Promenade lentinese

Se una mattina d’inverno un viaggiatore percorresse la Piana di Catania, sulla rotta che conduce, tra l’altro, a un esotico quanto disagevole biviere, alle porte di Lentini non troverebbe un’insegna che dica della città di Gorgia e del notaro Giacomo, ma una segnaletica che la denomina “città delle arance”, che è cosa quanto meno bizzarra.

Ma come? Qui è nata la filosofia dei miei amati sofisti, qui si è dettato l’Abc della poesia italiana e a costituire vanto locale dovrebbero essere gli agrumi?!? Peraltro – è bene dirlo – si tratta di un primato ortofrutticolo ormai conteso e vinto a mani basse da altri centri (e ancor più che dalle limitrofe Carlentini e Francofonte, da Scordia e Palagonia über alles). Pare, insomma, che Lentini sia destinata ormai ad abdicare dal rango di sovrana dell’agrumario, per via del fatto che il sistema di terrazzamenti che caratterizza le sue piantagioni risulterebbe poco funzionale e redditizio, obbligando a una più dispendiosa raccolta manuale anziché meccanica. Almeno così mi spiegherà, durante la mia visita, la guida che mi attende in città. Sarà?

E del celeberrimo pani ri Lintini? – mi viene da chiedere. Anche in quel caso problemi, dal momento che i forni diminuiscono e non ci si preoccupa più di tanto di tutelare il prodotto, come si fa con i vini o i formaggi a marchio dop. Bisogna decisamente puntare su qualcos’altro allora. Tornare magari alla storia della città, sí, perché di Storia e microstorie ce ne sarebbero tante da raccontare. A partire da quelle che ruotano attorno ai figli più o meno illustri della città: il pop-filosofo Manlio Sgalambro («la Yoko Ono di Battiato» è battuta di Aldo Busi tanto ingenerosa quanto divertente); l’antilirico scrittore (lentinese d’adozione) Sebastiano Addamo, l’autore dell’antibrancatiano e antipattiano Giudizio della sera; il musicista Alfio Antico, autentico profeta e mistico della tammorra e del tamburo a cornice. Per finire con le vite degli uomini ignoti, quei tipi di paese la cui semplice e nuda onomastica è già garanzia di storytelling: Cirino 10 e 10, Filippo cca gavetta, Paolo a pupa, Turi Marlboro…

Per fortuna, arrivo in centro quella mezz’ora prima (ma era tutto calcolato) che mi serve per fare colazione al bar Navarria, gloria locale dell’arte pasticciera, special one del catering indigeno. Di suo il locale è piuttosto ordinario, come se ne vedono tanti nei paesi, anche un po’ triste nei suoi arredi dozzinali e timidamente vintage, ma poco importa perché bastano i suoi dolci per dislocarti, come le pilloline rosse e blu di Matrix, in un altrove glicemico. Il banconista-Morpheus mi porge, nella fattispecie, una raviola di ricotta al forno che è piuttosto una nuvola di ovatta edibile che non ti verrebbe nemmeno di morderla per non farle un torto, ma piuttosto di usarla sul corpo come si userebbe una spugna, tanto è morbida e pura con la sua gentile anima casearia.

Piazza Dante Alighieri (Lentini)

Il tempo di tornare in me e di spolverarmi il giaccone innevato di zucchero a velo e realizzo che devo raggiungere il luogo dell’appuntamento con la guida, ma quel che mi accade mi fa venire il dubbio di essere ancora in una realtà parallela. Non provate, infatti, a chiedere a un lentinese dove sia piazza Dante Alighieri, semplicemente perché non lo sa; la conferma statistica me l’ha data l’avere inutilmente cercato di ottenere l’informazione topografica interpellando quattro persone in venti metri e ricevendo, nell’ordine, le seguenti riposte: a) non so, entri in farmacia e chieda; b) non so, chieda al calzolaio qui di fronte; c) non so, non sono di qua (detto da una distinta signora che usciva dal portone di casa sua; d) aspetti, cerco su Google Maps…. no, no, se esiste, non è a Lentini.

Per fortuna, il mio spaesamento viene avvertito da un giovane che, vedendomi confuso e disorientato come John Travolta in un famoso meme da Pulp Fiction, precetta i passanti di via Conte Alaimo per aiutarmi.

Potenza dell’accoglienza, tutti gli astanti convengono che ciò che ho ingenuamente indicato con il toponimo ufficiale altro non è che il quartiere Badia, distante non più di 50 metri. «Acchianassi ddi duocu, allatu ra posta, e arrivau» [«Percorra in salita tutta la scalinata adiacente all’ufficio postale e se lo ritroverà davanti agli occhi»], mi dice il buon uomo nel suo colorito argot e così m’incammino.

Da lì in poi, avrei scoperto parecchie cose interessanti e, per esempio, che lungo via San Francesco, pur tra tante cose pregevoli (la chiesa monumentale della SS. Trinità, per dirne una, o palazzo dei Beneventano della Corte con il monastero superiore) si trova quello che forse è il più brutto affresco al mondo di San Francesco, ritratto con la testa che sembra decollata come quella di San Giovanni e nell’atto di mimare con pollici e indici un cuore, come farebbe il teenager di un romanzo di Federico Moccia.

Alcune cose mi sono però chiare e cioè che a Lentini l’intitolazione delle chiese non è stata mai cosa pacifica e che, se non proprio di guerre di santi parliamo, di sicuro più di una contesa ha fatto sì che gli edifici di culto cambiassero nome nei secoli e che, per esempio, alla Santissima Trinità si sia sentito il bisogno di affiancare anche il nome di San Marziano che fu il primo vescovo di Siracusa. Come se il PSG sentisse il dovere di schierare, accanto al tridente Messi-Mbappé-Neymar, anche Bernardeschi. «Non ti disunire», direbbe l’Antonio Capuano di È stata la mano di Dio: è una cosa inutile, almeno quanto il film di Sorrentino.

San Mercurio (Lentini, Chiesa della Fontana)

Da lì muovendo, si giunge all’ottocentesco santuario diocesano della Chiesa della Fontana. O dei Tre Santi. O di San Mercurio (sempre per la smania intitolatoria di cui prima). È il sito in cui sarebbe avvenuto il martirio dei tre fratelli protettori della città, Alfio Filadelfo e Cirino che vantano, fino a Messina, un nutrito palmarès di luoghi a loro dedicati. Tre sono le curiosità principali del luogo come i pozzi che, narra la leggenda, si aprirono quando al maggiore, Alfio, fu tagliata la lingua per punirlo della sua predicazione. Gettata via, cadde rimbalzando ben tre volte, non so per quale curioso fenomeno fisico-dinamico, scavando altrettante pozze da cui ancora oggi sgorga acqua. Il suo livello si mantiene bassissimo tutto l’anno, e si innalza nei giorni di maggio in cui ricorrono i festeggiamenti dei martiri. Più che il miracolo possono, verosimilmente, i cambiamenti climatici e le variazioni stagionali dei livelli delle acque fluviali, ma le credenze popolari sono sicuramente più affascinanti e suggestive.

Lo è un po’ meno la storia che ci racconta lo zelante custode che ci apre una delle botole che coprono i pozzi, operazione che, a suo dire, gli è costata nel tempo la perdita: di un berretto, di un paio di occhiali e di un cellulare. Caso vuole che i locali vigili del fuoco pare siano particolarmente sensibili e servizievoli e si prestino perciò anche a interventi di recupero del genere. Quelli di Los Angeles, perciò, che vediamo nei film mentre recuperano con gran spiegamento di forze gattini sugli alberi si possono scansare. I pompieri lentinesi che non hanno le emergenze alluvionali dei colleghi catanesi, non temono concorrenza: arrivano, svuotano pozzi e recuperano oggetti smarriti.

L’altra curiosità sono le statue dei tre santi sull’altare maggiore praticamente gemelli all’apparenza, nonostante le differenti età. Li accomuna peraltro la medesima acconciatura in tinta, con uno spiazzante effetto Rocher dato dall’eccessiva doratura. Ma pare che l’intervento di restauro sia filologicamente corretto e coerente con l’usanza di esaltare gli effetti di brillantezza delle teste dei santi che simboleggiano la luminosità del sole. Vabbè…

E poi, mi sembra di poter attribuire a Lentini anche il primato dei santi dai nomi più inusuali: già Filadelfo e Cirino non mi paiono gettonatissimi tra le possibili prime scelte di neo-papà e neo-mamme, ma il culto locale imporrebbe di prendere in considerazione anche Tecla, Eutralia, Eutropia, Onesimo, e ancora Caritone, Neofito, Cleonico e Stratonico che sono più da onomastica dei super eroi della Marvel che da innocenti creature che se li dovrebbero portare appresso tutta la vita quei nomi.

La tappa successiva è quella obbligata, anche se non la ragione principale della mia escursione. Arrivati in piazza Umberto I, tocca al Duomo, già cattedrale in epoca bizantina e sede vescovile nel 1698, anch’esso rigorosamente con doppio passaporto: Santa Maria La Cava e Sant’Alfio. Dipendesse da me, propenderei per la Vergine vuoi perché una madonna “della Cava” ricorda anche le origini del sito, la particolare conformazione geofisica di tutta Lentini, città scavata nella roccia e ricca un tempo di cave e miniere, vuoi perché mi hanno sempre affascinato le varie ed estese denominazioni della Vergine: delle grazie, della lettera, della catena, del silenzio, della roccia, della scala, della castagna, della corona, della sciara e chi più ne ha più ne metta. Non suoni irriverente, ma qualcuno ha mai pensato di contattare la Panini per farne un album di figurine da diffondere nelle parrocchie ad uso e consumo dei catechisti? Vuoi infine per quel che di ingiusto trovo nell’intitolare il principale luogo di culto al solo Alfio, il cui destino fu così strettamente legato a quello dei fratelli minori esclusi. Cui prodest?

La chiesa vale una visita non distratta, per le tante sorprese che riserva: l’icona bizantina della Madonna del Castello; la statua della Madonna della Catena in alabastro; i tre arcosoli paleocristiani, i sepolcri dei martiri Alfio, Filadelfo e Cirino; il Fonte dei Mesi; le tele lungo le navate; la sagrestia con i tesori.

Solo il putridarium mi sarei risparmiato, a pensarci bene, perché la sua descrizione mi ha “riproposto” la raviola della colazione. Trattasi di un ambiente funerario provvisorio, una cripta, presente nella quasi totalità delle chiese del territorio e in cui i cadaveri venivano messi a scolare i liquami della putrefazione, seduti su sedili dentro nicchie, fino a quando i resti scheletrici potevano essere spostati nell’ossario e il cranio, simbolo dell’individualità del defunto, posizionato su mensole. Il modificarsi dell’aspetto esteriore per via del disfacimento della carne fino alla completa liberazione che rendeva visibile le ossa (simbolo di purezza) rappresentava visivamente i diversi stadi di dolorosa purificazione affrontata dall’anima nel suo viaggio verso l’eternità. Pratica antigienica come poche nella storia dell’uomo e infatti abolita, a partire dagli inizi dell’Ottocento.

L’ex pretura di Lentini dove ebbe il suo primo incarico Giovanni Falcone

L’ultima tappa, la più emozionante, richiede tempi lunghi e scarpe comode. Già la via che conduce alla Chiesa del Crocifisso, un santuario rupestre risalente al XII secolo, riserva anch’essa qualche curiosità e tanto per dirne una la sede dell’ex pretura, la stessa in cui Giovanni Falcone ebbe il suo primo incarico. Non so come siano messe le casse del Comune, ma qualora non si trovassero cinquanta euro per una targa in ottone, sono disposto a metterceli di tasca. Perché non capisco come non ci sia casa di cui non si ricordi, per dirne una, che lì ha dormito Garibaldi, e non si debba trovare il tempo e il modo di richiamare alla mente del passante il posto in cui ha lavorato un uomo che non avrà forse il blasone di sant’Alfio, ma in quanto a martirio non è stato da meno.

Inerpicandosi lento pede si incontra pure una carbonaia, niente di che, ma non ne avevo mai vista una prima e perciò mi ha incuriosito, ma di fronte si può ammirare il bellissimo panorama di valle San Mauro, l’agorà di Lentini con la sua Acropoli, di fronte al sontuoso scenario dell’Etna. Pare che ci sia parecchio da scavare ancora, ma ci si aspettano tante sorprese dagli Indiana Jones nostrani, non ultimo il rinvenimento di un anfiteatro.

La chiesa rupestre di Santa Maria della Grotta (poi del Crocifisso) è un luogo del cuore, censito dal FAI, recuperato tre anni fa con tanta buona volontà, dopo essere stato devastato e vandalizzato a più riprese, un posto in cui mi piacerebbe tornare da solo per pensare, farmi invadere dal silenzio, dalla memoria, una grotta che doveva sembrare di grande suggestione per chi ebbe nei secoli passati il privilegio di ammirarla ammirare tutta affrescata. Lì dove sorgeva la città greca di Leontinoi, affacciata sulla Cava Ruccia che guarda il vulcano, si respira una spiritualità antica e solenne. È un’emozione grande che ti pervade dentro l’Oratorium populi in cui s’intravedono tre strati di affreschi sovrapposti che sono l’obiettivo principale degli interventi di restauro in corso. Resta poco, ma quel che resta è di grande forza evocativa, un palinsesto storico-artistico che recupera l’iconografia bizantina, con l’abside che raffigura il Cristo Pantocratore, assiso su un trono imperiale attorniato da quattro cherubini. Questa è l’unica immagine che non si può fotografare, ma tutto attorno se ne conservano altre, oltre a un affresco con la Madonna del Latte, e soprattutto cinque icone, distinte da cornici rosse e bianche: Elisabetta, un Leonardo con la barba alla Gianluca Vacchi, un Giovanni Battista con i dread da rasta, Nicola e Stefano. Fortuna volle che due settimane fa, nella parete opposta a quella in cui si intravede appena una Crocifissione, sia stata ripristinata una bellissima Deposizione di Cristo che era stata staccata ed esposta all’interno del Museo Archeologico di Lentini e che si può ora ammirare restaurata.

Mi basta così per ora. Chi non avesse ginocchia malferme come le mie potrebbe tranquillamente pensare di estendere la visita all’area archeologica del Castellaccio. Ti prende almeno un paio d’ore per raggiungerla e percorrerla, fino a tornare al punto di partenza, quella piazza Dante che i lentinesi conoscono come ‘a Badia da cui ebbe inizio il sabato che ho testé riassunto. Ma non amo molto la bulimia turistica e rimando perciò ad altra occasione il mio supplemento d’indagine.

La verità, vi prego

Ma quelli che ti devono catechizzare su quanto sia cosa buona e giusta essere sinceri sempre, con chiunque, costi quel che costi, che problemi hanno esattamente? E con le bugie dette a fin di bene, per evitare che certe situazioni degenerino in conseguenze irreparabili, come la mettiamo? E con gli indicibili “segreti” che ogni famiglia tiene occultati per comprensibile interesse o decoro?

Osservo con un po’ di sospetto, perciò, chi si spertica nella difesa del principio che occorra dire sempre la verità, a prescindere da tutto e tutti. La trovo un’intenzione naïf, dettata più da buona volontà che dall’effettiva e onesta possibilità di tradurla coerentemente in azione. A questa sorta di sinceropatia – mi si passi il termine – mi sembra che non faccia leva il coraggio, ma l’incoscienza, insieme a un deficit di intelligenza emotiva che in certi casi può risultare persino crudele. Come quando qualcuno ti dice: «sai, ti devo dire una cosa, però non ci rimanere male». Bene, non dirmela e il problema non si pone. Vomitare tutto ciò che ci passa per la testa può denotare mancanza di empatia, inadeguata considerazione dell’impatto emotivo delle nostre affermazioni, scarso senso dell’opportunità e del fatto che ci sono modi e tempi con cui gestire rapporti senza ferire o, peggio, traumatizzare chi ci ascolta.

Lo capiranno gli ultràs e i pasdaran della parresìa che la vita psichica ci impone continuamente di stabilizzarci quotidianamente in un sistema di meccanici inganni e autoinganni? Rifletteranno abbastanza sul fatto che mentire e simulare sono procedimenti intrinseci a qualsiasi forma non dico di comunicazione, ma di relazione? Il contrario di una persona ritenuta bugiarda, perciò, non è una persona sincera. La bugia, quando non è usata per danneggiare intenzionalmente il prossimo, è una resina in cui come insetti restiamo tutti invischiati, nessuno escluso, perché è parte del gioco stesso della sopravvivenza. Essa sta al confine di ogni manifestazione dell’umano – dalla creazione letteraria alla strategia dei sentimenti – e del naturale, se è vero che è lo stesso regno della Natura ad apparire contraddistinto dalla presenza di comportamenti e processi ingannevoli: camaleonti, lucciole, piante carnivore, fiori, senza alcuna distinzione, si servono di simulazioni per evolversi e resistere all’estinzione.

È travestimento tutta l’arte che simula il reale come la politica con la sua sofisticazione retorica, i galatei con la loro convenzionalità come la cosmesi che promette bellezza e giovinezza, il marketing col suo imbonimento come i social media che incoraggiano il doping sistematico dell’immagine che vogliamo dare di noi stessi, la giurisdizione con l’eloquenza dibattimentale quanto certa (dis)informazione funzionale ad interessi di parte.

All’origine del genere umano c’è l’inganno del serpente, senza il quale Adamo ed Eva sarebbero stati probabilmente destinati a morire di noia o di depressione nell’Eden. E noi, di conseguenza, appresso a loro. Sarà per quello che il senso di colpa generato dal peccato originale ha imposto all’uomo di considerare le bugie come la peggiore delle aberrazioni, a farci insegnare ai bambini a non dirle, anche se siamo i primi a non crederci e a non far altro quotidianamente. Ma prima dell’inganno del serpente, è insincero pure Dio che dice ad Adamo: «Di ogni albero del giardino puoi mangiare a sazietà. Ma in quanto all’albero della conoscenza del bene e del male non ne devi mangiare, poiché nel giorno in cui ne mangerai certamente dovrai morire» (Genesi, 2, 16). Muoiono l’uomo e la donna dopo aver mangiato il frutto proibito? No, dunque Dio non ha detto la Verità? E se dunque ci arriva a cogliere il sospetto che essa non appartenga nemmeno a Dio, come facciamo noi a tacciare taluni di essere sicuramente in difetto quando preferiscono la bugia veniale o l’omissione ai loro incauti e improvvidi sincericidi?

Dopo il serpente del giardino edenico, la memoria dell’uomo è tramata di figure di mentitori eccellenti, da Ulisse a Prometeo, da Achille a Marco Antonio, da Iago a Don Giovanni. L’epitome di tutti è considerato l’abietto Giuda che fa dimenticare persino che, dopo lui, mente persino Simon Pietro. È quello un momento tanto cruciale, al centro della storia “sacra”, da aver richiesto nel tempo non pochi supplementi di indagine. Lo aveva inteso Borges che terminava le sue Finzioni con Tre versioni di Giuda in cui affronta gli irresolubili problemi del Traditore e la questione del posto che occupa nella vicenda della Salvezza. Perché qualche dubbio lo insinua pure quell’inganno: era proprio necessario il bacio per identificare qualcuno che predicava tutti i giorni in pubblico? Perché Giuda tradì per trenta denari, che non è che fosse poi tutta questa gran somma? Se Gesù Cristo sapeva che proprio lui l’avrebbe tradito, come alcuni dei vangeli fanno capire, perché non fece nulla per impedirglielo, per salvarlo dalla dannazione eterna? Fu Giuda il capro espiatorio o piuttosto il ladro e l’incarnazione del male, come nel Vangelo di Giovanni? Fu un preveggente o l’eroe, come credevano gli gnostici giudaiti del II secolo che ne avevano fatto un predestinato alla disfatta? Il suo destino non era già segnato e “necessario” proprio per la redenzione? Cristo, d’altronde, non era venuto – secondo la concezione cristiana – per salvare tutti e quindi anche lui? E come si può, allora, giustificare una frase come quella del Vangelo di Giovanni (17, 12) in cui Gesù dichiara: «Quand’ero con loro, io conservavo nel tuo nome coloro che mi hai dato e li ho custoditi; nessuno di loro è andato perduto, tranne il figlio della perdizione, perché si adempisse la Scrittura»?

Se il tradimento e l’inganno erano iscritti nel disegno di Dio che comprendeva la morte salvifica del Figlio, quale responsabilità poteva cadere su chi ne doveva essere lo strumento di attuazione? Sul polimorfismo di Giuda e dell’idea di tradimento, però, ha scritto qualche anno fa un bellissimo saggio il mio caro amico e maestro Antonio Di Grado (Giuda l’oscuro) cui rimando volentieri. La divagazione valeva semmai a sottolineare l’opacità stessa dei concetti di Verità, sincerità, bugia e la necessità di non ricondurre il mentire a una prospettiva morale di tipo manicheo.

Conosco persone abilissime a dire con chirurgica precisione quello che gli altri si aspettano di sentirsi dire anche se non lo pensano affatto. Si mente quando si vogliono compiacere gli altri anche se non si condividono le loro idee o anche solo per assicurarsene la simpatia e sentirsi parte di un gruppo. Per altri versi, la calunnia o il pettegolezzo malevolo sono un modo per alleggerire la frustrazione conseguente alla consapevolezza del calunniatore di non essere stato in grado di raggiungere gli stessi privilegi del calunniato.

Ci sono poi le bugie gratuite, dettate da una sorta di angoscia di trasparenza, dalla preoccupazione di sentirsi giudicati o colpevolizzati, dal bisogno di proteggere costantemente un’interiorità che si sente sempre minacciata. Mentiamo al collega che incontriamo e alla cui convenzionale domanda di saluto («Come stai?») rispondiamo sistematicamente «benissimo»; mentiamo all’amico cui non sappiamo dire di no quando non ci va di uscire e inventiamo una scusa per restare a casa; mentiamo a tavola quando siamo ospiti e ci facciamo piacere l’intruglio di cui decantiamo la capacità che ha di deliziarci il palato; mentiamo ai parenti che, a Natale, ci regalano il maglione grigio a losanghe che non indosseremo, ma che abbiamo accolto come qualcosa di meraviglioso, sfoderando il più sfavillante e ipocrita dei sorrisi; mente l’insegnante che dice al genitore “suo figlio ha delle capacità, ma non le sfrutta” mentre sta pensando “è uno scecco pantesco”; mentiamo al capoufficio, al preside o al direttore che ripete da una vita le stesse tristi e sbrindellate battute a cui ridiamo, fingendo di divertirci, mentre in cuor nostro lo manderemmo volentieri a quel paese.

La nostra esistenza è puntellata da una teoria infinita di simulazioni più o meno vistose: di rabbia, di tristezza, di affetto, e a cui finiamo col credere anche noi finendo con l’autoingannarci. Non fa eccezione l’amore in cui soggiorniamo perennemente oscillando tra i due poli dell’onestà e della disonestà, e la cui resistenza dipende dalla maggiore o minore capacità di di cui disponiamo per conciliare entrambi. Mente l’uomo che magnifica con gli amici prestazioni sessuali sovrumane e primati da seduttore impenitente (i siciliani ingravidabalconi di verghiana memoria e i galli brancatiani insegnano) e mente la donna che a letto, a differenza dell’uomo, può simulare il piacere per compiacere l’uomo. Della drammatica schizofrenia del cuore ci dà però memorabile testimonianza Wystan Hugh Auden nelle dieci poesie che formano il suo La verità, vi prego, sull’amore, come nella struggente ballata che s’intitola Johnny, per esempio, in cui una ragazza rievoca i dolci ragionamenti di un reciproco sentimento ormai esaurito, ma immaginato eterno, com’è percepito l’amore di ognuno, prima che finisca:

Oh, questa notte, Johnny, io ti ho sognato, amore,
su un braccio avevi il sole e sull’altro la luna,
tutto azzurro era il mare ed era verde l’erba,
ogni stella agitava un tamburello tondo;
io ero in un abisso giù a diecimila miglia:
ma tu con un cipiglio di tuono te ne andavi.

È proprio Auden a ricordarci che «ti amerò per sempre» è il più abusato dei cliché in una storia d’amore. Ma è in un certo senso una bugia necessaria perché tra due amanti possa generarsi l’espressione più sublime della loro fusione sentimentale ed erotica. Un atto di fede, insomma, che serve a far percepire una relazione come solida ed esclusiva, ma che è una pia illusione essendo il sentimento amoroso, per sua stessa natura, soggetto ad emozioni mutevoli come a cambiamenti imprevisti. Il persempre degli amanti non è una vera e propria bugia, ma una promessa che ha bisogno di essere percepita come effettivamente realizzabile perché la relazione possa poggiare su qualcosa di stabile. Nietzsche sostiene che l’eternità dell’amore sia subordinata al patto che nessuno dei due amanti scopra i limiti dell’altro. È facile idealizzare l’amata/o attribuendogli qualità che non ha, è una forma di autoinganno, ma necessario e sublime, se non vogliamo precipitare nella più cupa infelicità. L’amore stesso è perciò partorito da un doppio ordine di bugie, verso sé stessi e verso l’altro, prova ne è il fatto che, quando finisce, la prima frase che ci viene in mente è: non la/lo riconosco più. In realtà, venuti meno la fiducia, la stima e il rispetto che sono il cemento di qualsiasi rapporto, siamo solo a noi a non vedere più ciò che avevamo voluto attribuire all’amata/o per effetto del nostro autoinganno.

Ma tra i tanti possibili modi di mentire, quello che mi affascina di più è però il farlo dicendo… la verità. O perlomeno, quella offerta come tale a scatola chiusa. È una maniera sofisticata e maliziosa che consiste nell’accreditarsi come persona indubitabilmente sincera per indole, ribadendo a ogni piè sospinto la propria incapacità di mentire, esibita quasi come un difetto che, paradossalmente, dovrebbe suscitare proprio l’ammirazione dell’interlocutore, per quel tanto di discredito moralistico che chiunque facilmente accorda all’idea stessa del dire le bugie. Così facendo si legittima di sé l’immagine di una persona onesta che potrà in ogni occasione affermare con protervia le proprie convinzioni, esercitando una forma di dominio che si basa sulla colpevolizzazione di chi non è ritenuto aprioristicamente sincero. Gli individui di questo genere si riconoscono dal fatto di muovere da un assunto del tipo “io dico la verità, mentre tu cerchi di abbindolarmi con storie che cuci a tua misura” oppure dalla baldanza con cui usano petizioni di principio o risposte con premessa del tipo “la verità è…”, cioè un modo di ragionare per cui ciò che dev’essere provato è supposto, implicitamente o esplicitamente, nelle premesse. In questo modo qualsiasi proprio torto o inganno risulta irrilevante, impercettibile o incontestabile. Ma se persino nei sogni riusciamo a mentire a noi stessi, come possiamo pensare di tacciare di bugiardo chicchessia? Diceva Oscar Wilde che «la sincerità a piccole dosi è pericolosa, a grandi è micidiale». Si riferiva all’amore, ma che senso ha, in generale, dico io, il moralismo di chi stigmatizza la bugia come estrema forma di abiezione? È vero o non è vero?

Amare è un po’ pregare

Parlando di Dante, Beatrice e Francesca durante una lezione, ho chiesto ai miei studenti se credessero al “colpo di fulmine” e li ho visti fare timidi cenni di assenso, quasi avessero il sospetto che volessi sentirmi dire che non esiste o che tra questo e il clamoroso abbaglio corre un discrimine sottile. Non ne sono rimasto né sorpreso né deluso, non mi aspettavo niente di diverso perché sono convinto che la loro età, a differenza della mia, non possa tollerare ancora alcun tipo di disincanto. E quindi m’intenerisce la fiduciosa disposizione all’attesa di quel momento, di quell’istante – direbbe Ivano Fossati – «in cui scocca l’unica freccia / che arriva alla volta celeste / e trafigge le stelle». Nella canzone in cui lo dice – C’è tempo – pochi versi dopo aggiunge: «È il medesimo istante per tutti / che sarà benedetto, io credo / da molto lontano».

Un momento benedetto. Da chi, se non da Dio stesso? E mi viene in mente uno dei miei livres de chevet, il Canzoniere di Petrarca, in cui c’è un sonetto che amo particolarmente, che dell’amore è la benedizione e la preghiera.

Benedetto sia ’l giorno, e ’l mese, et l’anno, / et la stagione, e ’l tempo, et l’ora, e ’l punto, / e ’l bel paese, e ’l loco ov’io fui giunto / da’ duo begli occhi che legato m’ànno;

Petrarca dedicò una vita, quasi quarant’anni anni, a perenne gloria e memoria non di un giorno (il 6 aprile 1327), ma addirittura di un unico istante, un punto: quello in cui, per la prima volta, i suoi occhi incontrarono lo sguardo di Laura. Per tutto il Canzoniere il suo unico intento si direbbe essere proprio questa bizzarra pretesa: quella di fare storia proprio di ciò che non è intrinsecamente storicizzabile, di dare durata a ciò che durata non ha. Un istante. Anzi, benedice quel momento, e la sua è una preghiera profana intonata con una formula, il benedicite del biblico Canto di Daniele, che nella liturgia evoca il cantico dei tre fanciulli babilonesi, recitato nelle laudi dei giorni domenicali e festivi come invito rivolto a tutti i fedeli e a tutte le creature a elevare lodi di gratitudine a Dio («Benedetto sei tu, Signore, Dio dei padri nostri… Benedetto il tuo nome glorioso e santo… Benedetto sei tu nel tuo tempio santo… Benedetto sei tu nel trono del tuo regno… Benedetto sei tu che penetri con lo sguardo gli abissi e siedi sui cherubini… Benedetto sei tu nel firmamento del cielo…»).

Solo che nel sonetto LVI il Dio di cui si parla è Amore e i fedeli sono tutti quelli di stilnovistica memoria. Non è l’unica benedizione che Petrarca pronuncia a quell’indirizzo, se ne contano più di una decina nel Canzoniere che testimoniano del fatto che non siamo di fronte solo alla strizzata d’occhio nei confronti di un modello coevo – quello boccacciano del Filostrato («E benedico il tempo, l’anno e ‘l mese, / il giorno, l’ora e ‘l punto che costei / onesta, bella, leggiadra e cortese, / primieramente apparve agli occhi miei», così il certaldese), ma a una vera e propria professione di fede. Non una confessione, dunque, ma la dichiarazione personale e pubblica di un credo. “Professione” viene dal supino professus del verbo latino profiteor a sua volta composto di pro (“avanti”) e fateor (“dichiarare”). È cioè qualcosa di individuale, a differenza della confessione di fede che ha il prefisso cum (= con, insieme).

L’Amore esige, perciò, prima di tutto devozione, e sin dal primo istante. Ma il punto è proprio… quel punto che me ne richiama alla mente un altro, ancor più celebre, che vinse e avvinse i più famosi amanti della Storia: Francesca e Paolo:

Per più fïate li occhi ci sospinse
quella lettura, e scolorocci il viso;
ma solo un punto fu quel che ci vinse.

Dante avrebbe potuto usare il termine “passo”, riferendosi alla pagina del Lancillotto di Chrétien de Troyes; Francesca invece richiama dolorosamente alla memoria la sua storia terrena, soffermandosi esattamente sul “punto”, sull’istante temporale nel quale la sua resistenza e quella del suo amante cedettero al desiderio. Tutto il racconto del momento fatale è condensato, così, in un verso e in un attimo che è sineddoche di una storia. Accade così nel colpo di fulmine, che è tale perché siamo disposti a vederci concentrato tutto il destino. Il punto in cui un solo sguardo, come quello di Francesco che in una chiesa di Avignone incrocia gli occhi di Laura, vale come conoscenza dell’Amore e riconoscimento, almeno parziale, di sé stesso.

Nella Divina Commedia, nel XXX del Paradiso, Dante userà anche di nuovo quella parola pronunciata da Francesca – “punto” – per riferirla però stavolta a sé stesso:

Non altrimenti il trïunfo che lude
sempre dintorno al punto che mi vinse,
parendo inchiuso da quel ch’elli ’nchiude,

a poco a poco al mio veder si stinse:
per che tornar con li occhi a Bëatrice
nulla vedere e amor mi costrinse.

Nell’uno e nell’altro luogo è di un istante che si parla, il punto di una sconfitta al cospetto di Amore, il quale trionfa sulla volontà dell’individuo. Anche se nel secondo caso si tratta di un mutamento più sostanziale: il punto che “vince” la vista di Dante è l’amore di Dio che retrospettivamente illumina la natura fallace del primo.

Per Petrarca però non è così, lui vorrebbe convincersi che l’amor profano debba essere vinto da quello divino, ma proprio non ce la fa, sotto sotto non ci crede e intimamente sa che la sua è una forma di autoinganno perché dell’amore non è disposto a buttare niente. Nemmeno il dolore che può procurare, nemmeno l’illusione, nemmeno il desiderio non corrisposto. Chi ama è un privilegiato che partecipa di una condizione eccezionale, e poco importa la sofferenza perché l’amore perdona tutto ed è comunque il risarcimento di ogni pena. Un riscatto che impone un solo sentimento: la gratitudine che solo la preghiera sa esprimere. Si prega per ringraziare, non certo per chiedere, come insegna un altro Francesco, il poverello d’Assisi, col suo Cantico che tutto loda per il solo fatto che esiste. Che è quanto dovrebbe fare anche la Poesia, come diceva Auden: «la poesia può fare cento e una cosa, rallegrare, rattristare, turbare, divertire, istruire – può esprimere ogni possibile sfumatura di sentimento, e descrivere ogni immaginabile tipo di evento, ma c’è una cosa che tutta la poesia deve fare: lodare tutto quel che può per il fatto che è ed esiste». La poesia è perciò come la preghiera e la forma di quest’ultima è quella che si addice perciò meglio alla lode dell’amore e alla sua benedizione.

Ecco, qui finalmente Petrarca si affranca dall’ambigua dialettica che governa quell’imponente TAC del sentimento che è tutta l’opera, perennemente oscillante tra innamoramento e pentimento, e proclama fiduciosamente la celebrazione persino della voluttà del dolore:

et benedetto il primo dolce affanno / ch’i’ ebbi ad esser con Amor congiunto, / et l’arco, et le saette ond’i’ fui punto, / et le piaghe che ’nfin al cor mi vanno.

Non sono le parole di un uomo che è amato, ma quelle di chi ama e non è corrisposto e tuttavia benedice anche le lacrime che ha versato per amore, come intende con l’ossimorico “dolce affanno”. Dice anche un’altra cosa interessante: non vanno rimpiante le parole spese per chi si ama, anche se ci fa soffrire. Siano cioè benedette le tante parole che si dicono e si scrivono quando si vuol farne eco dei sentimenti, e con loro tutti i pensieri indirizzati verso chi tiranneggia la mente dell’amante:

Benedette le voci tante ch’io / chiamando il nome de mia donna ò sparte, / e i sospiri, et le lagrime, e ’l desio; / e benedette sian tutte le carte / ov’io fama l’acquisto, e ’l pensier mio, / ch’è sol di lei, sì ch’altra non v’ha parte.

Nel professare la sua fede in Amore, Petrarca fa qualcosa di rivoluzionario che Dante trovava inconcepibile: proclama cioè la propria fede nelle «carte», vale a dire nella Letteratura. Il V canto dell’Inferno non parlava solo della passione tra Francesca e Paolo, ma soprattutto della scoperta dei rischi insiti in un certo tipo di lettura che induce lo straniamento, la confusione tra finzione e realtà: «Galeotto fu il libro e chi lo scrisse» è l’invito a diffidare delle seduzioni della parola scritta, di quella che René Girard definirà come “menzogna romantica”. Il Galeotto in questione è il siniscalco Galehaut che nel romanzo di Chrétien istiga spudoratamente il leale Lancillotto a dichiarare il suo amore a Ginevra e assiste al lungo bacio che la dama gli concede. «Galeotto fu ’l libro e chi lo scrisse» significa, nel linguaggio cortese ed elusivo di Francesca, che la Letteratura era stata la mezzana della rovina sua e di quella di Paolo. Che è agli antipodi di quanto pensa Petrarca quando ci fa intendere che il dono e la benedizione delle parole con cui si dice l’amore è esso stesso Amore.

La coscienza del lupo

Povero lupo! Vituperato oltremodo tra tutte le bestie. Reietto delle favole, per colpa di Esopo e La Fontaine, dove fa strame a tre a tre di porcellini e non mostra pietà per nonne e bambine, non se la passa meglio nei poemi dov’è il precipitato dei peggiori vizi. Dante, per dirne una, ne fa il simbolo della rabbiosa e peggiore cupidigia che distrugge alle fondamenta la società: il male dei mali. Nei bestiari tardoantichi e medievali si legge che il suo nome deriva da leo-pus, per il fatto di avere, come il leone, grande forza nei piedi per cui tutto ciò che schiaccia non sopravvive. E la credenza popolare gli assegna il potere di far perdere la forza di parlare all’uomo che si accorge della sua presenza solo dopo che il lupo per primo lo ha visto, da cui il fatto che dinanzi a un silenzio improvviso si dica «lupus in fabula». Per estensione, persino un comunissimo pesce come la spigola viene detto pesce lupo, per la sua voracità e la sua furbizia perché quando viene circondato da una rete solca la sabbia con la coda, così si sottrae alla vista e sguscia via. Per analogo motivo (ma sessuale, Verga docet) vengono chiamate lupe le prostitute che dilapidano gli averi dei loro amanti.

Di questa versione zaurda del cane, con cui pure fa coppia, si pensava che a volte si nutrisse della preda, a volte della terra, talora del vento e che la femmina partorisse i suoi cuccioli solo nel mese di maggio, quando inizia a tuonare. Che astuta e senza scrupoli, si aggira di notte tra gli ovili come un cane mansueto, andando controvento per evitare che accidentalmente i cani sentano l’odore del suo fiato e sveglino i pastori. E se fa rumore con una zampa calpestando un ramo o altro, punisce la zampa con un morso. E si credeva che nella coda di questo animale ci fosse un pelo piccolissimo con poteri afrodisiaci, che la fiera era pronta a strapparsi via a morsi se temeva di essere catturata, neutralizzando così la sua efficacia.

Per il cattolico è figura del diavolo perché è un ovile la Chiesa dei fedeli tra cui si aggira per uccidere e dannare le loro anime. Il fatto poi che partorisca al primo tuono del mese di maggio, significa che il diavolo cadde giù dal cielo al primo slancio di superbia. Inoltre il fatto che abbia forza nelle membra anteriori e non in quelle posteriori significa che il diavolo prima era un angelo di luce in cielo, mentre adesso è diventato un apostata giù in basso. I suoi occhi brillano nella notte come lampade perché a chi è cieco e vano certe opere del diavolo sembrano belle e salutari. Quando partorisce i cuccioli non cattura la preda se non in luoghi lontani, perché il diavolo li nutre con beni mondani, sicuro che ne pagheranno il fio insieme a lui nelle prigioni della Gehenna. Inoltre perseguita particolarmente chi si è allontanato da lui grazie alle opere buone, come si legge riguardo al beato Giobbe, al quale tolse tutti gli averi e anche i figli e le figlie perché il suo cuore rinunciasse al Signore. Il fatto che non riesca mai a piegare il collo all’indietro senza girare tutto il corpo significa che il diavolo non si piega mai alla correzione del pentimento.

Perseverante nel vizio (anche se dovesse perdere il pelo), pericoloso e violento, spietato con i deboli, vorace, infìdo, fedele solo ai suoi simili («lupo non mangia lupo»), correlativo oggettivo anche delle avverse condizioni climatiche (il classico “tempo da lupi”). Forse è un po’ eccessivo far portare il peso di tante nefandezze a una povera bestia che i puri di cuore come Francesco d’Assisi riconoscevano invece capace di mansuetudine. Non mancano certo accezioni più tolleranti ed è vero che, per ogni persona esperta e consumata che conosce il mondo e che pertanto sarà vecchio lupo, un accorto e pratico marinaio sarà anche detto lupo di mare.

Ma «è la somma che fa il totale» – direbbe Totò – e allora «Taci, maladetto lupo! / Consuma dentro te con la tua rabbia» (ancora Dante), «a noi, greggi inutili e malnati posti l’uno dentro l’altro, muniti di punte metal­ inutili e malnati, / ha dato [Dio] per guardian lupi arrabbiati: a cui non par ch’abbi’ a bastar lor fame, / ch’abbi’ il lor ventre a capir tanta carne; / e chiaman lupi di più ingorde brame / da boschi oltramontani a divorarne» (Ariosto). Dalli al lupo e pure al suo umano travestimento cioè il licantropo. E giù allora con le maledizioni – «ti pigli il lupo»; «che tu sia il pan dei lupi» – e persino quando usato in senso beneaugurante con funzione apotropaica – «in bocca al lupo» – siamo talmente adusi a percepirlo come una minaccia che rispondiamo augurandogli la morte – «crepi», sottinteso il lupo – travisando con ciò il senso dell’espressione che allude all’istinto protettivo della lupa che, di fronte a un pericolo, protegge i suoi piccoli afferrandoli per la bocca e portandoli nella tana.

Tra le sue possibili nature che gli si assegnano, però, quella che mi ha sempre colpito e spesso anche divertito per la sua convincente semantica, gli assegna persino una coscienza: «U lupu di mala cuscienza comu opira penza», si dice dalle mie parti. Il lupo che ha la coscienza sporca, agisce così come pensa. Cioè con malizia, facendo lui per primo ciò che di cui ammonisce gli altri. Una coscienza, capite? Più forte dell’istinto animale. Una consapevolezza, cioè, soggettiva delle proprie idee, sentimenti, volizioni, che lo porta a pensar male e a non fidarsi degli altri proprio perché li giudica col suo stesso metro, essendo lui peggiore di loro. Come esseri umani, insomma, siamo esattamente così come giudichiamo, a volte seduttivi altre maliziosi. Che è come dire in malafede, con la coscienza cioè di affermare il falso agendo in modo diverso dalle proprie convinzioni. Ma questa è qualità affatto biasimevole che non appartiene ai lupi bensì agli uomini, loro sì – da Plauto ad Hobbes – lupi ad altri uomini. E in fin dei conti, dunque, peggiori dei lupi.

V per “Vilitudine”

«La vendetta è un piatto che va servito freddo» – così è se vi pare, e anche se non vi pare – e questo basterebbe già a considerarla una pietanza estiva, come l’insalata di riso o il gazpacho. Certo, indigesta lo è sempre, e però il problema è che con quest’afa ci vuole comunque una bella lena a belligerare e concepire strategie di rivalsa. Non è da me. Chi meditasse vendette a mio danno, l’avrebbe vinta in partenza. E non perché mi ritenga un buono, mi riconosco mille vizi, ma almeno questo no. È pigrizia la mia. Anzi: vilitudine.

Non c’entra la viltà che è altra cosa pur biasimevole. È più una filosofia di vita che i siciliani (quelli ionico-etnei almeno) traducono in questo termine che non ha equivalenti nell’italiano standard. Ti coglie di sorpresa, prevalentemente nell’ora pànica del demone meridiano, quando s’insinua nella mente l’orrore e il fastidio di ogni cosa, tutto sembra inutile e desideri solo startene immobile a svuotare la cisterna delle passioni. S’impadronisce di te l’inerzia, l’insensibilità e la nausea del cuore, percepisci all’improvviso non solo la distanza dagli altri, ma da te stesso. Sì, saresti pure disposto a parlare o a scherzare, ma avverti una stanchezza che ti suggerisce come più proficua l’inattività perché ti fa sudare anche solo il pensiero di proferire frasi diverse da: «ma cchi mi stai cuntannu?» (ma cosa mi vieni a dire?) – con la più volgare variante «sp***u mi cunti» – e «ma cu mu fa ffari?» (ma chi me lo fa fare?), lectio ruspante dell’anglosassone I don’t care. Questa forma di astenia della mente che è la vilitudine è ciò che storicamente potrebbe giustificare in Sicilia l’immutabilità di qualsiasi status quo, sancire per legge la fondatezza dell’assunto lampedusiano per cui occorre che tutto cambi perché tutto resti com’è. Non è conservatorismo. È canicola, insopportabile, sfibrante, anestetica di tutte le migliori intenzioni.

Il sinonimo che gli si addice di più è «ignavia» che, a sua volta, è concetto che ha per lo più connotazione dispregiativa. Già, gli ignavi, poveretti: Dante li sbatte nell’Antinferno – e non è che il caldo li possa aiutare a disignavvizzarsi – ma finisce con l’intrupparci persino quel «povero cristiano» di papa Celestino V, con il capo d’accusa di «gran rifiuto», sol perché si era reso realisticamente conto che a combattere tutta la vita contro i mulini a vento si rischia di essere tacciati di velleitarismo. Una perfida vendetta bella e buona, insomma, quella del sommo Poeta, che si tolse così lo sfizio di ipnotizzare quel sant’uomo nella maschera dell’indolente e della viltà eletta a norma di vita. Maddeché? A dirla giusta, lo faceva rosicare la sua abdicazione che spianava la strada al pontificato teocratico di Bonifacio VII, il «novello anticristo» (a detta di Iacopone da Todi), il traditore della missione religiosa della Chiesa che non si sarebbe fatto scrupoli di «torre a ‘inganno / La bella Donna, e poi di farne strazio», il cospiratore che avrebbe ribaltato i rapporti di forza tra guelfi a Firenze consegnando la città alla parte Nera e confinando all’esilio i Bianchi, tra cui Dante condannato in contumacia al rogo e alla distruzione della casa.

Siamo seri, che mezzi aveva Celestino per mettersi contro i poteri forti di allora? Non codardia, semmai vilitudine quella di Pietro Angelerio da Morrone, Papa per obbedienza e dimissionario per coscienza, coerente con la vocazione di chi sceglie di non lottare non per viltà, ma per onestà, quella di chi sa riconoscere ed accettare i propri limiti. A Dante però capitava ogni tanto di schiumare rabbia e anziché metter mano alla spada usava la penna, che a volte fa più male, e a farne le spese fu il povero Celestino, unica particella di sodio nel gran mare dell’Inferno.

Brutte bestie l’ira e il rancore, moventi di grandi narrazioni a partire dalla Genesi. La Bibbia tracima d’ira, dalla cacciata dall’Eden di Adamo al Diluvio, alla distruzione della torre di Babele, di Sodoma e Gomorra e così via. Ci scandalizziamo per l’alto tasso di aggressività della nostra società e dimentichiamo che siamo noi stessi la conseguenza, nessuno escluso, di una solenne incazzatura divina, per il dispetto di un uomo e una donna a cui era stata vietata una mela. Si poteva risolvere burocraticamente e invece no, maledizioni su maledizioni: contro Eva, contro Adamo, contro il serpente, contro tutta la Terra. Il ruolo di Dio contempla il furore, rancore a palla e diluvi universali, e non fanno eccezione gli dei greci da Zeus “folgoratore” ad Atena, saggia sì, ma ‘ncazzusa come un Ariete (in senso zodiacale). Non le può pace il saccheggio di Troia e mette contro Menelao e Agamennone in una controversia che, al confronto, una causa di divorzio è un raduno di figli dei fiori e, non contenta, scatena tempeste che affondano navi di guerrieri – mischìni – che volevano solo tornare a casa, e anzi si preoccupa lei stessa di scagliare un fulmine contro la nave di Aiace, suscitando persino la compassione di Poseidone che lo salva.

Ma anche tu – Aiace, Aiace – esci da sotto un treno, ma stattene quieto anziché vantarti di averla fatta franca nonostante la potenza di Atena. Non sia mai, fai smuovere i nervi pure a chi ti ha parato le terga. Non te la prendere se il tuo stesso salvatore, Poseidone, ti spacca con il tridente lo scoglio dove ti sei rifugiato e ti fa annegare per punire la tua vanagloria. Te la sei cercata. E anche il dio dei cristiani non scherza e pure suo figlio che è mite come un agnello, ma come tutti i buoni e cari quando gli girano manda all’aria i banchi dei mercanti nel tempio. E per un mite Francesco che ammansisce ferocissimi lupi c’è sempre un Tommaso da Celano che ti ricorda che nel dies irae “ora in favilla / come attestò / Davide e la Sibilla / il secolo si dissolve / nell’alta squilla”. Come non c’è fumo senza fiamma, così non c’è ira che non abbia avuto i suoi eroi: Achille, Ulisse, Aiace, Turno. Financo al pio Enea girano i cabbasisi e sgozza otto giovani sul rogo di Pallante.

Se nella Commedia dantesca fossero stati compresi tutti i personaggi mitologici e letterari (Petrarca ne fa un vero e proprio catalogo nei Trionfi) la stazione degli iracondi avvolti da un fumo oscuro e denso che li acceca e irrita loro gli occhi sarebbe stata la più affollata e il povero Flegiàs avrebbe avuto più daffare dei traghettatori al porto di Messina a Ferragosto. E con loro i cattivi, gli antipatici, i vendicativi e gli impulsivi. Tutti ad agitarsi, a gridar «vendetta, tremenda vendetta», e ira e livore, rabbia e rancore.

E certo fa sorridere l’incontro del sommo con Filippo Argenti «fiorentino spirito bizzarro» che lo provoca non rivelandogli il suo nome per dispetto. E il bello è che Dante s’incazza, e lo maledice, e sadicamente rivela a Virgilio (la sua ragione), che gli piacerebbe vedere quell’anima «attuffare nella broda» fangosa in cui gli iracondi «si percotean non pur con mano, / ma con la testa e col petto e coi piedi, / troncandosi co’ denti a brano a brano». Perfido e malmostoso Dante a cui la guida fa capire che non è sbagliato provare ira, ma che bisogna saperla usare al momento giusto, nella misura giusta, con le persone giuste e per una causa giusta.

Ma chi ce lo fa fare? Siamo accumulatori seriali di tensioni varie, immagazziniamo quotidianamente energia negativa che non riusciamo a gestire e che redistribuiamo con disordinata e pericolosa imprudenza di cui sono spie le tante espressioni idiomatiche che ci avvertono dell’imminente pericolo di esplosione. Lasciamo perdere quelle in disuso come «perdere le staffe» o «i freni»,«uscire dai gangheri» o «avere un diavolo per capello»; ai più – e al giorno d’oggi, a sentirle parlare, anche alle donne, con bizzarra contraddizione anatomica – «girano i c***ni», gli si rompe «il c***o», a riprova del fatto che anche solo tentare di dominare questo stato d’animo ci fa andare «fuori di testa» ed è il problema dei problemi. Nel Mestiere di vivere Cesare Pavese scriveva che «si accumula rabbia, umiliazioni, ferocie, angosce, pianti, frenesie e alla fine ci si trova un cancro, una nefrite, un diabete, una sclerosi che ci annienta». Ed è così: il vizio capitale della rabbia, «la più turpe» delle passioni a dire di Seneca, ci rende deformi, non per niente l’iconografia medievale la raffigura come una donna dal viso deformato da una smorfia che si lacera la veste e mostra il petto nudo.

Certo, non è da sottovalutare il potere terapeutico dell’incazzatura come valvola di sfogo delle nostre frustrazioni purché dopo si riacquisti la lucidità necessaria a capire che quando ci adiriamo non entriamo in conflitto solo con gli altri, ma con noi stessi tant’è che ci spaventa la nostra stessa ira. Ci sgomenta quel sentire l’impulso cieco e violento che monta in testa e ci carica come la dinamo della bicicletta in una discesa a precipizio. Stiamo male, ma crediamo di sapere cosa può farci star bene: vendicarci, farla pagare, cantarne quattro. È come una possessione demoniaca per cui non c’è esorcista che tenga, uno stato di trance minacciosa che non ci fa vedere né a a un palmo dal naso né a un chilometro. Come se ci precipitassero in un ring a combattere contro qualcuno non ad armi pari, ma con un mitra enorme che non sappiamo usare e che finisce con lo sparare all’impazzata. Per Leopardi (che «stracciava» con rabbia le vivande, spezzando «non so quante forchette», come scrive il padre Monaldo in una lettera ad Antonio Ra­nieri), l’ira è una «passione molto maggiore e più forte che non è conveniente alla tenuità della vita», la quale «opera più efficacemente che l’amore e la gratitudine».

Come si fa fronte allora a tutto questo? Andando in giro per il mondo a predicare la vilitudine, appunto, una forma di resistenza, di imperturbabilità, di atarassia. Che non è contrap­posizione tra passione e ragione, bensì fra passività e attività o, come direbbe Spinoza, fra idee «adeguate» e idee «non adeguate». Che è cosa diversa dal perdono. A un giovane insolente che gli aveva sputato in faccia, Diogene rispose: «Non mi adiro, però ho i miei dubbi se sia giusto o no». E anche se era Diogene, sono pressoché sicuro che in altre circostanze una malajangata (un malrovescio) gliel’avrebbe girata.

La maturità è una mandorla quagliata

Poi fai come credi, ma sappi che al tavolino di un bar di Catania, quando ordini una granita, non ha senso rivolgere al cameriere la domanda «che gusti avete?». Perché nella patria cosmica della granita, la mandorla (anche nella variante “macchiata”) non compete con nient’altro. Su quest’argomento potrei manifestare un’intransigenza talebana. Perciò toglietemi tutto (come nella pubblicità di un famoso orologio), ma non toglietemi la mandorla, nelle sue più trionfali declinazioni. E non solo la granita alla mandorla, ma il latte di mandorla, le paste di mandorla, gli amaretti, il pesto, il confetto, il parfait. Poche altre cose persuadono della plausibilità dei miracoli, e se proprio la vuoi sapere tutta, troverei onesto completare la Trinità mettendoci giusto la parmigiana di melanzane e la cassata. C’è del mistero nell’estasi dei sensi che questo seme (tecnicamente, questo è) – tostato, pralinato, salato, tritato – è in grado di procurare, qualcosa che trascende la finitezza umana e traffica col divino.

Non è certo un caso che in arte (vedi il Giudizio Universale di Michelangelo), come in tutta l’iconografia sacra medievale, l’aureola di luce che domina la scena entro la quale siede Cristo sia detta “mandorla”.

Nelle pagine iniziali del Garofano rosso di Elio Vittorini, le granite di mandorla «mandate giù» da Alessio Mainardi e dai suoi compagni di liceo al caffè “Pascoli e Giglio” sono proustiane madeleinette che innescano nel protagonista un meccanismo di conoscenza della realtà, tra presente e passato («Aspettavamo la campana del secondo orario, tra undici e mezzogiorno, pigramente raccolti, sbadigliando, intorno ai tavolini del caffè Pascoli e Giglio, ch’era il caffè nostro, del Ginnasio-Liceo […] I più fortunati mandavano giù l’una dietro l’altra granite di mandorla, la più buona cosa da mandar giù ch’io ricordi della mia infanzia. […] insieme a un odore di limoni».

Nel Gattopardo di Tomasi di Lampedusa, i dolci del buffet di palazzo Ponteleone diventano monumenti e paesaggi di barocca sontuosità e maestà («Lì immani babà sauri come il manto dei cavalli, Monte-Bianco nevosi; beignets Dauphine che le mandorle screziavano di bianco ed i pistacchi di verdino; collinette di profiteroles alla cioccolata, marroni e grasse come l’humus della piana di Catania, dalla quale, di fatto, attraverso lunghi rigiri esse provenivano, parfaits rosei, parfaits sciampagna, parfaits bigi che si sfaldavano scricchiolando quando la spatola li divideva». La mandorla scatena un’estasi che si traduce in scrittura e per estensione semantica tutto ciò che da lei prende forma, figura, consistenza, colore si associa al bello o a un’emozione estetica: «Ah quel suo viso! Se lo vedeste! È come una mandorla dal guscio semiaperto in fondo a cui appare il frutto tenero, gli occhi a mandorla», scrive D’Annunzio, oppure «Era tutta avviluppata di lontra, col naso come una mandorla appena sbucciata e gli occhi cosi blu, a riflessi d’oro, che illimpidivano l’aria», echeggia Borgese e ancora Montale a dire «Onda luminosa… diffondi / dalle mandorle tenere degli occhi».

Una leggenda greca narra di un giovane, Demofonte, che deve sposare Fillide, ma alla vigilia delle nozze lo sposo viene a sapere che ad Atene gli è morto il padre. E allora parte, promettendo di tornare presto, ma i giorni passano e Fillide non ha più notizie di lui. E si strugge di nostalgia, così tanto da uccidersi. E sulla sua tomba nasce un mandorlo, ma con le foglie avvizzite, come una pianta bella, ma segnata dalla tristezza. Quando Demofonte ritorna e gli si rivela quella sventura va a piangere sul tronco di quell’albero spoglio che decora il sepolcro della sua amata. Sono lacrime amare, d’angoscia e disperazione; piange così tanto da commuovere persino gli dei che per dargli un segno della fedeltà dell’amore della sua donna fanno crescere sul mandorlo, fuori stagione, fronde verdi e bellissimi fiori. C’è un nesso intimo, profondo, pervasivo e onnicomprensivo tra la mandorla e la vita interiore.

“Mandorla”: in latino è amygdăla che, a sua volta, deriva dal greco e, come termine medico, è un calco dell’arabo al-lauza. In natura è un bocciolo legnoso con uno o due semi che possono essere al gusto dolci o amari. I primi confortano il palato, i secondi l’olfatto, i primi soddisfano i sensi, i secondi possono essere usati per curare. Che è quanto basta a renderli indispensabili. Ma fondamentale è la regina delle mandorle, quella dolce-amara che produce e governa le emozioni, socia di maggioranza del cervello, assieme all’ippocampo che presiede la memoria: l’amigdala, una minuscola mandorla annidata a metà del lobo temporale, messa lì come il Maestro del più importante Teatro, a dirigere l’orchestra delle nostre sensazioni ed emozioni: fame, sete, piacere, dispiacere, desiderio, disgusto. È tutto lì, dentro un bocciolo di poco più di un centimetro e mezzo, una micro cabina di regia che determina persino reazioni fisiche come l’aumento della salivazione quando abbiamo fame (la famosa ‘acquolina’ in bocca) o la bava alla bocca quando siamo furenti, l’attrazione per il dolce o il salato, l’avversione per l’amaro o per l’agro. Una dimensione inversamente proporzionale all’immensità delle emozioni che governa. Senza di essa non saremmo in grado di rapportarci agli altri, di socializzare, di provare paura, di oscillare tra le contrastanti sensazioni di amore e odio, commozione e rabbia. L’amigdala è la nostra scultrice interiore senza la quale saremmo masse di carne senz’anima («Narciso trasparenza e mistero / Cospargimi di olio alle mandorle e vanità, / modellami», canta Carmen Consoli). Senza di essa forse non esisterebbe nemmeno l’arte e non saremmo in grado di percepire e rappresentarci il mistero della bellezza, non avremmo nemmeno senso estetico. È il ministero degli Interni della nostra vita interiore, il crocevia di tutto ciò che ci rende umani, ivi compresa la memoria che le emozioni attivano.

Capisci allora perché in dialetto si usi l’espressione: «Quannu ti quagghia ‘a mennula?». Cioè: quando quaglia, quando ti si addensa la mandorla? Vale a dire che il giorno che raggiungerai la maturità affettiva, emozionale, sentimentale, solo allora potrai dirti veramente compiuto.

Il sentimento del cadere

C’è quest’espressione, in siciliano: cascari du cori, cadere dal cuore. Si usa per dare l’idea di un sentimento usurato ed esaurito, in un modo che si percepisce come irreversibile: mi cascau du cori, per dire “non l’amo più”. Non so bene se, quanto e come si usi in italiano, non mi vengono in mente scrittori che l’abbiano usata e mi pare che non esista un corrispettivo in altre lingue. Anzi, in inglese il verbo “cadere” si usa semmai in un’accezione opposta a quella dell’espressione dialettale che indica il venir meno dell’amore. To fall in love vuol dire, al contrario, “innamorarsi”. Perché si usa allora il verbo “cadere”? Penso che abbia a che fare con ciò che considererei qualcosa di più di una sensazione o un sintomo, piuttosto un sentimento: la vertigine, l’ebbrezza del vuoto che ti coglie quando temi non tanto di cadere nel precipizio, ma di gettartici tu stesso. E penso allora a quando, nella vita, mi è capitato di provarlo. Ci penso dopo aver ripreso in mano il Trattato di funambolismo di Philippe Petit e dopo aver visto un film di Robert Zemeckis (The walk, sconsigliatissimo a chi soffre proprio di vertigini) sulla sua più spettacolare impresa: la camminata, il 7 agosto del 1974, su un cavo d’acciaio teso tra le Twin Towers. Mi dico che il senso più simile alla vertigine l’ho provato in alcune circostanze particolari: in amore, ça va sans dire; mentre studiavo dei manoscritti di un autore a cui ho dedicato anni di ricerche; giocando (a carte, soprattutto) o assistendo ad alcune partite di calcio; durante le mie crisi d’ansia.

Quanto a queste ultime, è difficile spiegare a chi non ne soffre la vertiginosa sensazione di confusione che ti ottenebra, la testa che ti gira, il respiro che prima si fa affannoso e poi ti manda in iperventilazione, l’irrequietezza, l’aritmia, la perdita di controllo del corpo, lo smarrimento e il bisogno di essere in qualsiasi altro posto diverso da quello in cui sei, l’impulso irrazionale a fare ogni cosa pur di non essere travolto da ciò che assomiglia a un turbine, a un mostro che sai che potrebbe prendere il tuo controllo anche solo pensando che potrebbe accadere. È la sensazione di un vuoto che ti risucchia, è la mancanza di riferimenti stabili e solidi a crearlo, è l’assenza di tutto ciò che solitamente ci dà confini e certezze.

Ed è a questo punto che mi ricordo ciò che scrive Petit a proposito delle sue passeggiate sul filo sospeso nel cielo: «Questo vuoto atterrisce. Prigionieri d’un brandello di spazio, combatterete allo stremo delle forze misteriosi elementi: l’assenza di materia, l’odore dell’equilibrio, la vertigine dai lati molteplici e il cupo desiderio di ritornare a terra, tutto questo sarà schiacciante. Tale vertigine è il dramma della danza sul filo, ma di quello non ho paura».

Cos’hanno in comune le nostre vertigini con quelle del funambolo? Tutto.

Non è forse vertigine anche quella della conoscenza? Quando studi e ti sembra di non cogliere immediatamente tutto o realizzi di non saperne mai abbastanza? Ti affacci su un vuoto immenso su cui hai teso una fune e sai di doverci camminare sopra. Puoi cadere, ma non puoi tornare indietro, anzi senti di non voler più tornare indietro.

Non è forse vertigine quella del giocatore, con la sua inebriante commistione di audacia, voluttà e sofferenza? Basti pensare ai personaggi dostoevskjani del Giocatore, tutti irretiti dal­la vertigine incontrollabile della caduta, e al suo protagonista, Aleksèj, dominato dalla duplice attrazione per la roulette e per l’altera e inquietante Polina: «C’è qualcosa di particolare nella sensazione che provi quando, solo in terra straniera, lontano dalla patria e dagli amici, senza neanche sapere quel che mangerai domani, punti l’ulti­mo fiorino, proprio l’ultimo!».

Non è infine vertigine quella dell’innamorato assalito da mille timori e tremori che lo agiscono, e non volendo recedere dalla sua scelta non può che procedere in equilibrio su un vuoto? «L’ottenebrante, irresistibile desiderio di cadere» – scrive Kundera – «ci si rende conto della propria debolezza e invece di resisterle, ci si vuole abbandonare a essa. Ci si ubriaca della propria debolezza, si vuole essere ancor più deboli, si vuole cadere in mezzo alla strada, davanti a tutti, si vuole stare in basso, ancora più in basso».

Il desiderio di conoscenza (Ulisse docet), il gioco e l’amore hanno in comune l’idea della molteplicità delle azioni possibili, della sfida e dell’abbandono alle forze del caso e della conseguente vertigine che provocano, il modo in cui ci rapportiamo a ciò che per comodità chiamiamo “destino”. L’azzardo cui il ricercatore, il giocatore e l’innamorato si rivolgono ha in comune il disinteresse materiale, il più segreto radicato desiderio di sovvertire l’ordine tra cielo e terra facendo percepire come dimensione sicura quella dell’altezza e non del suolo. Ma è proprio quando cadi nel vuoto che arriva l’inattesa e imprevedibile possibilità di ripartire scegliendo un’altra direzione tra le infinite possibili. Per questo non bisognerebbe mai cercare di allontanarsi da quel punto in cui ci sembra di stare perdendo tutto.

Parafrasando e sovvertendo Pirandello che, a proposito dell’umorismo, distingueva tra avvertimento e sentimento del contrario, si può dire che la caduta – in amore, nel gioco, nello studio – è l’avvertimento di una scomposizione dell’ordine in cui ci si rappresenta una situazione e che procura angoscia, ma il vuoto in cui si cade non è il Nulla, è invece un alleato, il punto di appoggio che permette di essere altro da ciò che si è, permette di diventare finalmente funamboli. A quel punto diventa un sentimento e il cadere dal cuore significa allora sentire che si ha di nuovo la possibilità di risalire su quel filo sospeso nel cielo perché a quello si appartiene, a quella dimensione che si misura attraverso l’accuratezza che serve ad ogni passo per non cadere in terra.

Di chierichetti, usignoli e scimmie disperate

Mi sono innamorato di Françoise Hardy quando non era più Françoise Hardy. Per meglio dire: lei è ancora viva e lotta insieme a noi (noi sognatori perenni, intendo.) Ma ero ancora troppo piccolo quando già spezzava cuori, troppo inconsapevole del mio perché potesse anche solo intaccarlo.

Isabelle Adjani
Nastassja Kinski

Il tempo delle mele che ho vissuto ha conosciuto invece altre malìe – su tutte quella di Ornella Muti (la cui bellezza senza tempo faceva velo al reale talento, compreso invece, e non per caso, da tanti maestri del cinema) e Isabelle Adjani (eterea nel suo pallore disincarnato per l’Herzog di Nosferatu almeno quanto lo era stata per Truffaut in Adele H) – e quando le mele cominciavano a diventare al massimo pere bollite ho tributato culti ad altre icone – da Nastassia Kinski (il suo viso d’angelo in Tess di Polanski avrebbe fatto impallidire persino la Laura di Petrarca) a Wynona Ryder (struggente Mina Murray in quel capolavoro che è il Dracula di Coppola).

Wynona Ryder

Di tutte ho tenuto i ritratti sul comodino da dare in pasto alle mie illusioni. E a tutte ho scritto lettere appassionate che non hanno mai letto. Altrimenti…

E però Françoise… Françoise è un mistero per me, una corrispondenza tardiva; non l’avevo incontrata mai da ragazzino nemmeno nei fotoromanzi che leggevo mentre aspettavo che mia madre finisse dalla parrucchiera dove mi portava quando non aveva a chi lasciarmi. Mi ritorna in mente ancora l’odore di lacca e di pettegolezzi di quella sala dove un magnetofono Geloso (così si chiamava) diffondeva le canzoni di Morandi, di Battisti, di Ornella Vanoni e Peppino Di Capri.

Anche in casa mia ce n’era uno, e io che me n’ero conquistato sul campo la titolarità ne ero “geloso” custode non solo perché avevo mostrato precoci interessi “musicarelli”, ma perché era prodotto da una ditta che portava il mio nome (Magnetofoni Castelli), cosa che bastava già a inorgoglirmi anche senz’essere nemmeno lontanamente imparentato col suo inventore.

Ad eccezione degli chansonnier consacrati – Brel, Brassens, Moustaki, Aznavour, Bécaud, Piaf, Trenet, Montand – del pop transalpino non arrivava granché, e persino la hit più famosa a cavallo tra Sessanta e Settanta si doveva ascoltare clandestinamente, tanto intensi e scandalosi turbamenti provocava. Jane Birkin che sussurra a Serge Gainsbourg Je t’aime moi non plus era una specie di amplesso virtuale. Ma interruptus, almeno per me, considerato che appena partiva la musica mia madre, o chi per lei, premeva il tasto stop, a tutela dell’innocenza di cui si faceva garante insieme alla sua coiffeuse e al prete della parrocchia in cui servivo messa.

Lo stesso che a quella vespertina, successiva all’ora di catechismo, ti metteva in guardia dal commettere atti impuri ammonendoti che “Dio ti vede”. Quello sguardo torvo me lo sono portato appresso per molto tempo, ma a distogliere la sua attenzione sono valse per fortuna le tante storie in musica che ascoltavo e che dell’amore mi insegnavano ben altro che il senso di colpa.

È stato così che ho potuto scoprire Françoise, cantrice del disordine d’amore e della fragilità adolescenziale; tous les garçons et les fille a cui dava voce non ragionavano che di questo, a questo pensavano, ed è anche grazie alla sua voce, soffice come la schiuma dello shampoo che la parrucchiera faceva a mia madre, prototipo inarrivabile di tutte le “carlebruni” successive, che ho scoperto che all’amore si è può essere iniziati con leggerezza e discrezione, e che anche gli addii si possono pronunciare gentilmente.

Françoise, fascino castano esaltato da una silhouette longilinea, con i suoi capelli lisci sulle spalle e la frangetta che incorniciava occhi che ti scavavano l’anima, un’alchimia di ebbrezza vitalistica e malinconia che era l’essenza stessa della generazione yé-yé che proprio lei aveva inventato: una Princesse de Cléves di lafayettiana memoria, così bella che avresti detto di poterla amare per sempre. Che la sua generazione le abbia devotamente tributato il culto che si addice alle divinità lo testimoniano le decine di citazioni che le hanno riservato cineasti (Lelouch, Ozon, Bertolucci, Anderson tra tanti altri) e scrittori da Prévert (nella poesia Une plante vert dice che «sous le charme de Françoise Hardy on entend palpiter la vie») a Manuel Vàzquez Montalban («ya estaba / en la misma canción la imposible / penumbra, / el imposible rincón / del noctámbulo»: era già nella stessa canzone l’impossibile crepuscolo, l’angolo impossibile del nottambulo). E ancora i musicisti che la idealizzarono, da Bob Dylan a Mick Jagger e David Bowie .

Che tristezza sapere che non canterà più perché una malattia contro cui lotta da almeno quindici anni le ha colpito anche la gola. Come sentire che un usignolo non possa più emettere il suo verso. L’ho scoperto googlando alla ricerca di notizie che la riguardassero, dopo essermi imbattuto in un suo curioso monologo-confessione (L’amore folle), tradotto e pubblicato qualche anno fa in Italia ad opera di una piccola e benemerita casa editrice fiorentina (Edizioni Clichy) e che fa il paio con la sua autobiografia, inedita in Italia, dal titolo Le désespoir des singes, com’è detta l’araucaria – disperazione delle scimmie – per via delle sue foglie a forma di scaglie appuntite che impedisce ai primati di arrampicarvisi. Nel suo romanzo emerge proprio questo contrasto tra la compostezza e l’equilibrio dell’apparenza e il tormento di chi quella forma indossa. E così affiora tutto il travaglio esistenziale di una donna che avresti pacificamente apparentato alle madonne della poesia cortese, all’apollinea bellezza delle veneri rinascimentali, e che invece ti grida inaspettatamente in faccia che l’amore è una bestia indomabile che ti squassa e ti spoglia di ogni pudore, di ogni dignità. Può capitare così che si tramuti in un’ossessione in cui non si capisce più chi è la vittima e chi il carnefice, chi arma la mano che prima o poi ucciderà l’altro. Sia chiaro: Breton non c’entra. L’amore che il titolo evoca è l’amore tout court, quello che rende folle chi ama per il fatto stesso che ama. Ed è una follia quasi inevitabile, da attraversare fino in fondo perché solo lì risiede la sua verità.

Nella sua finzione Françoise racconta della liaison con un uomo che viene nominato solo come X, non particolarmente attraente, anzi tanto diverso dalla donna che parla (peraltro con una stupefacente sorveglianza stilistica da scrittrice smaliziata) e che però le appare come «uno di quegli esseri davanti ai quali tutte le difese crollano prima che ce ne rendiamo conto, soprattutto perché non hanno consapevolezza del loro potere». Le tappe che scandiscono la loro relazione – devozione, sofferenza, gelosia, assenza – sono quelle tipiche dell’attrazione fatale e trascendono il rapporto fisico. Perché l’amore, come canta Brunori Sas, “è un colpo di pistola”, è un’onda che travolge e devasta, ti disarma, lasciandoti in balìa di un dio che ti possiede e parla al posto tuo. È la socratica katokoché: una forma di possessione vera e propria che disloca la Ragione (atopía, la chiama il filosofo) e fa sì che, quando amiamo, non disponiamo più di noi stessi perché il nostro Io ha già perso il consueto ordine delle proprie connessioni per lasciare che sia qualcos’altro ad agirlo. L’istinto e il godimento dei corpi non c’entrano niente, ciò che accade è l’accamparsi di un’entità che si fa arbitro tra la nostra dimensione razionale e quella folle e l’innamorato che non fa i conti con la parte irrazionale di sé semplicemente non ha mai conosciuto Amore. Il fatto è che non puoi prevederlo né evitarlo, in seguito, perché ti precipita dentro per caso, a condizione che le sue crepe presentino una sufficiente simmetria con le tue, rendendoti un pazzo la cui follia, lungi dall’essere un handicap, è invece ciò che dà alla tua vita il suo unico e possibile interesse.

Confesso: il fatto che a dirmelo sia la bellezza quintessenziale che avevo associato all’idea di un’educazione sentimentale rassicurante, foriera di quel “discernimento” e di quella “reciprocità” che si addicono alle relazioni “funzionali” ha dislocato un po’ anche me, ma tutto sommato posso farmi piacere per un po’ l’idea che tutto ciò che si avvicina alla follia, lungi dall’essere tossico, a volte può risultare persino necessario.

‘Sta Selva Selvaggia #4 – Dissing Medievale

Cosa pensava Dante mentre scriveva le sue opere? Le possibili risposte in un racconto “sbagliato”, al limite del profano, che ha come protagonisti l’immancabile guida: Virgilio, Dante e la sua sconveniente coscienza. Impegnati nelle avventure dei regni dell’oltretomba e dei pensieri del poeta i protagonisti narrano le improbabili situazioni in cui si ritroveranno di opera in opera. Un programma scritto, condotto e interpretato da Danilo Nuncibello e realizzato con la collaborazione della redazione di Radio Zammù, la radio dell’Università di Catania.

Tutte le puntate possono essere ascoltate qui.

In quest’episodio il gabbo di Beatrice e i patemi d’amore di Dante, nel viaggio che conduce all’interno della terna cavalcantiana della Vita Nova.