Pupi e paladini

Il dittatore dello stato libero di Bananas sbarca in Sicilia, tra Taormina e Siracusa. Trova porti aperti, anzi spalancati, ma ad attenderlo ci sono siciliani incazzati che, all’esibizione delle sue tronfie e ipocrite pose da conquistador, preferiscono lo sberleffo di chi non ha dimenticato come, non molto tempo fa, il pupo padano avesse auspicato per loro igieniche abluzioni nella lava dell’Etna.

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E reagiscono. Nel modo che più è loro congeniale. Col furore e col riso, gridando la loro rabbia senza però perdere mai il sanguigno senso dell’umorismo che li connota. Come quel ragazzo livido in volto che, sulla spiaggia di Letojanni gli urla contro “si fussi na palumma, ti cacassi nta testa” (trad.: se fossi una colomba, depositerei le mie deiezioni sul tuo capo) o quel vecchietto grondante di sudore che nella piazza Duomo di Catania lo apostrofa con un liberatorio “mi facisti peddiri na jurnata ‘i mari ppi mannariti affanculu” (trad.: mi hai rovinato una giornata che avrei potuto trascorrere coi miei cari, al sole, in riva al mare, costringendomi a venire fin qui per dirti tutto il mio bisogno di mandarti a far visita a quel paese dove il sole invece non batte).

C’è del disperato e dell’esilarante in questa attitudine tragicomica del siciliano, e non si capisce se non si conosce la maschera di un attore, quell’Angelo Musco musco 2in cui si era riflessa storicamente la faccia appassionata e un po’ convenzionale della Sicilia che era stata già del grande Giovanni Grasso. E con essa il retaggio dell’opera dei pupi in cui la povera gente proiettò per anni il proprio bisogno d’evasione da una realtà che non  appaga. Commedia e tragedia, dunque. L’anima del siciliano che si rivela sempre estrema e contraddittoria: ora servile Proteo che sopporta le ferite della Storia e dei regnanti, ora paladino che si riscatta attraverso il riso gioioso, rituale, isterico, che non ha nulla a che vedere con la comicità, ma sale dal basso, si oppone al «serio», come il riso di Aristofane o di Rabelais, di Shakespeare o di Gogol, ed esprime la protesta di coloro che non hanno voce. Diceva Pirandello, parlando di Verga, che “tutti i siciliani in fondo sono tristi perché hanno quasi tutti un senso tragico della vita”, volendo significare che essi avvertono intensamente quel contrasto tra un animo naturalmente chiuso e diffidente e una Natura “intorno, aperta, chiara di sole”, che acceca fino a togliere la capacità di vedere rivelando in ogni gesto e in ogni parola un “dolore spesso disperato”. E nel senso del tragico dei siciliani si stratificano generazioni ribollenti di collere antigovernative, di disperati e astratti furori ma anche, purtroppo, di altrettanto repentine e umilianti sottomissioni. Un temperamento che sembrerebbe ardente e rivoluzionario (basti pensare ai Vespri e ai Fasci del ’39 o alla rivolta delle plebi oppresse di Bronte contro i galantuomini e i cappelli, di cui parla Verga in Libertà) ma continuamente smentito dalla Storia, dall’oppressione di un passato feudale e conformista, dal peccato originale di una vocazione reazionaria di cui non ci si è mai liberati.

Scriveva il siracusano Sebastiano Aglianò che è difficile incontrare in Sicilia personalità complete e riposanti, vale a dire uomini sicuri di una pace interiore, sicché anche l’umorismo siciliano ha qualcosa di nervoso o di amaro. I siciliani sono, infatti, da sempre avvezzi a un senso luttuoso dell’esistenza, ma fra il tragico e l’idillico, che sono i due veri poli dell’anima isolana, si insinua di tanto in tanto un temperato umorismo che facilmente si esaspera in grottesco e che raramente è derisione – e difatti il siciliano sa essere auto-ironico – piuttosto è espressione di benevolenza, percezione di armonia, sentimento di espansione vitale. Una siffatta implicazione vitalistica – cioè l’istinto insopprimibile di riaffermare, periodicamente e simbolicamente, il “principio del piacere” sul “principio della realtà”, unita allo spirito mistificatorio, alla spiccatissima vocazione teatrale del siciliano, spiega quel tanto di profano e di carnevalesco che affiora anche nelle manifestazioni più autentiche del sentimento religioso; IMG_8103aabasterebbe assistere almeno una volta a una processione di S. Agata o a un festino di S. Rosalia per rendersene conto. Quello stesso sentimento della vita, che certo non ignora la dimensione ludica e festiva, gioiosa e sensuale, quasi sempre nasconde, infine, un risvolto malinconico e acre, luttuoso e tragico: l’anima del tragidiaturi, vale a dire colui nel quale prevale la “scienza del peggio”, una visione delle cose risentita e perplessa e che ritorna, più o meno invariata, nei principali esponenti della letteratura isolana, da Verga a Pirandello, da Brancati a Lampedusa. Ma chi capì meglio il modo di esprimere la malinconica apatia e la solare seduzione di questa natura fu forse Nino Martoglio quando cercò di dar vita a un teatro diverso da quello portato in giro da Giovanni Grasso: non più drammi truculenti di gelosia e di sangue, ma opere originali in cui il comico si mescolasse col tragico e tutti gli aspetti della realtà fossero fedelmente riprodotti. Perché un’operazione del genere avesse successo occorreva un grande attore che con la voce, i gesti, la mimica del volto, fosse in grado di passare subitaneamen­te dalle lacrime al riso: e quest’attore fu appunto Angelo Musco.

Nella sua comicità, come scrisse Sciascia, c’era “come un margine di intraducibilità; un mar­gine che si restringe e quasi scompare […] per una eclatante vitalità, per il suo assommare e sintetizzare il comico della vita così come Giovanni Grasso, in un teatro di Odessa, parve al giovane Isaac Babel assommarne e sintetizzarne il tragico”.

L’amore è oggi estrema solitudine l’altro è inafferrabile (da “La Sicilia”, 18 luglio 2016, p. 24)

Probabilmente Roland Barthes è stato il critico che più di altri ha inteso il suo lavoro come dissacrazione del sapere precostituito della tradizione. Quando il suo Frammenti di un discorso amoroso approdò nelle librerie – nel 1977 in Francia, due anni dopo in Italia – fu un enorme successo editoriale che lo rese, assieme a La camera chiara, il suo libro più famoso e più venduto. Un’eco pari solo alla virulenza con cui i detrattori del semiologo francese lo considerarono invece l’ammissione di una sorta di scacco teorico dello stesso autore. Per l’unicità che lo distingue, infatti, il libro non è facilmente classificabile e il “discorso amoroso” di cui si parla va inquadrato nei termini del dialogo tra vita e opera, della dispersione per frammenti di un sentire dissimulato per svariate motivazioni e mascherato nel gioco della scrittura. La pervasiva presenza di un Io innamorato che “parla e dice” non è riferibile in senso stretto all’autore della tradizione classica, di cui lo stesso critico aveva decretato la “morte” dieci anni prima; quest’indeterminatezza sancisce la libertà del lettore di fronte al testo e riduce lo scrivente a un’intersezione di citazioni e ripetizioni, delegando al lettore la facoltà di appropriarsi liberamente di ogni processo di significazione del testo. L’autore e l’opera, sostiene Barthes, non sono che il punto di partenza di un’analisi il cui orizzonte è il linguaggio, la loro dissociazione consente di giocare col senso e con le regole della scrittura e di liberare così la parola.

Nell’incipit, c’è una sorta di avviso al lettore che recita: “La necessità di questo libro sta nella seguente considerazione: il discorso amoroso è oggi d’una estrema solitudine”. Segue quindi la parte poetico/teorica introdotta con l’aristotelico sottotitolo Come è fatto questo libro a squadernare il quale c’è l’assunto secondo cui l’innamorato non è un “soggetto sintomatologico”, ma piuttosto il precipitato di qualcosa frammenti_di_un_discorso_amorosodi “inattuale” e di “intrattabile”. Da qui l’opzione drammatica in cui l’azione di un linguaggio immediato sostituisce gli esempi, la simulazione soppianta la descrizione e l’Io si accampa sulla scena come istanza fondamentale, come enunciazione di sé: un ritratto non “psicologico”, ma “strutturale” fatto da un amante “che parla dentro di sé, amorosamente, di fronte all’altro (l’oggetto amato), il quale invece non parla”. L’amore diventa perciò cornice e chiave per inchiodare il narratore all’opacità di un discorso intrinsecamente inafferrabile. Barthes autore organizza i frammenti in ottanta voci o figure disposte in ordine alfabetico (per esempio: Abbraccio; Annullamento; Assenza; Corpo; Gelosia; Tenerezza….) che evocano sentimenti e situazioni relativi all’esperienza d’amore. Entra nella pelle di un autore che si propone enciclopedico e cerca di classificare, organizzare, comporre una topica amorosa, ma come essere vivente vuole rendere autentico il discorso amoroso preservandolo dalla retorica insita nel linguaggio stesso di cui è composto. La sua ambizione è quella di fare un ritratto strutturale dell’amante più che psicologico.

Con qualche debito nei confronti di Georges Bataille, Barthes paragona l’amore a un “dispendio”, a rappresentare il quale invoca Goethe e Nietzsche, la letteratura mistica e la psicanalisi lacaniana, con una mole di riferimenti che fa del discorso un labirinto e al contempo una superficie riflettente e in cui, in definitiva, ad accamparsi e ad accampare i La Sicilia - 18 Luglio 2016_Barthespropri diritti su tutto è il guazzabuglio del linguaggio con le sue leggi che ci mostrano come l’amore sia una zona grigia e opaca “in cui il linguaggio è insieme troppo e troppo poco, eccessivo […] e povero”. Esso, insomma, è come una nebulosa e può essere “detto” solo nella consapevolezza dell’indeterminatezza di ogni discorso, nel senso che l’impossibilità di delimitarlo consente solo di parlarne per allusioni, evocazioni, squarci lirici. Perciò il discorso amoroso è impossibile e l’altro diventa inafferrabile. Come autore innamorato, Barthes scardina la modellizzazione del discorso scientifico tradizionale, e grazie alla forma del narratore innamorato mira a cogliere ciò che non è oggettivabile o riconducibile a paradigmi sicché Frammenti è come un’esplorazione scientifica fatta con gli strumenti della letteratura, una riscrittura che non persegue un’istanza dogmatica di verità, ma si pone sotto l’insegna della finzione artistica che non vuol dire che sia, per sua natura, meno autentica del vero.

Ho sognato B.B.

Ho sognato Brigitte Bardot. Per fortuna non era la donna di cui la vecchiaia ha ormai oltraggiato la bellezza, ma ancora la semidea che trafficava talvolta con le mie fantasie adolescenziali. Sarà per le centinaia di film che il mio cervello ha masticato e per le svariate migliaia di scene che da cinquant’anni nutrono la mia immaginazione, fatto è che anche i miei sogni assomigliano a sequenze cinematografiche. Anzi potrebbero sicuramente concorrere a qualche premio tecnico, se esistesse un Academy Award per l’attività onirica. Ogni notte c’è di tutto: movimenti di macchina, campi e controcampi, montaggio analogico e parallelo, flashback e flash-forward, close up, ralenty, accelerazioni. Insomma: vado fiero dei miei sogni e di come li giro, e senza nemmeno doverci studiare più di tanto. Qualche volta mi posso permettere pure di giocare al risparmio, sognando sequenze famose già viste, con la differenza che ci sono io al posto di uno a caso dei tanti James Bond.
Stanotte invece ho sognato B.B., ma non quella di Roger Vadim che “piaceva a troppi”, la bocca perennemente imbronciata, piace_a_troppi_brigitte_bardot_roger_vadim_010_jpg_vxdjil seno incorniciato dal reggipetto a balconcino, la frangia sugli occhi verdi, il brivido caldo con cui la generazione prima della mia scoprì il proibito, l’ingenua libertina che  faceva tremare di desiderio ogni uomo mordicchiando semplicemente una carota.

Ho sognato 1963_Le_mepris_1che ero al posto di Michel Piccoli, in quell’inizio del Disprezzo di Godard, con lo struggente tema musicale di Georges Delerue, in cui facevo lo scrittore Paolo Javal che dichiara alla moglie: “Je t’aime, totalement, tendrement, tragiquement…”.
Lei è nuda, l’obiettivo della macchina da presa scivola sulle sue spalle, passeggia sulla curva della sua schiena appena inarcata, trascorre sui lombi e poi sulle gambe; la donna è una statua di carne che parla e chiede all’uomo cosa gli piaccia del suo corpo, ma senza alcuna intenzione volgarmente erotica. E’ senza dubbio la scena d’amore più bella che io ricordi, quella che avrei voluto inscenare davvero, se non ci avesse già pensato il cinema a fregarmi l’idea, quella per cui varrebbe la pena ricordare eternamente la Bardot, mai più così Donna.

Peana per Sanremo (il festival)

Nonostante la banalità della sua annuale liturgia, mi piace Sanremo. E mi piacciono le canzonette. E ovviamente le canzoni d’autore, anche perché penso che proprio i cantautori di ogni tempo siano stati tra i pochi che abbiano saputo raccontare la poesia.

Sorprende me, per primo, il fatto di riuscire a ricordare esattamente tutto il testo dell’Avvelenata di Guccini o di 4 marzo ’43 di Dalla e pochissime poesie per intero, anche quelle che mi è capitato di spiegare decine di volte ai miei studenti. Mi rifiuto di imparare versi a memoria. Allo stesso modo mi spaventerebbe l’idea di un ragazzo che digerisse e sciorinasse le terzine di un intero canto della Divina Commedia, come mi lasciò affatto indifferente un professore del liceo che si compiaceva nel declamare Dante, senza però riuscire a far sentire la potenza della rime e delle immagini, la sua paura davanti al testo, il convincimento di essere arrivato davvero al Paradiso.

Ringrazio Petrarca, Leopardi e Saba, posso dirlo. Sono stati loro, infatti, a farmi approdare entusiasta e impudico alle canzonette. E mi dà un grande piacere ascoltarle ogni giorno mentre guido e chiedermi puntualmente quanto sottile sia il confine tra l’arte e la boiata pazzesca. Le canzoni assomigliano sempre a chi le ascolta, così come i libri assomigliano sempre a chi li legge. Lo spiega bene Truffaut in quella sequenza della Signora della porta accanto in cui fa dire a Mathilde-Fanny Ardant: mqdefault«Ascolto solo le canzoni d’a­more perché dicono la verità, più sono stupide più sono vere… e poi non sono stupide. Che dicono? Dicono “non devi lasciarmi”, “senza di te in me non c’è vita”, “senza di te io sono una casa vuo­ta”, “lascia che io divenga l’ombra della tua ombra” oppure “senza amore non siamo niente”». Il regista francese disse pure, in qualche intervista, non so dove, che quel film assomigliava a una canzone di Edith Piaf, era un po’ come Ne me quitte pas di Jacques Brel.

Vecchia questione quella del rapporto tra poesia e canzone. Mi piacerebbe un giorno dedicare un corso di letteratura italiana ai dintorni della letteratura. Chissà. Un corso sulle voci di Buscaglione e Conte, Tenco e De André, Springsteen e Tom Waits che sono riusciti a raccontare la loro epoca meglio di quanto facciano quei poeti che – loro sì – per dirla con il poetico (senza virgolette) Ligabue, “hanno perso le parole”. E questo perché la forza della musica “leggera” (sì, persino quella di Sanremo) è nel suo essere anche cultura orale. Come nell’incipit di Moby Dick («Chiamatemi Ismaele»), in cui Melville ci dice “guardate che non è solo roba scritta quella che leggerete, ma voce, racconto, respiro, invenzione senza fine”, la canzone è voce, voce che racconta versi, per questo cattura più della poesia (un mio ex alunno delle medie mi diceva: «prof, Dante non lo capisco, invece Vasco mi prende»). La poesia vuol essere rimasticata dalle parole di tutti e allora forse le inventeremmo o le scopriremmo una funzione. maxresdefaultChi ricorda Travis-De Niro in Taxi Driver (a proposito, il film ha compiuto proprio ieri quarant’anni)?
Ripeteva a memoria un intero elenco del telefono come un autistico. Eroico certo, ma profondamente malato, indurito, a un punto morto e senza speranza.

Io non me ne farò mai niente della letteratura che si perpetua uguale a se stessa. Io voglio che la poesia passi di bocca in bocca come le strofe di una canzonetta. Forse è per questo che i moderni vati sono le star della musica. E forse è giusto che sia così. I poeti avrebbero tanto da imparare ascoltando Sanremo, capirebbero che la parola può essere muffa (o «merda», come diceva Rimbaud della poesia) se non diventa corpo, fiato, spirito, sangue, se non si scioglie tra le dita quando cominciamo ad ascoltare le voci che si muovono sotto e dentro di essa. Proprio come succede con alcune canzoni che ci parlano, ci raccontano, ci mentono, ci recitano e recitando elaborano sogni, rappresentano il presente.

Love is in the hair, ovvero Il mio barbiere si chiama Angelo

Il mio barbiere si chiama Angelo. Non è un caso, penso. Vado a trovarlo una volta al mese, da vent’anni almeno, e l’impressione è sempre quella di entrare in un paradiso tascabile. Sono così le moderne sale anche se (ahimè) i barbieri nel frattempo sono diventati hair stylist e le sale hair gallery, ma è pur sempre un mondo che corre parallelo a quello reale, profumato, di una schiumosità che inclina alla rilassatezza sibaritica, in cui tutto sembra ordinato per stimolare simultaneamente i cinque sensi. Gli specchi non riflettono solo la propria immagine, ma sembrano essere lì per attivare soprattutto la vista interiore. Da Angelo, si ascolta rigorosamente solo e sempre musica anni Settanta e Ottanta (almeno quando ci sono io), quella della mia generazione. Lui, che è un mio coetaneo, si compiace nel mettere alla prova le competenze musicali dei suoi collaboratori più giovani che non conoscono o non riconoscono i Jefferson Airplane o i Supertramp, i Genesis o i Frankie goes to Hollywood. Supertramp_-_Breakfast_in_AmericaAllora mi guarda e mi sorride complice, facendo roteare in mano la forbice con un gesto che sembra voler dire «Ma che ne possono sapere loro della musica che ascoltavamo?», e che però suona come «Com’era più bella la nostra gioventù rispetto alla loro». Ovviamente non è vero, ma è ciò che ogni generazione pensa di quella che verrà dopo e il patto implicito è che ogni generazione finga di crederci davvero.

So di alcune sale in cui ci sono poltrone con massaggio incorporato, postazioni internet e persino il menu capelli, ma io non ci andrò mai. È più facile che si tradisca la moglie, ma non il proprio barbiere che dopo qualche anno non è più tale, ma un sacerdote, l’officiante di un rito che segue sempre una liturgia fissa: all’ingresso del fedele (che sarei io), lui recita sempre la stessa frase: «Non c’è da aspettare molto, dopo il cliente seduto tocca a lei. Nel frattempo, lo prende un caffé?». Lui è così, dopo vent’anni mi dà ancora del lei anche se nel frattempo ci siamo raccontati i dettagli più intimi delle nostre vite. Un caffè si accetta sempre, così sarà più facile pettinarsi i pensieri, come dice De Gregori in Renoir («e mi pettino i pensieri, col bicchiere nella mano»). Solo che al posto del bicchiere io ho una simil-tazzina di plastica marrone, di quelle delle macchinette.

Per una donna la profession de foi è diversa, la prova del parrucchiere è pur sempre una liturgia laica, ma il rito di trasformazione e rinnovamento, tramite tinture più o meno naturali che “coprono senza opprimere”, l’articolata teoria di tagli in frange, carrè, caschetti e messe in piega, lisciature, pettinature finto-spettinate, arricciature, cotonature, boccoli, si colloca al crocevia tra l’accanimento anagrafico e il rifiuto esistenziale della compiutezza delle cose, del loro limite. Per un uomo, almeno per me, non è così. Alla rituale domanda del barbiere («Come li facciamo?»), rispondo sempre: «Fai tu, come ti pare, come l’altra volta». «E l’altra volta come li abbiamo fatti?». «E che ne so? Pettine e forbice». «Va bene, faccio io». E sono già immerso nella lettura dei tre o quattro periodici che ho preso nel salottino dell’attesa.

I giornali sono sempre quelli, a qualsiasi latitudine, sono le riviste di gossip che non comprerei mai, ma che divoro avidamente solo dal barbiere come una forma di risarcimento dopo un mese di lettura per professione. Sono la cartina di tornasole delle mie debolezze perché quel particolare vizio di lettura che contraggo dal barbiere non mi sognerei mai di coltivarlo fuori.  E più brutte sono le riviste più curiosità mi accendono. Io ho cominciato a dieci anni leggendo “Grand Hotel”, ai tempi dei disegni in copertina di Walter Molino che era la lettura di mia nonna,  con i racconti e i romanzi d’appendice, i fotoromanzi in bianco e nero e le storie d’amore a colori. Anche gli uomini lo leggevano, ma non si poteva dire perché non era da uomini leggere “Grand Hotel”. Ma era molto meglio della fanghiglia di carta che mi cattura e mi fa affogare nella melma degli amori triturati di Belen e Buffon, o nei sogni smutandati di aspiranti veline e concorrenti del Grande fratello.

Ogni tanto Angelo mi dice di alzare la testa per agevolarlo nel taglio e lo assecondo, anche se vorrei finire l’articolo (?) sulla gravidanza vera o presunta di Michelle Hunziker. E allora sono costretto a seguire le grandi manovre sulla mia testa. Lui capisce il mio disappunto e mi parla per distrarmi, mi dice di suo figlio, della moglie che lo aiuta alla cassa, della sua passione per il Milan, delle domeniche che adora trascorrere in famiglia. Io lo ascolto e nel frattempo penso a quanto convenzionale o stereotipata sia stata per decenni l’immagine del barbiere, quasi sempre sinonimo di omosessualità, di costumi morali elastici, di fatuità ma­croscopica. Il parrucchiere per signora, nell’immaginario, ha ancora oggi la voce in falsetto e consiglia vezzoso le sue clienti. Anche se non è più così. Tuttora nemmeno un regista drogato riuscirebbe a pensare a un parrucchiere virile. 51M39C58NALIl segno è tanto radicato che mi ricordo un film degli anni Settanta con Warren Beatty dongiovanni incallito nei panni di un parrucchiere per signore di Beverly Hills, che finge di essere gay per non trasgredire alla convenzione. I barbieri invece erano sempre coinvolti in scandali mafiosi, come nei gangster-movie dove il boss viene sempre ucciso a bruciapelo mentre sta sulla poltrona del barbiere italo-americano.

Faccio appena in tempo a meditare queste verità che Angelo ha già finito (la mia seduta di terapia psicotricologica dura mediamente venti minuti). Ritorno alla realtà, al chiacchiericcio tra i clienti, al rumore dei phon, a Breakfast in America in sottofondo. Mi spiace un po’. Non vorrei alzarmi da lì. Mi guardo allo specchio e mi torna in mente un racconto di Raymond Carver, La calma, dove c’è un uomo, seduto in una poltrona di barbiere, che dopo un litigio tra due clienti in attesa, decide, nella calma sopravvenuta, di lasciare la città dove aveva cercato di «ricominciare una nuova vita» con la moglie, e sente i capelli «che già cominciavano a ricrescere». Io non vedo l’ora che ricrescano. «Ciao Angelo, ci vediamo il mese prossimo».

Lola Lola, Biancaneve e Ciccio Muscarà

Figurine, cartoline, francobolli, monete, pacchetti di sigarette, lattine, tappi, tarocchi, spille, berretti, boule de neige, magneti, modellini di Vespa, manifesti e locandine, videocassette e dvd, libri, scatole di fiammiferi, autografi, foto di scrittori, dischi e cimeli dei Beatles… L’elenco delle cose che ho collezionato nella vita è provvisorio, ma ora che lo vedo scritto mi trasmette la sensazione di una precoce e patologica nevrosi. Non ho dubbi. I collezionisti sono dei feticisti nevrotici. I peggiori sono quelli che, come me (ma tra i miei amici c’è chi è messo decisamente peggio) prediligono i memorabilia del cinema, i gadgets di ogni foggia e natura. A quel punto la nevrosi e il feticismo s’intrecciano col voyeurismo.

gadgets, per esempio (t-shirt, cartoline, action figures, tazze, piatti, cravatte, calendari e via discorrendo), sono fantasmi dei film, monogram­mi, punti di vista eccentrici, ana­morfosi narrative del cinema. La loro fruizione è una forma di veglia onirica che non risparmia nessuno: reperti di un diagramma della memoria che rappresentano la consacrazione di una moderna e immaginifica mitologia, quel firmamento divino di “figurine del tempo che fu” – per dirla alla maniera di Gesualdo Bufalino – con cui l’immaginario di ogni spettatore ha amato giocare almeno una volta nella vita.

Ma hanno un loro inquietante risvolto. Il professor Unrat, per esempio, ne farà tragica e perturbante esperienza. Ha saputo che i suoi allievi frequentano L’Angelo azzurro e nella penombra di quell’equivoco locale in cui si recherà per sorprenderli perderà la testa per una cantante, e con essa il posto di lavoro e il decoro borghese. Fu Ernest Hemingway a scrivere che “se la Dietrich non avesse nient’altro che la voce potrebbe spezzarti il cuore”. hqdefaultMa la diva aveva “un corpo stupendo e il volto di una bellezza senza tempo”. Un corpo che Unrat potrà ammirare e possedere solo soffiando su un posticcio gonnellino di piume che cela appena, nella fotografia che la ritrae, le gambe lunghe “come un paesaggio” di Lola-Marlene.
Quella cartolina è il chimerico feticcio di un Eterno Femminino, l’oggetto di un culto profano. 1756_dongiovanniinsicilia19Come la bambola a grandezza naturale che il brancatiano Ciccio Muscarà di Don Giovanni in Sicilia recherà in dono da Parigi agli amici catanesi per offrirla alla loro adorazione.
Questo per dire che basta anche un dettaglio, un oggetto decontestualizzato e recuperato nella sua totale autonomia rispetto al film, com’è il gadget usato dall’industria come strumento di promozione del cinema, per alludere a un patrimonio onirico collettivo. Ma in questa straordinaria capacità evocativa che il cinema riesce a trasmettere, anche nei segni più frivoli ed esteriori, risiede il mistero della sua eternità. Sicché, come accade in Oh, Bombay! di Ennio Flaiano, in cui la statua di gesso colorata di Biancaneve, nel giardino di Hong Kong di un venditore di unguenti, è circondata da quelle di “Zorro, Charlie Chaplin e lo Sceicco, Theda Bara e Alice in Wonderland, Von Stroheim, Frankenstein e Dracula”, il museo d’ombre privato di ogni cinefilo collezionista ricorda che il cinema è il più ricco serbatoio di archetipi moderni, una corrente secca, un magnetico percorso sotterraneo. È polvere e luce, qualcosa che si respira e si mangia in tanti modi e in tanti frammenti perché è nel mondo.

Chiamatemi Ismaele

E’ successo di nuovo, domenica scorsa. Mi capita almeno una volta al mese, mi sveglio con un proposito titanico, un impeto superomistico che mi fa scattare dal letto e mi fa entrare direttamente dentro una tuta da ginnastica. Non si tratta di jogging o di andare a funghi; il mio velleitario slancio si condensa in una frase: “Oggi riordino il garage”. Un attimo dopo averla pronunciata, però, è come se tutto acquistasse un’altra velocità, come quando scali tre marce in una volta, in prossimità di una curva che non t’aspetti.

I garage non hanno quasi mai la funzione che gli è stata assegnata da chi li ha progettati. Lo realizzi senz’esitare appena ci metti piede. Il mio vede solo di rado la macchina che, per pigrizia, lascio spesso fuori casa. Queste umide catacombe delle nostre case sono magazzini degli anni perduti, freddi container della memoria familiare, bui silos del c’è-stato-un-tempo-che. Magari non immensi, come il magazzino di Xanadu del cittadino Kane di Quarto potere. 2120471227_rosebudMa anche senza la scritta Rosebud, uno slittino per la neve l’ho conservato pure io. Assieme ai dopo sci e alle catene nuove nuove per gli pneumatici. Mai capito come si montano… C’è pure la kitchissima collezione di boule de neige – una per ogni città che ho visitato – e come ne andavo fiero! E centinaia di videocassette orfane di videoregistratore, anche se almeno uno l’avrò conservato, ne sono sicuro. Sì, ma dove? Non importa, quei film li ho ricomprati tutti in dvd. E poi cornici. E quadri sopravvissuti a tanti traslochi, che prima avevano il loro belvedere e ora invece dove li metto? Mi avanza anche una rete, un materasso, una scrivania e un portabottiglie che avevo trovato già in una delle mie case passate e che mi sono portato appresso. E dire che sono pure astemio.

Si fa presto a dire cianfrusaglie, se non riusciamo a liberarcene. Sono i sedimenti stessi delle nostre vite, le scorie di un vissuto di cui abbiamo paura a disfarci. Con il ciarpame dei nostri garage siamo empatici come i sequestrati con la sindrome di Stoccolma. Solidarizziamo con chi ci tiene in ostaggio, perché se quelle cose hanno invaso le nostre esistenze, in qualche punto preciso del nostro spazio-tempo, un quid che giustificasse il loro passaggio nelle nostre giornate l’avranno pure avuto. Magari per poco, anche se non ce lo ricordiamo più. Hai voglia a prenderti gioco degli accumulatori seriali; alzi la mano chi non ha un garage soppalcato scaffalato mensolato, in cui dà residenza a scatoloni di libri scolastici, collezioni di vinili, pile di videocassette, quadri e manifesti, scatole e scatoline di bulloni chiodi viti dadi brugole, giocattoli dei nostri figli che nel frattempo sono andati a vivere altrove. Ma chissà… la prossima volta che verranno a trovarci li cercheranno perché è bello ricordarsi della propria infanzia. Non è vero. Non gliene frega niente perché loro le curve le prendono ancora in velocità. Siamo noi che abbiamo rallentato, che sbandiamo sull’asfalto oleoso della malinconia, che cerchiamo sempre di manovrare in retromarcia verso lo stallo del temp perdu. E poi custodie, tante, troppe, foderate a colori sgargianti che stridono col grigio fumo dei muri male intonacati. E piene di indumenti che non indossiamo da decenni perché con gli anni aumentano pure le taglie, ma resiste l’intima speranza che dentro quel jeans che era così bello ci si tornerà a entrare, prima o poi.

Non basterà una domenica a mettere ordine nel mio passato, a bonificarlo con un valido ed efficiente progetto di classificazione, archiviazione e sistemazione razionale di questo mare immenso del superfluo. Sono fermo sul ciglio dell’abisso, con la mia tuta ancora pulita. Ma ho paura a tuffarmi in quel mare che non ce la farò mai a navigare. Mi assale un presagio di smarrimento. Temo di perdermi anch’io nel bric-à-brac del mio passato. E se così fosse? E se non mi venisse a cercare nessuno quando mi confonderò con gli scatoloni?

Indugio. Magari domenica prossima.

Nella semioscurità, da uno scatolone aperto e traboccante di vecchi film in vhs, ne indovino la copertina di uno di John Huston. Voglio credere che sia un segno del destino. Torno sui miei passi, risalgo le scale di casa con un’allegria nuova. Non di slancio, ma rasserenato. Da uno scaffale traboccante di dvd afferro proprio quello che mi aveva lanciato il segnale. L’ho già visto, forse tre o quattro volte, ma sono sicuro che devo rivederlo. Me ne starò comodamente sdraiato con la mia tuta sul vecchio divano che presto andrà a finire in garage perché tanto, tra un paio di settimane, arriva quello nuovo.

Insert Disc. Loading. Play: https://www.youtube.com/watch?v=iXtC0wXxuSE

Sul maxi schermo c’è Gregory Peck che fa il capitano Achab, ma io per fortuna mi sento Ismaele. E il mio garage si chiama Moby Dick.

moby