Promenade lentinese

Se una mattina d’inverno un viaggiatore percorresse la Piana di Catania, sulla rotta che conduce, tra l’altro, a un esotico quanto disagevole biviere, alle porte di Lentini non troverebbe un’insegna che dica della città di Gorgia e del notaro Giacomo, ma una segnaletica che la denomina “città delle arance”, che è cosa quanto meno bizzarra.

Ma come? Qui è nata la filosofia dei miei amati sofisti, qui si è dettato l’Abc della poesia italiana e a costituire vanto locale dovrebbero essere gli agrumi?!? Peraltro – è bene dirlo – si tratta di un primato ortofrutticolo ormai conteso e vinto a mani basse da altri centri (e ancor più che dalle limitrofe Carlentini e Francofonte, da Scordia e Palagonia über alles). Pare, insomma, che Lentini sia destinata ormai ad abdicare dal rango di sovrana dell’agrumario, per via del fatto che il sistema di terrazzamenti che caratterizza le sue piantagioni risulterebbe poco funzionale e redditizio, obbligando a una più dispendiosa raccolta manuale anziché meccanica. Almeno così mi spiegherà, durante la mia visita, la guida che mi attende in città. Sarà?

E del celeberrimo pani ri Lintini? – mi viene da chiedere. Anche in quel caso problemi, dal momento che i forni diminuiscono e non ci si preoccupa più di tanto di tutelare il prodotto, come si fa con i vini o i formaggi a marchio dop. Bisogna decisamente puntare su qualcos’altro allora. Tornare magari alla storia della città, sí, perché di Storia e microstorie ce ne sarebbero tante da raccontare. A partire da quelle che ruotano attorno ai figli più o meno illustri della città: il pop-filosofo Manlio Sgalambro («la Yoko Ono di Battiato» è battuta di Aldo Busi tanto ingenerosa quanto divertente); l’antilirico scrittore (lentinese d’adozione) Sebastiano Addamo, l’autore dell’antibrancatiano e antipattiano Giudizio della sera; il musicista Alfio Antico, autentico profeta e mistico della tammorra e del tamburo a cornice. Per finire con le vite degli uomini ignoti, quei tipi di paese la cui semplice e nuda onomastica è già garanzia di storytelling: Cirino 10 e 10, Filippo cca gavetta, Paolo a pupa, Turi Marlboro…

Per fortuna, arrivo in centro quella mezz’ora prima (ma era tutto calcolato) che mi serve per fare colazione al bar Navarria, gloria locale dell’arte pasticciera, special one del catering indigeno. Di suo il locale è piuttosto ordinario, come se ne vedono tanti nei paesi, anche un po’ triste nei suoi arredi dozzinali e timidamente vintage, ma poco importa perché bastano i suoi dolci per dislocarti, come le pilloline rosse e blu di Matrix, in un altrove glicemico. Il banconista-Morpheus mi porge, nella fattispecie, una raviola di ricotta al forno che è piuttosto una nuvola di ovatta edibile che non ti verrebbe nemmeno di morderla per non farle un torto, ma piuttosto di usarla sul corpo come si userebbe una spugna, tanto è morbida e pura con la sua gentile anima casearia.

Piazza Dante Alighieri (Lentini)

Il tempo di tornare in me e di spolverarmi il giaccone innevato di zucchero a velo e realizzo che devo raggiungere il luogo dell’appuntamento con la guida, ma quel che mi accade mi fa venire il dubbio di essere ancora in una realtà parallela. Non provate, infatti, a chiedere a un lentinese dove sia piazza Dante Alighieri, semplicemente perché non lo sa; la conferma statistica me l’ha data l’avere inutilmente cercato di ottenere l’informazione topografica interpellando quattro persone in venti metri e ricevendo, nell’ordine, le seguenti riposte: a) non so, entri in farmacia e chieda; b) non so, chieda al calzolaio qui di fronte; c) non so, non sono di qua (detto da una distinta signora che usciva dal portone di casa sua; d) aspetti, cerco su Google Maps…. no, no, se esiste, non è a Lentini.

Per fortuna, il mio spaesamento viene avvertito da un giovane che, vedendomi confuso e disorientato come John Travolta in un famoso meme da Pulp Fiction, precetta i passanti di via Conte Alaimo per aiutarmi.

Potenza dell’accoglienza, tutti gli astanti convengono che ciò che ho ingenuamente indicato con il toponimo ufficiale altro non è che il quartiere Badia, distante non più di 50 metri. «Acchianassi ddi duocu, allatu ra posta, e arrivau» [«Percorra in salita tutta la scalinata adiacente all’ufficio postale e se lo ritroverà davanti agli occhi»], mi dice il buon uomo nel suo colorito argot e così m’incammino.

Da lì in poi, avrei scoperto parecchie cose interessanti e, per esempio, che lungo via San Francesco, pur tra tante cose pregevoli (la chiesa monumentale della SS. Trinità, per dirne una, o palazzo dei Beneventano della Corte con il monastero superiore) si trova quello che forse è il più brutto affresco al mondo di San Francesco, ritratto con la testa che sembra decollata come quella di San Giovanni e nell’atto di mimare con pollici e indici un cuore, come farebbe il teenager di un romanzo di Federico Moccia.

Alcune cose mi sono però chiare e cioè che a Lentini l’intitolazione delle chiese non è stata mai cosa pacifica e che, se non proprio di guerre di santi parliamo, di sicuro più di una contesa ha fatto sì che gli edifici di culto cambiassero nome nei secoli e che, per esempio, alla Santissima Trinità si sia sentito il bisogno di affiancare anche il nome di San Marziano che fu il primo vescovo di Siracusa. Come se il PSG sentisse il dovere di schierare, accanto al tridente Messi-Mbappé-Neymar, anche Bernardeschi. «Non ti disunire», direbbe l’Antonio Capuano di È stata la mano di Dio: è una cosa inutile, almeno quanto il film di Sorrentino.

San Mercurio (Lentini, Chiesa della Fontana)

Da lì muovendo, si giunge all’ottocentesco santuario diocesano della Chiesa della Fontana. O dei Tre Santi. O di San Mercurio (sempre per la smania intitolatoria di cui prima). È il sito in cui sarebbe avvenuto il martirio dei tre fratelli protettori della città, Alfio Filadelfo e Cirino che vantano, fino a Messina, un nutrito palmarès di luoghi a loro dedicati. Tre sono le curiosità principali del luogo come i pozzi che, narra la leggenda, si aprirono quando al maggiore, Alfio, fu tagliata la lingua per punirlo della sua predicazione. Gettata via, cadde rimbalzando ben tre volte, non so per quale curioso fenomeno fisico-dinamico, scavando altrettante pozze da cui ancora oggi sgorga acqua. Il suo livello si mantiene bassissimo tutto l’anno, e si innalza nei giorni di maggio in cui ricorrono i festeggiamenti dei martiri. Più che il miracolo possono, verosimilmente, i cambiamenti climatici e le variazioni stagionali dei livelli delle acque fluviali, ma le credenze popolari sono sicuramente più affascinanti e suggestive.

Lo è un po’ meno la storia che ci racconta lo zelante custode che ci apre una delle botole che coprono i pozzi, operazione che, a suo dire, gli è costata nel tempo la perdita: di un berretto, di un paio di occhiali e di un cellulare. Caso vuole che i locali vigili del fuoco pare siano particolarmente sensibili e servizievoli e si prestino perciò anche a interventi di recupero del genere. Quelli di Los Angeles, perciò, che vediamo nei film mentre recuperano con gran spiegamento di forze gattini sugli alberi si possono scansare. I pompieri lentinesi che non hanno le emergenze alluvionali dei colleghi catanesi, non temono concorrenza: arrivano, svuotano pozzi e recuperano oggetti smarriti.

L’altra curiosità sono le statue dei tre santi sull’altare maggiore praticamente gemelli all’apparenza, nonostante le differenti età. Li accomuna peraltro la medesima acconciatura in tinta, con uno spiazzante effetto Rocher dato dall’eccessiva doratura. Ma pare che l’intervento di restauro sia filologicamente corretto e coerente con l’usanza di esaltare gli effetti di brillantezza delle teste dei santi che simboleggiano la luminosità del sole. Vabbè…

E poi, mi sembra di poter attribuire a Lentini anche il primato dei santi dai nomi più inusuali: già Filadelfo e Cirino non mi paiono gettonatissimi tra le possibili prime scelte di neo-papà e neo-mamme, ma il culto locale imporrebbe di prendere in considerazione anche Tecla, Eutralia, Eutropia, Onesimo, e ancora Caritone, Neofito, Cleonico e Stratonico che sono più da onomastica dei super eroi della Marvel che da innocenti creature che se li dovrebbero portare appresso tutta la vita quei nomi.

La tappa successiva è quella obbligata, anche se non la ragione principale della mia escursione. Arrivati in piazza Umberto I, tocca al Duomo, già cattedrale in epoca bizantina e sede vescovile nel 1698, anch’esso rigorosamente con doppio passaporto: Santa Maria La Cava e Sant’Alfio. Dipendesse da me, propenderei per la Vergine vuoi perché una madonna “della Cava” ricorda anche le origini del sito, la particolare conformazione geofisica di tutta Lentini, città scavata nella roccia e ricca un tempo di cave e miniere, vuoi perché mi hanno sempre affascinato le varie ed estese denominazioni della Vergine: delle grazie, della lettera, della catena, del silenzio, della roccia, della scala, della castagna, della corona, della sciara e chi più ne ha più ne metta. Non suoni irriverente, ma qualcuno ha mai pensato di contattare la Panini per farne un album di figurine da diffondere nelle parrocchie ad uso e consumo dei catechisti? Vuoi infine per quel che di ingiusto trovo nell’intitolare il principale luogo di culto al solo Alfio, il cui destino fu così strettamente legato a quello dei fratelli minori esclusi. Cui prodest?

La chiesa vale una visita non distratta, per le tante sorprese che riserva: l’icona bizantina della Madonna del Castello; la statua della Madonna della Catena in alabastro; i tre arcosoli paleocristiani, i sepolcri dei martiri Alfio, Filadelfo e Cirino; il Fonte dei Mesi; le tele lungo le navate; la sagrestia con i tesori.

Solo il putridarium mi sarei risparmiato, a pensarci bene, perché la sua descrizione mi ha “riproposto” la raviola della colazione. Trattasi di un ambiente funerario provvisorio, una cripta, presente nella quasi totalità delle chiese del territorio e in cui i cadaveri venivano messi a scolare i liquami della putrefazione, seduti su sedili dentro nicchie, fino a quando i resti scheletrici potevano essere spostati nell’ossario e il cranio, simbolo dell’individualità del defunto, posizionato su mensole. Il modificarsi dell’aspetto esteriore per via del disfacimento della carne fino alla completa liberazione che rendeva visibile le ossa (simbolo di purezza) rappresentava visivamente i diversi stadi di dolorosa purificazione affrontata dall’anima nel suo viaggio verso l’eternità. Pratica antigienica come poche nella storia dell’uomo e infatti abolita, a partire dagli inizi dell’Ottocento.

L’ex pretura di Lentini dove ebbe il suo primo incarico Giovanni Falcone

L’ultima tappa, la più emozionante, richiede tempi lunghi e scarpe comode. Già la via che conduce alla Chiesa del Crocifisso, un santuario rupestre risalente al XII secolo, riserva anch’essa qualche curiosità e tanto per dirne una la sede dell’ex pretura, la stessa in cui Giovanni Falcone ebbe il suo primo incarico. Non so come siano messe le casse del Comune, ma qualora non si trovassero cinquanta euro per una targa in ottone, sono disposto a metterceli di tasca. Perché non capisco come non ci sia casa di cui non si ricordi, per dirne una, che lì ha dormito Garibaldi, e non si debba trovare il tempo e il modo di richiamare alla mente del passante il posto in cui ha lavorato un uomo che non avrà forse il blasone di sant’Alfio, ma in quanto a martirio non è stato da meno.

Inerpicandosi lento pede si incontra pure una carbonaia, niente di che, ma non ne avevo mai vista una prima e perciò mi ha incuriosito, ma di fronte si può ammirare il bellissimo panorama di valle San Mauro, l’agorà di Lentini con la sua Acropoli, di fronte al sontuoso scenario dell’Etna. Pare che ci sia parecchio da scavare ancora, ma ci si aspettano tante sorprese dagli Indiana Jones nostrani, non ultimo il rinvenimento di un anfiteatro.

La chiesa rupestre di Santa Maria della Grotta (poi del Crocifisso) è un luogo del cuore, censito dal FAI, recuperato tre anni fa con tanta buona volontà, dopo essere stato devastato e vandalizzato a più riprese, un posto in cui mi piacerebbe tornare da solo per pensare, farmi invadere dal silenzio, dalla memoria, una grotta che doveva sembrare di grande suggestione per chi ebbe nei secoli passati il privilegio di ammirarla ammirare tutta affrescata. Lì dove sorgeva la città greca di Leontinoi, affacciata sulla Cava Ruccia che guarda il vulcano, si respira una spiritualità antica e solenne. È un’emozione grande che ti pervade dentro l’Oratorium populi in cui s’intravedono tre strati di affreschi sovrapposti che sono l’obiettivo principale degli interventi di restauro in corso. Resta poco, ma quel che resta è di grande forza evocativa, un palinsesto storico-artistico che recupera l’iconografia bizantina, con l’abside che raffigura il Cristo Pantocratore, assiso su un trono imperiale attorniato da quattro cherubini. Questa è l’unica immagine che non si può fotografare, ma tutto attorno se ne conservano altre, oltre a un affresco con la Madonna del Latte, e soprattutto cinque icone, distinte da cornici rosse e bianche: Elisabetta, un Leonardo con la barba alla Gianluca Vacchi, un Giovanni Battista con i dread da rasta, Nicola e Stefano. Fortuna volle che due settimane fa, nella parete opposta a quella in cui si intravede appena una Crocifissione, sia stata ripristinata una bellissima Deposizione di Cristo che era stata staccata ed esposta all’interno del Museo Archeologico di Lentini e che si può ora ammirare restaurata.

Mi basta così per ora. Chi non avesse ginocchia malferme come le mie potrebbe tranquillamente pensare di estendere la visita all’area archeologica del Castellaccio. Ti prende almeno un paio d’ore per raggiungerla e percorrerla, fino a tornare al punto di partenza, quella piazza Dante che i lentinesi conoscono come ‘a Badia da cui ebbe inizio il sabato che ho testé riassunto. Ma non amo molto la bulimia turistica e rimando perciò ad altra occasione il mio supplemento d’indagine.

La verità, vi prego

Ma quelli che ti devono catechizzare su quanto sia cosa buona e giusta essere sinceri sempre, con chiunque, costi quel che costi, che problemi hanno esattamente? E con le bugie dette a fin di bene, per evitare che certe situazioni degenerino in conseguenze irreparabili, come la mettiamo? E con gli indicibili “segreti” che ogni famiglia tiene occultati per comprensibile interesse o decoro?

Osservo con un po’ di sospetto, perciò, chi si spertica nella difesa del principio che occorra dire sempre la verità, a prescindere da tutto e tutti. La trovo un’intenzione naïf, dettata più da buona volontà che dall’effettiva e onesta possibilità di tradurla coerentemente in azione. A questa sorta di sinceropatia – mi si passi il termine – mi sembra che non faccia leva il coraggio, ma l’incoscienza, insieme a un deficit di intelligenza emotiva che in certi casi può risultare persino crudele. Come quando qualcuno ti dice: «sai, ti devo dire una cosa, però non ci rimanere male». Bene, non dirmela e il problema non si pone. Vomitare tutto ciò che ci passa per la testa può denotare mancanza di empatia, inadeguata considerazione dell’impatto emotivo delle nostre affermazioni, scarso senso dell’opportunità e del fatto che ci sono modi e tempi con cui gestire rapporti senza ferire o, peggio, traumatizzare chi ci ascolta.

Lo capiranno gli ultràs e i pasdaran della parresìa che la vita psichica ci impone continuamente di stabilizzarci quotidianamente in un sistema di meccanici inganni e autoinganni? Rifletteranno abbastanza sul fatto che mentire e simulare sono procedimenti intrinseci a qualsiasi forma non dico di comunicazione, ma di relazione? Il contrario di una persona ritenuta bugiarda, perciò, non è una persona sincera. La bugia, quando non è usata per danneggiare intenzionalmente il prossimo, è una resina in cui come insetti restiamo tutti invischiati, nessuno escluso, perché è parte del gioco stesso della sopravvivenza. Essa sta al confine di ogni manifestazione dell’umano – dalla creazione letteraria alla strategia dei sentimenti – e del naturale, se è vero che è lo stesso regno della Natura ad apparire contraddistinto dalla presenza di comportamenti e processi ingannevoli: camaleonti, lucciole, piante carnivore, fiori, senza alcuna distinzione, si servono di simulazioni per evolversi e resistere all’estinzione.

È travestimento tutta l’arte che simula il reale come la politica con la sua sofisticazione retorica, i galatei con la loro convenzionalità come la cosmesi che promette bellezza e giovinezza, il marketing col suo imbonimento come i social media che incoraggiano il doping sistematico dell’immagine che vogliamo dare di noi stessi, la giurisdizione con l’eloquenza dibattimentale quanto certa (dis)informazione funzionale ad interessi di parte.

All’origine del genere umano c’è l’inganno del serpente, senza il quale Adamo ed Eva sarebbero stati probabilmente destinati a morire di noia o di depressione nell’Eden. E noi, di conseguenza, appresso a loro. Sarà per quello che il senso di colpa generato dal peccato originale ha imposto all’uomo di considerare le bugie come la peggiore delle aberrazioni, a farci insegnare ai bambini a non dirle, anche se siamo i primi a non crederci e a non far altro quotidianamente. Ma prima dell’inganno del serpente, è insincero pure Dio che dice ad Adamo: «Di ogni albero del giardino puoi mangiare a sazietà. Ma in quanto all’albero della conoscenza del bene e del male non ne devi mangiare, poiché nel giorno in cui ne mangerai certamente dovrai morire» (Genesi, 2, 16). Muoiono l’uomo e la donna dopo aver mangiato il frutto proibito? No, dunque Dio non ha detto la Verità? E se dunque ci arriva a cogliere il sospetto che essa non appartenga nemmeno a Dio, come facciamo noi a tacciare taluni di essere sicuramente in difetto quando preferiscono la bugia veniale o l’omissione ai loro incauti e improvvidi sincericidi?

Dopo il serpente del giardino edenico, la memoria dell’uomo è tramata di figure di mentitori eccellenti, da Ulisse a Prometeo, da Achille a Marco Antonio, da Iago a Don Giovanni. L’epitome di tutti è considerato l’abietto Giuda che fa dimenticare persino che, dopo lui, mente persino Simon Pietro. È quello un momento tanto cruciale, al centro della storia “sacra”, da aver richiesto nel tempo non pochi supplementi di indagine. Lo aveva inteso Borges che terminava le sue Finzioni con Tre versioni di Giuda in cui affronta gli irresolubili problemi del Traditore e la questione del posto che occupa nella vicenda della Salvezza. Perché qualche dubbio lo insinua pure quell’inganno: era proprio necessario il bacio per identificare qualcuno che predicava tutti i giorni in pubblico? Perché Giuda tradì per trenta denari, che non è che fosse poi tutta questa gran somma? Se Gesù Cristo sapeva che proprio lui l’avrebbe tradito, come alcuni dei vangeli fanno capire, perché non fece nulla per impedirglielo, per salvarlo dalla dannazione eterna? Fu Giuda il capro espiatorio o piuttosto il ladro e l’incarnazione del male, come nel Vangelo di Giovanni? Fu un preveggente o l’eroe, come credevano gli gnostici giudaiti del II secolo che ne avevano fatto un predestinato alla disfatta? Il suo destino non era già segnato e “necessario” proprio per la redenzione? Cristo, d’altronde, non era venuto – secondo la concezione cristiana – per salvare tutti e quindi anche lui? E come si può, allora, giustificare una frase come quella del Vangelo di Giovanni (17, 12) in cui Gesù dichiara: «Quand’ero con loro, io conservavo nel tuo nome coloro che mi hai dato e li ho custoditi; nessuno di loro è andato perduto, tranne il figlio della perdizione, perché si adempisse la Scrittura»?

Se il tradimento e l’inganno erano iscritti nel disegno di Dio che comprendeva la morte salvifica del Figlio, quale responsabilità poteva cadere su chi ne doveva essere lo strumento di attuazione? Sul polimorfismo di Giuda e dell’idea di tradimento, però, ha scritto qualche anno fa un bellissimo saggio il mio caro amico e maestro Antonio Di Grado (Giuda l’oscuro) cui rimando volentieri. La divagazione valeva semmai a sottolineare l’opacità stessa dei concetti di Verità, sincerità, bugia e la necessità di non ricondurre il mentire a una prospettiva morale di tipo manicheo.

Conosco persone abilissime a dire con chirurgica precisione quello che gli altri si aspettano di sentirsi dire anche se non lo pensano affatto. Si mente quando si vogliono compiacere gli altri anche se non si condividono le loro idee o anche solo per assicurarsene la simpatia e sentirsi parte di un gruppo. Per altri versi, la calunnia o il pettegolezzo malevolo sono un modo per alleggerire la frustrazione conseguente alla consapevolezza del calunniatore di non essere stato in grado di raggiungere gli stessi privilegi del calunniato.

Ci sono poi le bugie gratuite, dettate da una sorta di angoscia di trasparenza, dalla preoccupazione di sentirsi giudicati o colpevolizzati, dal bisogno di proteggere costantemente un’interiorità che si sente sempre minacciata. Mentiamo al collega che incontriamo e alla cui convenzionale domanda di saluto («Come stai?») rispondiamo sistematicamente «benissimo»; mentiamo all’amico cui non sappiamo dire di no quando non ci va di uscire e inventiamo una scusa per restare a casa; mentiamo a tavola quando siamo ospiti e ci facciamo piacere l’intruglio di cui decantiamo la capacità che ha di deliziarci il palato; mentiamo ai parenti che, a Natale, ci regalano il maglione grigio a losanghe che non indosseremo, ma che abbiamo accolto come qualcosa di meraviglioso, sfoderando il più sfavillante e ipocrita dei sorrisi; mente l’insegnante che dice al genitore “suo figlio ha delle capacità, ma non le sfrutta” mentre sta pensando “è uno scecco pantesco”; mentiamo al capoufficio, al preside o al direttore che ripete da una vita le stesse tristi e sbrindellate battute a cui ridiamo, fingendo di divertirci, mentre in cuor nostro lo manderemmo volentieri a quel paese.

La nostra esistenza è puntellata da una teoria infinita di simulazioni più o meno vistose: di rabbia, di tristezza, di affetto, e a cui finiamo col credere anche noi finendo con l’autoingannarci. Non fa eccezione l’amore in cui soggiorniamo perennemente oscillando tra i due poli dell’onestà e della disonestà, e la cui resistenza dipende dalla maggiore o minore capacità di di cui disponiamo per conciliare entrambi. Mente l’uomo che magnifica con gli amici prestazioni sessuali sovrumane e primati da seduttore impenitente (i siciliani ingravidabalconi di verghiana memoria e i galli brancatiani insegnano) e mente la donna che a letto, a differenza dell’uomo, può simulare il piacere per compiacere l’uomo. Della drammatica schizofrenia del cuore ci dà però memorabile testimonianza Wystan Hugh Auden nelle dieci poesie che formano il suo La verità, vi prego, sull’amore, come nella struggente ballata che s’intitola Johnny, per esempio, in cui una ragazza rievoca i dolci ragionamenti di un reciproco sentimento ormai esaurito, ma immaginato eterno, com’è percepito l’amore di ognuno, prima che finisca:

Oh, questa notte, Johnny, io ti ho sognato, amore,
su un braccio avevi il sole e sull’altro la luna,
tutto azzurro era il mare ed era verde l’erba,
ogni stella agitava un tamburello tondo;
io ero in un abisso giù a diecimila miglia:
ma tu con un cipiglio di tuono te ne andavi.

È proprio Auden a ricordarci che «ti amerò per sempre» è il più abusato dei cliché in una storia d’amore. Ma è in un certo senso una bugia necessaria perché tra due amanti possa generarsi l’espressione più sublime della loro fusione sentimentale ed erotica. Un atto di fede, insomma, che serve a far percepire una relazione come solida ed esclusiva, ma che è una pia illusione essendo il sentimento amoroso, per sua stessa natura, soggetto ad emozioni mutevoli come a cambiamenti imprevisti. Il persempre degli amanti non è una vera e propria bugia, ma una promessa che ha bisogno di essere percepita come effettivamente realizzabile perché la relazione possa poggiare su qualcosa di stabile. Nietzsche sostiene che l’eternità dell’amore sia subordinata al patto che nessuno dei due amanti scopra i limiti dell’altro. È facile idealizzare l’amata/o attribuendogli qualità che non ha, è una forma di autoinganno, ma necessario e sublime, se non vogliamo precipitare nella più cupa infelicità. L’amore stesso è perciò partorito da un doppio ordine di bugie, verso sé stessi e verso l’altro, prova ne è il fatto che, quando finisce, la prima frase che ci viene in mente è: non la/lo riconosco più. In realtà, venuti meno la fiducia, la stima e il rispetto che sono il cemento di qualsiasi rapporto, siamo solo a noi a non vedere più ciò che avevamo voluto attribuire all’amata/o per effetto del nostro autoinganno.

Ma tra i tanti possibili modi di mentire, quello che mi affascina di più è però il farlo dicendo… la verità. O perlomeno, quella offerta come tale a scatola chiusa. È una maniera sofisticata e maliziosa che consiste nell’accreditarsi come persona indubitabilmente sincera per indole, ribadendo a ogni piè sospinto la propria incapacità di mentire, esibita quasi come un difetto che, paradossalmente, dovrebbe suscitare proprio l’ammirazione dell’interlocutore, per quel tanto di discredito moralistico che chiunque facilmente accorda all’idea stessa del dire le bugie. Così facendo si legittima di sé l’immagine di una persona onesta che potrà in ogni occasione affermare con protervia le proprie convinzioni, esercitando una forma di dominio che si basa sulla colpevolizzazione di chi non è ritenuto aprioristicamente sincero. Gli individui di questo genere si riconoscono dal fatto di muovere da un assunto del tipo “io dico la verità, mentre tu cerchi di abbindolarmi con storie che cuci a tua misura” oppure dalla baldanza con cui usano petizioni di principio o risposte con premessa del tipo “la verità è…”, cioè un modo di ragionare per cui ciò che dev’essere provato è supposto, implicitamente o esplicitamente, nelle premesse. In questo modo qualsiasi proprio torto o inganno risulta irrilevante, impercettibile o incontestabile. Ma se persino nei sogni riusciamo a mentire a noi stessi, come possiamo pensare di tacciare di bugiardo chicchessia? Diceva Oscar Wilde che «la sincerità a piccole dosi è pericolosa, a grandi è micidiale». Si riferiva all’amore, ma che senso ha, in generale, dico io, il moralismo di chi stigmatizza la bugia come estrema forma di abiezione? È vero o non è vero?

La coscienza del lupo

Povero lupo! Vituperato oltremodo tra tutte le bestie. Reietto delle favole, per colpa di Esopo e La Fontaine, dove fa strame a tre a tre di porcellini e non mostra pietà per nonne e bambine, non se la passa meglio nei poemi dov’è il precipitato dei peggiori vizi. Dante, per dirne una, ne fa il simbolo della rabbiosa e peggiore cupidigia che distrugge alle fondamenta la società: il male dei mali. Nei bestiari tardoantichi e medievali si legge che il suo nome deriva da leo-pus, per il fatto di avere, come il leone, grande forza nei piedi per cui tutto ciò che schiaccia non sopravvive. E la credenza popolare gli assegna il potere di far perdere la forza di parlare all’uomo che si accorge della sua presenza solo dopo che il lupo per primo lo ha visto, da cui il fatto che dinanzi a un silenzio improvviso si dica «lupus in fabula». Per estensione, persino un comunissimo pesce come la spigola viene detto pesce lupo, per la sua voracità e la sua furbizia perché quando viene circondato da una rete solca la sabbia con la coda, così si sottrae alla vista e sguscia via. Per analogo motivo (ma sessuale, Verga docet) vengono chiamate lupe le prostitute che dilapidano gli averi dei loro amanti.

Di questa versione zaurda del cane, con cui pure fa coppia, si pensava che a volte si nutrisse della preda, a volte della terra, talora del vento e che la femmina partorisse i suoi cuccioli solo nel mese di maggio, quando inizia a tuonare. Che astuta e senza scrupoli, si aggira di notte tra gli ovili come un cane mansueto, andando controvento per evitare che accidentalmente i cani sentano l’odore del suo fiato e sveglino i pastori. E se fa rumore con una zampa calpestando un ramo o altro, punisce la zampa con un morso. E si credeva che nella coda di questo animale ci fosse un pelo piccolissimo con poteri afrodisiaci, che la fiera era pronta a strapparsi via a morsi se temeva di essere catturata, neutralizzando così la sua efficacia.

Per il cattolico è figura del diavolo perché è un ovile la Chiesa dei fedeli tra cui si aggira per uccidere e dannare le loro anime. Il fatto poi che partorisca al primo tuono del mese di maggio, significa che il diavolo cadde giù dal cielo al primo slancio di superbia. Inoltre il fatto che abbia forza nelle membra anteriori e non in quelle posteriori significa che il diavolo prima era un angelo di luce in cielo, mentre adesso è diventato un apostata giù in basso. I suoi occhi brillano nella notte come lampade perché a chi è cieco e vano certe opere del diavolo sembrano belle e salutari. Quando partorisce i cuccioli non cattura la preda se non in luoghi lontani, perché il diavolo li nutre con beni mondani, sicuro che ne pagheranno il fio insieme a lui nelle prigioni della Gehenna. Inoltre perseguita particolarmente chi si è allontanato da lui grazie alle opere buone, come si legge riguardo al beato Giobbe, al quale tolse tutti gli averi e anche i figli e le figlie perché il suo cuore rinunciasse al Signore. Il fatto che non riesca mai a piegare il collo all’indietro senza girare tutto il corpo significa che il diavolo non si piega mai alla correzione del pentimento.

Perseverante nel vizio (anche se dovesse perdere il pelo), pericoloso e violento, spietato con i deboli, vorace, infìdo, fedele solo ai suoi simili («lupo non mangia lupo»), correlativo oggettivo anche delle avverse condizioni climatiche (il classico “tempo da lupi”). Forse è un po’ eccessivo far portare il peso di tante nefandezze a una povera bestia che i puri di cuore come Francesco d’Assisi riconoscevano invece capace di mansuetudine. Non mancano certo accezioni più tolleranti ed è vero che, per ogni persona esperta e consumata che conosce il mondo e che pertanto sarà vecchio lupo, un accorto e pratico marinaio sarà anche detto lupo di mare.

Ma «è la somma che fa il totale» – direbbe Totò – e allora «Taci, maladetto lupo! / Consuma dentro te con la tua rabbia» (ancora Dante), «a noi, greggi inutili e malnati posti l’uno dentro l’altro, muniti di punte metal­ inutili e malnati, / ha dato [Dio] per guardian lupi arrabbiati: a cui non par ch’abbi’ a bastar lor fame, / ch’abbi’ il lor ventre a capir tanta carne; / e chiaman lupi di più ingorde brame / da boschi oltramontani a divorarne» (Ariosto). Dalli al lupo e pure al suo umano travestimento cioè il licantropo. E giù allora con le maledizioni – «ti pigli il lupo»; «che tu sia il pan dei lupi» – e persino quando usato in senso beneaugurante con funzione apotropaica – «in bocca al lupo» – siamo talmente adusi a percepirlo come una minaccia che rispondiamo augurandogli la morte – «crepi», sottinteso il lupo – travisando con ciò il senso dell’espressione che allude all’istinto protettivo della lupa che, di fronte a un pericolo, protegge i suoi piccoli afferrandoli per la bocca e portandoli nella tana.

Tra le sue possibili nature che gli si assegnano, però, quella che mi ha sempre colpito e spesso anche divertito per la sua convincente semantica, gli assegna persino una coscienza: «U lupu di mala cuscienza comu opira penza», si dice dalle mie parti. Il lupo che ha la coscienza sporca, agisce così come pensa. Cioè con malizia, facendo lui per primo ciò che di cui ammonisce gli altri. Una coscienza, capite? Più forte dell’istinto animale. Una consapevolezza, cioè, soggettiva delle proprie idee, sentimenti, volizioni, che lo porta a pensar male e a non fidarsi degli altri proprio perché li giudica col suo stesso metro, essendo lui peggiore di loro. Come esseri umani, insomma, siamo esattamente così come giudichiamo, a volte seduttivi altre maliziosi. Che è come dire in malafede, con la coscienza cioè di affermare il falso agendo in modo diverso dalle proprie convinzioni. Ma questa è qualità affatto biasimevole che non appartiene ai lupi bensì agli uomini, loro sì – da Plauto ad Hobbes – lupi ad altri uomini. E in fin dei conti, dunque, peggiori dei lupi.

E fattela una risata!

Il tweet di Feltri (a imperitura vergogna)

Il “giornalista” Vittorio Feltri, il cui buon gusto è da tempo seppellito sotto le macerie della deontologia professionale cui ogni professionista dell’informazione si dovrebbe attenere, trova su Twitter il modo di fare del sarcasmo d’accatto nientemeno che su uno tra i reati più disgustosi e lesivi della dignità umana: lo stupro. Di fronte alle rimostranze di chi si è a dir poco scandalizzato per la battuta da trivio con cui mostrava di ammirare la stupratore piuttosto che solidarizzare con la vittima, ha ritenuto di dover cancellare cotanto parto intellettuale. Lo ha fatto persino con un pizzico di fastidio per la mancanza di sense of humour dell’utente medio dei social rubricato, a suo dire, al rango di una “lumaca bollita”.

Il conduttore di Striscia la notizia Valerio Staffelli si è reso protagonista di un imbarazzante siparietto con cui, nel consueto stile cafonal del noto programma Mediaset, a essere canzonata era l’attrice Ambra Angiolini per la fine della sua relazione sentimentale con l’allenatore della Juventus Massimiliano Allegri. Si dirà: non è la prima e, da che mondo è mondo, il privato dei personaggi pubblici lo è molto meno di quello dei comuni mortali. D’accordo. Sorvolo sul dato fin troppo palese che, in entrambi i casi, il soggetto da attaccare ed umiliare sia stata una donna e che dimostra, qualora ce ne fosse bisogno, quanta strada ci sia ancora da fare verso la giubilazione di ogni variante di mentalità maschilista e patriarcale. Il fatto è che la fine di una storia è pur sempre una lacerazione che qualche danno collaterale lo semina pure imponendo non dico il silenzio, che è quasi impossibile, ma almeno il rispetto della sofferenza che genera la fine di qualsiasi relazione e che non richiede grande sforzo d’immaginazione. Prova ne è il fatto che, se la reazione dell’attrice è stata sobria e tutto sommato elegante, lo è stata molto meno quella della figlia che ha dato voce, lei sì, a tutto il disappunto e la contrarietà che chiunque (e sottolineo chiunque), al posto di Ambra avrebbe provato perché ognuno di noi avrà sperimentato, almeno una volta nella vita, il dolore di una separazione su cui non c’è ironia che possa reggere.

Ma cos’hanno in comune i due episodi? Senza dubbio una malintesa concezione di ironia, priva di ogni senso di responsabilità personale nel ridurre il dolore a gag, e che ti fa ritenere che le parole che si usano per ledere la dignità di una persona siano meno gravi di una violenza fisica perché, appunto, “parole”. Che sarebbe come dire aria. L’alibi della “mancanza d’umorismo” che, per giunta, si imputa a chi è colpito dal dileggio altrui, rimbeccato con espressioni del tipo «e fattela una risata» oppure «ma io non ti volevo offendere» è la riprova di come la violenza verbale sia più subdola di quella fisica, ma non per questo meno grave. Offendere significa, letteralmente, uccidere, come nell’etimologia latina del verbo: ob e fendĕre, colpire contro. Offeso era chi veniva colpito a morte con armi.

Nonostante il suo potenziale distruttivo – o forse proprio per la consapevolezza di questo – non si riesce a fare a meno di questo passepartout che è l’insulto, e che altro non è se non una forma di patologia del pensiero che si arrende alla propria debolezza e inadeguatezza. E non sono solo i social, purtroppo, il fertilizzante naturale e maleodorante di questa deriva generalizzata verso uno squid game di massa in cui sempre più spesso la violenza delle parole rappresenta il primo e più cinico strumento di sopraffazione. L’insulto è la facile scappatoia di chi non sa argomentare, il documento identificativo di chi ignora le dinamiche basilari dell’intelligenza emotiva, la riemersione dell’impulso neonatale a frignare e inveire anziché avvalersi delle conquiste maturate nel momento in cui abbiamo sviluppato il linguaggio e con esso la nostra capacità di relazione. L’American Psychological Association ha recentemente affermato che l’abuso verbale o psicologico è meno affrontato rispetto a quello fisico o sessuale, ma comporta conseguenze negative sulla salute mentale uguali o superiori.

Wittgenstein dal canto suo sosteneva che «i limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo», cogliendo così una verità importante e cioè il fatto che le parole con cui scegliamo di descrivere, rappresentare i fatti, formulare opinioni, determinano il modo in cui costruiamo le relazioni sociali. Quanto più ampi sono i nostri limiti linguistici e la nostra incapacità di formulare concetti con un linguaggio adeguato, tanto minore è la possibilità che abbiamo di comprendere e descrivere il mondo. E in un recente bel libro dal titolo Lingua e essere, la giornalista e attivista tedesca Kübra Gümüşay dice che «chiamare gli esseri umani come vogliono essere chiamati non è questione di gentilezza e neanche simbolo di correttezza politica o di un atteggiamento progressista – è semplicemente una questione di decenza umana».

Certo non voglio sostenere che, in nome di una retorica conciliativa, gli insulti debbano essere messi al bando e bisogna arrendersi agli eufemismi ad ogni costo perché ciò significherebbe la rinuncia all’idea che la lingua serva, in tutta la propria ricchezza espressiva, anche ad affrontare tutte le possibili situazioni conflittuali. Ma altro è riconoscere che la libertà d’espressione finisce dove inizia il rispetto della dignità personale e non la si può sempre invocare come la facile giustificazione di chi in realtà trova legittimo così veicolare ogni tipo di discriminazione.

«Sempre tesi! Sempre tesi!»

Nella fattispecie, non è il mantra declamato durante un comizio dal noto personaggio dell’onorevole di Carlo Verdone, ma l’esclamazione che mi viene spontanea nei giorni dedicati interamente alla correzione delle tesi di laurea e degli elaborati dei miei allievi: «Sempre tesi!». Mi sembra di non finire mai di leggerne. E leggendole mi chiedo sempre se sarò riuscito a far capire loro cosa mi aspetto. Provo allora a spiegare il cosa e il perché di quello che è, o dovrebbe essere, il lavoro che corona i loro studi. Il come fare la tesi è un’altra faccenda, un po’ più complicata, che lascio per ora da parte.

Intanto, e mi riferisco agli studenti dei corsi di laurea triennali, non chiamatele tesi. L’attuale ordinamento universitario prevede per il primo ciclo di studi lo svolgimento di una prova finale. Si può sicuramente disquisire sull’infelicità dell’espressione, dal momento che la denominazione fa pensare a qualcosa di definitivo, minaccioso e inappellabile: una sfida da giorno del giudizio, dopo la quale sembrerebbe che tutto abbia termine quando invece il bello deve ancora venire. Altre prove vi attendono, cari studenti, ben più difficili e ansiogene (pensate anche solo a quanto sarà difficile sottoporvi al giudizio dei vostri futuri suoceri o alla pazienza che dovrete dimostrare nel tollerare alcuni vostri futuri colleghi di lavoro). Chi poi sceglierà l’upgrade di un ciclo magistrale si troverà, dopo aver sostenuto tutti gli esami previsti dal suo piano di studi, a svolgere la vera e propria tesi di laurea che è un lavoro di ricerca ben diverso da quello svolto nel triennio. 

Il primo dei dilemmi di uno studente è però relativo alla tempistica con cui mettersi alla ricerca di un relatore anche perché egli è ben consapevole che lungo e tortuoso sarà il giro delle parrocchie per elemosinare l’attenzione e la disponibilità di un docente che lo accolga ed assista nel periglioso viaggio verso il cosiddetto “pezzo di carta”. Sa bene, perché si sarà già confrontato con i propri colleghi, che il professore Tale “non accetta studenti che non abbiano almeno la media del 29”, la professoressa Talaltra segue già tre o quattro studenti e quindi (a suo dire) “ha già troppi tesisti”, il professore Tizio sdegna chiunque abbia sostenuto l’esame della propria materia con una votazione inferiore al trenta e lode (ma, attenzione, va bene anche senza bacio in fronte) mentre l’assistente che fa da filtro all’oberatissimo presidente del corso di studi sulla “Fenomenologia delle caramelle gommose” metterà sull’avviso lo sventurato giovane del fatto che dovrà lavorare almeno tre anni a un elaborato minimamente dignitoso, per produrre il quale è bene che sappia che dovrà consultare una trentina di biblioteche sparse almeno in uno dei due emisferi del globo terracqueo.

Niente paura. Il panico risparmiatelo per altre cose, per quando, ad esempio, dovrete superare l’angoscia del foglio bianco. Siate consapevoli, intanto, che scegliere il momento in cui cominciare a pensare alla tesi (la chiamerò sempre così per comodità) dev’essere la conseguenza di un’attenta auto-valutazione del proprio percorso che tenga conto dei tempi di studio che solo lo studente conosce e della pianificazione accurata delle tappe che lo porteranno all’esame conclusivo. Mettetevi davanti il vostro piano di studi e iniziate a contare: quanti esami restano in carriera? quanti appelli avrò a disposizione? in quale di di questi sarà plausibile che supererò gli esame di profitto?

Calcolate eventualmente le variabili che possono incidere in queste misurazioni: che possibilità concrete sussistono perché il docente nevrotico che vi ha già bocciato due volte possa, il giorno dell’esame, essere in un inaspettato stato di grazia che lo indurrà conseguentemente a graziarvi anche se non avete studiato? quanto saprete resistere, fino alla data dell’appello, alla tentazione di chiamare la collega o il collega di cui siete inutilmente infatuate/i per chiederle/gli di (far finta) di prepararvi insieme all’esame piuttosto che disattivare il sistema ormonale, per il tempo strettamente necessario, attivando al contempo solo quello cerebrale che vi consenta un’esclusiva e propedeutica full immersion nello studio? Cose così, insomma, che a uno studente già addestrato all’esercizio critico non dovrebbero risultare ostiche da considerare. Una volta che si avrà chiaro tutto questo, sarà più facile immaginare la sessione di laurea cui concorrere, tenendo presente anche il tempo necessario per la realizzazione delle fasi in cui si articola un progetto di tesi.

A quel punto, sorge spontanea la Madre di tutte le domande: «su cosa fare la tesi?». Non nascondiamocelo: spesso gli studenti non scelgono l’argomento, ma il docente. E per ragioni tra le più disparate: la disponibilità, la preparazione che gli si riconosce (per reputazione o per prova), la simpatia, il carisma, il ricordo delle sue lezioni, il voto preso all’esame con lui, il passaparola, la disperazione per il fatto di non averne trovati altri… Fatto è che scegliere un argomento significa comunque scegliere anche il relatore. Qualunque siano le motivazioni in gioco, è bene però che il giovane sappia che essere scelti dipende anche da come si riuscirà a essere convincenti agli occhi del professore il quale, che ci crediate o no, aspira anche lui ad essere scelto da studenti che si dimostrino brillanti, preparati, motivati. Vi assicuro che, nell’arco di una carriera, non sono poi tanti i giovani di cui si potrà orgogliosamente dire: «è una/a mia/o allieva/o». Per questo è importante non mostrare di avere idee confuse su cosa si vorrebbe fare e sulle concrete motivazioni.

Fatta eccezione per i casi in cui – ma questo dipende dai vari contesti universitari – l’approccio è di tipo burocratico, regolato cioè da automatismi d’ufficio, soprattutto nei dipartimenti umanistici lo studente può contare su un approccio più flessibile e dialettico che consente una maggiore possibilità di mediazione col docente. Personalmente cerco sempre di “studiare” chi ho di fronte, parlandoci a lungo, chiedendo dei suoi interessi, anche di quelli extra-universitari, perché è proprio dal modo in cui parla che mi faccio la prima idea di come pensa. Non mi piace imporre degli argomenti, cerco sempre di porre delle alternative, di mettere un giovane in condizione di scegliere di cosa interessarsi. Da chi non dimostra subito curiosità o motivazione, so già che non dovrò aspettarmi più del diligente adempimento di un compito. E, per carità, va bene pure quello. Studi, scrivi, correggo, consegni, discuti, arrivederci e grazie. Ma, dal momento in cui scegli un professore e un argomento da studiare, inizia un rapporto che, come accade per qualsiasi tipo di relazione, non sarà mai univoco.

Ci sarà perciò il laureando che definisco Bimby, dal nome di una famosa macchina da cucina che ha di caratteristico questo: ci metti dentro tutti gli ingredienti, la metti in funzione, ti occupi d’altro e, alla scadenza del tempo assegnato per la cottura, ti serve il pasto già cucinato. Soluzione comoda, ma ben lontana dal farti dire che sai cucinare o che hai uno chef tra i fornelli. Qual è il vantaggio? Risparmi tempo, se non ne hai molto a disposizione. Tutto qui. Lo studente Bimby è quello che non si fa domande, accetta tutto ciò che gli proponi, si consegna mani e piedi a te e chiede solo che tu gli dia tutta la materia prima che dovrà elaborare (argomento e bibliografia), imposti funzioni di cottura (metodologia di ricerca, suddivisione del lavoro in capitoli e paragrafi) e timer (scadenza di consegna) e aspetta solo che tu prema il pulsante di accensione. Esegue solamente ciò che il docente ha stabilito e non si preoccupa del tipo di apporto originale ed autonomo che può dare alla ricerca.

C’è poi il laureando Masterchef, quello a cui tu metti davanti tanti ingredienti tra cui scegliere. Lui cerca di sondarne fino in fondo le caratteristiche organolettiche, di intuirne le possibili combinazioni in funzione di un risultato, e lui prova, valuta, azzarda, mosso dalla curiosità e dalla passione, da una disposizione attiva e propositiva che non ha come obiettivo l’eccellenza, ma la costante tensione versa essa. Non ha la pretesa di imporre qualcosa, di proporre invece sì. Ma spiegando cosa vorrebbe cucinare e come pensa di farlo (tempi, contenuti, metodi, letture e studi propedeutici). Dopodiché cerca di far capire al docente che sa quali strumenti usare e quali passaggi sono necessari per lavorare le materie prime, e gli fa capire che colui che ha davanti non è il trainer che dovrà assegnargli gli esercizi da fare, ma il consulente a cui chiedere dritte (dove trovo quella spezia che mi manca? quanto mi conviene lavorare quell’impasto senza correre il rischio di farlo impazzire?) solo perché più esperiente.

Lo studente Bimby forse si laureerà presto (come chiedono mamma e papà), ma nella misura in cui avrà scelto di studiare in ragione di necessità che prescindono da un proprio progetto di sviluppo personale, avrà perso la bella opportunità di far diventare la propria tesi l’occasione per aumentare e raffinare le proprie conoscenze, capacità, relazioni che non appartengono solo al contingente, ma che dovrà comunque prima o poi imparare a sviluppare nei contesti sociali e lavorativi in cui penserà di inserirsi ed affermarsi. Parlo di capacità di relazione, organizzazione, analisi, decisione ed espressione.

Perciò, al prossimo studente che verrà a chiedermi la tesi, mi sento di chiedere solo: che tipo di laureando vorresti essere?

La resistenza delle donne

Chi si trovasse in questi giorni a Catania avrebbe più di un buon motivo per assistere allo spettacolo con cui il Teatro Stabile della città inaugura la nuova stagione. La prima è che ci si trova di fronte a una messinscena coraggiosa per scelta linguistica e necessaria per implicazioni etico-sociali. La si deve a Laura Sicignano che dà voci e volti a un testo – Donne in guerra – scritto insieme ad Alessandra Vannucci, che arriva allo spettatore come un uppercut da cui è complicato riprendersi perché ti lievita dentro e ti “disturba” (come dovrebbe sempre fare il teatro) costringendoti a pensare anche a distanza di giorni.

Era da molto tempo che non mi capitava di emozionarmi fino alle lacrime; col cinema mi succede facilmente, ma il palcoscenico raramente mi ha riservato tanto intenso coinvolgimento. E qui sta la seconda ragione per cui val la pena recarsi alla sala Verga, ripensata e trasformata al punto che gli spettatori catanesi, almeno quelli affezionati, faranno fatica a riconoscerla: non è solo la bravura delle sei attrici, ma il ruolo che riveste un settimo protagonista, il pubblico, senza il quale l’opera si svuoterebbe di tensione. Se si è ormai avvezzi al concetto della caduta della quarta parete, bisogna tener presente che in questo spettacolo le pareti non ci sono proprio, ma ci si trova coinvolti, in qualche momento proprio da personaggi, in una situazione per così dire immersiva che dilata e acuisce l’attenzione e gli effetti patèmici. Sarà che dopo il lockdown si sente l’estremo bisogno di tornare a guardarsi negli occhi, la necessità di riprendere persino con la finzione un contatto reale, fisico, sta di fatto che sentire nelle narici la stessa polvere che respirano gli attori in scena dà quasi l’ebbrezza e il sollievo di una vera e propria liberazione.

Non dimenticar le mie parole: l’ammonimento affidato alla canzonetta resa famosa nel ’37 da Emilio Livi col Trio Lescano e che risuona fino alla fine dello spettacolo, ma in una tonalità antifrastica rispetto alla solarità del contenuto, ci avverte dell’inevitabilità di prestare attenzione ai tormenti e alle pene raccontate che non sono d’amore, ma vere e proprie tragedie esistenziali. A dominare lo spazio è un binario ferroviario che si eleva a metafora di una traiettoria che è quella della memoria, della Storia e che a un tempo sembra evocare quello che ebbe per mèta l’inferno concentrazionario di Auschwitz dentro cui si inabissò il genere umano. Ma è un binario morto, come a dire che su quella pagina che racconta l’estate del ’44, in cui si collocano cronologicamente le esistenze dei personaggi, non sembra ancora possibile mettere un punto che metta fine a un periodare reso contorto e confuso da steccati ideologici. Sulla rotta di quel voyage au bout de la nuit incedono le donne per le quali andare in guerra non significò certo combattere al fronte, ma resistere a casa, in fabbrica, tra i boschi e nelle strade della lotta clandestina e partigiana, contro la violenza degli stupri, la violenza della miseria, la violenza delle torture, la violenza della negazione di ogni elementare dignità. Un’altra Resistenza, dunque, che da decenni esige conciliazione, che trasmetta la consapevolezza che era “alla guerra che si doveva far guerra”, come dice in un momento dello spettacolo l’operaia. Perché nella guerra è la stessa natura umana ad essere vittima, a lasciarci nudi, esposti e restituiti al comune di destino di morte, e a suggerirlo è il raggelante quadro finale della trama.

Sei donne in scena, dunque, e dico donne anziché attrici perché l’efficacia della regia sta proprio nella scelta di renderle convincenti come tipi, non tanto esaltandone la tecnica recitativa, ma de-teatralizzandole e caricandole di tutta l’umanità e il doloroso destino che individualmente rappresentano.

Barbara Giordano, Isabella Giacobbe, Leda Kreider, Carmen Panarello, Federica Carrubba Toscano ed Egle Doria – tutte bravissime – non recitano rispettivamente i ruoli di una staffetta partigiana, un’innocente e candida ragazza traumatizzata in modo irreversibile da una violenza, la figlia di un comunista che finirà repubblichina, una signora della borghesia medio-alta fedele al regime, una casalinga che entrerà in fabbrica, una contadina-levatrice, ma diventano esse stesse i caratteri le cui sorti e vicende si snodano sul filo dei loro racconti – e sono testimonianze autentiche, tratte da lettere e memorie di individui ai margini della storiografia sulla guerra civile dopo l’armistizio. Il punto di vista tutto femminile non è tanto o solo rivendicazione di una lettura storica di genere. Le donne, in quanto generatrici di vita, rappresentano l’anello primario di congiunzione con la natura, con l’ancestralità, il sacro nella sua espressione rituale, il loro corpo è memoria stessa della nostra identità e garanzia primaria della sopravvivenza del genere umano. Per questo meglio e più degli uomini sarebbe stata delegata la missione di ricostruire una normalità in un momento in cui di normale non era rimasto proprio nulla.

N.b.: lo spettacolo non è una novità assoluta, ma torna in scena dopo aver raccolto una menzione al Premio Ubu, il Premio Fersen 2015 per la regia e il Premio internazionale Les Eurotopiques 2014. Qualcosa questa nota in margine può pure significare.

Una stretta di mano e amici come prima

Ore 9.15 di un’afosa giornata d’agosto (quale giornata siciliana ad agosto non lo è?). Questa però è la più calda dalla comparsa dell’australopitecus sulla Terra. O forse mi sembra tale ogni volta che la temperatura atmosferica supera i 33/34° e l’unico desiderio che riesco a concepire è una rapida evaporazione in solitudine che mi faccia dissolvere alla vista, tanto aborro l’estate. L’aria è immobile, già intollerabilmente collosa come bava di lumaca. Dispone a movimenti lenti e misurati, come se anche volgere lo sguardo a destra e sinistra, tenendo comunque la testa ferma, possa farti sudare.

Li vedo arrivare in lontananza, nel tremolio del calore che si leva dall’asfalto. Se non mi fossi già guadagnato il lato più in ombra di una piazzetta di paese, potrei immaginare di essere in una prateria del vecchio West, solo che qui le strade sono ricoperte di sabbia nera che fa percepire ancora più arso il paesaggio intorno. Non è un granché. Il paesaggio, intendo. Coi suoi scheletri di cemento abbandonati, a perenne ricordo del primato mondiale delle opere pubbliche incompiute, le buche nelle strade come crateri che sembrano pronti ad inghiottirti, le facciate delle case di calcestruzzo grezzo a prova di bonus ristrutturazioni, i cumuli di terra non rimossa da mesi ai bordi dei marciapiedi, Giarre (Catania) non sembra messa meglio di Abilene (Kansas) quando nacque come fermata delle diligenze, poco dopo la metà dell’Ottocento. Il tempo di farmi invadere la mente dal ricordo del finale di Per un pugno di dollari e tutt’e tre sono davanti a me.

G. solleva un braccio come a volermi assestare una gomitata, A. tende il pugno verso il mio sterno, E. se lo batte invece sul torace. Non è l’inizio di una rissa o di un duello tra gringos e nemmeno l’accenno di un’haka Maori (a noi, invero, si addice più la tarantella). Sono amici e mi stanno solo salutando, come ci si è abituati a fare dall’inizio della pandemia. Da italiani, avvezzi al gesticolare esagitato, non ci facciamo ormai più tanto caso a come questa nuova coreografia sanitaria dei convenevoli sia invalsa stabilmente nell’uso, ma dovremo prima o poi fare i conti col fatto che non ci si dà più la mano. Se c’è una cosa che mi manca della bella promiscuità pre-covid è proprio questa perché, ad eccezione delle mani spugnate alla Fantozzi, rimpiango tanto le strette energiche che ti lussavano falangi falangine e falangette che quelle àtone dall’effetto “pesce morto” di chi ti porgeva l’arto con il trasporto di chi ti sta offrendo un moncherino senza vita, da sostenere più che da stringere.

Altre abitudini, per fortuna, la paura del contagio ce le ha fatte giubilare a noi siciliani. E speriamo per molto tempo. Per esempio quella dei baci sulle guance. Ovunque, con chiunque, per qualsiasi occasione, a qualsiasi condizione climatica, e quindi anche d’estate quando non è improbabile che il rivolo di sudore sulla tempia dell’amico che trova conveniente salutarti in tal guisa possa improvvidamente scivolargli sulle gote umettando anche le tue e suscitandoti malcelate repulsioni. Agli intollerabili no-vax preferisco perciò di gran lunga i no-kiss. Ricordo ancora come un incubo veglioni di capodanno in cui mi sono ritrovato a baciare in modo ossessivo-compulsivo degli sconosciuti, poco dopo la mezzanotte, al suono di “maracaibo balla al barracuda”.

Della stretta di mano sono invece un cultore perché è rivelatrice, più di ogni altra modalità di saluto, dell’indole di chi se la scambia e ti permette di entrare immediatamente in sintonia col prossimo meglio di qualsiasi pugno o gomitata assestata sia pure con garbo: la presa per così dire “somatoline”, flaccida cioè come un eccesso di pelle sull’interno coscia, ti fa intendere tutta l’insicurezza e irresolutezza di una persona; quella “a morsetto” o “clericale” di chi ti afferra solo le dita della mano ti fa percepire l’altezzosità di una persona; quella “dell’elemosinante” che ti porge il palmo all’insù ti fa intuire una potenziale inclinazione alla sottomissione; quella “a stantuffo” di chi, al contrario, tiene il palmo in giù è sintomatica dell’indole dominante di chi ti vuole comunicare la superiorità del suo status; quella “a pompa” di chi ti agita rapidamente il braccio come se dovesse gonfiare la ruota di una bicicletta ti rivela un tipo espansivo ed estroverso; quella “a cellophane” ti chi ti avvolge la tua con entrambe le sue mani trasmette il segnale di chi ti vuol far capire che ti puoi fidare, che non devi dubitare della sua sincerità.

Ma poi, cosa c’è di più patriottico e sacro? Sarebbe stato lo stesso il giuramento di Pontida se ai «cittadini di venti città», «convenuti dal monte, dal piano», Giovanni Berchet avesse fatto fare l’elbow bump (letteralmente “urto di gomito”) anziché far stringere loro la mano? In nome della fobia da contagio, ci toccherà rassegnarci ai saluti contactless? Coi gomiti, coi piedi, all’orientale con le mani giunte, more militari con la destra alla tempia o, peggio, col saluto romano? Rispolvereremo bombette, feluche e cilindri per scappellarci alla bisogna o adotteremo il saluto vulcaniano del dottor Spock di Star Trek?

Frankestein Junior (1974), di Mel Brooks

Tra un tè freddo e una granita, mi rendo conto che in tre quarti d’ora ho già rispolverato quasi tutto il vecchio repertorio del cazzeggio condiviso finché G. dice di dover andar via, al mare. E non provo alcuna invidia a sentirglielo dire, reputando per conto mio il sopravvenuto suo impegno analogo a una pena purgatoriale. Mi fa soffrire invece il modo in cui si congeda, mostrandomi ancora una volta il gomito. Mi viene da sorridere ogni volta che qualcuno mi saluta così perché mi ricordo puntualmente la scena di Frankestein Junior in cui lo scienziato e docente universitario Frederick von Frankenstein, in procinto di prendere un treno diretto a New York, saluta così la sua fidanzata Elizabeth alla stazione.

Decido di osare, tendendo la mano per prendere la sua. Sarei disposto a portarmene le dita al cuore come fanno in Malesia, o ad appoggiarne delicatamente il dorso sulla mia fronte, magari con un leggero inchino, come nelle Filippine. In Botswana, addirittura, salutarsi è quasi una lotta: si stende il braccio destro, si appoggia la mano sinistra sul gomito destro come nel classico “gesto dell’ombrello”, si afferrano le mani dell’altro al di sopra del polso, si stringono incrociando i pollici e ci si prendono le altre quattro dita. Mi accontenterei di molto meno. G. sembra intuire il mio desiderio e abbassa il gomito stringendomi la mano. Non faccio in tempo a sorprendermi del suo timoroso impeto di fiducia che tira fuori dalla tasca un flaconcino di amuchina per disinfettarsi l’estremità dell’arto profanato dalla mia mano impura. Ed è a quel punto che viene a me la tentazione di assestare una gomitata. Sui denti, però. Così, alla cieca.

V per “Vilitudine”

«La vendetta è un piatto che va servito freddo» – così è se vi pare, e anche se non vi pare – e questo basterebbe già a considerarla una pietanza estiva, come l’insalata di riso o il gazpacho. Certo, indigesta lo è sempre, e però il problema è che con quest’afa ci vuole comunque una bella lena a belligerare e concepire strategie di rivalsa. Non è da me. Chi meditasse vendette a mio danno, l’avrebbe vinta in partenza. E non perché mi ritenga un buono, mi riconosco mille vizi, ma almeno questo no. È pigrizia la mia. Anzi: vilitudine.

Non c’entra la viltà che è altra cosa pur biasimevole. È più una filosofia di vita che i siciliani (quelli ionico-etnei almeno) traducono in questo termine che non ha equivalenti nell’italiano standard. Ti coglie di sorpresa, prevalentemente nell’ora pànica del demone meridiano, quando s’insinua nella mente l’orrore e il fastidio di ogni cosa, tutto sembra inutile e desideri solo startene immobile a svuotare la cisterna delle passioni. S’impadronisce di te l’inerzia, l’insensibilità e la nausea del cuore, percepisci all’improvviso non solo la distanza dagli altri, ma da te stesso. Sì, saresti pure disposto a parlare o a scherzare, ma avverti una stanchezza che ti suggerisce come più proficua l’inattività perché ti fa sudare anche solo il pensiero di proferire frasi diverse da: «ma cchi mi stai cuntannu?» (ma cosa mi vieni a dire?) – con la più volgare variante «sp***u mi cunti» – e «ma cu mu fa ffari?» (ma chi me lo fa fare?), lectio ruspante dell’anglosassone I don’t care. Questa forma di astenia della mente che è la vilitudine è ciò che storicamente potrebbe giustificare in Sicilia l’immutabilità di qualsiasi status quo, sancire per legge la fondatezza dell’assunto lampedusiano per cui occorre che tutto cambi perché tutto resti com’è. Non è conservatorismo. È canicola, insopportabile, sfibrante, anestetica di tutte le migliori intenzioni.

Il sinonimo che gli si addice di più è «ignavia» che, a sua volta, è concetto che ha per lo più connotazione dispregiativa. Già, gli ignavi, poveretti: Dante li sbatte nell’Antinferno – e non è che il caldo li possa aiutare a disignavvizzarsi – ma finisce con l’intrupparci persino quel «povero cristiano» di papa Celestino V, con il capo d’accusa di «gran rifiuto», sol perché si era reso realisticamente conto che a combattere tutta la vita contro i mulini a vento si rischia di essere tacciati di velleitarismo. Una perfida vendetta bella e buona, insomma, quella del sommo Poeta, che si tolse così lo sfizio di ipnotizzare quel sant’uomo nella maschera dell’indolente e della viltà eletta a norma di vita. Maddeché? A dirla giusta, lo faceva rosicare la sua abdicazione che spianava la strada al pontificato teocratico di Bonifacio VII, il «novello anticristo» (a detta di Iacopone da Todi), il traditore della missione religiosa della Chiesa che non si sarebbe fatto scrupoli di «torre a ‘inganno / La bella Donna, e poi di farne strazio», il cospiratore che avrebbe ribaltato i rapporti di forza tra guelfi a Firenze consegnando la città alla parte Nera e confinando all’esilio i Bianchi, tra cui Dante condannato in contumacia al rogo e alla distruzione della casa.

Siamo seri, che mezzi aveva Celestino per mettersi contro i poteri forti di allora? Non codardia, semmai vilitudine quella di Pietro Angelerio da Morrone, Papa per obbedienza e dimissionario per coscienza, coerente con la vocazione di chi sceglie di non lottare non per viltà, ma per onestà, quella di chi sa riconoscere ed accettare i propri limiti. A Dante però capitava ogni tanto di schiumare rabbia e anziché metter mano alla spada usava la penna, che a volte fa più male, e a farne le spese fu il povero Celestino, unica particella di sodio nel gran mare dell’Inferno.

Brutte bestie l’ira e il rancore, moventi di grandi narrazioni a partire dalla Genesi. La Bibbia tracima d’ira, dalla cacciata dall’Eden di Adamo al Diluvio, alla distruzione della torre di Babele, di Sodoma e Gomorra e così via. Ci scandalizziamo per l’alto tasso di aggressività della nostra società e dimentichiamo che siamo noi stessi la conseguenza, nessuno escluso, di una solenne incazzatura divina, per il dispetto di un uomo e una donna a cui era stata vietata una mela. Si poteva risolvere burocraticamente e invece no, maledizioni su maledizioni: contro Eva, contro Adamo, contro il serpente, contro tutta la Terra. Il ruolo di Dio contempla il furore, rancore a palla e diluvi universali, e non fanno eccezione gli dei greci da Zeus “folgoratore” ad Atena, saggia sì, ma ‘ncazzusa come un Ariete (in senso zodiacale). Non le può pace il saccheggio di Troia e mette contro Menelao e Agamennone in una controversia che, al confronto, una causa di divorzio è un raduno di figli dei fiori e, non contenta, scatena tempeste che affondano navi di guerrieri – mischìni – che volevano solo tornare a casa, e anzi si preoccupa lei stessa di scagliare un fulmine contro la nave di Aiace, suscitando persino la compassione di Poseidone che lo salva.

Ma anche tu – Aiace, Aiace – esci da sotto un treno, ma stattene quieto anziché vantarti di averla fatta franca nonostante la potenza di Atena. Non sia mai, fai smuovere i nervi pure a chi ti ha parato le terga. Non te la prendere se il tuo stesso salvatore, Poseidone, ti spacca con il tridente lo scoglio dove ti sei rifugiato e ti fa annegare per punire la tua vanagloria. Te la sei cercata. E anche il dio dei cristiani non scherza e pure suo figlio che è mite come un agnello, ma come tutti i buoni e cari quando gli girano manda all’aria i banchi dei mercanti nel tempio. E per un mite Francesco che ammansisce ferocissimi lupi c’è sempre un Tommaso da Celano che ti ricorda che nel dies irae “ora in favilla / come attestò / Davide e la Sibilla / il secolo si dissolve / nell’alta squilla”. Come non c’è fumo senza fiamma, così non c’è ira che non abbia avuto i suoi eroi: Achille, Ulisse, Aiace, Turno. Financo al pio Enea girano i cabbasisi e sgozza otto giovani sul rogo di Pallante.

Se nella Commedia dantesca fossero stati compresi tutti i personaggi mitologici e letterari (Petrarca ne fa un vero e proprio catalogo nei Trionfi) la stazione degli iracondi avvolti da un fumo oscuro e denso che li acceca e irrita loro gli occhi sarebbe stata la più affollata e il povero Flegiàs avrebbe avuto più daffare dei traghettatori al porto di Messina a Ferragosto. E con loro i cattivi, gli antipatici, i vendicativi e gli impulsivi. Tutti ad agitarsi, a gridar «vendetta, tremenda vendetta», e ira e livore, rabbia e rancore.

E certo fa sorridere l’incontro del sommo con Filippo Argenti «fiorentino spirito bizzarro» che lo provoca non rivelandogli il suo nome per dispetto. E il bello è che Dante s’incazza, e lo maledice, e sadicamente rivela a Virgilio (la sua ragione), che gli piacerebbe vedere quell’anima «attuffare nella broda» fangosa in cui gli iracondi «si percotean non pur con mano, / ma con la testa e col petto e coi piedi, / troncandosi co’ denti a brano a brano». Perfido e malmostoso Dante a cui la guida fa capire che non è sbagliato provare ira, ma che bisogna saperla usare al momento giusto, nella misura giusta, con le persone giuste e per una causa giusta.

Ma chi ce lo fa fare? Siamo accumulatori seriali di tensioni varie, immagazziniamo quotidianamente energia negativa che non riusciamo a gestire e che redistribuiamo con disordinata e pericolosa imprudenza di cui sono spie le tante espressioni idiomatiche che ci avvertono dell’imminente pericolo di esplosione. Lasciamo perdere quelle in disuso come «perdere le staffe» o «i freni»,«uscire dai gangheri» o «avere un diavolo per capello»; ai più – e al giorno d’oggi, a sentirle parlare, anche alle donne, con bizzarra contraddizione anatomica – «girano i c***ni», gli si rompe «il c***o», a riprova del fatto che anche solo tentare di dominare questo stato d’animo ci fa andare «fuori di testa» ed è il problema dei problemi. Nel Mestiere di vivere Cesare Pavese scriveva che «si accumula rabbia, umiliazioni, ferocie, angosce, pianti, frenesie e alla fine ci si trova un cancro, una nefrite, un diabete, una sclerosi che ci annienta». Ed è così: il vizio capitale della rabbia, «la più turpe» delle passioni a dire di Seneca, ci rende deformi, non per niente l’iconografia medievale la raffigura come una donna dal viso deformato da una smorfia che si lacera la veste e mostra il petto nudo.

Certo, non è da sottovalutare il potere terapeutico dell’incazzatura come valvola di sfogo delle nostre frustrazioni purché dopo si riacquisti la lucidità necessaria a capire che quando ci adiriamo non entriamo in conflitto solo con gli altri, ma con noi stessi tant’è che ci spaventa la nostra stessa ira. Ci sgomenta quel sentire l’impulso cieco e violento che monta in testa e ci carica come la dinamo della bicicletta in una discesa a precipizio. Stiamo male, ma crediamo di sapere cosa può farci star bene: vendicarci, farla pagare, cantarne quattro. È come una possessione demoniaca per cui non c’è esorcista che tenga, uno stato di trance minacciosa che non ci fa vedere né a a un palmo dal naso né a un chilometro. Come se ci precipitassero in un ring a combattere contro qualcuno non ad armi pari, ma con un mitra enorme che non sappiamo usare e che finisce con lo sparare all’impazzata. Per Leopardi (che «stracciava» con rabbia le vivande, spezzando «non so quante forchette», come scrive il padre Monaldo in una lettera ad Antonio Ra­nieri), l’ira è una «passione molto maggiore e più forte che non è conveniente alla tenuità della vita», la quale «opera più efficacemente che l’amore e la gratitudine».

Come si fa fronte allora a tutto questo? Andando in giro per il mondo a predicare la vilitudine, appunto, una forma di resistenza, di imperturbabilità, di atarassia. Che non è contrap­posizione tra passione e ragione, bensì fra passività e attività o, come direbbe Spinoza, fra idee «adeguate» e idee «non adeguate». Che è cosa diversa dal perdono. A un giovane insolente che gli aveva sputato in faccia, Diogene rispose: «Non mi adiro, però ho i miei dubbi se sia giusto o no». E anche se era Diogene, sono pressoché sicuro che in altre circostanze una malajangata (un malrovescio) gliel’avrebbe girata.

Pacchioni e pachidermi: body shaming on stage

Nell’isola in cui la rivendicazione di un primato tra la parte occidentale e quella orientale sta tutto dentro la desinenza che determina il nome da assegnare a una palla di riso variamente farcita (arancin-a o arancin-o) ben altre risonanze e conseguenze ha la declinazione del termine pacchione. Il palermitano che lo usa evoca generalmente, e in un senso inequivocabilmente dispregiativo, un individuo di sesso maschile in condizioni di sovrappeso. In greco esisteva l’aggettivo maschile pachýs che significa “grosso”, “pesante”, da cui “pachiderma”, ma l’origine potrebbe anche essere da “chiappa”, cioè la natica, che è la parte più voluminosa del corpo, che per metàtesi diventa “pacchia”: “fare la pacchia” vuol dire condurre una vita sedentaria e quindi ingrassare. Di più: la densità semantica può variare in ragione della maggiore o minore apertura della vocale interna per cui si può rappresentare un diverso grado di obesità anche solo allargandola e allungandola (“talé cche pacchiuuuni” è già diverso da “talé cche pacchiuni”). Per il catanese, lo stesso termine si riferisce di solito a una donna oltremodo avvenente, ma la sua gradazione dipende dall’intensità con cui si pronuncia il suo prefisso e, in particolare, la consonante esplosiva iniziale (“talìa cchi pppacchiuni”). L’etimologia è da riferire a “pacchio” che in catanese indica l’organo genitale femminile; i linguisti potrebbero aiutarmi a stabilire se l’origine sia dalla velarizzazione dell’aggettivo latino “patulus” che si riferisce a un’apertura. E però, nell’uso comune, è invalsa in entrambi i capoluoghi l’abitudine a riferire il termine anche al sesso opposto per cui è sempre più frequente a Palermo l’uso di “pacchiona” per una donna di taglia forte e a Catania di “pacchione” per riferirsi anche a un bel ragazzo. C’è però un comune denominatore, in entrambi i casi, e cioè il giudizio di valore assegnato al soggetto cui si riferisce l’epiteto, in ragione esclusiva del suo aspetto fisico. Nel primo caso, “pacchione” ha un valore dispregiativo della persona, nel secondo vorrebbe essere un apprezzamento lusinghiero che però insiste troppo su una valenza quasi esclusivamente sessuale e concupiscente. Trattasi, in entrambi i casi, di quel che si definisce body shaming, ossia la peste etica del nuovo millennio, che non risparmia nessuno, anche se sono le donne a esserne più frequentemente vittime, l’abitudine cioè a giudicare gli altri sulla base del loro aspetto fisico e della corrispondenza a parametri estetici più o meno imposti dalla società e dai media.

Foto di Antonio Parrinello

La pacchiona è anche un’opera in scena in questi giorni a Catania, quel che si dice un dramedy, l’ibridazione cioè di elementi tipici della commedia (battute argute, vivaci diatribe) con quelli del dramma (contenuti importanti, temi e personaggi complessi). Prodotto dal Teatro Stabile della città, è la versione italiana di un opera del 2004 del regista, sceneggiatore e drammaturgo americano Neil LaBute, dal titolo Fat pig, segmento di un progetto più ampio che prende il nome di Trilogia della bellezza. Nell’allestimento nostrano la traduzione e l’adattamento sono di Marcello Cotugno (che ne firma anche la regia) e di Gianluca Ficca, gli attori sono Paolo Mazzarelli, Federica Carruba Toscano, Chiara Gambino e Alessandro Lui (tutti molto bravi ed efficaci), mentre la vicenda è trasposta in Sicilia.

Poco male, non è solo l’America la patria di tutte le possibili contraddizioni che generano conflitti – e quindi storie – dal momento che le opere di LaBute non hanno una vincolante e precisa topografia di riferimento. Quel che contano sono i concetti e in questo caso il tema dell’ossessione dell’apparenza, della sopravvalutazione dell’aspetto fisico in una società – che è anche quella siciliana – che esalta soprattutto gli individui che corrispondono esteriormente a paradigmi di desiderabilità imposti dal sistema dei consumi. A primo acchito mi ha ricordato certe situazioni di un film – Hairspray – del provocatorio e dissacrante John Waters, uscito in Italia col pessimo titolo Grasso è bello, ma lì in modo decisamente scanzonato si parlava anche di altre discriminazioni, come quelle razziali.

Qui invece tutto ruota attorno ad Elena e Tommaso, la prima è una bibliotecaria palermitana il cui essere oversize non fa velo a un’indiscutibile simpatia, frutto di modi diretti e sfacciatamente onesti, pur se gentili, l’uomo è invece un professionista milanese che lavora in Sicilia per conto di una società in cui sono impiegati anche il suo migliore amico e una contabile con cui ha già avuto una relazione alquanto tossica. S’incontrano in un ristorante affollato all’ora di pranzo e iniziano a parlarsi e piacersi per passare di lì a poco a poco a frequentarsi. Fin qui niente di straordinario, fino a quando la loro non diventa una relazione stabile. È a quel punto che dovranno fare i conti con gli ammiccamenti, le battute, la diffidenza e la cattiveria di tutti coloro – e sono i più – che considerano la sessualità la riserva esclusiva di chi ha corpi tonici, e che dalla modellizzazione del proprio corpo ricavano il proprio simulacro di felicità e di benessere.

Ragazza inequivocabilmente buona, ironica ed autoironica, vulnerabile e vittima delle mistificazioni culturali, ma sincera e onesta, Elena ha imparato faticosamente ad accettarsi e a vivere come desidera, anche se costretta a subire le pressioni di chi la vorrebbe diversa e non la accetta perché non conforme ai propri standard di bellezza. Il fascino della rappresentazione deriva proprio dal livello in cui lo spettatore vedrà come imbarazzante la relazione col bel Tommaso, nell’instabilità dello sguardo costretto a confrontarsi con i propri impulsi e pregiudizi, gli stessi con cui deve confrontarsi l’uomo per affrontare il crescente disagio di una relazione che lo espone al timore di apparire ridicolo benché innamorato. In questo senso, la scena che mi è sembrata più potente è quella in cui i due si accingono a fare l’amore mentre guardano uno dei tanti spaghetti-western a cui l’ha fatta appassionare da bambina il padre. Al di là dell’imbarazzo di fronte a cui è messo il pubblico nel vedere una donna sovrappeso svestita che cerca di provocare e sedurre un uomo molto attraente, nell’intimità di quella situazione e con quelle immagini che scorrono e che avevano costituito la colonna sonora dell’età in cui aveva negato la propria sessualità proprio a causa della sua costituzione, Elena ha un blocco che le impedisce il rapporto fisico con Tommaso e che comincia a far incrinare la relazione con l’uomo.

Foto di Antonio Parrinello

Quel che colpisce e traumatizza lo spettatore non è tanto il linguaggio utilizzato dai ripugnanti personaggi di supporto che rappresentano la crudeltà di una società alienata, quanto lo shock del riconoscersi in individui orribili che dicono cose spregevoli e misogine. Per cui all’inizio riusciamo anche a ridere, ma via via ci rendiamo conto che l’effetto disturbante di certe situazioni discriminatorie è dato dal nostro rispecchiamento in caratteri narcisisti che sono sì odiosi, ma non più di quanto non potremmo esserlo noi in circostanze analoghe. La visione di LaBute è scettica riguardo alla possibilità che al giorno d’oggi si possa essere davvero in grado di costruire relazioni positive di qualsiasi tipo. Semplicemente i nostri tempi non offrono le condizioni per poter evitare i conflitti e le angosce che derivano dal sentirsi sempre nel raggio di osservazione di un radar sociale che illumina solo chi persegue la dittatura del successo. Ed è proprio ai personaggi più odiosi che l’autore affida la chiave di lettura dell’opera, sono loro a dirci che siamo tutti incapaci di sopportare la diversità e che saremmo disposti a morire pur di non rischiare la disapprovazione. La pacchiona perciò ci riguarda e ci colpisce non tanto perché intercetta la nostra facile riprovazione verso il body shaming quanto perché smaschera le piccole e grandi viltà da cui nessuno può ritenersi immune e su cui non si può fare a meno di riflettere anche il giorno dopo aver visto lo spettacolo. Che è quanto il teatro dovrebbe sempre riuscire a fare.

Di chierichetti, usignoli e scimmie disperate

Mi sono innamorato di Françoise Hardy quando non era più Françoise Hardy. Per meglio dire: lei è ancora viva e lotta insieme a noi (noi sognatori perenni, intendo.) Ma ero ancora troppo piccolo quando già spezzava cuori, troppo inconsapevole del mio perché potesse anche solo intaccarlo.

Isabelle Adjani
Nastassja Kinski

Il tempo delle mele che ho vissuto ha conosciuto invece altre malìe – su tutte quella di Ornella Muti (la cui bellezza senza tempo faceva velo al reale talento, compreso invece, e non per caso, da tanti maestri del cinema) e Isabelle Adjani (eterea nel suo pallore disincarnato per l’Herzog di Nosferatu almeno quanto lo era stata per Truffaut in Adele H) – e quando le mele cominciavano a diventare al massimo pere bollite ho tributato culti ad altre icone – da Nastassia Kinski (il suo viso d’angelo in Tess di Polanski avrebbe fatto impallidire persino la Laura di Petrarca) a Wynona Ryder (struggente Mina Murray in quel capolavoro che è il Dracula di Coppola).

Wynona Ryder

Di tutte ho tenuto i ritratti sul comodino da dare in pasto alle mie illusioni. E a tutte ho scritto lettere appassionate che non hanno mai letto. Altrimenti…

E però Françoise… Françoise è un mistero per me, una corrispondenza tardiva; non l’avevo incontrata mai da ragazzino nemmeno nei fotoromanzi che leggevo mentre aspettavo che mia madre finisse dalla parrucchiera dove mi portava quando non aveva a chi lasciarmi. Mi ritorna in mente ancora l’odore di lacca e di pettegolezzi di quella sala dove un magnetofono Geloso (così si chiamava) diffondeva le canzoni di Morandi, di Battisti, di Ornella Vanoni e Peppino Di Capri.

Anche in casa mia ce n’era uno, e io che me n’ero conquistato sul campo la titolarità ne ero “geloso” custode non solo perché avevo mostrato precoci interessi “musicarelli”, ma perché era prodotto da una ditta che portava il mio nome (Magnetofoni Castelli), cosa che bastava già a inorgoglirmi anche senz’essere nemmeno lontanamente imparentato col suo inventore.

Ad eccezione degli chansonnier consacrati – Brel, Brassens, Moustaki, Aznavour, Bécaud, Piaf, Trenet, Montand – del pop transalpino non arrivava granché, e persino la hit più famosa a cavallo tra Sessanta e Settanta si doveva ascoltare clandestinamente, tanto intensi e scandalosi turbamenti provocava. Jane Birkin che sussurra a Serge Gainsbourg Je t’aime moi non plus era una specie di amplesso virtuale. Ma interruptus, almeno per me, considerato che appena partiva la musica mia madre, o chi per lei, premeva il tasto stop, a tutela dell’innocenza di cui si faceva garante insieme alla sua coiffeuse e al prete della parrocchia in cui servivo messa.

Lo stesso che a quella vespertina, successiva all’ora di catechismo, ti metteva in guardia dal commettere atti impuri ammonendoti che “Dio ti vede”. Quello sguardo torvo me lo sono portato appresso per molto tempo, ma a distogliere la sua attenzione sono valse per fortuna le tante storie in musica che ascoltavo e che dell’amore mi insegnavano ben altro che il senso di colpa.

È stato così che ho potuto scoprire Françoise, cantrice del disordine d’amore e della fragilità adolescenziale; tous les garçons et les fille a cui dava voce non ragionavano che di questo, a questo pensavano, ed è anche grazie alla sua voce, soffice come la schiuma dello shampoo che la parrucchiera faceva a mia madre, prototipo inarrivabile di tutte le “carlebruni” successive, che ho scoperto che all’amore si è può essere iniziati con leggerezza e discrezione, e che anche gli addii si possono pronunciare gentilmente.

Françoise, fascino castano esaltato da una silhouette longilinea, con i suoi capelli lisci sulle spalle e la frangetta che incorniciava occhi che ti scavavano l’anima, un’alchimia di ebbrezza vitalistica e malinconia che era l’essenza stessa della generazione yé-yé che proprio lei aveva inventato: una Princesse de Cléves di lafayettiana memoria, così bella che avresti detto di poterla amare per sempre. Che la sua generazione le abbia devotamente tributato il culto che si addice alle divinità lo testimoniano le decine di citazioni che le hanno riservato cineasti (Lelouch, Ozon, Bertolucci, Anderson tra tanti altri) e scrittori da Prévert (nella poesia Une plante vert dice che «sous le charme de Françoise Hardy on entend palpiter la vie») a Manuel Vàzquez Montalban («ya estaba / en la misma canción la imposible / penumbra, / el imposible rincón / del noctámbulo»: era già nella stessa canzone l’impossibile crepuscolo, l’angolo impossibile del nottambulo). E ancora i musicisti che la idealizzarono, da Bob Dylan a Mick Jagger e David Bowie .

Che tristezza sapere che non canterà più perché una malattia contro cui lotta da almeno quindici anni le ha colpito anche la gola. Come sentire che un usignolo non possa più emettere il suo verso. L’ho scoperto googlando alla ricerca di notizie che la riguardassero, dopo essermi imbattuto in un suo curioso monologo-confessione (L’amore folle), tradotto e pubblicato qualche anno fa in Italia ad opera di una piccola e benemerita casa editrice fiorentina (Edizioni Clichy) e che fa il paio con la sua autobiografia, inedita in Italia, dal titolo Le désespoir des singes, com’è detta l’araucaria – disperazione delle scimmie – per via delle sue foglie a forma di scaglie appuntite che impedisce ai primati di arrampicarvisi. Nel suo romanzo emerge proprio questo contrasto tra la compostezza e l’equilibrio dell’apparenza e il tormento di chi quella forma indossa. E così affiora tutto il travaglio esistenziale di una donna che avresti pacificamente apparentato alle madonne della poesia cortese, all’apollinea bellezza delle veneri rinascimentali, e che invece ti grida inaspettatamente in faccia che l’amore è una bestia indomabile che ti squassa e ti spoglia di ogni pudore, di ogni dignità. Può capitare così che si tramuti in un’ossessione in cui non si capisce più chi è la vittima e chi il carnefice, chi arma la mano che prima o poi ucciderà l’altro. Sia chiaro: Breton non c’entra. L’amore che il titolo evoca è l’amore tout court, quello che rende folle chi ama per il fatto stesso che ama. Ed è una follia quasi inevitabile, da attraversare fino in fondo perché solo lì risiede la sua verità.

Nella sua finzione Françoise racconta della liaison con un uomo che viene nominato solo come X, non particolarmente attraente, anzi tanto diverso dalla donna che parla (peraltro con una stupefacente sorveglianza stilistica da scrittrice smaliziata) e che però le appare come «uno di quegli esseri davanti ai quali tutte le difese crollano prima che ce ne rendiamo conto, soprattutto perché non hanno consapevolezza del loro potere». Le tappe che scandiscono la loro relazione – devozione, sofferenza, gelosia, assenza – sono quelle tipiche dell’attrazione fatale e trascendono il rapporto fisico. Perché l’amore, come canta Brunori Sas, “è un colpo di pistola”, è un’onda che travolge e devasta, ti disarma, lasciandoti in balìa di un dio che ti possiede e parla al posto tuo. È la socratica katokoché: una forma di possessione vera e propria che disloca la Ragione (atopía, la chiama il filosofo) e fa sì che, quando amiamo, non disponiamo più di noi stessi perché il nostro Io ha già perso il consueto ordine delle proprie connessioni per lasciare che sia qualcos’altro ad agirlo. L’istinto e il godimento dei corpi non c’entrano niente, ciò che accade è l’accamparsi di un’entità che si fa arbitro tra la nostra dimensione razionale e quella folle e l’innamorato che non fa i conti con la parte irrazionale di sé semplicemente non ha mai conosciuto Amore. Il fatto è che non puoi prevederlo né evitarlo, in seguito, perché ti precipita dentro per caso, a condizione che le sue crepe presentino una sufficiente simmetria con le tue, rendendoti un pazzo la cui follia, lungi dall’essere un handicap, è invece ciò che dà alla tua vita il suo unico e possibile interesse.

Confesso: il fatto che a dirmelo sia la bellezza quintessenziale che avevo associato all’idea di un’educazione sentimentale rassicurante, foriera di quel “discernimento” e di quella “reciprocità” che si addicono alle relazioni “funzionali” ha dislocato un po’ anche me, ma tutto sommato posso farmi piacere per un po’ l’idea che tutto ciò che si avvicina alla follia, lungi dall’essere tossico, a volte può risultare persino necessario.