Chissà cosa avrebbe detto Pasolini…

45 anni da quel 2 novembre in cui perse la vita. E da allora almeno una volta l’anno mi chiedo ancora: chissà cosa avrebbe detto Pasolini su un tema o un altro dell’attualità? Una nostalgia che fa il paio solo con quella per Leonardo Sciascia. E quel che resta è invece poco più della sensazione di un opaco e indefinito disagio rispetto al quale gli odierni maître-à-penser, lungi dal saper ristabilire la logica di un intero quadro globale schizofrenico, sono ormai impotenti o, nella migliore delle ipotesi, inascoltati.

Debordante e animato da fervore pedagogico, accorato e profetico, Pasolini seppe assolvere, come pochi in un secolo, la missione intellettuale che consiste nel dare respiro e dignità epocale a una politica concepita come lotta tra “concezioni del mondo”. Complesso, certo, perchè umanamente  contradditorio, ma anche per altri motivi: l’ampiezza della produzione, peraltro legata strettamente al momento storico-sociale in cui fu concepita; la connotazione storico-geografica spesso determinata; la densità della scrittura in cui tutto è essenziale; il senso profetico della propria esistenza paragonabile forse solo a quello che secoli prima ebbe Dante Alighieri.

Proviamo a immaginare il suo destino operando una surrettizia interpolazione anagrafica, rimuovendo cioè tutto ciò che produsse nei suoi ultimi sette anni, prima di passare per le forche caudine di una persecuzione pubblica che avrebbe conosciuto il suo straziante e coerente epilogo nell’Idroscalo di Ostia. La sua morte sconcia ha preso il posto di Pasolini stesso, l’oggettività della sua morte, come scrive Sciascia a proposito dell’agonia del tolstojiano Ivan Il´ič, ha «un oggettività, per così dire, figurata» e aggiungo io, ottundente. Ha legittimato letture romanzate della sua personalità, finendo col deformarlo e travisarlo, ha consentito l’uso strumentale di pagine che, slegate dal contesto in cui furono prodotte, hanno finito con l’immiserire un sistema di pensiero complesso e  problematico, da valutare sempre e simultaneamente nella sincronia dei rapporti che agivano con la società e la cultura coeve e nella diacronia di quelli che ne disegnavano l’evoluzione, tanto in riferimento alla propria parabola artistica e intellettuale che in relazione allo sviluppo storico e sociale dell’Italia postunitaria. 

Proviamo a immaginare lo scrittore friulano scrostandogli di dosso quell’uniforme di scrittore dell’impurità, delle provocazioni sul fascismo degli antifascisti, dell’indistinzione fisica tra i giovani di destra e di sinistra, l’intellettuale cioè antirazionalista, isolato e polemico, degli ultimi anni. E chiediamoci oggi cosa ricorderemmo di lui senza tutto ciò. Critici come Giovanni Raboni ritenevano che Pasolini avesse nel tempo occupato stabilmente quel posto di poeta nazionale, di Vate, che dal Risorgimento in poi era stato appannaggio di Carducci prima e poi, con la complicità del fascismo, di D’Annunzio. Con la differenza, rispetto ai suoi predecessori, che nel suo caso a ritornare alla memoria non sono versi, ma frammenti di prosa giornalistica: il che potrebbe far pensare che a resistere sia il prosatore polemista piuttosto che il poeta. E questo è in gran parte vero, ma a condizione che si assuma anche la sua prosa giornalistica come una forma di letteratura, di giornalismo «di poesia», per riprendere il titolo di un suo saggio. Ed è un tipo di saggismo diverso da quello accademico, in cui il critico si impone l’obbligo di una mediazione discorsiva, parte dallo stesso assunto di sperimentalismo che lo contraddistingue anche quando usa altri linguaggi, passa dalla saggistica di Passione e ideologia (1960), in cui analizza sostanzialmente testi poetici, per approdare infine a una forma di saggismo globale che nasce dall’occasione, coniuga autobiografismo,  riflessioni su opere letterarie e osservazioni sui costumi sociali e culturali, con una cifra di moralismo pervasivo e intenso. Si pensi alla sua elegia funebre sulla fine dell’Italia preindustriale e delle culture contadine di tutto il mondo che è una modernissima invettiva apocalittica contro uno sviluppo che non diventa vero progresso, l’anticamera di un «nuovo fascismo» che, sotto la superficie innocua del consumismo, è diventato genocidio culturale di tutte le forme di vita umana precedente. E la terminologia che usa, ossessivamente ripetuta e abilmente variata, ha una fortissima carica lirica e mitizzante. Ciò ha dato ai suoi articoli una forza d’urto straordinaria che ha reso memorabili i suoi concetti-mito (l’omologazione; la mutazione antropologica; il genocidio culturale: il Palazzo). Sicché la forma del saggio sembra tornare, con lui, alle origini: riprende tutta la sua energia gestuale, teatrale, retorica, giudiziaria, riversa tutta la sua poesia di confessione e di rimpianto facendo degli articoli un punto culminante, riassuntivo, testamentario.

Sarà forse perché la poesia non gode oggi di grandi fortune o probabilmente perché ciò che resta di Pasolini è la sua statura di scrittore tragico, di profeta, di vox clamans da tempi calamitosi che, non a caso, visse gli anni del boom come un esilio, sognando, in odio ai miti del consumo, la radicale «alternativa» dell’Africa. Tuttavia che sia l’indimenticato artefice degli Scritti Corsari a venire in mente trasversalmente a chiunque se ne voglia appropriare può voler dire solamente che sono proprio tragici i tempi che viviamo. Dovremmo necessariamente dirci, invece, che Pasolini è tutto in quegli ultimi anni. È li che esplode la sua contradditorietà, la vocazione all’eresia e allo scandalo ed è, infatti, solo di quello che resta traccia nei giornali e nell’opinione pubblica: il polemista che usa le grandi armi della retorica e fa appello alla ragione; lo scrittore corsaro che conosce bene quello che accade al corpo vivo dell’Italia perché, a differenza dei suoi colleghi letterati, s’immerge con la sua carne, il sudore e il sangue nelle viscere di quella periferia in cui conoscerà la fine e l’inizio della sua seconda morte. Una seconda morte: quella che si è presentata camuffata subdolamente nelle forme di una costante beatificazione laica, che lo ha trasformato in un santino o un’icona, non diversi da quelli di Padre Pio o Giovanni Paolo II, per via di un riuso strumentale e indiscriminato che isola artificialmente elementi di una visione del mondo stratificata e naturaliter contraddit¬toria, per dare sostanza e autorevolezza a posi¬zioni politico-filosofiche incapa¬ci di averne autonomamente. La contraddizione, appunto, funziona come elemento di saldatura necessario e rigoroso con il mondo; se ne sono possono riconoscere molteplici articolazioni nel gusto pasoliniano per l’ossimoro. E nelle tensioni non dialettiche che si instaurano tra opposte esperienze si inquadrano quasi tutti i nodi cruciali dell’esistenza e del pensiero, a partire dall’omosessualità, vissuta come sofferenza ed elezione, peccato e purezza, cognizione del dolore ed ebbrezza, vitalità e disperazione.

Non ci si può accostare a Pasolini da prospettive parcellizzate: lo sguardo dev’essere sempre d’insieme, simultaneamente rivolto a tutti i linguaggi che egli adopera. Non c’è dubbio, ad esempio, che una circolarità di esperienze saldi in perfetta unità le due attività della scrittura e del cinema. Ciò non sempre è tenuto in giusta considerazione da parte della critica. Egli sentiva fortemente la limitatezza della parola mentre voleva parlare a molte persone e cinema è un linguaggio che si diffonde meglio, non ha bisogno di traduzione, si può trasferire in altri paesi. L’unico approccio possibile per me è stato perciò disordinato, onnivoro, candido e irrazionale, come si conviene a un artista rinascimentale (l’ultimo) che tesse attorno a sé una ragnatela di interessi e linguaggi – narrativa, poesia, critica militante, filosofia, politica, musica, pittura, cinema, teatro) sicché la sua migliore opera è la sua Opera, nella e inestricabile fusione di arte e vita, nell’inutilità e impossibilità di separare i fili che da una zona rinviano a un’altra. 

Dire che si tratta di un autore unico è cosa diversa dal dover dire se si tratta o meno di un “classico” del magmatico panorama novecentesco; d’altronde è impossibile dare uno sguardo d’insieme senza incorrere nella genericità, per la natura stessa dei problemi stilistici e delle tematiche che prospetta già ai suoi esordi. Certo, oggi si avverte la necessità di ripensare Pasolini, di stabilire cosa resista della sua poesia, ma soprattutto si avverte l’impotente rassegnazione di dover riconoscere che dopo la morte sua e quella di Sciascia, siamo rimasti tutti orfani di intelligenze inimitabili.  

[N.B.: in questo blog si può anche vedere un mio omaggio in video: In forma di rosa. Sei quadri e un requiem per Pasolini]

Amor fu

L’insonnia dà belle soddisfazioni, tutto sommato. Nell’erranza notturna ti può capitare di imbatterti in pagine che ti squadernano mondi, alleviano angosce, illuminano la memoria. Ritrovo nel disordine delle mie librerie, la biografia di Adèle Hugo scritta da Leslie Smith Dow (La miserabile, Menichelli), basata su diari e lettere inspiegabilmente mai tradotti in Italia, e mi tornano in mente le scene del film che gli dedicò Truffaut e in cui la quintogenita di Victor aveva la diafana abbagliante bellezza di Isabelle Adjani.unnamed Una vita tormentata, finita a 84 anni, dopo averne trascorsi un terzo in manicomio, la dispersione progressiva di un’intelligenza scintillante, nutrita di letture e scritture, di relazioni intellettuali aggiornatissime per la metà dell’Ottocento e per una femminista integrata in un milieu inequivocabilmente patriarcale, come del resto il suo modello George Sand. adeleAdèle non si sposo mai, proprio per rifiuto dell’istituto matrimoniale inteso come il principio regolatore della società del suo tempo. Ma amò perdutamente, non riamata, lo squallido ufficiale inglese Albert Pinson che rifiutò in un primo momento di sposare (a lui interessava, in effetti, solo la dote della donna) salvo poi restarne ossessionata, inseguendolo per anni ovunque andasse (“Quella cosa incredibile da farsi per una donna, di camminare sul mare, passare dal vecchio al nuovo mondo per raggiungere il proprio amante, quella cosa io la farò”). Le pagine in cui si racconta il suo sbarco nella Nuova Scozia mi fanno pensare a quella scena di Lezioni di piano di Jane Campion in cui la giovane scozzese Ada McGrath approda in Nuova Zelanda per incontrare il promesso sposo benestante che nemmeno conosce, e finendo con l’innamorarsi del misterioso e rozzo George Baines con cui intesserà una sensualissima e drammatica trama di desiderio. Ma questa è un’altra storia, solo immaginaria e ben diversa da quella reale di Adèle, esule nelle isole inglesi della Manica, e poi progressivamente smarrita in un gorgo di schizofrenia ad Halifax e alle Barbados, prima di finire definitivamente internata dal padre in Francia. unnamedUna vicenda che però ne richiama alla mente altre, come quella altrettanto dolente e tumultuosa dello scultore Auguste Rodin e della sua musa e modella Camille Claudel o quella di Senso, il racconto di Camillo Boito da cui Visconti trasse uno dei suoi film più sontuosi, la storia della liaison tra l’aristocratica Lidia Serpieri e il tenentino austriaco Franz Mahler: un destino di passione e tradimento, tutto impostato sul registro del melodramma che amplifica e dilata il sentimento della fine, un romantico cupio dissolvi che conta come senso di estraneità alla scena della Storia di personaggi cinici, sensuali e disperati, destinati alla morte. Ma è quasi sempre così nella passione estrema: dall’amor fou all’amor fu il passo è più breve di quanto si immagini.

platone-simposioL’amore, scriveva Platone nel Simposio, è follia che ci abita, una forma di katokoché, di possessione, da parte di un éntheos, un dio, che parla in vece nostra e che non ci fa disporre più dell’Io. E’ maieutica pura, per dirla con Socrate. Balsamo e veleno, vertigine che ci spinge a dire “sono pazzo di te” quando accade che la sua forza ci sovrasti, ci travolga, ci annienti. Poco importa il sentirsi corazzati perchè lo scudo che protegge chi se ne sente al riparo è destinato a disintegrarsi lasciandoci nudi. Ed è però un dio sadico che punisce chi lo sfida, come fa Apollo col satiro Marsia traendolo fuori dalla “vagina delle membra sue”, per dirla con Dante, letteralmente scorticandolo. Perchè questo è: un resettare e formattare l’Io generando una soggettività nuova che si deve imparare a conoscere e che non dispone di libretti d’istruzione per l’uso. Non per nulla Adèle Hugo finirà prima col ridurre il suo nome alla sola iniziale H, e poi rinuncerà anche a quell’ingombrante identità che era il proprio cognome, ma anche la garanzia principale di ancoraggio alla realtà. Come farà anche il pirandelliano Mattia Pascal quando si reinventerà col nome di Adriano Meis, Adèle si dichiarerà “nata da padre completamente sconosciuto” e diventerà Miss Lewly.

L’amor fou, tanto intenso da essere inteso come anormale, sfida la logica, il senso comune, la ragionevolezza, è quello resistente e senza prospettive di esistenza, riconosciuto solo dall’amante che intercetta la follia dell’altro e trova nell’impossibilità della relazione la sua stessa ragion d’essere. Quella sensazione di non poter vivere senza la causa della nostra infelicità, una guerra che fa solo vittime, che ci stordisce di domande assurde e senza risposta, di cui non si capisce se sia più insopportabile la dipendenza nostra dall’amore e dalla paura dell’amore o quella dell’oggetto d’amore da noi stessi. Una malattia? Forse. Corneille afferma che amiamo chi merita di essere amato, mentre Racine diceva che lo merita anche l’essere spregevole e quando questo accade riserva esaltazione e dolore, estasi e tormento. unnamed (1)E’ amore quello del paladino Orlando “non usato all’amorose cose”, che “vinse tutto e tutti” e a sorpresa “fu sconfitto da amore”. E che da ‘uomo che non deve chiedere mai’ qual era, si ritroverà senza l’esoscheletro dell’armatura con cui lo si identificava. Diventa Uomo così, in quell’inerme fragilità che si cela sotto qualsivoglia certezza, sotto ogni promessa di rassicurante felicità. Gli accade così di smarrirsi in una selva oscura in cui non c’è segnaletica a indicargli la via d’uscita, in cui cade vittima d’inganni che la sua stessa mente partorisce.

L’amore è l’incontro di fragilità, di frammenti che cerchiamo di ricomporre come in un puzzle di cui manca sempre un pezzo. Non gli si addicono il silenzio, la comprensione, la condivisione, le risposte univoche e definitive, l’intenzione, la promessa, la fede che si accorda al dogma. A questo dio dispotico e capriccioso ci si può solo arrendere perchè sembra esistere solo per farci toccare con mano tutti i limiti della nostra natura, per ricordarci che ricercarlo negli altri è solo un modo per ritrovare tutto ciò che abbiamo perduto di noi stessi. Come scrive Julio Cortazar, in materia amorosa i pazzi sono quelli che ne sanno di più. Non chiedere d’amore agli intelligenti, amano intelligentemente, che è come non avere amato mai”.

 

 

Di suoni, silenzi, sirene e altri avvisatori acustici

Dicevamo del silenzio e del suo essere non opposto bensì complementare al suono. La dialettica richiama fatalmente il mito delle sirene, creature che cantano e incantano, ma il cui canto non può essere ascoltato, se non a costo della morte. Delle sirene ci parla Omero (Odissea, XII, 39-54 158-200), là dove Circe descrive a Ulisse le loro fattezze, definendole muse del mare dal canto ammaliatore cui nessun uomo e navigante può sfuggire. Gli elementi di questa rappresentazione ritorneranno in quasi tutta la letteratura posteriore: l’arte del canto e il sapere sovrumano sono le principali caratteristiche della raffigurazione e mentre il poeta ci tramanda le fattezze e le caratteristiche proprie di queste creature, la letteratura poetica alessandrina prende in considerazione anche la loro genealogia, ma lì il discorso si complica.Sirena-Mitologia-Greca

Dove abitavano queste mitiche e leggendarie creature? Nell’Etna? Nelle bocche di Capri? Nei mari del Nord? Nel Pacifico? Nell’Atlantico? Non è questione da poco, dal momento che risultano avvistate ovunque. C’è poi il significato che nell’evo antico era ancora ctonio, cioè erano anime dei morti assetate di sangue, significato che decadrà rimanendo viva, fino ai giorni nostri, solo la concezione omerica. C’è poi l’aspetto zoologico che l’iconografia ha complicato rielaborandole sotto molteplici forme come a far credere che non sia il solo suono, ma anche la loro forma a ingannare i sensi. Insomma una fabula,  quella delle sirene, che attraversa trasmutata tutte le epoche e tutti i generi – dall’epos alla lirica, dal poema eziologico alla tragedia – e popola tutti i repertori iconografici, con il corredo di bestiari medievali, manuali di araldica e decorazioni vascolari.

102423-Le-Sirene-e-OdisseoNoi tutti conosciamo le sirene descritte da Omero, ma quelle di Platone sono molto interessanti. Però intanto dobbiamo dire che l’immagine di questo creature non fu sempre quella di donne-pesci che emettono un canto melodioso capace di attirare e distruggere il navigante. Nell’Ars poetica, Orazio ci dice che questi ibridi erano così brutti che di loro si poteva solo ridere, anche se non ce le descrive; Ovidio, nel quinto libro delle Metamorfosi, le descrive invece come donne-uccelli (“ma perché voi, Sirene, avete penne e zampe d’uccello, con volto di fanciulla?”). Una cosa è certa: come fossero o siano non lo sappiamo perché ogni luogo del mondo le ha immaginate a modo proprio.

Fatte salve queste certezze (sono ibridi, sanno cantare, conoscono) altre domande restano da secoli senza risposta univoca. Per esempio: perché si chiamano sirene? Dove abitano? Cosa cantano? Molti sono i tentativi fatti per spiegare l’etimologia del nome: alcuni lo hanno collegato a radici semitiche Sir (*canto) altri si sono collegati a radici greche (fune, corda), e come tale Sirena è colei che incanta, che avvince, che ammalia, altri ancora presumono che il nome significa “ciò che brilla”, che arde, che brucia, accostandolo come personificazione all’incanto del mezzogiorno. È questa, infatti, l’ora delle sirene. Meridies: un’ora ambigua, l’ora immobile di cui parla Platone nel Fedro, la contr’ora di cui ancora si parla nelle nostre terre meridionali. Nella sua torrida immobilità essa significa, appunto, estasi e smarrimento, rapimento e follia, quando l’eccesso di luce forma una coltre spessa opaca, quando il mare privo di onde («Ed ecco a un tratto il vento cessò; e bonaccia fu, senza fiati: addormentò l’onde un dio» – così nell’Odissea), sembra sospeso in un’allucinata immobilità, e fatale si insinua la dolcezza dell’accidia e il sonno mortale. downloadI demoni meridiani appaiono a mezzogiorno e ugualmente partecipano di caratteri ctoni e solari, demoni dell’ora consacrata ai morti, personificazioni esse stesse delle anime dei defunti, le sirene si congiungono anche con l’atmosfera solare, partecipano della forza distruttiva dell’astro che dà la febbre, spossa le energie dei mortali fino a corrompere la carne e far marcire le ossa. La lunghezza dell’ombra allora è minima, e l’anima – pari all’ombra – è più fragile, più esposta alle tentazioni del soprannaturale, più vulnerabile all’insostenibile contatto con la conoscenza divina. Omero immagina nel canto di questi esseri la vera conoscenza delle cose, ma è una conoscenza senza ritorno. Per lui le sirene parlano e dicono: «Nessuno mai si allontana da qui con la nave nera, se prima non sente, suono di miele, dal labbro nostro la voce poi pieno di gioia riparte e conoscendo più cose… Tutto sappiamo di quello che avviene sulla terra nutrice». Promettono conoscenza e danno in cambio la morte e questa conoscenza giunge attraverso un suono.  John-William-Waterhouse-Ulisse-e-le-sirene-1891Cosa cantano? È il quesito che sul loro conto pose l’imperatore Tiberio (lo racconta Svetonio nel Tiberius, III, 70). Il loro canto comunque uccide chi lo ode che perciò non può riferirne, mentre chi non lo ascolta sopravvive, ma non avendolo udito non può parlarne.

Platone, nella Repubblica (libro X), parla delle sirene astrali che siedono sui cerchi del fuso di Ananke e che confondono le loro forme con le corde di uno strumento. Quei cerchi girano a velocità diversa e producono un’armonia che corrisponde all’accordo di otto voci. Ciascuna di esse emette una nota, su un unico tono. Ma ogni nota accompagna il ruotare del cerchio, sviluppando un canto attraverso il movimento sincronizzato delle sfere. L’armonia che ne risulta è successione di suoni, le singole voci delle sirene nel loro combinarsi costituiscono l’ottava. La quale altro non è che il principio e la base del canto. Ma dal canto nasce la melodia. Dalla melodia il fascino che cattura, grazie al suono, l’intero universo. Strudwick_-_A_Golden_ThreadE il suono diventa eterno come dice nel passo in cui descrive tre donne accanto alle sirene astrali. Si chiamano Lachesi, Croto, Atropo. E Platone scrive: «E cantavano in armonia con le Sirene: Lachesi il passato, Croto il presente, Atropo il futuro». Vi è quasi uno spasimo per la conoscenza. Ma è certo che essa giunge soltanto con un suono, con la musica. Ma una risposta alla domanda di prima (cosa cantano?) non c’è. Forse perché il vero segreto della musica è, ancora una volta, il silenzio.

Sovrumano silenzio

Anni fa un caro amico mi confidò che tra i motivi per cui preferiva la mia compagnia c’era il fatto che saremmo potuti stati per ore insieme senza parlare, non provando per questo alcun imbarazzo e non sentendoci in dovere di “rompere il ghiaccio” facendo conversazione. C’è un’espressione francese con cui si esprime questa sensazione di disagio che chiunque avrà provato in un gruppo, insieme a persone con cui magari non si ha particolare confidenza: un ange passe. Significa che, nel momento in cui cala il silenzio tra gli astanti, si avverte la presenza sovrumana di un angelo che passa di lì. Un modo di dire che forse ha a che fare con la credenza antica secondo cui i messaggeri degli dei, come Ermes, siano avvolti in un mantello di silenzio quando scendono tra gli umani. Fatto sta che col mio amico passavamo spesso del tempo imbozzolati nella nostra afasia e rassicurati esclusivamente dalla reciproca presenza. Ho capito, da allora, che il silenzio può essere un ottimo termometro della qualità di un rapporto. Esso è un valore, non è l’opposto o la deprivazione del dire, ma il suo presupposto.

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Può sembrare una contraddizione in termini o un paradosso parlarne, ma nemmeno poi tanto, se lo si considera complementare alla comunicazione. E, in effetti, preferisco sempre mettermi in ascolto, prestare più attenzione ai vuoti di una conversazione che al flusso delle parole, a quegli interstizi del linguaggio che sono le pause, i silenzi, le sospensioni dei significati. Nel tempo di quel vuoto che non è assenza o Nulla si addensa più senso che nel ritmo delle parole, peraltro aduse sovente ad essere malintese, soprattutto quando le si usa a sproposito, senza chirurgica precisione. Non che il silenzio sia immune da opacità, ma in determinate circostanze riesce a supplire a tutto ciò che le parole non riescono ad esprimere, proprio per la sua natura polisemica e potenziale.

Basti riflettere sull’importanza che ha in tutti i contesti sociali, sul valore che gli attribuiamo in determinati luoghi e occasioni: in una sala da musica, prima di un concerto sinfonico, nel breve tempo in cui il direttore d’orchestra ne impone il rispetto col tocco della bacchetta sul leggio, per preparare gli orchestrali all’esecuzione e il pubblico all’ascolto e alla concentrazione; a teatro, in cui la tensione scaturisce dal tempo che intercorre tra la recitazione silenziosa dell’attore e quella parlata; nei musei in cui è condizione imprescindibile per entrare in contatto estetico col genio che dà la regola all’arte;

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durante una conferenza o una lezione in cui l’uditorio si dispone all’ascolto del relatore; nelle chiese, come tempo funzionale allo svolgimento della liturgia; in quei templi laici che sono le biblioteche, come indispensabile allo studio e alla conoscenza; nei cimiteri, per rispetto ai defunti, ma al contempo per favorire il dialogo silenzioso tra il vivente e il “cenere muto” – direbbe Foscolo – del defunto (“la madre or sol, suo dì tardo traendo, / parla di me col tuo cenere muto”); nei luoghi di cura in cui viene raccomandato per rispetto dei malati e per l’ausilio terapeutico che se ne può trarre.

Eppure viviamo affetti da una vera e propria bulimia sonora, nel brusio di un costante rumore di fondo che insidia il silenzio e ce lo fa desiderare come necessario. Già a metà del Novecento, lo scrittore e filosofo svizzero Max Picard (Il mondo del silenzio, 1948) denunciava il fatto che nulla più della perdita della relazione col silenzio avesse modificato l’essenza dell’uomo non facendoglelo più avvertire come qualcosa di naturale, al pari dell’aria e dell’acqua.

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Nel 1990 Federico Fellini, il cui cinema orbita per larga parte intorno all’evocazione di questo tema, traeva da Il poema dei lunatici di Ermanno Cavazzoni un apologo-testamento (La voce della luna) in cui affidava al mite e angelico personaggio di Ivo Salvini, interpretato da Roberto Benigni, la battuta finale del film che suggella tutta la sua opera e in cui il silenzio viene invocato tra gli elementi primordiali della conoscenza: “Eppure io credo che se tutti facessimo un po’ di silenzio, forse qualcosa potremmo capire”.

Fare silenzio, appunto. Che è qualcosa di diverso dal tacere. Nell’etimologia di quest’ultimo verbo, è come se ci fosse una patina negativa che è quella della passiva astensione dalla parola. “Tacere” deriva da “taceo” che significa “non parlare”, e ha la stessa radice di “reticenza” che è il silenzio di chi sa ma, per interesse o per timore, si astiene dal dire. Il latino dispone però anche del bellissimo verbo “silere”, da cui deriva appunto “silenzio”, che ha relazioni con la radice indo-europea di “si” e “legare”. Il silenzio, insomma, è un legame, ha un significato attivo, orientato verso determinati valori.

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Lo usa Dante nella Divina Commedia quando, alla fine del suo viaggio di conoscenza (Paradiso, XXXII, 49), Bernardo di Chiaravalle si rivolge al poeta dicendogli “Or dubbi tu e dubitando sili / ma io discioglierò ‘l forte legame / in che ti stringon li pensier sottili”. E’ il dubbio a imporre il silenzio al pellegrino, ma il dubbio è l’anticamera della rivelazione, della Verità. Non c’è conoscenza senza il beneficio del dubbio, e non c’è conoscenza senza l’igienico silenzio che la precede. Fare silenzio dentro e intorno a noi è perciò il presupposto per accostarsi all’Essenza, la si intenda come il kantiano noumeno o come Dio. Esso è quanto di più vicino alla preghiera si possa concepire, non per nulla “le anime dedite alla preghiera”, diceva Madre Teresa di Calcutta, “sono anime dedite a un gran silenzio. Non possiamo metterci immediatamente alla presenza di Dio se non facciamo esperienza di un silenzio interiore ed esterno. Perciò dovremo porci come proposito particolare il silenzio della mente, degli occhi e della lingua”. Già l’Enciclopedia della religione, curata da Mircea Eliade, lo aveva rubricato tra le forme più elevate di espressione religiosa, presente universalmente in tutti i culti come momento pedagogico di preparazione all’esperienza spirituale.

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Le regole monastiche su cui si basano altre a partire dal Medioevo, come quella benedettina per esempio, prescrivevano infatti la taciturnitas come disposizione finalizzata al controllo dei sensi, conformemente a quanto trasmesso dai libri sapienziali veterotestamentari in cui il silenzio è un atteggiamento di ascolto e obbedienza ma anche di conoscenza: “porgere orecchio” alla parola di Dio è quanto, secondo San Benedetto, si conviene al discepolo.

La forma che più assomiglia alla preghiera è però la poesia cui la accomuna ciò che Simone Weil nei suoi Quaderni definisce l'”andare mediante le parole al senza-nome”, che Elémire Zolla (Archetipi, 1981) chiama “un silenzio ribadito da parole”, formato di “parole immolate al silenzio”, che T.S.Eliot (Quattro quartetti, 1941) e che tanti poeti hanno riconosciuto come un movimento da e verso un’ineffabile profondità. Tra questi anche Octavio Paz che gli dedica il componimento Silencio:

Così come dal fondo della musica
germoglia una nota
che mentre vibra cresce e s’assottiglia
fino a che in un’altra musica ammutisce,
germoglia dal fondo del silenzio
un altro silenzio, acuta torre, spada,
e sale e cresce e ci sospende
e mentre sale cadono
ricordi, speranze,
le piccole menzogne e le grandi,
e vorremmo gridare e nella gola
si disperde il grido:
confluiamo nel silenzio
dove i silenzi si ammutiscono.

Infinito

Una forma di sgomento che nasce proprio dal silenzio, quella che il poeta esprime, e che conduce all’afasia che ne è altra forma, non dissimile da quella che esprime il laico e materialista Leopardi nella più bella poesia italiana – L’infinito – che mi è sempre parsa come una delle più intimamente religiose. Come intendere altrimenti i “sovrumani silenzi” che si immaginano oltre la siepe-soglia che separa il contingente dal trascendente per cui “per poco il cor non si spaura”? Un silenzio inconcepibile per la finitezza dell’intelletto umano, e quale altro potrebbe essere se non quello di Dio, lo stesso che sgomenta Giobbe che quello finisce con l’abitare e da quello è abitato, il cui grido finisce per perdersi nel Nulla? L’incontro con il divino, con la Verità, con il Tutto è ontologicamente ineffabile, non genera parole, ma solo associazioni mentali (“io quello / infinito silenzio a questa voce / vo comparando: e mi sovvien l’eterno”) in cui sprofondare smarriti. Lo sapeva bene anche Dante che, al culmine del suo viaggio poetico ed esistenziale finirà col ribadire l’insufficienza della parola e della poesia al cospetto di un Silenzio ben più grande di quello dell’uomo: Oh quanto è corto il dire e come fioco / al mio concetto! e questo, a quel ch’i’ vidi, / è tanto, che non basta a dicer ‘poco’ (Paradiso, XXXIII, 121-123).

E se non riesce a dirlo Dante, chi sono io per provare anche solo a ridirlo? E qui perciò mi taccio.

L’amore sostenibile. Promemoria per una raccolta differenziata del lessico amoroso

«Ascolto solo canzoni perché dicono la verità, più sono stupide più sono vere… e poi non sono stupide. Che dicono? Dicono “non devi lasciarmi”, “senza di te in me non c’è vita”, “senza di te io sono una casa vuo­ta”, “lascia che io divenga l’ombra della tua ombra” oppure “senza amore non siamo niente”». La battuta è di Mathilde/Fanny Ardant nella Signora della porta accanto di Francois Truffaut. E la sottoscrivo. Mi piacciono le canzoni d’amore. Non tutte. Mi piacciono quelle tristi, quelle che parlano di addii, di quando finisce un amore, di quando non val più la pena di tormentarsi, di abbandoni e improbabili ritorni («Ritornerai, lo so ritornerai…») di “amori lontani, presenti nei posti più vani…amori scritti, telefonati, telegrammati, mandati a dire forse solo per allargare il soffrire”, per dirla con versi di Nico Orengo. Mi piacciono perché sono più “vere”, esprimono quello “sconcerto di realtà” di cui parla Annie Ernaux, a differenza delle altre che celebrano l’amore nascente, tutto vagheggiamento, sogno, euforie e languori, quando la linea di credito è ancora ampia e siamo inclini ad idealizzare anche la gobba di chi ci innamoriamo. Quando anche il lessico che usiamo per dire l’amore indulge all’iperbole, all’enfasi, alla dimensione dell’eternità e si abusa di un avverbio dal sapore testamentario – sempre – che si addice forse più alla delusione. Il lessico dell’amore, a causa di una certa ritualità codificata del corteggiamento, è generalmente molto più convenzionale di quello del disamore, al punto che se ne potrebbe fare una raccolta differenziata per smaltirlo in modo che non inquini in modo irreversibile le relazioni. Mi piacciono perciò le canzoni tristi perché fanno più storia, come si dicono i protagonisti di quel film francese:

– Ti ricordi quello che mi dicevi otto anni fa? E dio sa quanto mi faceva male sentirtelo dire. Tutte le storie d’amore devono avere un inizio, un centro, e una fine.
– E una fine, sí.
– È la verità.”

La fine di un amore è quel momento che Nabokov definisce il “punto nevralgico”, quello cioè in cui si annidano il maggior numero di possibilità di raccontarlo. Quella fase in cui i sentimenti possono essere osservati da più punti di vista e si resta sospesi e senza fiato in un silenzio da natura morta, “soon to be divorced”, come canta Bob Dylan nella struggente Tangled up in blue. Quando a nessuno viene più in mente che prima di affacciarsi sull’abisso abbiamo guardato il cielo, e anzi dubitiamo proprio dell’esistenza del cielo. Sono molto più veri gli attori di un amore franato, quelli che si sentono «segare il cuore con una sega dai denti finissimi», per dirla con Simone de Beauvoir

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e che partecipano al funerale delle loro speranze «con un’espressione cosí buffa perché dentro gli si era spezzato qualcosa», per dirla col Rick Blaine di Casablanca, che abbandona Ilsa al marito sulla pista dell’aeroporto marocchino. Etimologicamente abbandonata: da “à ban donner», cioè messa a disposizione di un altro, lasciata a un altro che non è lui.

I romanzi lievitano sulla morte dell’amore più che sulla sua attesa e il loro fertilizzante è il dolore. Basti pensare a tutta la pletora di sbrancati sentimentali che affolla la letteratura romantica. E lo sapeva bene Federico De Roberto che fu invece il più caustico e disilluso degli storiografi amorosi italiani antiromantici. Nel 1892 licenziò un libretto intitolato La morte dell’amore

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tra le cui prose ne spicca una intitolata Lettere di commiato. Una giovane dama e una duchessa dialogano in salotto, la prima è stata lasciata dall’uomo che ama e chiede consigli di comportamento alla più esperiente e disincantata interlocutrice. Vorrebbe scrivere all’uomo, ma non sa se congedarlo definitivamente o azzardare la richiesta di un suo ritorno e anzichè una lettera ne scrive quattro: una per dire che si è rassegnata alla decisione dell’amato, una per implorare il suo ripensamento, una per esibirgli sprezzantemente la propria indifferenza e l’ultima per mostrargli una pietosa e disinteressata tenerezza. Quale spedire? Quale impressione suscitare? Sopravvivere nel cuore o nella memoria dell’uomo? Imporsi nei suoi ricordi? Obbligarlo ad ammirarla e farsi rimpiangere? Alla fine la duchessa, riassunti esattamente gli intenti della trepidante giovane, le consiglierà di non spedirne nessuna.

Se c’è qualcosa di sicuro – lo dirà lo stesso De Roberto in un suo trattato di erotologia di qualche anno successivo – è che l’amore è una categoria che non si presta ad alcuna assertività definitoria. L’unica cosa certa che ne sappiamo è che non ne sappiamo niente. La fine di un amore non è perciò meno poetica del suo inizio perchè, come scrive Diego De Silva in un suo romanzo, “è la sindrome del lieto fine, che poi rovina un sacco di belle storie. Perchè tante volte la vita ti dimostra che una storia non è bella perchè finisce bene, ma proprio perchè finisce”.

Le imperdonabili di Antonio Di Grado

Domattina Antonio Di Grado terrà la sua lezione di commiato dall’università. Lo farà al Monastero dei Benedettini di Catania, il luogo che più ne ha contrassegnato la brillante carriera di studioso e di docente. Lo farà pedinando un tema che gli sta a cuore da anni e su cui solo di recente ha trovato il modo inconfondibile di ingaggiare l’indifferibile corpo a corpo: le visionarie di ogni tempo, dalle Marie dei Vangeli alle beghine e alle mistiche del Medioevo, da Simone Weil a Cristina Campo, da Clarice Lispector ad Anna Maria Ortese. Lo farà da par suo, nei modi che gli sono più congeniali della “conversazione” che intreccia numerosi percorsi di creatività e di fede com’è nel libro suo ultimo che tutto del suo passato comprende – stile, temi e strategie critiche – e cioè Le amanti del Loin-Prés. Ma non è di questo libro che voglio parlare, almeno per il momento, bensì di lui che, per me, non è stato solo un modello di insegnamento a cui mi sono sempre ispirato, ma l’interlocutore privilegiato dei miei dubbi critici, lo sherpa che mi ha guidato con sollecitudine e pazienza nell’esplorazione di libri, il consulente che mi ha ispirato le trame critiche che vado ancor oggi imbastendo, disseminando dubbi e domande che fatalmente ne hanno rimescolato le carte. E ancora il fratello maggiore, l’amico che per me vive dentro il rito di passeggiate, ora pensose ora scanzonate, tra i corridoi del “nostro” monastero, di quell’amicizia irrinunciabile che scintilla nel silenzio di pudiche complicità, che mi regala salde convinzioni e mi riserva passioni adulte, cara a coloro che cercano i propri modi di sentire, come scrive Vitaliano Brancati, «nella dispensa, ove le cose più pregiate sono le più antiche».

La sua lezione più bella e importante, quella che consegna a me e ai suoi tanti allievi, è un’idea di apprendimento e di insegnamento, inusuali in un’università in cui il più delle volte si coltivano e si difendono privilegi, ci si arrocca in arcigne torri d’avorio, ci si guarda bene dal praticare spontaneamente la salutare igiene dello scambio scientifico e persino dall’azzerare o almeno abbreviare distanze gerarchiche, seppure in nome del comune interesse umanistico.

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Quello che accomuna i suoi libri, le sue ricerche, quello che potrebbe costituire il suo “metodo” (parola che per certi aspetti gli ripugna) ha qualche attinenza con una storiella che si può leggere tra di un critico di cui non dirò subito il nome: secondo una teoria cabbalistica, il male si sarebbe affacciato al mondo “attraverso la fessura capillare di una sola lettera errata… dalla trascrizione sbagliata di una sola lettera o parola quando Dio dettò la Torah al suo scriba eletto”. Il male, la sofferenza, sono dunque un fatale refuso nel dettato divino. Ipotesi suggestiva, ma ancora di più lo è la deduzione di questo critico, di cui chierici e oltranzisti, per quanto accigliati, dovrebbero tenere conto: questa genesi del male suggerisce infatti “una definizione dell’ebreo come colui che legge sempre con la matita in mano”. Insomma, siamo tutti impegnati (ebrei o valdesi, buddhisti o laici, ma con la matita in mano o stretta fra le pagine di un libro appena chiuso), se non a rimediare all’irreparabile svista primigenia quanto meno a prevenirne un’altra, per amore di questo perfettibile mondo.

Il critico di cui ho omesso il nome in prima battuta si potrebbe collocare come granitico cippo al crocevia di tante stagioni critiche attraversate anche da Di Grado: mi riferisco a George Steiner, eclettico cittadino della parola per il quale non ha senso postulare razionalmente significati univoci nella forma estetica prescindendo dall’ipotesi attiva della possibilità della trascendenza o di Dio. E l’importanza che Di Grado ha sempre dato all’atto della lettura-interpretazione è, di fatto, un’aperta dichiarazione di profession de foi nel linguaggio e nella lettura del testo contro i masochistici metodi critici e le autolesionistiche dottrine che del senso costituiscono la mortificazione.

Una critica, la sua, che perciò si potrebbe definire fideistica e che è anche stata la dedizione appassionata a un’Idea d’insegnamento che l’università ha spesso mortificato e avvilito, un’idea di apprendimento che legittima e scatena astratti furori e che pure lui si è ostinato a far resistere e rinascere per altre vie che, in passato, sono stati i forum telematici, oggi è quel ring del pensiero libero di Facebook, il suo sfogatoio pubblico, che credo lo abbia affascinato dopo decenni di militanza svolta per altre vie perché vissuto non come una rete che crea lontananze e solitudini, ma un ponte, un luogo di confine e di passaggio per avvicinarsi a mondi diversi, in un passaggio scambievole, appunto, tra il corpo fisico e il corpo che viaggia nello spazio virtuale, giocando con intelligenze multiple, mescolando i piani, i saperi, le conoscenze.

Nei tanti giovani che ha formato io ne rivedo oggi uno che molti anni fa, entrando in un’aula in cui teneva lezione, rimase folgorato, abbandonò il relatore che aveva già scelto e gli chiese di poter svolgere con lui una tesi di laurea perché era rimasto irretito, nel bene e nel male, dall’affabulatoria malìa di un professore da cui intuiva che avrebbe avuto molto da imparare, anche umanamente perché amava confrontarsi, esporsi, esibire simpatie e avversioni, indipendentemente dal fatto che gli capitasse, nella vita, di aver fatto il critico o l’assessore, l’autore teatrale o il direttore di una Fondazione, il presidente di un Teatro o di un’associazione politico-culturale.

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Da quando sono un suo collega, e a maggior ragione oggi, sento di avere una responsabilità, sento il bisogno di raccogliere il testimone di una staffetta. Non voglio nemmeno immaginare cosa sarà per me entrare al monastero e non vedere più la lama di luce che al mattino esce dalla porta del suo studio, indizio della sua presenza e sentiero che mi invita a entrare per un consueto scambio di battute o per il rituale caffè della mattina. Non riesco d’altro canto a immaginare come possa sentirsi lui, cosa possa significare congedarsi da una professione vissuta piuttosto come il “mandato” di chi è stato, per molti giovani ed ex giovani come me, ciò che Kafka diceva dei libri in una sua lettera: “un rompighiaccio per spezzare il mare gelato dentro di noi”.

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E mi viene in mente una scena della Commedia dantesca che mi sembra un passaggio fondamentale per capire il rapporto tra maestro e allievo, e cioè quando, alla fine del XXIII canto dell’Inferno, Virgilio capisce l’inganno di Malacoda che ha affidato i pellegrini alle cure di dieci diavoli neri assicurandoli del fatto che avrebbero trovato un passaggio agevole lì vicino per uscire dalla Bolgia. Si tratta del più clamoroso e consapevole errore di valutazione del duca, tanto inaspettato che un frate dannato, Catalano dei Malavolti, si prende gioco sarcasticamente della sua buona fede dicendogli che nella dotta Bologna aveva già sentito dire che tra i difetti del diavolo ci fosse anche l’esser «padre di menzogna». A quel punto tocca al fedele Dante raccogliere il testimone, proteggere il maestro, svolgere il compito di porsi sulle sue «care» orme. Il semplice aggettivo – “care” – dice tutto dell’affetto e della fiducia che l’allievo ripone nella propria guida. E dice altresì del superamento della paura, del senso di incertezza e di inadeguatezza iniziale, grazie a quella rassicurante presenza nel solco del cui magistero l’allievo intende la necessità. Il rapporto tra i due è qui di una tenerezza struggente: il porsi «dietro a le poste de le care piante» (Inf., XXIII, 148) è il riconoscimento ulteriore di un ruolo non astratto, come poteva essere per Dante l’insegnamento di Brunetto Latini. Qui è l’allievo che fa di Virgilio il Maestro e non questi che impone un sigillo elettivo sul discepolo, perché lo fa diventare materia della propria storia, proclamandogli devozione inalterabile, accarezzandone la momentanea tristezza, nel momento in cui capisce che la sua fede non trema più.

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Ben oltre il “mezzo del cammin della mia vita”, mi sembra che il tempo rallenti, ma solo perché ho meno fretta, difettano gli occhi, ma la vista interiore mette a fuoco meglio, la pelle perde in elasticità, ma le cicatrici restano tese e mi regalano ricordi, prendo peso facilmente, ma mi sento più leggero dentro. E non ho più rancore né rimpianti, coltivo più curiosità che entusiasmi, mi distraggo facilmente, ma non mi spaventa perdere l’orientamento. E mi incantano ancora i capricci delle parole, l’eleganza di un filo di fumo, l’alchimia dei colori all’aurora, i disegni delle nuvole, le imprevedibili traiettorie di volo delle farfalle, la pazienza delle gocce che scivolano dalle foglie dopo la pioggia, la docile resa dei rami che si flettono al vento. the-kid-charlie-chaplin-maxw-824E mi commuove sempre la poesia delle piccole cose, il sonno dei bambini, la gentilezza inaspettata, la generosità disinteressata, la melodia di una canzone d’amore. E quella scena struggente del Monello che avrò visto migliaia di volte.

Un altro anno è passato, e sono sempre di più quelli che me lo ricorderanno (maledetto Facebook!) eppure sarò grato lo stesso a chi, pur nel facile bagliore di un clic sul monitor, si farà abitare per un istante dal ricordo che ha di me. Però come sarebbe bello se quell’abbraccio virtuale fosse, per una volta, un contatto vero, l’incrocio di uno sguardo, il dono di una storia qualsiasi da raccontarsi, uno stupore a caso di cui meravigliarsi insieme. 

walt-witmanNon sarà così, lo so. E non potrò perciò ringraziare come vorrei. Potrò solo condividere, con chi se ne accorgerà, queste parole e i versi amati che mi suonano in testa adesso, nel silenzio di una notte senza stelle: “Non c’è mai stato più inizio di quanto ce ne sia ora, / Né più giovinezza o vecchiaia di quanta ce ne sia ora, / E non ci sarà mai più perfezione di quanta ce ne sia ora, / Né più paradiso o inferno di quanto ce ne sia ora. / Sprona, e sprona, e sprona, / Sempre la procreante spinta del mondo”.

La costruzione dell’Amore

La notizia è questa: Mechthild Flury-Lemberg, una studiosa tedesca di tessuti antichi, un’autorità nel campo, osservandone le cuciture, ha ipotizzato che 19 dei 31 rattoppi con cui è rammendato il saio di Francesco d’Assisi, conservato nella sala delle Reliquie della Basilica di Assisi, siano della stessa mano. Quest’ultima sarebbe quella di santa Chiara e i ritagli proverrebbero tutti dallo stesso tessuto, e cioè il mantello di lei.

La veste penitenziale che Francesco preferì alle pregiate stoffe di cui si spogliò al cospetto del Vescovo di Assisi, volgendo così le spalle al proprio passato di figlio di agiato mercante, ha la tinta smorta della terra – un cinerino che scolora nel beige – e la forma di un sacco, come il sagum romano (da cui il nome “saio”), una camicia contadina che si ricavava dagli indumenti militari smessi, e come si addiceva a un legionario della fede corso «in guerra del padre» (Dante dixit). Un abito solo, a forma di croce, per entrare con tutto il corpo nel mistero del Gesù Crocifisso, rivelazione suprema del Dio-Amore del Vangelo cristiano. E con un cappuccio, come la testa di un’allodola. Piccolo di statura com’era, e sotto quel copricapo bigio, Francesco doveva davvero assomigliare all’«umile uccello che va volentieri per le vie in cerca di qualche chicco», come si legge nella Leggenda perugina.

Se la tunica rossa di Gesù di cui parla Giovanni nel Vangelo non presenta rattoppi, è perché la Sua immagine, di cui ogni uomo è somiglianza, non ammette strappi; il saio usurato e rammendato di Francesco traduce, al contrario, nelle 31 pezze che lo tengono insieme, tutta la fragilità, le lacerazioni interiori, la labilità e la provvisorietà dell’uomo.

Un solo abito – estate e inverno – e quando si strappava era sufficiente rammendarlo. Pare che a questa mansione Chiara avesse provveduto altre volte e che anzi fosse lo stesso poverello, una volta l’anno, a rivolgersi a lei per queste emergenze sartoriali.

abs-francis-l_1492331Per come la penso, non mi interessa stabilire la fondatezza di quest’ipotesi quanto considerare la straordinaria potenza simbolica di quel saio rattoppato, feticcio d’amore libero e intenso di una donna che non vuole banalmente “abbellire” con brandelli del proprio mantello un’umile veste divenuta già reliquia dopo la morte dell’uomo, quanto ribadire, nell’atto di rammendarlo, un’idea: le vesti di Francesco e Chiara, le loro seconde pelli, prima a contatto dei corpi poi cucite insieme come in un mistico abbraccio d’amore spirituale e carnale a un tempo. A ricordarci che l’amore è un lavoro di sartoria, la stoffa che ci è data all’inizio è integra, ma col tempo si logora e perde lucentezza. Occorrono mani certosine e pazienti che rammendino gli inevitabili strappi, che esibiscano anziché nasconderle le imperfezioni dei rattoppi perché nessun amore terreno è pieno, intero, ma vive di difetti, si nutre di errori e carità, di comprensione e volontà di ricucire e riciclare per non buttare via, si chiarisce nel tempo per approssimazioni, come ogni costruzione che nasce dal nulla, e «spezza le vene delle mani, mescola il sangue col sudore», come si dice in una famosa canzone. L’amore ci nutre, come il sangue, e il sangue è bruno, come la terra che a sua volta nutre la Natura, come il saio cinerino di Francesco che della Natura fu l’amante più appassionato.

Acrostico traverso

Si tratta di una variante più articolata, di mia invenzione, del tradizionale acrostico. In questa forma, non sono le lettere iniziali di ogni verso a formare un nome ma, nell’ordine: la prima lettera della prima parola del primo verso, la prima lettera della seconda parola del secondo verso, la prima lettera della terza parola del terzo verso, e così via. Quello che segue è un esempio, dedicato a uno dei miei personaggi letterari preferiti.

 

1200px-Armide«Argo non mai, non vide Cipro o Delo»

tanti ricci capelli promettere

lusinghe di magie e disincanti.

Se alla felicità ingannare serva,

sa l’astuta e dilettosa giovane

che nel fuoco ti svelerà Amore.

“De turpiloquio” 2, la vendetta. Postilla poetica.

Non faccio in tempo a finire l’articolo “De turpiloquio” (e altre scorie linguistiche nocive) che mi ritrovo ad essere involontario testimone di una conversazione telefonica realmente avvenuta, ma di cui posso riferire solo le battute di uno degli interlocutori. Per la precisione una giacché al chiosco del bibitaro dove stavo gustando un tamarindo al limone mi giungevano alle orecchie solo le colorite espressioni di una bella ragazza sull’orlo del precipizio di una crisi di nervi. Quello che sembrava l’epilogo di una storia d’amore con un imprecisabile lui, si scopre essere, in un coup de theatre conclusivo, un’inaspettata dichiarazione d’amore. Riporto tutto qui, in sintesi lirica, precisando che non ho aggiunto assolutamente nulla alla sostanza e che mi sono  limitato, per il semplice vezzo di volermi concedere una catulleria semitrash, a mettere in versi le battute rubate. Garantisco che le parole usate sono quelle e non altre e mi dichiaro disponibile a voler corrispondere ogni eventuale diritto d’autore all’anonima e inconsapevole autrice, qualora avanzasse richieste in tal senso. Chiedo solo l’assoluzione dei miei quattro lettori più pudichi e invoco la protezione dei poeti licenziosi a me più cari, dal divino Aretin Pietro a Micio Tempio.

ODI E TTA’,  OVVERO: AMORE BIPOLARE                   (endecasillabi dissolti)

Pezzo di merda menomato e finto,

immenso stronzo vattene affanculo.

Che sei un coglione in faccia l’hai dipinto,

tu m’hai sfinita manco fossi un mulo.

Testa di cazzo, frocio e smidollato,

schifoso tanto che m’hai rovinato.

Per averti, uccidere potrei, lo so,

che ti amo tanto e per sempre ti amerò.