Vigile vigilia dell’attesa

24 dicembre, la vigilia dell’attesa. Tendenzialmente ottimista, non mi appartiene la filosofia del peggio. Cerco di scoprire il buono negli imprevisti, negli accidenti della vita. Nelle avversità provo a ribaltare la prospettiva e a considerare opportunità ciò che altrimenti si potrebbe considerare disgrazia, a considerare almeno un po’ bene tutto il male che sembra venir per nuocere. Un’abitudine che le limitazioni della pandemia hanno incoraggiato è sicuramente il diverso valore che posso dare al tempo. Si dice: chi ha tempo non aspetti tempo. Relax, baby! Nessuna fretta. Ora, di tempo ne abbiamo anche troppo. La cattività domiciliare imposta dai dpcm tinge di un profondo rosso le prime ore di congedo dal lavoro e, almeno cromaticamente, l’emergenza si accorda all’atmosfera natalizia. Di bianco non ci è rimasta ormai nemmeno la neve, altro che I’m dreaming of a white Christmas. Quest’anno il rosso fa tendenza, si porta su tutto. Anche l’Etna ci mette del suo, con i suoi boati ci spernacchia e spennacchia il cielo nero con sbuffi vermigli di fuoco.

Dicevamo però del tempo e dell’attesa. Le giornate si sono dilatate, le festività natalizie non ci obbligano più di tanto al rituale delle visite ai parenti, allo shopping ossessivo-compulsivo, alla litania dei pranzi e delle cene: “addà passà a nuttata”. Nel frattempo aspettiamo, ma cos’è l’attesa? Una disposizione attiva o passiva? È l’azione (così nei dizionari) di chi aspetta e quindi un singolare ossimoro che impone all’idea di uno stato di tregua e di requie il dinamismo del fare (l’attesa sarebbe così un tempo riempito da “cose” che facciamo per esorcizzare lo stesso scorrere del tempo)? Oppure è uno stato d’animo e quindi un sentimento? O solo un semplice intervallo di tempo? Nel tempo dell’attesa c’è comunque un’idea di futuro, una tensione verso la vita che non è ancora. Attendere, viene dal composto latino di ad e tendere, letteralmente è un guardare avanti. E quindi è bello aspettare. L’attesa è una promessa e una speranza, come dicono gli spagnoli che hanno quel verbo dolcissimo come un bacio a fior di labbra: esperar (Espérame en el cielo, corazón: Aspettami in paradiso, cuore / Se vai per primo / Aspettami che presto andrò / Ovunque tu sia). Attendere è come stare in agguato, è la tensione vigile di chi vede oltre, e quindi vede prima. Gli inglesi dicono to wait, ma è un calco dal provenzale guaitar, che significa vegliare, stare come una sentinella ad aspettare. Ex- pectare: “guardare da lontano”. Che non è stasi o immobilismo, passività o differimento, ma anzi tensione, investimento, progetto. L’attesa richiede scrupolo e attenzione, ma ripaga sempre, come un capitale depositato con ottima percentuale di interesse.

Ingannare l’attesa: ma in che senso? Che ti ha fatto di male da doverla anche raggirare come farebbe un brigante di passo? Facci piuttosto amicizia, familiarizza con essa. Contro la frenesia e il logorio della vita moderna non serve affidarsi alle virtù salutari del carciofo (non serve il Cynar), ma una diversa manutenzione del tempo, una sua considerazione affrancata dall’idea dell’efficienza, dall’ansia della prestazione, del “tutto e subito”. Anche in amore funziona così, non è la velocità che conta ma la durata. L’attesa, che è tempo interstiziale per definizione, aborre l’idea del risarcimento immediato. Ci affanniamo a considerare perso il tempo occupato a pensare. C’è chi considera inutile il tempo lungo del leggere e ricorre all’abominevole espressione “non ho tempo per leggere” come se questo fosse perso, inutile, e tutta la vita fosse come un treno della metropolitana da prendere al volo. Il tempo per leggere è come il tempo per amare: quale essere perverso direbbe “non amo perchè non ho tempo”?

Farsi allora Penelope che fa e disfa la sua tela, farsi poeti cortesi che accarezzano a vita fantasmi di donna, cinture nere dell’attesa, perchè non c’è amore più bello ed eterno di quello vagheggiato, non ricambiato, aperto a qualsiasi soluzione, l’unico che non finirà mai (Dante e Petrarca docent). Non è affatto disimpegno o fantasticheria, mancanza di senso pratico o rifiuto di assumersi la responsabilità di una scelta, ma un serio programma etico. Ci vuole serietà e strenue forza di volontà per aspettare il ritorno di Ulisse. Uno dei versi più belli della poesia francese è nel secondo atto della Phèdre di Racine: On dit qu’un prompt départ vous éloignede nous. Ippolito, figlio del re Teseo, deve partire all’improvviso. Fedra è sconvolta, non sa quanto dovrà stare lontano da lui e si decide perciò a rivelargli i suoi sentimenti: “dicono che una partenza rapida ti allontani da noi”. Ma una partenza o un’assenza non è distanza, è un legame ancora più forte perchè aspettare è riconoscere che non si può fare la propria felicità da soli.

E allora prendiamoci tutto il tempo che serve e che la pandemia ci ha riservato in abbondanza per pensare. Nell’attesa facciamo quella telefonata a un amico che avevamo sempre rimandato perchè non trovavamo il tempo, scriviamo quella lettera di scuse che ci sembrava costasse troppo formulare, leggiamo e scriviamo, facciamo elenchi di cose di qualsiasi tipo, pesiamo le parole una ad una, chiedendoci cosa significhino anzichè mandare istericamente greetings packs di sms natalizi che richiedono appena un paio di secondi tra copia/incolla/inoltro (ma che nell’attenzione di chi li riceve, lo sappiamo bene tutti, durano anche meno), facciamo sentire importanti le persone a cui teniamo, dedicando loro attenzioni nei modi, anche maldestri, che ognuno di noi sa. E buona vigilia dell’attesa a tutti.

Se ti blocco ti cancello

In epoca di distanziamento sociale coatto, il nostro Io tenderà a definirsi sempre più come virtuale, conformato cioè allo spazio dei social network? Si indebolirà la percezione già labile che abbiamo dei reali rapporti umani? Era già avvenuta la mutazione antropologica in donne e uomini “dello schermo” (non in senso stilnovistico, intendo): dello schermo dei device elettronici con cui gestiamo ormai la socialità, esoscheletri digitali di una dimensione fittizia dell’essere, di identikit prêt-àporter che rendono oltremodo artefatte le relazioni interpersonali. La tecnologia ha favorito la comunicazione tra gli esseri umani in un senso quantitativo, non certo qualitativo, l’ha velocizzata, ma facendo perdere di vista il fatto che l’architettura di un rapporto umano poggia su pilastri costruiti col cemento armato della pazienza. Tanto più se questi rapporti sono di tipo sentimentale: la costruzione di un amore, canta Fossati, «spezza le vene delle mani, mescola il sangue col sudore, non ripaga del dolore». Non si ha più il coraggio, invece, di affrontare le “crisi” che, etimologicamente, hanno anche una valenza positiva, in quanto occasioni di discernimento e di crescita. Un segnale, in questo senso, è la diffusa pratica di chi si affida al ghosting per porre fine a rapporti sentimentali talvolta disfunzionali o sbagliati. Gosthing, letteralmente equivale a diventare un fantasma, cioè sparire improvvisamente rinunciando a spiegazioni e confronti, creando repentinamente un vuoto, stabilendo una distanza che si vuole sia incolmabile: si cancella, “bloccandola” (sui social o nelle app di messaggistica), l’identità di chi si ritiene responsabile di qualche torto come per una forma subdola di abuso emotivo che assuma le parvenze di una sorta di “killeraggio” virtuale. Le motivazioni possono essere di varia natura, ma è chiaro che si tratta di un’illusione. Paradossalmente, l’assenza rafforza ancor più il fantasma del rimosso e se la vittima viene confinata in una sorta di limbo psicologico in cui non ha la possibilità di elaborare fino in fondo il trauma dell’abbandono anche il carnefice finisce con lo scontare una condanna, vale a dire il riconoscimento del potere di chi non si riesce a sopportare nemmeno in una foto profilo e che, come le proverbiali scimmiette, sceglie di non vedere, non sentire e tanto meno parlargli. Una deliberata censura e autocensura di ragione e sentimento, insomma.

Certo, non esistono galatei della fine, ogni storia ha l’epilogo che si merita, ma le conseguenze sono sempre le stesse: da una parte o dall’altra c’è sempre qualcuno che soffre e a volte il dolore annichilisce, lascia senza pelle, a nervi scoperti e si vorrebbe solo dimenticare, come cercano inutilmente di fare i personaggi di quel geniale – per struttura narrativa e temi – struggente film che è Eternal Sunshine of the Spotless Mind, di Michael Gondry (regista) e Charlie Kaufman (sceneggiatore). Non certo una commedia romantica, come il rozzo e agghiacciante titolo italiano lascia intendere – Se mi lasci ti cancello (ma in questo genere di stupri traduttologici abbiamo sempre fatto scuola) – ma una riflessione profonda sul fatto che non esiste il tempo, ma solo la memoria che se ne ha – e questa non si può cancellare. I protagonisti Joel (Jim Carrey) e Clementine (Kate Winslet) che si rivolgono a una società che offre terapie di rimozione di cluster della memoria che hanno causato sofferenza e trauma da abbandono, che è in altri termini ciò che la psicoterapia definisce abreazione – cioè la scarica emozionale attraverso la quale un soggetto si libera di un trauma antico i cui termini essenziali sono rimasti inconsci – realizzeranno quanto inutile sia la pretesa di quell’illusione del pensiero desiderante che vorrebbe cancellare l’incancellabile, inutile poiché persino nelle più disastrate storie d’amore ci sono ricordi a cui non si vuole rinunciare, attimi fuggenti che continuano a risplendere anche nel peggiore disincanto. L’itinerarium mentis di Joel/Carrey, inquilino della propria memoria e prigioniero che vuole evadere da essa, si trasforma perciò invece nel tentativo di impedire proprio l’intervento ‘abrasivo’ che resetta il tracciato mnemonico. «Ricordare: dal latino re-cordis, ripassare dalle parti del cuore»; inizia così Il libro degli abbracci di Eduardo Galeano. I ricordi sono l’estremo abbraccio a chiunque abbia scelto di abitare disarmato la nostra vita, anche solo per pochi momenti sufficienti a regalarci l’apparenza di una qualche forma di felicità. L’infinita letizia della mente candida, dimentica del mondo e dimenticata dal mondo, è l’aspirazione che si esprime nei versi della bellissima Lettera di Eloisa ad Abelardo di Alexander Pope che danno il titolo a quel film: How happy is the blameless vestal’s lot! The world forgetting, by the world forgot. Eternal sunshine of the spotless mind!

Al netto degli spunti filosofici che la trama suggerisce – ci si può ritrovare dentro Parmenide Schopenhauer e Nietzsche che vanno a braccetto – il punto è che la serenità e la felicità non si possono simulare. Tutti devono imparare prima o poi dalla propria esperienza, come dice il testo di una canzone nel film: Everybody’s got to learn sometime. Solo così si può convivere con il dolore generato dall’abbandono e si può avere piacevole memoria di qualcosa o qualcuno che ci ha fatti soffrire. E’ pur vero che nemmeno l’amore riesce ad essere eterno quanto la delusione, ma questa si presta almeno meglio ad essere anestetizzata dall’indulgenza del tempo. Almeno così sembrava pensarla Boccaccio nel suo Decameron quando, nel proemio del suo Decameron, scrive che, prima di affidarsi al potere terapeutico della scrittura (dalla mia prima giovanezza infino a questo tempo), gli era successo di innamorarsi perdutamente (essendo acceso stato d’altissimo e nobile amore) di una donna non adatta a lui (forse più assai che alla mia bassa condizione non parrebbe) e di esserne quasi impazzito (mi fu egli di grandissima fatica a sofferire… per soverchio fuoco nella mente concetto da poco regolato appetito). Ma di esserne infine uscito, conservandone persino imprevedibilmente un buon ricordo (si diminuì in guisa, che sol di sé nella mente m’ha al presente lasciato quel piacere che egli è usato di porgere a chi troppo non si mette ne’ suoi più cupi pelaghi navigando), in grado di procurare persino piacere (ogni affanno togliendo via, dilettevole il sento esser rimaso). Ciò perchè l’amore, come tutte le cose che il buon Dio ci ha riservate (ma sì come a Colui piacque) è destinato prima o poi a finire (per legge incommutabile a tutte le cose mondane aver fine nella vita) al pari di tutte le cose umane.

Insomma, l’equilibrio imporrebbe al saggio di considerare sempre che la fine di una storia d’amore non è qualcosa che si è perduto, ma qualcosa che si è avuto. Che è già auspicio nobile e saggio, se non fosse contraddetto dal risentimento che finisce con l’intossicare anche i ricordi che dovremmo proteggere dal veleno delle recriminazioni. A dispetto di quelle sagge proposizioni d’intenti, un Boccaccio cinquantenne mostrerà di non aver appreso fino in fondo l’arte dell’«emanciparsi dall’incubo delle passioni», come canta Franco Battiato. Con piglio decisamente politically uncorrect, se la prenderà, nel Corbaccio, con una vedova (il nero corvo malefico del titolo) “colpevole” di non aver ricambiato il suo interesse. Altro che l’esaltazione della nobiltà e dell’intelligenza femminile del contemporaneo trattato De mulieribus claris, scritto “in alta lode del sesso femminile” («in eximiam muliebris sexus laudem»)! Se fosse vissuto ai giorni nostri, l’autore del Decameron avrebbe potuto liquidare la questione semplicemente bloccando la donna su Whatsapp, piuttosto che indirizzarle il furore delle più livorose contumelie, facendo così propri tutti i clichés della misoginia medievale sul famigerato «porcile di Venere». Che delusione!

Amleto 2.0: the social dilemma

da William Zuckerberg, Hamletless, ATTO III – SCENA I:

Esserci, o non esserci, questo è il dilemma: se sia più nobile all’animo sopportare l’amico o l’ex che ignorano i tuoi stati, l’affronto delle foto in spiaggia e delle apericene al bar sul lungomare, o armarsi di buona volontà e risolutamente bloccarli? Cancellarsi, tacere, nient’altro, e disattivando gli account porre fine alla vanità annoiata e alla banalità delle fake news che sono la naturale eredità dei social: è questo l’epilogo da anelare devotamente.SocialDilemma-800x540

Cancellarsi, tacere. Cancellarsi, forse disattivare ma temporaneamente. Sì, questo è l’ostacolo, perché in quella morte apparente che è l’assenza quali fantasie di ritorno possano sopravvenire, dopo che ci saremo liberati di quell’ingombro mortale che sono Facebook e Twitter, deve farci riflettere. È questa esitazione che dà alla sventura una vita così duratura. Perché chi sopporterebbe le allusioni malevole e le offese del collega risentito, gli scherni del tempo dissimulati dai filtri fotografici di Instagram, gli spasimi che procura un like tattico disprezzato, il ritardo delle risposte ai tweet, l’insolenza delle cariche pubbliche esibite nei profili, e il disprezzo che il merito paziente riceve dagli indegni, quando egli stesso potrebbe darsi tregua con un semplice click?

app-Chi porterebbe il fardello di tutte le app che intasano gli smartphone, imprecando affannato sotto il peso di una vita rallentata dall’ossessione del controllo delle notifiche, se non fosse che il terrore di essere ignorati dopo la cancellazione dell’account, limbo inesplorato dalla cui frontiera nessun viaggiatore dovrebbe far ritorno, sconcerta la volontà e ci fa sopportare i mali che abbiamo piuttosto che accorrere verso altri che ci sono ignoti?
Così l’insicurezza ci rende tutti codardi, e così il colore naturale della risolutezza è reso malsano dalla pallida cera del pensiero, e decisioni di grande saggezza e momento per questa ragione deviano dal loro corso e perdono il nome di azioni.

Le imperdonabili di Antonio Di Grado

Domattina Antonio Di Grado terrà la sua lezione di commiato dall’università. Lo farà al Monastero dei Benedettini di Catania, il luogo che più ne ha contrassegnato la brillante carriera di studioso e di docente. Lo farà pedinando un tema che gli sta a cuore da anni e su cui solo di recente ha trovato il modo inconfondibile di ingaggiare l’indifferibile corpo a corpo: le visionarie di ogni tempo, dalle Marie dei Vangeli alle beghine e alle mistiche del Medioevo, da Simone Weil a Cristina Campo, da Clarice Lispector ad Anna Maria Ortese. Lo farà da par suo, nei modi che gli sono più congeniali della “conversazione” che intreccia numerosi percorsi di creatività e di fede com’è nel libro suo ultimo che tutto del suo passato comprende – stile, temi e strategie critiche – e cioè Le amanti del Loin-Prés. Ma non è di questo libro che voglio parlare, almeno per il momento, bensì di lui che, per me, non è stato solo un modello di insegnamento a cui mi sono sempre ispirato, ma l’interlocutore privilegiato dei miei dubbi critici, lo sherpa che mi ha guidato con sollecitudine e pazienza nell’esplorazione di libri, il consulente che mi ha ispirato le trame critiche che vado ancor oggi imbastendo, disseminando dubbi e domande che fatalmente ne hanno rimescolato le carte. E ancora il fratello maggiore, l’amico che per me vive dentro il rito di passeggiate, ora pensose ora scanzonate, tra i corridoi del “nostro” monastero, di quell’amicizia irrinunciabile che scintilla nel silenzio di pudiche complicità, che mi regala salde convinzioni e mi riserva passioni adulte, cara a coloro che cercano i propri modi di sentire, come scrive Vitaliano Brancati, «nella dispensa, ove le cose più pregiate sono le più antiche».

La sua lezione più bella e importante, quella che consegna a me e ai suoi tanti allievi, è un’idea di apprendimento e di insegnamento, inusuali in un’università in cui il più delle volte si coltivano e si difendono privilegi, ci si arrocca in arcigne torri d’avorio, ci si guarda bene dal praticare spontaneamente la salutare igiene dello scambio scientifico e persino dall’azzerare o almeno abbreviare distanze gerarchiche, seppure in nome del comune interesse umanistico.

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Quello che accomuna i suoi libri, le sue ricerche, quello che potrebbe costituire il suo “metodo” (parola che per certi aspetti gli ripugna) ha qualche attinenza con una storiella che si può leggere tra di un critico di cui non dirò subito il nome: secondo una teoria cabbalistica, il male si sarebbe affacciato al mondo “attraverso la fessura capillare di una sola lettera errata… dalla trascrizione sbagliata di una sola lettera o parola quando Dio dettò la Torah al suo scriba eletto”. Il male, la sofferenza, sono dunque un fatale refuso nel dettato divino. Ipotesi suggestiva, ma ancora di più lo è la deduzione di questo critico, di cui chierici e oltranzisti, per quanto accigliati, dovrebbero tenere conto: questa genesi del male suggerisce infatti “una definizione dell’ebreo come colui che legge sempre con la matita in mano”. Insomma, siamo tutti impegnati (ebrei o valdesi, buddhisti o laici, ma con la matita in mano o stretta fra le pagine di un libro appena chiuso), se non a rimediare all’irreparabile svista primigenia quanto meno a prevenirne un’altra, per amore di questo perfettibile mondo.

Il critico di cui ho omesso il nome in prima battuta si potrebbe collocare come granitico cippo al crocevia di tante stagioni critiche attraversate anche da Di Grado: mi riferisco a George Steiner, eclettico cittadino della parola per il quale non ha senso postulare razionalmente significati univoci nella forma estetica prescindendo dall’ipotesi attiva della possibilità della trascendenza o di Dio. E l’importanza che Di Grado ha sempre dato all’atto della lettura-interpretazione è, di fatto, un’aperta dichiarazione di profession de foi nel linguaggio e nella lettura del testo contro i masochistici metodi critici e le autolesionistiche dottrine che del senso costituiscono la mortificazione.

Una critica, la sua, che perciò si potrebbe definire fideistica e che è anche stata la dedizione appassionata a un’Idea d’insegnamento che l’università ha spesso mortificato e avvilito, un’idea di apprendimento che legittima e scatena astratti furori e che pure lui si è ostinato a far resistere e rinascere per altre vie che, in passato, sono stati i forum telematici, oggi è quel ring del pensiero libero di Facebook, il suo sfogatoio pubblico, che credo lo abbia affascinato dopo decenni di militanza svolta per altre vie perché vissuto non come una rete che crea lontananze e solitudini, ma un ponte, un luogo di confine e di passaggio per avvicinarsi a mondi diversi, in un passaggio scambievole, appunto, tra il corpo fisico e il corpo che viaggia nello spazio virtuale, giocando con intelligenze multiple, mescolando i piani, i saperi, le conoscenze.

Nei tanti giovani che ha formato io ne rivedo oggi uno che molti anni fa, entrando in un’aula in cui teneva lezione, rimase folgorato, abbandonò il relatore che aveva già scelto e gli chiese di poter svolgere con lui una tesi di laurea perché era rimasto irretito, nel bene e nel male, dall’affabulatoria malìa di un professore da cui intuiva che avrebbe avuto molto da imparare, anche umanamente perché amava confrontarsi, esporsi, esibire simpatie e avversioni, indipendentemente dal fatto che gli capitasse, nella vita, di aver fatto il critico o l’assessore, l’autore teatrale o il direttore di una Fondazione, il presidente di un Teatro o di un’associazione politico-culturale.

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Da quando sono un suo collega, e a maggior ragione oggi, sento di avere una responsabilità, sento il bisogno di raccogliere il testimone di una staffetta. Non voglio nemmeno immaginare cosa sarà per me entrare al monastero e non vedere più la lama di luce che al mattino esce dalla porta del suo studio, indizio della sua presenza e sentiero che mi invita a entrare per un consueto scambio di battute o per il rituale caffè della mattina. Non riesco d’altro canto a immaginare come possa sentirsi lui, cosa possa significare congedarsi da una professione vissuta piuttosto come il “mandato” di chi è stato, per molti giovani ed ex giovani come me, ciò che Kafka diceva dei libri in una sua lettera: “un rompighiaccio per spezzare il mare gelato dentro di noi”.

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E mi viene in mente una scena della Commedia dantesca che mi sembra un passaggio fondamentale per capire il rapporto tra maestro e allievo, e cioè quando, alla fine del XXIII canto dell’Inferno, Virgilio capisce l’inganno di Malacoda che ha affidato i pellegrini alle cure di dieci diavoli neri assicurandoli del fatto che avrebbero trovato un passaggio agevole lì vicino per uscire dalla Bolgia. Si tratta del più clamoroso e consapevole errore di valutazione del duca, tanto inaspettato che un frate dannato, Catalano dei Malavolti, si prende gioco sarcasticamente della sua buona fede dicendogli che nella dotta Bologna aveva già sentito dire che tra i difetti del diavolo ci fosse anche l’esser «padre di menzogna». A quel punto tocca al fedele Dante raccogliere il testimone, proteggere il maestro, svolgere il compito di porsi sulle sue «care» orme. Il semplice aggettivo – “care” – dice tutto dell’affetto e della fiducia che l’allievo ripone nella propria guida. E dice altresì del superamento della paura, del senso di incertezza e di inadeguatezza iniziale, grazie a quella rassicurante presenza nel solco del cui magistero l’allievo intende la necessità. Il rapporto tra i due è qui di una tenerezza struggente: il porsi «dietro a le poste de le care piante» (Inf., XXIII, 148) è il riconoscimento ulteriore di un ruolo non astratto, come poteva essere per Dante l’insegnamento di Brunetto Latini. Qui è l’allievo che fa di Virgilio il Maestro e non questi che impone un sigillo elettivo sul discepolo, perché lo fa diventare materia della propria storia, proclamandogli devozione inalterabile, accarezzandone la momentanea tristezza, nel momento in cui capisce che la sua fede non trema più.

Dio ne scampi dalle culistar

Eppure c’è stato un tempo – io me lo ricordo! – in cui il cibo lo vedevi solo in due occasioni: a tavola e in tv durante Carosello. Ora ovunque è un trionfo di carboidrati, grassi, proteine che ammiccano da ogni dove e ti ispirano una voluttà di morte che nemmeno i quattro amici della Grande abbuffata di Marco Ferreri quando decidono di ritirarsi in una vecchia villa parigina per suicidarsi in un’orgia di cibo e sesso. Gli odierni officianti del kamasutra gastrico di massa sono loro: gli chef stellati. Ricordo un’edizione di qualche anno fa del Salone del libro di Torino in cui c’era più pubblico per Carlo Cracco o Antonino Cannavacciuolo che per un premio Nobel. Non so se mi spiego. Al Salone del LIBRO, non alla sagra della trippa. Altro che cuochi, perciò, gastrosofi semmai che hanno modificato per sempre il rapporto di qualsiasi comune mortale con la cucina. 1513932836_cannavacciuoloUno a caso di loro sta all’ars coquinaria come un archistar quale Renzo Piano sta all’architettura. Si potrebbero definire perciò culistar questi cerusici del filetto, culturisti del villo intestinale, titillatori seriali della papilla gustativa. Imperversano nei cooking show di ogni canale televisivo conquistandosi la stessa bramosa curiosità che nei primi anni della tv commerciale si riservava alle pin-up scosciate di “Drive in” o al parasoubrettismo softcore di “Colpo grosso”. 

Gli effetti di questa perversa gastrofilia li registro a tavola, dove gli stessi commensali per i quali fino a qualche anno fa la polpetta era né più né meno che una balla di manzo tritato affogata nel sugo ora ne discutono come se fosse una di quelle sfere di bronzo del noto scultore Arnaldo Pomodoro che si scompongono, si “rompono”, si aprono perché chi le guarda vi scopra un meccanismo interno, un contrasto tra la perfezione della forma  esteriore e una qualche recondita complessità interna, ricavabile (nel caso della polpetta) da una sfumatura olfattiva, da un impercettibile accento di spezia esotica, da un imprevisto contrasto salivare.

E siccome siamo quello che mangiamo, l’ormai inevitabile fotografia del piatto da esibire su Instagram, Facebook e Pinterest si trasforma in una nuova e occulta forma di narcisismo al contrario in cui non siamo più noi a specchiarci, ma ciò che compiace il nostro palato e vale a definirci per la fattura che rivela, per la perfezione zen con cui copula col piatto di portata.heinz_download

Negli anni Cinquanta, il Roland Barthes di Miti d’oggi, aveva già profetizzato l’invasione e la suggestione profonda delle immagini legate al cibo, descrivendo le foto delle pagine di cucina di una rivista francese come “ciò che offre fantasie a coloro che non possono permettersi di cucinare certi pasti”. Ma parlarne, al contrario, è permesso a tutti ed è così sempre ormai, per tutto il pranzo o la cena, in un barocco esercizio di equilibrismo verbale che trascorre dalla dissertazione sul livello di “granatura” alla lezione sul modo più efficace di “croccantare”, che ti vaporizza le appendici riproduttive quanto un dibattito sulla fiducia al governo, e giù giù fino al caffè che se non rilascia almeno una “nota” di legno aromatico o caramello vale quanto la scolatura dei piatti messi a lavare.

Roba che mi fa rimpiangere ogni volta il classico panino vastaso dei carrozzoni ambulanti alle sagre del pomodoro a scocca. Maledette culistar!

Ugo e Pasquale, due come noi. Ovvero: sopravviveremo al refeRENZum?

Lo ammetto: all’idea di dover andare a votare il prossimo 4 dicembre mi sento come il ragionier Ugo Fantozzi nell’immortale Fantozzi subisce ancora. Ho provato, come lui, a seguire tutti i dibattiti possibili, ho pensato pure di mettermi in malattia e prendere un congedo dal lavoro per poterli seguire attentamente. Ora sono disorientato, smarrito, perplesso perché qualche giorno fa, dopo una puntata di Porta a porta, mi sembrava di avere finalmente le idee chiare, e invece Santoro & co. mi hanno fatto repentinamente cambiare idea il giorno dopo. E’ da tre mesi che va avanti così e ci ho perso ormai il sonno. Temo che, a causa della confusione, finirò per barricarmi dentro l’urna uscendone solo dopo che avrò trovato uno sciacquone da tirare.

Il problema, per me, non sta tanto nella forma e nella natura dei quesiti referendari, ma nella ristrettezza, nell’angustia, nella perentoria e imperativa limitatezza delle risposte possibili che non rispecchiano affatto la varietà di posizioni e l’incertezza che ricavo dalla palude del web o dalla fanghiglia televisiva. foto_mauro_pomati_00E perché va da sé che non è ad un referendum che stiamo partecipando (lo hanno capito persino le galline, creature peraltro intelligenti come è dimostrato dal modo in cui guardano la gente), ma a un refeRENZum, una consultazione cioè che dovrà fare emettere il “certificato di esistenza in vita” (esiste) dell’attuale governo. Avrei preferito che mi sottoponessero una scheda elettorale che riportasse un ventaglio più ampio di alternative possibili, oltre ai banali e semplificanti “sì” o “no”. Una scheda che prevedesse, per esempio, le seguenti opzioni: a) ; b) No; c) Forse; d) Boh; e) Mah (l’Aldo Piscitello di Brancati avrebbe apprezzato); f) Più sì che no; g) Più no che sì (queste ultime come nei questionari anonimi di valutazione dei loro docenti che compilano gli studenti all’università); h) Preferirei di no (come Bartleby lo scrivano); i) Sì, ma…; j) e poi? 

vlcsnap-2012-12-03-12h13m52s218_640-360_resizeVista l’aria che tira, temo che arriverò esausto e malconcio al 4 dicembre e mi sfogherò col presidente di seggio come fa il personaggio di Pasquale Ametrano, nell’altrettanto immortale Bianco rosso e Verdone, investendolo di un primitivo: “E io c volev di soltant na cos c volev di. …Noooo io so stat sfortunato ecciet… allor siccome vò non potet fa nient ecciet o sapet che ve dic? O sapete che ve dic? Che andat tutti quanti a pijà in der culo vabbiene? Arrivederci”.

Tragedie in 50 parole – Eartquake

Ci fu un boato cupo e quindi un violento tremore. L’appartamento al primo piano gli crollò addosso in pochi istanti. Lo estrassero dalle macerie dopo due giorni, le mani ancora sulla tastiera del pc. Sul profilo Facebook le ultime parole: “Ragazzi, l’avete sentita quest’altra scossa di terrem…?”