da quell’acqua.

Tragicamente esitante e lacerato, si sente come uno che ha paura «di fare un solo passo su questa terra irta di tagliole» e contrappone spietatamente la sua «età», la sua «angoscia», la sua stanchezza, alla «gioventù», alla «freschezza» e al «coraggio» di una ragazza che riconosce solo i diritti della passione, conosce solo ciò che desidera e ciò che desidera non ammette limiti o esitazioni di sorta. Lei s’ingegna di progettare l’avvenire di Franz, per placarne l’angoscia e trasformarla in speranza. A vincerli però è l’insanabile contrasto tra il desiderio di una donna per «una vita che sia molto vicina alla terra» e la «rigorosa ascesi» di un uomo incline piuttosto a coltivare complicità con le proprie ossessioni. Milena vorrebbe mantenere un rapporto con lui, si accontenterebbe persino di assecondare la sua discreta inclinazione al silenzio («Ti prego, lascia che rimanga in silenzio…», le scrive Franz). Ecco: restare in silenzio è tutto ciò che gli resta per vivere come può. E poi ci sono già stati quei capricciosi accidenti della vita – malintesi e gelosie – a tenerli distanti, e che gli hanno fatto prendere coscienza ancor più che il suo destino è quello di essere un lupo solitario, estraneo al mondo. 

Alla fine di uno dei più eleganti epistolari amorosi che io abbia mai letto, la domanda che mi resta sospesa nella mente è: perché Franz Kafka rinuncia all’amore di Milena Jelenska? Sì, d’accordo. I due erano per certi versi incompatibili: la malattia, il desiderio di morte, la timidezza, la terribile ango­scia, le rinunzie di Franz contrastavano con l’impavida risolutezza, l’ar­dente brama di vivere, l’odio dei pregiudizi, lo spirito di sacrificio, la grande prodigalità di una donna per molti versi straordinaria. Ma non basta. Non può bastare. E allora forse il senso è tutto in quella lettera in cui Kafka le dice che «l’imperfezione solitaria la si deve sopportare in ogni momento, l’imperfezione a due non si è costretti a sopportarla»:

«Non abbiamo forse gli occhi per strapparceli e il cuore per il medesimo scopo? Eppure non è poi così grave, questa è esagerazione e menzogna, tutto è esagerazione, soltanto la nostalgia è vera, non la si può esagerare. Ma perfino la verità della nostalgia non è tanto la sua verità quanto piuttosto l’espressione della menzogna di tutto il resto. Sembra un’idea bislacca, ma è così. E forse non è vero amore se dico che tu mi sei la cosa più cara; amore è il fatto che tu sei per me il coltello col quale frugo dentro me stesso».

Ecco, a causa del suo orgoglio, Kafka sentiva evidentemente di poter amare solo ciò che poteva porre così in alto sopra di sé da risultare eternamente inattingibile.

Pablito è vivo. Evviva Pablito.

Ogni tifoso di calcio, in un modo o nell’altro, è  legato a una determinata partita, a una formazione, a un episodio sportivo. Ne può fare persino il big bang di una passione, la specola da cui guardare la vita. E se capisce che tutto ciò ha origine dal calcio non potrà che ammettere la dipendenza da questo sport che può portare gioia, ma anche ossessione e disperazione. La partita della vita, della mia vita, fu giocata il 5 luglio del 1982: Italia-Brasile. Non era una finale, ma era come se lo fosse. E in un certo senso lo fu. Contro l’invincibile seleçao, la più forte di sempre, favorita da tutti i pronostici, gli smandrappati italiani potevano solo ingegnarsi di evitare una goleada senza scarpinare indegnamente e senza perdere la faccia. E invece non andò così. Chi quella partita l’ha patita saprà per sempre cosa siano le montagne russe del cuore, potrà pure dimenticare il proprio anniversario di matrimonio, ma non quella data. Li avevamo fatti giocare i brasiliani, li avevamo illusi di essere dei in terra. E loro ci sono cascati per due volte, riuscendo a rialzarsi e a pareggiare, ma alla terza si sono arresi. Loro si incaponivano con prodezze individuali e noi facevamo gioco di squadra – gli italiani, pensate – mettendo puntualmente il nostro centravanti nelle condizioni di castigarli. Il calcio è così, contempla una tesi e un’antitesi: se una formazione travolgente attacca e l’altra si contrae e contrasta allora si ha il caso più classico di dialettica hegeliana. Una dialettica muscolare, è chiaro, ma se avevamo fatto giustizia del calcio-fantasia dei sudamericani potevamo pensare persino di essere noi gli dei in terra. E Paolo Rossi era il nostro profeta. La voce di Nando Martellini che scandisce in tv “Rossi Rossi Rossi” è ancora oggi un’eco che mi risuona nelle orecchie e nel petto. La faccia triste del portiere Valdir Peres era l’epitome di una sfida diventata una questione a due: Ettore che soggiaceva ad Achille piè veloce. E la gente per strada a far festa quella sera, nell’Italia svegliatasi dall’incubo degli anni di piombo, con la gioia assoluta per una bandiera che avrebbe sventolato ovunque, dai balconi come dai finestrini delle auto in carosello.

Quelli come me che nel 1982 erano ragazzi che strapazzavano i Super Santos nei campetti degli oratori hanno sognato almeno una volta nella vita di essere lui, Pablito. Era più semplice identificarsi in un calciatore dal fisico “normale”, imbarazzante quasi, a confronto con il bagagliaio di bicipiti, deltoidi e flessori esibiti dagli odierni campioni dell’arte pedatoria. Lui no, con quell’aria da uomo qualunque, da qualsiasi “signor Rossi” appunto, arrivato quasi per caso nella Nazionale, grazie a un c.t. testardo come Enzo Bearzot che lo avrebbe preferito a Roberto Pruzzo, «O Rei di Crocefieschi», trasformandolo nel capocannoniere che non ti aspetti, lui ci avrebbe fatto vincere la Coppa del Mondo più bella di sempre, la più inaspettata, riscattando i mingherlini di tutto il mondo uniti. Pablito: l’aria da garzone di bottega, l’angelo che si trasforma in diavolo quando deve rapinare le aree di rigore, il centravanti della Juventus più bella, l’unica la cui formazione ricordi a memoria come un mantra, come le preghiere del catechismo: ZoffGentileCabriniBoniniBrioScireaBettegaTardelliRossiPlatiniBoniek.

A Torino c’era arrivato passando da Vicenza, dove aveva lasciato caterve di reti, stregando gli osservatori che notavano la sua pazzesca capacità di essere intuitivo e controintuitivo, di anticipare mentalmente quello che sarebbe successo in campo. «Monello del Collodi», lo ha definito il poeta Fernando Acitelli, «eterno oratoriale bimbo / emigrato a genio / nel soffio d’una estate». Era stato amore a prima vista, lungimirante infatuazione per quel ragazzetto magrolino, con le ginocchia fragili, che qualcuno paragonava addirittura alla leggenda di Garrincha. Stesso modo di involarsi sulle fasce, stesso incedere dinoccolato che poteva improvvisamente accendersi di uno scatto che lasciava inchiodati gli avversari. Astuto quando si trattava di aggirare i difensori, esperto nell’evitare le trappole del fuorigioco, in area era come un fantasma che si materializzava dal nulla per farsi trovare pronto ad allungare il piede e metterla sempre in rete. Come deve fare il bomber, il cui unico imperativo è coincidere con il proprio epiteto; un centravanti che non segna non è un centravanti, non è nessuno. Come ha scritto Osvaldo Soriano in Fùtbol, «per il goal c’è un angelo particolare, un non so che. O ce l’hai o non ce l’hai. Tu l’hai visto: ci sono un sacco di attaccanti che non segnano più di cinque gol a campionato, non è serio». Ora vai Pablito, nel paradiso dei calciatori c’è già un angelo, col numero 10 e la maglia del Napoli, che ti aspetta per fare qualche tiro in porta.