V per “Vilitudine”

«La vendetta è un piatto che va servito freddo» – così è se vi pare, e anche se non vi pare – e questo basterebbe già a considerarla una pietanza estiva, come l’insalata di riso o il gazpacho. Certo, indigesta lo è sempre, e però il problema è che con quest’afa ci vuole comunque una bella lena a belligerare e concepire strategie di rivalsa. Non è da me. Chi meditasse vendette a mio danno, l’avrebbe vinta in partenza. E non perché mi ritenga un buono, mi riconosco mille vizi, ma almeno questo no. È pigrizia la mia. Anzi: vilitudine.

Non c’entra la viltà che è altra cosa pur biasimevole. È più una filosofia di vita che i siciliani (quelli ionico-etnei almeno) traducono in questo termine che non ha equivalenti nell’italiano standard. Ti coglie di sorpresa, prevalentemente nell’ora pànica del demone meridiano, quando s’insinua nella mente l’orrore e il fastidio di ogni cosa, tutto sembra inutile e desideri solo startene immobile a svuotare la cisterna delle passioni. S’impadronisce di te l’inerzia, l’insensibilità e la nausea del cuore, percepisci all’improvviso non solo la distanza dagli altri, ma da te stesso. Sì, saresti pure disposto a parlare o a scherzare, ma avverti una stanchezza che ti suggerisce come più proficua l’inattività perché ti fa sudare anche solo il pensiero di proferire frasi diverse da: «ma cchi mi stai cuntannu?» (ma cosa mi vieni a dire?) – con la più volgare variante «sp***u mi cunti» – e «ma cu mu fa ffari?» (ma chi me lo fa fare?), lectio ruspante dell’anglosassone I don’t care. Questa forma di astenia della mente che è la vilitudine è ciò che storicamente potrebbe giustificare in Sicilia l’immutabilità di qualsiasi status quo, sancire per legge la fondatezza dell’assunto lampedusiano per cui occorre che tutto cambi perché tutto resti com’è. Non è conservatorismo. È canicola, insopportabile, sfibrante, anestetica di tutte le migliori intenzioni.

Il sinonimo che gli si addice di più è «ignavia» che, a sua volta, è concetto che ha per lo più connotazione dispregiativa. Già, gli ignavi, poveretti: Dante li sbatte nell’Antinferno – e non è che il caldo li possa aiutare a disignavvizzarsi – ma finisce con l’intrupparci persino quel «povero cristiano» di papa Celestino V, con il capo d’accusa di «gran rifiuto», sol perché si era reso realisticamente conto che a combattere tutta la vita contro i mulini a vento si rischia di essere tacciati di velleitarismo. Una perfida vendetta bella e buona, insomma, quella del sommo Poeta, che si tolse così lo sfizio di ipnotizzare quel sant’uomo nella maschera dell’indolente e della viltà eletta a norma di vita. Maddeché? A dirla giusta, lo faceva rosicare la sua abdicazione che spianava la strada al pontificato teocratico di Bonifacio VII, il «novello anticristo» (a detta di Iacopone da Todi), il traditore della missione religiosa della Chiesa che non si sarebbe fatto scrupoli di «torre a ‘inganno / La bella Donna, e poi di farne strazio», il cospiratore che avrebbe ribaltato i rapporti di forza tra guelfi a Firenze consegnando la città alla parte Nera e confinando all’esilio i Bianchi, tra cui Dante condannato in contumacia al rogo e alla distruzione della casa.

Siamo seri, che mezzi aveva Celestino per mettersi contro i poteri forti di allora? Non codardia, semmai vilitudine quella di Pietro Angelerio da Morrone, Papa per obbedienza e dimissionario per coscienza, coerente con la vocazione di chi sceglie di non lottare non per viltà, ma per onestà, quella di chi sa riconoscere ed accettare i propri limiti. A Dante però capitava ogni tanto di schiumare rabbia e anziché metter mano alla spada usava la penna, che a volte fa più male, e a farne le spese fu il povero Celestino, unica particella di sodio nel gran mare dell’Inferno.

Brutte bestie l’ira e il rancore, moventi di grandi narrazioni a partire dalla Genesi. La Bibbia tracima d’ira, dalla cacciata dall’Eden di Adamo al Diluvio, alla distruzione della torre di Babele, di Sodoma e Gomorra e così via. Ci scandalizziamo per l’alto tasso di aggressività della nostra società e dimentichiamo che siamo noi stessi la conseguenza, nessuno escluso, di una solenne incazzatura divina, per il dispetto di un uomo e una donna a cui era stata vietata una mela. Si poteva risolvere burocraticamente e invece no, maledizioni su maledizioni: contro Eva, contro Adamo, contro il serpente, contro tutta la Terra. Il ruolo di Dio contempla il furore, rancore a palla e diluvi universali, e non fanno eccezione gli dei greci da Zeus “folgoratore” ad Atena, saggia sì, ma ‘ncazzusa come un Ariete (in senso zodiacale). Non le può pace il saccheggio di Troia e mette contro Menelao e Agamennone in una controversia che, al confronto, una causa di divorzio è un raduno di figli dei fiori e, non contenta, scatena tempeste che affondano navi di guerrieri – mischìni – che volevano solo tornare a casa, e anzi si preoccupa lei stessa di scagliare un fulmine contro la nave di Aiace, suscitando persino la compassione di Poseidone che lo salva.

Ma anche tu – Aiace, Aiace – esci da sotto un treno, ma stattene quieto anziché vantarti di averla fatta franca nonostante la potenza di Atena. Non sia mai, fai smuovere i nervi pure a chi ti ha parato le terga. Non te la prendere se il tuo stesso salvatore, Poseidone, ti spacca con il tridente lo scoglio dove ti sei rifugiato e ti fa annegare per punire la tua vanagloria. Te la sei cercata. E anche il dio dei cristiani non scherza e pure suo figlio che è mite come un agnello, ma come tutti i buoni e cari quando gli girano manda all’aria i banchi dei mercanti nel tempio. E per un mite Francesco che ammansisce ferocissimi lupi c’è sempre un Tommaso da Celano che ti ricorda che nel dies irae “ora in favilla / come attestò / Davide e la Sibilla / il secolo si dissolve / nell’alta squilla”. Come non c’è fumo senza fiamma, così non c’è ira che non abbia avuto i suoi eroi: Achille, Ulisse, Aiace, Turno. Financo al pio Enea girano i cabbasisi e sgozza otto giovani sul rogo di Pallante.

Se nella Commedia dantesca fossero stati compresi tutti i personaggi mitologici e letterari (Petrarca ne fa un vero e proprio catalogo nei Trionfi) la stazione degli iracondi avvolti da un fumo oscuro e denso che li acceca e irrita loro gli occhi sarebbe stata la più affollata e il povero Flegiàs avrebbe avuto più daffare dei traghettatori al porto di Messina a Ferragosto. E con loro i cattivi, gli antipatici, i vendicativi e gli impulsivi. Tutti ad agitarsi, a gridar «vendetta, tremenda vendetta», e ira e livore, rabbia e rancore.

E certo fa sorridere l’incontro del sommo con Filippo Argenti «fiorentino spirito bizzarro» che lo provoca non rivelandogli il suo nome per dispetto. E il bello è che Dante s’incazza, e lo maledice, e sadicamente rivela a Virgilio (la sua ragione), che gli piacerebbe vedere quell’anima «attuffare nella broda» fangosa in cui gli iracondi «si percotean non pur con mano, / ma con la testa e col petto e coi piedi, / troncandosi co’ denti a brano a brano». Perfido e malmostoso Dante a cui la guida fa capire che non è sbagliato provare ira, ma che bisogna saperla usare al momento giusto, nella misura giusta, con le persone giuste e per una causa giusta.

Ma chi ce lo fa fare? Siamo accumulatori seriali di tensioni varie, immagazziniamo quotidianamente energia negativa che non riusciamo a gestire e che redistribuiamo con disordinata e pericolosa imprudenza di cui sono spie le tante espressioni idiomatiche che ci avvertono dell’imminente pericolo di esplosione. Lasciamo perdere quelle in disuso come «perdere le staffe» o «i freni»,«uscire dai gangheri» o «avere un diavolo per capello»; ai più – e al giorno d’oggi, a sentirle parlare, anche alle donne, con bizzarra contraddizione anatomica – «girano i c***ni», gli si rompe «il c***o», a riprova del fatto che anche solo tentare di dominare questo stato d’animo ci fa andare «fuori di testa» ed è il problema dei problemi. Nel Mestiere di vivere Cesare Pavese scriveva che «si accumula rabbia, umiliazioni, ferocie, angosce, pianti, frenesie e alla fine ci si trova un cancro, una nefrite, un diabete, una sclerosi che ci annienta». Ed è così: il vizio capitale della rabbia, «la più turpe» delle passioni a dire di Seneca, ci rende deformi, non per niente l’iconografia medievale la raffigura come una donna dal viso deformato da una smorfia che si lacera la veste e mostra il petto nudo.

Certo, non è da sottovalutare il potere terapeutico dell’incazzatura come valvola di sfogo delle nostre frustrazioni purché dopo si riacquisti la lucidità necessaria a capire che quando ci adiriamo non entriamo in conflitto solo con gli altri, ma con noi stessi tant’è che ci spaventa la nostra stessa ira. Ci sgomenta quel sentire l’impulso cieco e violento che monta in testa e ci carica come la dinamo della bicicletta in una discesa a precipizio. Stiamo male, ma crediamo di sapere cosa può farci star bene: vendicarci, farla pagare, cantarne quattro. È come una possessione demoniaca per cui non c’è esorcista che tenga, uno stato di trance minacciosa che non ci fa vedere né a a un palmo dal naso né a un chilometro. Come se ci precipitassero in un ring a combattere contro qualcuno non ad armi pari, ma con un mitra enorme che non sappiamo usare e che finisce con lo sparare all’impazzata. Per Leopardi (che «stracciava» con rabbia le vivande, spezzando «non so quante forchette», come scrive il padre Monaldo in una lettera ad Antonio Ra­nieri), l’ira è una «passione molto maggiore e più forte che non è conveniente alla tenuità della vita», la quale «opera più efficacemente che l’amore e la gratitudine».

Come si fa fronte allora a tutto questo? Andando in giro per il mondo a predicare la vilitudine, appunto, una forma di resistenza, di imperturbabilità, di atarassia. Che non è contrap­posizione tra passione e ragione, bensì fra passività e attività o, come direbbe Spinoza, fra idee «adeguate» e idee «non adeguate». Che è cosa diversa dal perdono. A un giovane insolente che gli aveva sputato in faccia, Diogene rispose: «Non mi adiro, però ho i miei dubbi se sia giusto o no». E anche se era Diogene, sono pressoché sicuro che in altre circostanze una malajangata (un malrovescio) gliel’avrebbe girata.

La maturità è una mandorla quagliata

Poi fai come credi, ma sappi che al tavolino di un bar di Catania, quando ordini una granita, non ha senso rivolgere al cameriere la domanda «che gusti avete?». Perché nella patria cosmica della granita, la mandorla (anche nella variante “macchiata”) non compete con nient’altro. Su quest’argomento potrei manifestare un’intransigenza talebana. Perciò toglietemi tutto (come nella pubblicità di un famoso orologio), ma non toglietemi la mandorla, nelle sue più trionfali declinazioni. E non solo la granita alla mandorla, ma il latte di mandorla, le paste di mandorla, gli amaretti, il pesto, il confetto, il parfait. Poche altre cose persuadono della plausibilità dei miracoli, e se proprio la vuoi sapere tutta, troverei onesto completare la Trinità mettendoci giusto la parmigiana di melanzane e la cassata. C’è del mistero nell’estasi dei sensi che questo seme (tecnicamente, questo è) – tostato, pralinato, salato, tritato – è in grado di procurare, qualcosa che trascende la finitezza umana e traffica col divino.

Non è certo un caso che in arte (vedi il Giudizio Universale di Michelangelo), come in tutta l’iconografia sacra medievale, l’aureola di luce che domina la scena entro la quale siede Cristo sia detta “mandorla”.

Nelle pagine iniziali del Garofano rosso di Elio Vittorini, le granite di mandorla «mandate giù» da Alessio Mainardi e dai suoi compagni di liceo al caffè “Pascoli e Giglio” sono proustiane madeleinette che innescano nel protagonista un meccanismo di conoscenza della realtà, tra presente e passato («Aspettavamo la campana del secondo orario, tra undici e mezzogiorno, pigramente raccolti, sbadigliando, intorno ai tavolini del caffè Pascoli e Giglio, ch’era il caffè nostro, del Ginnasio-Liceo […] I più fortunati mandavano giù l’una dietro l’altra granite di mandorla, la più buona cosa da mandar giù ch’io ricordi della mia infanzia. […] insieme a un odore di limoni».

Nel Gattopardo di Tomasi di Lampedusa, i dolci del buffet di palazzo Ponteleone diventano monumenti e paesaggi di barocca sontuosità e maestà («Lì immani babà sauri come il manto dei cavalli, Monte-Bianco nevosi; beignets Dauphine che le mandorle screziavano di bianco ed i pistacchi di verdino; collinette di profiteroles alla cioccolata, marroni e grasse come l’humus della piana di Catania, dalla quale, di fatto, attraverso lunghi rigiri esse provenivano, parfaits rosei, parfaits sciampagna, parfaits bigi che si sfaldavano scricchiolando quando la spatola li divideva». La mandorla scatena un’estasi che si traduce in scrittura e per estensione semantica tutto ciò che da lei prende forma, figura, consistenza, colore si associa al bello o a un’emozione estetica: «Ah quel suo viso! Se lo vedeste! È come una mandorla dal guscio semiaperto in fondo a cui appare il frutto tenero, gli occhi a mandorla», scrive D’Annunzio, oppure «Era tutta avviluppata di lontra, col naso come una mandorla appena sbucciata e gli occhi cosi blu, a riflessi d’oro, che illimpidivano l’aria», echeggia Borgese e ancora Montale a dire «Onda luminosa… diffondi / dalle mandorle tenere degli occhi».

Una leggenda greca narra di un giovane, Demofonte, che deve sposare Fillide, ma alla vigilia delle nozze lo sposo viene a sapere che ad Atene gli è morto il padre. E allora parte, promettendo di tornare presto, ma i giorni passano e Fillide non ha più notizie di lui. E si strugge di nostalgia, così tanto da uccidersi. E sulla sua tomba nasce un mandorlo, ma con le foglie avvizzite, come una pianta bella, ma segnata dalla tristezza. Quando Demofonte ritorna e gli si rivela quella sventura va a piangere sul tronco di quell’albero spoglio che decora il sepolcro della sua amata. Sono lacrime amare, d’angoscia e disperazione; piange così tanto da commuovere persino gli dei che per dargli un segno della fedeltà dell’amore della sua donna fanno crescere sul mandorlo, fuori stagione, fronde verdi e bellissimi fiori. C’è un nesso intimo, profondo, pervasivo e onnicomprensivo tra la mandorla e la vita interiore.

“Mandorla”: in latino è amygdăla che, a sua volta, deriva dal greco e, come termine medico, è un calco dell’arabo al-lauza. In natura è un bocciolo legnoso con uno o due semi che possono essere al gusto dolci o amari. I primi confortano il palato, i secondi l’olfatto, i primi soddisfano i sensi, i secondi possono essere usati per curare. Che è quanto basta a renderli indispensabili. Ma fondamentale è la regina delle mandorle, quella dolce-amara che produce e governa le emozioni, socia di maggioranza del cervello, assieme all’ippocampo che presiede la memoria: l’amigdala, una minuscola mandorla annidata a metà del lobo temporale, messa lì come il Maestro del più importante Teatro, a dirigere l’orchestra delle nostre sensazioni ed emozioni: fame, sete, piacere, dispiacere, desiderio, disgusto. È tutto lì, dentro un bocciolo di poco più di un centimetro e mezzo, una micro cabina di regia che determina persino reazioni fisiche come l’aumento della salivazione quando abbiamo fame (la famosa ‘acquolina’ in bocca) o la bava alla bocca quando siamo furenti, l’attrazione per il dolce o il salato, l’avversione per l’amaro o per l’agro. Una dimensione inversamente proporzionale all’immensità delle emozioni che governa. Senza di essa non saremmo in grado di rapportarci agli altri, di socializzare, di provare paura, di oscillare tra le contrastanti sensazioni di amore e odio, commozione e rabbia. L’amigdala è la nostra scultrice interiore senza la quale saremmo masse di carne senz’anima («Narciso trasparenza e mistero / Cospargimi di olio alle mandorle e vanità, / modellami», canta Carmen Consoli). Senza di essa forse non esisterebbe nemmeno l’arte e non saremmo in grado di percepire e rappresentarci il mistero della bellezza, non avremmo nemmeno senso estetico. È il ministero degli Interni della nostra vita interiore, il crocevia di tutto ciò che ci rende umani, ivi compresa la memoria che le emozioni attivano.

Capisci allora perché in dialetto si usi l’espressione: «Quannu ti quagghia ‘a mennula?». Cioè: quando quaglia, quando ti si addensa la mandorla? Vale a dire che il giorno che raggiungerai la maturità affettiva, emozionale, sentimentale, solo allora potrai dirti veramente compiuto.

Il sentimento del cadere

C’è quest’espressione, in siciliano: cascari du cori, cadere dal cuore. Si usa per dare l’idea di un sentimento usurato ed esaurito, in un modo che si percepisce come irreversibile: mi cascau du cori, per dire “non l’amo più”. Non so bene se, quanto e come si usi in italiano, non mi vengono in mente scrittori che l’abbiano usata e mi pare che non esista un corrispettivo in altre lingue. Anzi, in inglese il verbo “cadere” si usa semmai in un’accezione opposta a quella dell’espressione dialettale che indica il venir meno dell’amore. To fall in love vuol dire, al contrario, “innamorarsi”. Perché si usa allora il verbo “cadere”? Penso che abbia a che fare con ciò che considererei qualcosa di più di una sensazione o un sintomo, piuttosto un sentimento: la vertigine, l’ebbrezza del vuoto che ti coglie quando temi non tanto di cadere nel precipizio, ma di gettartici tu stesso. E penso allora a quando, nella vita, mi è capitato di provarlo. Ci penso dopo aver ripreso in mano il Trattato di funambolismo di Philippe Petit e dopo aver visto un film di Robert Zemeckis (The walk, sconsigliatissimo a chi soffre proprio di vertigini) sulla sua più spettacolare impresa: la camminata, il 7 agosto del 1974, su un cavo d’acciaio teso tra le Twin Towers. Mi dico che il senso più simile alla vertigine l’ho provato in alcune circostanze particolari: in amore, ça va sans dire; mentre studiavo dei manoscritti di un autore a cui ho dedicato anni di ricerche; giocando (a carte, soprattutto) o assistendo ad alcune partite di calcio; durante le mie crisi d’ansia.

Quanto a queste ultime, è difficile spiegare a chi non ne soffre la vertiginosa sensazione di confusione che ti ottenebra, la testa che ti gira, il respiro che prima si fa affannoso e poi ti manda in iperventilazione, l’irrequietezza, l’aritmia, la perdita di controllo del corpo, lo smarrimento e il bisogno di essere in qualsiasi altro posto diverso da quello in cui sei, l’impulso irrazionale a fare ogni cosa pur di non essere travolto da ciò che assomiglia a un turbine, a un mostro che sai che potrebbe prendere il tuo controllo anche solo pensando che potrebbe accadere. È la sensazione di un vuoto che ti risucchia, è la mancanza di riferimenti stabili e solidi a crearlo, è l’assenza di tutto ciò che solitamente ci dà confini e certezze.

Ed è a questo punto che mi ricordo ciò che scrive Petit a proposito delle sue passeggiate sul filo sospeso nel cielo: «Questo vuoto atterrisce. Prigionieri d’un brandello di spazio, combatterete allo stremo delle forze misteriosi elementi: l’assenza di materia, l’odore dell’equilibrio, la vertigine dai lati molteplici e il cupo desiderio di ritornare a terra, tutto questo sarà schiacciante. Tale vertigine è il dramma della danza sul filo, ma di quello non ho paura».

Cos’hanno in comune le nostre vertigini con quelle del funambolo? Tutto.

Non è forse vertigine anche quella della conoscenza? Quando studi e ti sembra di non cogliere immediatamente tutto o realizzi di non saperne mai abbastanza? Ti affacci su un vuoto immenso su cui hai teso una fune e sai di doverci camminare sopra. Puoi cadere, ma non puoi tornare indietro, anzi senti di non voler più tornare indietro.

Non è forse vertigine quella del giocatore, con la sua inebriante commistione di audacia, voluttà e sofferenza? Basti pensare ai personaggi dostoevskjani del Giocatore, tutti irretiti dal­la vertigine incontrollabile della caduta, e al suo protagonista, Aleksèj, dominato dalla duplice attrazione per la roulette e per l’altera e inquietante Polina: «C’è qualcosa di particolare nella sensazione che provi quando, solo in terra straniera, lontano dalla patria e dagli amici, senza neanche sapere quel che mangerai domani, punti l’ulti­mo fiorino, proprio l’ultimo!».

Non è infine vertigine quella dell’innamorato assalito da mille timori e tremori che lo agiscono, e non volendo recedere dalla sua scelta non può che procedere in equilibrio su un vuoto? «L’ottenebrante, irresistibile desiderio di cadere» – scrive Kundera – «ci si rende conto della propria debolezza e invece di resisterle, ci si vuole abbandonare a essa. Ci si ubriaca della propria debolezza, si vuole essere ancor più deboli, si vuole cadere in mezzo alla strada, davanti a tutti, si vuole stare in basso, ancora più in basso».

Il desiderio di conoscenza (Ulisse docet), il gioco e l’amore hanno in comune l’idea della molteplicità delle azioni possibili, della sfida e dell’abbandono alle forze del caso e della conseguente vertigine che provocano, il modo in cui ci rapportiamo a ciò che per comodità chiamiamo “destino”. L’azzardo cui il ricercatore, il giocatore e l’innamorato si rivolgono ha in comune il disinteresse materiale, il più segreto radicato desiderio di sovvertire l’ordine tra cielo e terra facendo percepire come dimensione sicura quella dell’altezza e non del suolo. Ma è proprio quando cadi nel vuoto che arriva l’inattesa e imprevedibile possibilità di ripartire scegliendo un’altra direzione tra le infinite possibili. Per questo non bisognerebbe mai cercare di allontanarsi da quel punto in cui ci sembra di stare perdendo tutto.

Parafrasando e sovvertendo Pirandello che, a proposito dell’umorismo, distingueva tra avvertimento e sentimento del contrario, si può dire che la caduta – in amore, nel gioco, nello studio – è l’avvertimento di una scomposizione dell’ordine in cui ci si rappresenta una situazione e che procura angoscia, ma il vuoto in cui si cade non è il Nulla, è invece un alleato, il punto di appoggio che permette di essere altro da ciò che si è, permette di diventare finalmente funamboli. A quel punto diventa un sentimento e il cadere dal cuore significa allora sentire che si ha di nuovo la possibilità di risalire su quel filo sospeso nel cielo perché a quello si appartiene, a quella dimensione che si misura attraverso l’accuratezza che serve ad ogni passo per non cadere in terra.

Di chierichetti, usignoli e scimmie disperate

Mi sono innamorato di Françoise Hardy quando non era più Françoise Hardy. Per meglio dire: lei è ancora viva e lotta insieme a noi (noi sognatori perenni, intendo.) Ma ero ancora troppo piccolo quando già spezzava cuori, troppo inconsapevole del mio perché potesse anche solo intaccarlo.

Isabelle Adjani
Nastassja Kinski

Il tempo delle mele che ho vissuto ha conosciuto invece altre malìe – su tutte quella di Ornella Muti (la cui bellezza senza tempo faceva velo al reale talento, compreso invece, e non per caso, da tanti maestri del cinema) e Isabelle Adjani (eterea nel suo pallore disincarnato per l’Herzog di Nosferatu almeno quanto lo era stata per Truffaut in Adele H) – e quando le mele cominciavano a diventare al massimo pere bollite ho tributato culti ad altre icone – da Nastassia Kinski (il suo viso d’angelo in Tess di Polanski avrebbe fatto impallidire persino la Laura di Petrarca) a Wynona Ryder (struggente Mina Murray in quel capolavoro che è il Dracula di Coppola).

Wynona Ryder

Di tutte ho tenuto i ritratti sul comodino da dare in pasto alle mie illusioni. E a tutte ho scritto lettere appassionate che non hanno mai letto. Altrimenti…

E però Françoise… Françoise è un mistero per me, una corrispondenza tardiva; non l’avevo incontrata mai da ragazzino nemmeno nei fotoromanzi che leggevo mentre aspettavo che mia madre finisse dalla parrucchiera dove mi portava quando non aveva a chi lasciarmi. Mi ritorna in mente ancora l’odore di lacca e di pettegolezzi di quella sala dove un magnetofono Geloso (così si chiamava) diffondeva le canzoni di Morandi, di Battisti, di Ornella Vanoni e Peppino Di Capri.

Anche in casa mia ce n’era uno, e io che me n’ero conquistato sul campo la titolarità ne ero “geloso” custode non solo perché avevo mostrato precoci interessi “musicarelli”, ma perché era prodotto da una ditta che portava il mio nome (Magnetofoni Castelli), cosa che bastava già a inorgoglirmi anche senz’essere nemmeno lontanamente imparentato col suo inventore.

Ad eccezione degli chansonnier consacrati – Brel, Brassens, Moustaki, Aznavour, Bécaud, Piaf, Trenet, Montand – del pop transalpino non arrivava granché, e persino la hit più famosa a cavallo tra Sessanta e Settanta si doveva ascoltare clandestinamente, tanto intensi e scandalosi turbamenti provocava. Jane Birkin che sussurra a Serge Gainsbourg Je t’aime moi non plus era una specie di amplesso virtuale. Ma interruptus, almeno per me, considerato che appena partiva la musica mia madre, o chi per lei, premeva il tasto stop, a tutela dell’innocenza di cui si faceva garante insieme alla sua coiffeuse e al prete della parrocchia in cui servivo messa.

Lo stesso che a quella vespertina, successiva all’ora di catechismo, ti metteva in guardia dal commettere atti impuri ammonendoti che “Dio ti vede”. Quello sguardo torvo me lo sono portato appresso per molto tempo, ma a distogliere la sua attenzione sono valse per fortuna le tante storie in musica che ascoltavo e che dell’amore mi insegnavano ben altro che il senso di colpa.

È stato così che ho potuto scoprire Françoise, cantrice del disordine d’amore e della fragilità adolescenziale; tous les garçons et les fille a cui dava voce non ragionavano che di questo, a questo pensavano, ed è anche grazie alla sua voce, soffice come la schiuma dello shampoo che la parrucchiera faceva a mia madre, prototipo inarrivabile di tutte le “carlebruni” successive, che ho scoperto che all’amore si è può essere iniziati con leggerezza e discrezione, e che anche gli addii si possono pronunciare gentilmente.

Françoise, fascino castano esaltato da una silhouette longilinea, con i suoi capelli lisci sulle spalle e la frangetta che incorniciava occhi che ti scavavano l’anima, un’alchimia di ebbrezza vitalistica e malinconia che era l’essenza stessa della generazione yé-yé che proprio lei aveva inventato: una Princesse de Cléves di lafayettiana memoria, così bella che avresti detto di poterla amare per sempre. Che la sua generazione le abbia devotamente tributato il culto che si addice alle divinità lo testimoniano le decine di citazioni che le hanno riservato cineasti (Lelouch, Ozon, Bertolucci, Anderson tra tanti altri) e scrittori da Prévert (nella poesia Une plante vert dice che «sous le charme de Françoise Hardy on entend palpiter la vie») a Manuel Vàzquez Montalban («ya estaba / en la misma canción la imposible / penumbra, / el imposible rincón / del noctámbulo»: era già nella stessa canzone l’impossibile crepuscolo, l’angolo impossibile del nottambulo). E ancora i musicisti che la idealizzarono, da Bob Dylan a Mick Jagger e David Bowie .

Che tristezza sapere che non canterà più perché una malattia contro cui lotta da almeno quindici anni le ha colpito anche la gola. Come sentire che un usignolo non possa più emettere il suo verso. L’ho scoperto googlando alla ricerca di notizie che la riguardassero, dopo essermi imbattuto in un suo curioso monologo-confessione (L’amore folle), tradotto e pubblicato qualche anno fa in Italia ad opera di una piccola e benemerita casa editrice fiorentina (Edizioni Clichy) e che fa il paio con la sua autobiografia, inedita in Italia, dal titolo Le désespoir des singes, com’è detta l’araucaria – disperazione delle scimmie – per via delle sue foglie a forma di scaglie appuntite che impedisce ai primati di arrampicarvisi. Nel suo romanzo emerge proprio questo contrasto tra la compostezza e l’equilibrio dell’apparenza e il tormento di chi quella forma indossa. E così affiora tutto il travaglio esistenziale di una donna che avresti pacificamente apparentato alle madonne della poesia cortese, all’apollinea bellezza delle veneri rinascimentali, e che invece ti grida inaspettatamente in faccia che l’amore è una bestia indomabile che ti squassa e ti spoglia di ogni pudore, di ogni dignità. Può capitare così che si tramuti in un’ossessione in cui non si capisce più chi è la vittima e chi il carnefice, chi arma la mano che prima o poi ucciderà l’altro. Sia chiaro: Breton non c’entra. L’amore che il titolo evoca è l’amore tout court, quello che rende folle chi ama per il fatto stesso che ama. Ed è una follia quasi inevitabile, da attraversare fino in fondo perché solo lì risiede la sua verità.

Nella sua finzione Françoise racconta della liaison con un uomo che viene nominato solo come X, non particolarmente attraente, anzi tanto diverso dalla donna che parla (peraltro con una stupefacente sorveglianza stilistica da scrittrice smaliziata) e che però le appare come «uno di quegli esseri davanti ai quali tutte le difese crollano prima che ce ne rendiamo conto, soprattutto perché non hanno consapevolezza del loro potere». Le tappe che scandiscono la loro relazione – devozione, sofferenza, gelosia, assenza – sono quelle tipiche dell’attrazione fatale e trascendono il rapporto fisico. Perché l’amore, come canta Brunori Sas, “è un colpo di pistola”, è un’onda che travolge e devasta, ti disarma, lasciandoti in balìa di un dio che ti possiede e parla al posto tuo. È la socratica katokoché: una forma di possessione vera e propria che disloca la Ragione (atopía, la chiama il filosofo) e fa sì che, quando amiamo, non disponiamo più di noi stessi perché il nostro Io ha già perso il consueto ordine delle proprie connessioni per lasciare che sia qualcos’altro ad agirlo. L’istinto e il godimento dei corpi non c’entrano niente, ciò che accade è l’accamparsi di un’entità che si fa arbitro tra la nostra dimensione razionale e quella folle e l’innamorato che non fa i conti con la parte irrazionale di sé semplicemente non ha mai conosciuto Amore. Il fatto è che non puoi prevederlo né evitarlo, in seguito, perché ti precipita dentro per caso, a condizione che le sue crepe presentino una sufficiente simmetria con le tue, rendendoti un pazzo la cui follia, lungi dall’essere un handicap, è invece ciò che dà alla tua vita il suo unico e possibile interesse.

Confesso: il fatto che a dirmelo sia la bellezza quintessenziale che avevo associato all’idea di un’educazione sentimentale rassicurante, foriera di quel “discernimento” e di quella “reciprocità” che si addicono alle relazioni “funzionali” ha dislocato un po’ anche me, ma tutto sommato posso farmi piacere per un po’ l’idea che tutto ciò che si avvicina alla follia, lungi dall’essere tossico, a volte può risultare persino necessario.

‘Sta Selva Selvaggia #4 – Dissing Medievale

Cosa pensava Dante mentre scriveva le sue opere? Le possibili risposte in un racconto “sbagliato”, al limite del profano, che ha come protagonisti l’immancabile guida: Virgilio, Dante e la sua sconveniente coscienza. Impegnati nelle avventure dei regni dell’oltretomba e dei pensieri del poeta i protagonisti narrano le improbabili situazioni in cui si ritroveranno di opera in opera. Un programma scritto, condotto e interpretato da Danilo Nuncibello e realizzato con la collaborazione della redazione di Radio Zammù, la radio dell’Università di Catania.

Tutte le puntate possono essere ascoltate qui.

In quest’episodio il gabbo di Beatrice e i patemi d’amore di Dante, nel viaggio che conduce all’interno della terna cavalcantiana della Vita Nova.

La principessa e il soldato (mentre John Wayne sta a guardare)

Mi capita spesso: vado per cercare una cosa e ne trovo un’altra. Stavolta è colpa di John Wayne di cui ricordavo di aver letto una volta, da qualche parte, che il suo whisky preferito era il Duke Kentucky Bourbon. Sfoglio una sua biografia e mi viene in mente Philippe Noiret/Alfredo che in Nuovo Cinema Paradiso, citando Il grande tormento – primo film a colori del “duca” -, dice al piccolo Totò: «Più pesante é l’uomo, più profonde sono le sue impronte. Se poi c’é di mezzo l’amore, soffre, perché sa di essere in una strada senza uscita». L’occhio mi cade così uno scaffale più giù, sul volumetto Sellerio con la sceneggiatura del film di Tornatore, lo apro più o meno a metà, alla pagina 88. Ottantotto, come l’anno in cui il film uscì, l’anno in cui lo vidi un pomeriggio, da solo (nella sua versione lunga), all’ex cinema Ritz di Catania, quasi di fronte – ironia della sorte – l’Istituto per ciechi “Ardizzone Gioeni”. E fu subito folgorazione, un coup de foudre, letteralmente. Uscii dal cinema coi lucciconi agli occhi, non si immaginava ancora la sua distribuzione tormentata, e poi il successo della pellicola, l’Oscar e tutto il resto. Mi sentivo fortunato ad averlo “scoperto” in una sala deserta, mi sembrava quasi un privilegio che nessuno se ne fosse ancora accorto. Perché quel film non parlava solo del furente amore per il cinema del suo autore, c’era anche il mio e con esso tutte le mie passioni, inclusi gli amori che avevo vissuto e quelli di là da venire.

Realizzo che la pagina in questione non è una qualsiasi e che forse è vero che non siamo noi a cercare i libri e le parole, ma sono essi a stanarci, a giocare a nascondino per poi affacciarsi quando meno te lo aspetti, come a dire: «Avevi bisogno di me? Eccomi qui». Il passaggio è quello in cui c’è il dialogo che, a distanza di anni, mi si chiarisce come la chiave di lettura di tutto il film, la favola cioè della principessa e del soldato che Alfredo racconta al giovane e infelicemente innamorato Totò. La storia è questa: il soldato ama una bellissima principessa che contempla durante i suoi turni di guardia, la sposerebbe se non fosse, appunto, un soldato. Non si sente cioè adatto al suo rango e teme così di essere respinto. Ma i suoi sentimenti sono imperiosi e decide allora di osare chiedendo la sua mano. Lei non lo rifiuta, ma nemmeno lo accetta. Lo mette alla prova e lo lascia così, ad aspettare, in un purgatorio di cento giorni. Gli dice che si affaccerà ogni notte dal balcone per controllare che sia lì ad aspettarla e che scioglierà le sue riserve alla centesima alba. Attenzione: non gli darà la garanzia che lo sposerà, ma solo una speranza, rimandando la decisione che lo libererà, in un modo o nell’altro, da quella sorta di pignoramento dei suoi desideri. Così è, se vi pare e anche se non vi pare: lei è una principessa e se lo può permettere.

A questo punto si offrono sostanzialmente due possibilità: il soldato può rifiutare e la principessa decidere di mandarlo a quel paese; il soldato può rifiutare e la principessa, messa alle strette, potrebbe decidere di sposarlo per non lasciarselo scappare. Il soldato invece accetta, e la scelta non ha nulla di logico perché non è scritto da nessuna parte che la principessa debba acconsentire solo perché il giovane si sarà dimostrato sufficientemente tenace né tantomeno è da escludere che dopo tanto attendere, la principessa non decida lo stesso di dargli il due di picche schiantandogli il cuore. Il giovane passa così – mischino – novantanove notti consumandosi incrollabile nell’attesa, intrappolato in un’ossessione, incatenato al suo desiderio. Ma alla centesima notte se ne va. Così, senza voler conoscere la risposta, senza concedere nulla alla principessa. Un vile? No, affatto. Avrà pensato che se la ragazza lo avesse amato davvero, non l’avrebbe tenuto in una bolla per tutto quel tempo, che forse la tirannia di quelle condizioni (o così o niente) fosse rivelatrice di un carattere poco affine al suo, oppure che non è vero, come si dice, che l’attesa aumenta il desiderio, ma che ne è anzi l’anestetico, che il problema non fosse tanto la risposta a lungo attesa quanto l’inutile sadismo di quella prova. E ancora che la ferita di una delusione sia tutto sommato da preferire alla cancrena del dubbio.

Funzionano così le cicatrici: da un lato ti raccontano un dolore, dall’altro ti dicono che sei guarito. Di sicuro il soldato disinnesca così la possibilità di vedersi comunque opporre un rifiuto. Capisce cioè di essere stato preda di un’ossessione, il ciocco di legno reso fragile dal tarlo che lo ha lentamente consumato. Ma soprattutto capisce che solo in quel modo potrà coltivare il sogno che la principessa starà sempre lì ad aspettarlo, che non esiste vita più intensa di quella immaginata (e il cinema che è immaginazione per antonomasia di tutte le vite possibili, ne è una prova), che la vita è sempre altrove e non ruota attorno a principesse che ti mettono sotto esame. Amare, dunque, senza essere ossessionati dall’idea di voler essere ricambiati, emancipandosi “dall’incubo delle passioni”, avrebbe detto Battiato. Amare senza farsi “cacare in testa dagli uccelli o farsi mangiare vivo dalle api” come fa il soldato, ma confidando nell’idea che vale la pena aspettare ancora un po’ e che quello che sarà potrà essere ancora più bello. La più famosa, forse, delle poesie di Nazim Hikmet, celebra quest’etica della potenzialità mentre recita che “il più bello dei mari / è quello che non navigammo. / Il più bello dei nostri figli / non è ancora cresciuto. / I più belli dei nostri giorni non li abbiamo ancora vissuti. / E quello / che vorrei dirti di più bello / non te l’ho ancora detto.

A Leonardo Sciascia il film di Tornatore era sembrato una specie di requiem, il de profundis di una generazione per la quale, invece, il cinema era stato tutto. Quello americano, prima di ogni altro – De Mille, Ford, Capra, Lubitsch, Mamoulian – quello che lui amava, turgido ridondante e spettacolare, che gli ricordava i pomeriggi trascorsi in un teatro di paese dove un pianoforte suonato da una vecchia, mascolina e irascibile pianista intonava valzer di Strauss e canzoni di Piedigrotta, facendo da sottofondo al corteggiamento delle grandi dive – la Bertini, la Menichelli, Diana Karenne e Lupe Velez – ombre corteggiate, ammirate, desiderate.

Ma Nuovo Cinema Paradiso non è tanto, a mio modo di vedere, un film sul rimpianto del cinema che fu, sulla nostalgia del passato, ma un’opera sulla pedagogia delle passioni, su come i film siano straordinari dispositivi di modellizzazione dei sentimenti, trame che continueranno sempre a insegnare a tutti a stare nel mondo, a scardinare quelle stanze che la vita si ostina a chiudere a chiave: uno specchio che ci restituisce non solo l’immagine dell’Io effettivo, ma anche di quello che riteniamo di meritare. Come accade agli abitanti del piccolo paesino siciliano in cui è ambientata la vicenda e che imparano a baciare e ad amare guardando i divi che si baciano e si amano sul grande schermo. Una lezione così scandalosamente efficace da indurre il prete locale a sforbiciare proprio quelle scene che sono la simulazione più potente della vita che immaginano e che mal si concilia con quella che lui, la persona più inadeguata alla didattica sentimentale, ritiene sia la vita “giusta”.

Se non ti parlo, non esisti

Non sono particolarmente loquace, non certo per timidezza, ma perché in genere preferisco parlare solo se riconosco che ciò che ho da dire sia più interessante del mio tacere. Perciò amo di più i silenzi su cui galleggiano parole potenziali, frasi inespresse. Preferisco di gran lunga l’ascolto, quello che Hans-Georg Gadamer definisce la nostra «disposizione a comprendere». Ascoltare significa, infatti, accogliere le parole altrui, permettere a qualcuno di entrare nel nostro orizzonte: è questione, insomma, di intimità profonda. Penso che chi parla dovrebbe aver presente l’importanza di questa intrusione, essere attento al fatto che le parole cominceranno ad abitarci, diventeranno il campo magnetico di un’attrazione o di una repulsione. Possono essere muri, ma nella loro essenza sono il cemento della socialità, ponti che collegano, letteralmente «parabole», frecce che scoccano da chi le pronuncia e s’indirizzano a chi ascolta, implicando sempre una relazione, anche quando parliamo con noi stessi. Sono pugni o carezze, come sanno bene anche i bambini che quando litigano puniscono col silenzio; il loro «non ti parlo più» equivale a dire: «ti lascio fuori dalla mia vita e se non ti parlo, per me è come se nemmeno esistessi».

Anche gli atti che presuppongo la parola ruotano attorno al concetto di relazione: il «domandare» che deriva da in manus dare è letteralmente il “mettersi in mano”, l’affidarsi in pratica. Come a dire, io chiedo la tua attenzione perché spero che la fiducia venga ricambiata, come per il verbo latino quaero che è il chiedere per sapere, implica cioè restituzione. Quando chiediamo consegniamo parole che confidiamo ci vengano restituite, se possibile in condizioni migliori di quanto abbiamo dato. La risposta invece è il responsum, ma respondeo, in latino, era il verbo che si usava per consacrare i matrimoni (il padre consegnava la figlia in sponsa), respondere aveva quindi un carattere sacro, di promessa solenne. Era la richiesta di attenzione e cura di un padre che esponeva la figlia a chi, accogliendola, avrebbe dovuto ricambiare questa fiducia mantenendo a sua volta la promessa di dare ascolto. La parola perciò è anche atto e patto d’amore, un dono che va contraccambiato; per quanto mi riguarda faccio “dono di parole” – scelte, precise, pensate – come scelta etica, soprattutto a chi sa riconoscerne il valore e prendersene cura. Bisogna amarle le parole, occuparsene e preoccuparsene come si fa con chi si ama. Sono esse a illuminare le persone, il cui modo di esprimersi è rivelatore anche della loro natura. Più amo qualcuno più dovrei scegliere con attenzione le parole da dire o non dire.

Ogni parola è un mondo da esplorare, ma se è usata a sproposito o in modo improprio è come una banconota falsa: mistifica, adultera i rapporti, li inquina introducendo un elemento di corruzione che investe tanto chi la pronuncia che chi la riceve. La banconota non è che un pezzo di carta la cui validità si riconosce però dalla filigrana all’interno che è qualcosa che si può vedere solo in controluce. Ecco, le parole devono essere stimate in controluce, senza fermarsi al loro livello più basso, quello della mera trasmissione di informazioni. Non per nulla, il grado di imbarbarimento e decadenza di un popolo si misura a partire dalla degradazione linguistica.

La parola è vocabolo assoluto, come Dio: «in principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio». Come Dio, il Verbum crea e la parola che crea è, per antonomasia, quella poetica, come suggerisce l’etimologia da poiéō: creare, produrre. La poesia non è mai uguale a se stessa, ogni volta che la leggiamo ci dirà sempre qualcosa di nuovo e noi siamo chiamati a interrogarla e interpretarla, e quindi a creare relazioni. Come Dio, si rivela e si nasconde, si dona senza esaurirsi in un unico senso perché, se così fosse, morirebbe. Non siamo noi a creare la poesia, ma essa a creare noi, a renderci lettori e interpreti, a farci esistere in quanto prodotti dalle parole. Esistiamo perché non le diciamo soltanto, ma le scriviamo, perché sentiamo il bisogno di scribere, cioè incidere, lasciare segni, come fa lo scultore che sbozza la materia grossolana per giungere all’essenza, al compimento. La parola è Dio che ci mette in relazione con sé stesso e con gli altri.

La grande conquista della filologia, in età umanistica, fu proprio l’acquisizione empirica di una mentalità etimologica. Essa si sviluppa dall’esigenza di capire, con la storia delle parole, la Storia tout court, per non lasciarci affogare nella pece dei significati preconfezionati e delle ricostruzioni arbitrarie. Lo ricordino sempre i miei studenti di Lettere a cui non perdono la sciatteria, l’approssimazione linguistica, tanto più se aspirano a fare ricerca, e a cui raccomando di insegnare anche a chi, a differenza loro, non studia la poesia, di tramandare l’attenzione e l’amore per le parole, di non subire la lingua, ma di conoscerla per proteggere sé stessi e gli altri, perché chi parla bene ama anche meglio.

Giornata mondiale della Poesia: il cuore e la rugiada

Quale poesia per onorare, il 21 marzo, la sua “Giornata mondiale”? Mi vengono subito in mente i versi del poeta e matematico persiano Omar Khayyâm, le sue sensuali Quartine (su Dio, sul vino, sull’amore), frammenti sulla caducità e la casualità dell’esistere, sull’importanza del consegnarsi al presente. Versi misteriosi, come il loro autore di cui non sappiamo praticamente nulla. Fu un filosofo scettico e razionalista o un mistico esoterico? Un tragico o un ironico? Versi che potrebbero anche non essere autentici e che si prestano a essere letti in modo realistico o allegorico. E non è forse quest’opacità la bellezza stessa della parola poetica? Il suo dire tutto lasciando sempre qualcosa di inespresso? Il suo giocare a nascondere dandoci l’illusione di rivelare? Il suo parlarci anche col silenzio, con gli abissi dei suoi spazi bianchi?

Diceva Benedetto Croce “chi sente profondamente un’opera d’arte viene a trovarsi più o meno nella stessa posizione di chi l’ha creata”. Dopo un millennio, la voce di Khayyâm ci ricorda che la poesia, come la vita, non ammette spiegazioni definitive; della vita e di ognuno si fa piuttosto eco, per tutto ciò che di dolce ma anche struggente sa riservare, e non appartiene a chi la scrive, ma a chiunque la pensi e la senta risuonare dentro di sé come un bisogno. Come il bere. Come il respirare.

O cuore che non ti prenda dolore di questo mondo consunto:

Tu non sei cosa vana, di vani dolori non prenderti cura.

Poiché ciò ch’è stato è passato, e ciò che non è non è ancora,

Vivi felice, e non ti afferri tristezza di quel che non è, non è stato.

O cuore, fa’ conto d’avere tutte le cose del mondo,

Fa’ conto che tutto ti sia giardino delizioso di verde,

E tu su quell’erba verde fa’ conto d’esser rugiada

Gocciata colà nella notte, e al sorger dell’alba svanita.