E fattela una risata!

Il tweet di Feltri (a imperitura vergogna)

Il “giornalista” Vittorio Feltri, il cui buon gusto è da tempo seppellito sotto le macerie della deontologia professionale cui ogni professionista dell’informazione si dovrebbe attenere, trova su Twitter il modo di fare del sarcasmo d’accatto nientemeno che su uno tra i reati più disgustosi e lesivi della dignità umana: lo stupro. Di fronte alle rimostranze di chi si è a dir poco scandalizzato per la battuta da trivio con cui mostrava di ammirare la stupratore piuttosto che solidarizzare con la vittima, ha ritenuto di dover cancellare cotanto parto intellettuale. Lo ha fatto persino con un pizzico di fastidio per la mancanza di sense of humour dell’utente medio dei social rubricato, a suo dire, al rango di una “lumaca bollita”.

Il conduttore di Striscia la notizia Valerio Staffelli si è reso protagonista di un imbarazzante siparietto con cui, nel consueto stile cafonal del noto programma Mediaset, a essere canzonata era l’attrice Ambra Angiolini per la fine della sua relazione sentimentale con l’allenatore della Juventus Massimiliano Allegri. Si dirà: non è la prima e, da che mondo è mondo, il privato dei personaggi pubblici lo è molto meno di quello dei comuni mortali. D’accordo. Sorvolo sul dato fin troppo palese che, in entrambi i casi, il soggetto da attaccare ed umiliare sia stata una donna e che dimostra, qualora ce ne fosse bisogno, quanta strada ci sia ancora da fare verso la giubilazione di ogni variante di mentalità maschilista e patriarcale. Il fatto è che la fine di una storia è pur sempre una lacerazione che qualche danno collaterale lo semina pure imponendo non dico il silenzio, che è quasi impossibile, ma almeno il rispetto della sofferenza che genera la fine di qualsiasi relazione e che non richiede grande sforzo d’immaginazione. Prova ne è il fatto che, se la reazione dell’attrice è stata sobria e tutto sommato elegante, lo è stata molto meno quella della figlia che ha dato voce, lei sì, a tutto il disappunto e la contrarietà che chiunque (e sottolineo chiunque), al posto di Ambra avrebbe provato perché ognuno di noi avrà sperimentato, almeno una volta nella vita, il dolore di una separazione su cui non c’è ironia che possa reggere.

Ma cos’hanno in comune i due episodi? Senza dubbio una malintesa concezione di ironia, priva di ogni senso di responsabilità personale nel ridurre il dolore a gag, e che ti fa ritenere che le parole che si usano per ledere la dignità di una persona siano meno gravi di una violenza fisica perché, appunto, “parole”. Che sarebbe come dire aria. L’alibi della “mancanza d’umorismo” che, per giunta, si imputa a chi è colpito dal dileggio altrui, rimbeccato con espressioni del tipo «e fattela una risata» oppure «ma io non ti volevo offendere» è la riprova di come la violenza verbale sia più subdola di quella fisica, ma non per questo meno grave. Offendere significa, letteralmente, uccidere, come nell’etimologia latina del verbo: ob e fendĕre, colpire contro. Offeso era chi veniva colpito a morte con armi.

Nonostante il suo potenziale distruttivo – o forse proprio per la consapevolezza di questo – non si riesce a fare a meno di questo passepartout che è l’insulto, e che altro non è se non una forma di patologia del pensiero che si arrende alla propria debolezza e inadeguatezza. E non sono solo i social, purtroppo, il fertilizzante naturale e maleodorante di questa deriva generalizzata verso uno squid game di massa in cui sempre più spesso la violenza delle parole rappresenta il primo e più cinico strumento di sopraffazione. L’insulto è la facile scappatoia di chi non sa argomentare, il documento identificativo di chi ignora le dinamiche basilari dell’intelligenza emotiva, la riemersione dell’impulso neonatale a frignare e inveire anziché avvalersi delle conquiste maturate nel momento in cui abbiamo sviluppato il linguaggio e con esso la nostra capacità di relazione. L’American Psychological Association ha recentemente affermato che l’abuso verbale o psicologico è meno affrontato rispetto a quello fisico o sessuale, ma comporta conseguenze negative sulla salute mentale uguali o superiori.

Wittgenstein dal canto suo sosteneva che «i limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo», cogliendo così una verità importante e cioè il fatto che le parole con cui scegliamo di descrivere, rappresentare i fatti, formulare opinioni, determinano il modo in cui costruiamo le relazioni sociali. Quanto più ampi sono i nostri limiti linguistici e la nostra incapacità di formulare concetti con un linguaggio adeguato, tanto minore è la possibilità che abbiamo di comprendere e descrivere il mondo. E in un recente bel libro dal titolo Lingua e essere, la giornalista e attivista tedesca Kübra Gümüşay dice che «chiamare gli esseri umani come vogliono essere chiamati non è questione di gentilezza e neanche simbolo di correttezza politica o di un atteggiamento progressista – è semplicemente una questione di decenza umana».

Certo non voglio sostenere che, in nome di una retorica conciliativa, gli insulti debbano essere messi al bando e bisogna arrendersi agli eufemismi ad ogni costo perché ciò significherebbe la rinuncia all’idea che la lingua serva, in tutta la propria ricchezza espressiva, anche ad affrontare tutte le possibili situazioni conflittuali. Ma altro è riconoscere che la libertà d’espressione finisce dove inizia il rispetto della dignità personale e non la si può sempre invocare come la facile giustificazione di chi in realtà trova legittimo così veicolare ogni tipo di discriminazione.

«Sempre tesi! Sempre tesi!»

Nella fattispecie, non è il mantra declamato durante un comizio dal noto personaggio dell’onorevole di Carlo Verdone, ma l’esclamazione che mi viene spontanea nei giorni dedicati interamente alla correzione delle tesi di laurea e degli elaborati dei miei allievi: «Sempre tesi!». Mi sembra di non finire mai di leggerne. E leggendole mi chiedo sempre se sarò riuscito a far capire loro cosa mi aspetto. Provo allora a spiegare il cosa e il perché di quello che è, o dovrebbe essere, il lavoro che corona i loro studi. Il come fare la tesi è un’altra faccenda, un po’ più complicata, che lascio per ora da parte.

Intanto, e mi riferisco agli studenti dei corsi di laurea triennali, non chiamatele tesi. L’attuale ordinamento universitario prevede per il primo ciclo di studi lo svolgimento di una prova finale. Si può sicuramente disquisire sull’infelicità dell’espressione, dal momento che la denominazione fa pensare a qualcosa di definitivo, minaccioso e inappellabile: una sfida da giorno del giudizio, dopo la quale sembrerebbe che tutto abbia termine quando invece il bello deve ancora venire. Altre prove vi attendono, cari studenti, ben più difficili e ansiogene (pensate anche solo a quanto sarà difficile sottoporvi al giudizio dei vostri futuri suoceri o alla pazienza che dovrete dimostrare nel tollerare alcuni vostri futuri colleghi di lavoro). Chi poi sceglierà l’upgrade di un ciclo magistrale si troverà, dopo aver sostenuto tutti gli esami previsti dal suo piano di studi, a svolgere la vera e propria tesi di laurea che è un lavoro di ricerca ben diverso da quello svolto nel triennio. 

Il primo dei dilemmi di uno studente è però relativo alla tempistica con cui mettersi alla ricerca di un relatore anche perché egli è ben consapevole che lungo e tortuoso sarà il giro delle parrocchie per elemosinare l’attenzione e la disponibilità di un docente che lo accolga ed assista nel periglioso viaggio verso il cosiddetto “pezzo di carta”. Sa bene, perché si sarà già confrontato con i propri colleghi, che il professore Tale “non accetta studenti che non abbiano almeno la media del 29”, la professoressa Talaltra segue già tre o quattro studenti e quindi (a suo dire) “ha già troppi tesisti”, il professore Tizio sdegna chiunque abbia sostenuto l’esame della propria materia con una votazione inferiore al trenta e lode (ma, attenzione, va bene anche senza bacio in fronte) mentre l’assistente che fa da filtro all’oberatissimo presidente del corso di studi sulla “Fenomenologia delle caramelle gommose” metterà sull’avviso lo sventurato giovane del fatto che dovrà lavorare almeno tre anni a un elaborato minimamente dignitoso, per produrre il quale è bene che sappia che dovrà consultare una trentina di biblioteche sparse almeno in uno dei due emisferi del globo terracqueo.

Niente paura. Il panico risparmiatelo per altre cose, per quando, ad esempio, dovrete superare l’angoscia del foglio bianco. Siate consapevoli, intanto, che scegliere il momento in cui cominciare a pensare alla tesi (la chiamerò sempre così per comodità) dev’essere la conseguenza di un’attenta auto-valutazione del proprio percorso che tenga conto dei tempi di studio che solo lo studente conosce e della pianificazione accurata delle tappe che lo porteranno all’esame conclusivo. Mettetevi davanti il vostro piano di studi e iniziate a contare: quanti esami restano in carriera? quanti appelli avrò a disposizione? in quale di di questi sarà plausibile che supererò gli esame di profitto?

Calcolate eventualmente le variabili che possono incidere in queste misurazioni: che possibilità concrete sussistono perché il docente nevrotico che vi ha già bocciato due volte possa, il giorno dell’esame, essere in un inaspettato stato di grazia che lo indurrà conseguentemente a graziarvi anche se non avete studiato? quanto saprete resistere, fino alla data dell’appello, alla tentazione di chiamare la collega o il collega di cui siete inutilmente infatuate/i per chiederle/gli di (far finta) di prepararvi insieme all’esame piuttosto che disattivare il sistema ormonale, per il tempo strettamente necessario, attivando al contempo solo quello cerebrale che vi consenta un’esclusiva e propedeutica full immersion nello studio? Cose così, insomma, che a uno studente già addestrato all’esercizio critico non dovrebbero risultare ostiche da considerare. Una volta che si avrà chiaro tutto questo, sarà più facile immaginare la sessione di laurea cui concorrere, tenendo presente anche il tempo necessario per la realizzazione delle fasi in cui si articola un progetto di tesi.

A quel punto, sorge spontanea la Madre di tutte le domande: «su cosa fare la tesi?». Non nascondiamocelo: spesso gli studenti non scelgono l’argomento, ma il docente. E per ragioni tra le più disparate: la disponibilità, la preparazione che gli si riconosce (per reputazione o per prova), la simpatia, il carisma, il ricordo delle sue lezioni, il voto preso all’esame con lui, il passaparola, la disperazione per il fatto di non averne trovati altri… Fatto è che scegliere un argomento significa comunque scegliere anche il relatore. Qualunque siano le motivazioni in gioco, è bene però che il giovane sappia che essere scelti dipende anche da come si riuscirà a essere convincenti agli occhi del professore il quale, che ci crediate o no, aspira anche lui ad essere scelto da studenti che si dimostrino brillanti, preparati, motivati. Vi assicuro che, nell’arco di una carriera, non sono poi tanti i giovani di cui si potrà orgogliosamente dire: «è una/a mia/o allieva/o». Per questo è importante non mostrare di avere idee confuse su cosa si vorrebbe fare e sulle concrete motivazioni.

Fatta eccezione per i casi in cui – ma questo dipende dai vari contesti universitari – l’approccio è di tipo burocratico, regolato cioè da automatismi d’ufficio, soprattutto nei dipartimenti umanistici lo studente può contare su un approccio più flessibile e dialettico che consente una maggiore possibilità di mediazione col docente. Personalmente cerco sempre di “studiare” chi ho di fronte, parlandoci a lungo, chiedendo dei suoi interessi, anche di quelli extra-universitari, perché è proprio dal modo in cui parla che mi faccio la prima idea di come pensa. Non mi piace imporre degli argomenti, cerco sempre di porre delle alternative, di mettere un giovane in condizione di scegliere di cosa interessarsi. Da chi non dimostra subito curiosità o motivazione, so già che non dovrò aspettarmi più del diligente adempimento di un compito. E, per carità, va bene pure quello. Studi, scrivi, correggo, consegni, discuti, arrivederci e grazie. Ma, dal momento in cui scegli un professore e un argomento da studiare, inizia un rapporto che, come accade per qualsiasi tipo di relazione, non sarà mai univoco.

Ci sarà perciò il laureando che definisco Bimby, dal nome di una famosa macchina da cucina che ha di caratteristico questo: ci metti dentro tutti gli ingredienti, la metti in funzione, ti occupi d’altro e, alla scadenza del tempo assegnato per la cottura, ti serve il pasto già cucinato. Soluzione comoda, ma ben lontana dal farti dire che sai cucinare o che hai uno chef tra i fornelli. Qual è il vantaggio? Risparmi tempo, se non ne hai molto a disposizione. Tutto qui. Lo studente Bimby è quello che non si fa domande, accetta tutto ciò che gli proponi, si consegna mani e piedi a te e chiede solo che tu gli dia tutta la materia prima che dovrà elaborare (argomento e bibliografia), imposti funzioni di cottura (metodologia di ricerca, suddivisione del lavoro in capitoli e paragrafi) e timer (scadenza di consegna) e aspetta solo che tu prema il pulsante di accensione. Esegue solamente ciò che il docente ha stabilito e non si preoccupa del tipo di apporto originale ed autonomo che può dare alla ricerca.

C’è poi il laureando Masterchef, quello a cui tu metti davanti tanti ingredienti tra cui scegliere. Lui cerca di sondarne fino in fondo le caratteristiche organolettiche, di intuirne le possibili combinazioni in funzione di un risultato, e lui prova, valuta, azzarda, mosso dalla curiosità e dalla passione, da una disposizione attiva e propositiva che non ha come obiettivo l’eccellenza, ma la costante tensione versa essa. Non ha la pretesa di imporre qualcosa, di proporre invece sì. Ma spiegando cosa vorrebbe cucinare e come pensa di farlo (tempi, contenuti, metodi, letture e studi propedeutici). Dopodiché cerca di far capire al docente che sa quali strumenti usare e quali passaggi sono necessari per lavorare le materie prime, e gli fa capire che colui che ha davanti non è il trainer che dovrà assegnargli gli esercizi da fare, ma il consulente a cui chiedere dritte (dove trovo quella spezia che mi manca? quanto mi conviene lavorare quell’impasto senza correre il rischio di farlo impazzire?) solo perché più esperiente.

Lo studente Bimby forse si laureerà presto (come chiedono mamma e papà), ma nella misura in cui avrà scelto di studiare in ragione di necessità che prescindono da un proprio progetto di sviluppo personale, avrà perso la bella opportunità di far diventare la propria tesi l’occasione per aumentare e raffinare le proprie conoscenze, capacità, relazioni che non appartengono solo al contingente, ma che dovrà comunque prima o poi imparare a sviluppare nei contesti sociali e lavorativi in cui penserà di inserirsi ed affermarsi. Parlo di capacità di relazione, organizzazione, analisi, decisione ed espressione.

Perciò, al prossimo studente che verrà a chiedermi la tesi, mi sento di chiedere solo: che tipo di laureando vorresti essere?

La resistenza delle donne

Chi si trovasse in questi giorni a Catania avrebbe più di un buon motivo per assistere allo spettacolo con cui il Teatro Stabile della città inaugura la nuova stagione. La prima è che ci si trova di fronte a una messinscena coraggiosa per scelta linguistica e necessaria per implicazioni etico-sociali. La si deve a Laura Sicignano che dà voci e volti a un testo – Donne in guerra – scritto insieme ad Alessandra Vannucci, che arriva allo spettatore come un uppercut da cui è complicato riprendersi perché ti lievita dentro e ti “disturba” (come dovrebbe sempre fare il teatro) costringendoti a pensare anche a distanza di giorni.

Era da molto tempo che non mi capitava di emozionarmi fino alle lacrime; col cinema mi succede facilmente, ma il palcoscenico raramente mi ha riservato tanto intenso coinvolgimento. E qui sta la seconda ragione per cui val la pena recarsi alla sala Verga, ripensata e trasformata al punto che gli spettatori catanesi, almeno quelli affezionati, faranno fatica a riconoscerla: non è solo la bravura delle sei attrici, ma il ruolo che riveste un settimo protagonista, il pubblico, senza il quale l’opera si svuoterebbe di tensione. Se si è ormai avvezzi al concetto della caduta della quarta parete, bisogna tener presente che in questo spettacolo le pareti non ci sono proprio, ma ci si trova coinvolti, in qualche momento proprio da personaggi, in una situazione per così dire immersiva che dilata e acuisce l’attenzione e gli effetti patèmici. Sarà che dopo il lockdown si sente l’estremo bisogno di tornare a guardarsi negli occhi, la necessità di riprendere persino con la finzione un contatto reale, fisico, sta di fatto che sentire nelle narici la stessa polvere che respirano gli attori in scena dà quasi l’ebbrezza e il sollievo di una vera e propria liberazione.

Non dimenticar le mie parole: l’ammonimento affidato alla canzonetta resa famosa nel ’37 da Emilio Livi col Trio Lescano e che risuona fino alla fine dello spettacolo, ma in una tonalità antifrastica rispetto alla solarità del contenuto, ci avverte dell’inevitabilità di prestare attenzione ai tormenti e alle pene raccontate che non sono d’amore, ma vere e proprie tragedie esistenziali. A dominare lo spazio è un binario ferroviario che si eleva a metafora di una traiettoria che è quella della memoria, della Storia e che a un tempo sembra evocare quello che ebbe per mèta l’inferno concentrazionario di Auschwitz dentro cui si inabissò il genere umano. Ma è un binario morto, come a dire che su quella pagina che racconta l’estate del ’44, in cui si collocano cronologicamente le esistenze dei personaggi, non sembra ancora possibile mettere un punto che metta fine a un periodare reso contorto e confuso da steccati ideologici. Sulla rotta di quel voyage au bout de la nuit incedono le donne per le quali andare in guerra non significò certo combattere al fronte, ma resistere a casa, in fabbrica, tra i boschi e nelle strade della lotta clandestina e partigiana, contro la violenza degli stupri, la violenza della miseria, la violenza delle torture, la violenza della negazione di ogni elementare dignità. Un’altra Resistenza, dunque, che da decenni esige conciliazione, che trasmetta la consapevolezza che era “alla guerra che si doveva far guerra”, come dice in un momento dello spettacolo l’operaia. Perché nella guerra è la stessa natura umana ad essere vittima, a lasciarci nudi, esposti e restituiti al comune di destino di morte, e a suggerirlo è il raggelante quadro finale della trama.

Sei donne in scena, dunque, e dico donne anziché attrici perché l’efficacia della regia sta proprio nella scelta di renderle convincenti come tipi, non tanto esaltandone la tecnica recitativa, ma de-teatralizzandole e caricandole di tutta l’umanità e il doloroso destino che individualmente rappresentano.

Barbara Giordano, Isabella Giacobbe, Leda Kreider, Carmen Panarello, Federica Carrubba Toscano ed Egle Doria – tutte bravissime – non recitano rispettivamente i ruoli di una staffetta partigiana, un’innocente e candida ragazza traumatizzata in modo irreversibile da una violenza, la figlia di un comunista che finirà repubblichina, una signora della borghesia medio-alta fedele al regime, una casalinga che entrerà in fabbrica, una contadina-levatrice, ma diventano esse stesse i caratteri le cui sorti e vicende si snodano sul filo dei loro racconti – e sono testimonianze autentiche, tratte da lettere e memorie di individui ai margini della storiografia sulla guerra civile dopo l’armistizio. Il punto di vista tutto femminile non è tanto o solo rivendicazione di una lettura storica di genere. Le donne, in quanto generatrici di vita, rappresentano l’anello primario di congiunzione con la natura, con l’ancestralità, il sacro nella sua espressione rituale, il loro corpo è memoria stessa della nostra identità e garanzia primaria della sopravvivenza del genere umano. Per questo meglio e più degli uomini sarebbe stata delegata la missione di ricostruire una normalità in un momento in cui di normale non era rimasto proprio nulla.

N.b.: lo spettacolo non è una novità assoluta, ma torna in scena dopo aver raccolto una menzione al Premio Ubu, il Premio Fersen 2015 per la regia e il Premio internazionale Les Eurotopiques 2014. Qualcosa questa nota in margine può pure significare.

La principessa e il soldato (mentre John Wayne sta a guardare)

Mi capita spesso: vado per cercare una cosa e ne trovo un’altra. Stavolta è colpa di John Wayne di cui ricordavo di aver letto una volta, da qualche parte, che il suo whisky preferito era il Duke Kentucky Bourbon. Sfoglio una sua biografia e mi viene in mente Philippe Noiret/Alfredo che in Nuovo Cinema Paradiso, citando Il grande tormento – primo film a colori del “duca” -, dice al piccolo Totò: «Più pesante é l’uomo, più profonde sono le sue impronte. Se poi c’é di mezzo l’amore, soffre, perché sa di essere in una strada senza uscita». L’occhio mi cade così uno scaffale più giù, sul volumetto Sellerio con la sceneggiatura del film di Tornatore, lo apro più o meno a metà, alla pagina 88. Ottantotto, come l’anno in cui il film uscì, l’anno in cui lo vidi un pomeriggio, da solo (nella sua versione lunga), all’ex cinema Ritz di Catania, quasi di fronte – ironia della sorte – l’Istituto per ciechi “Ardizzone Gioeni”. E fu subito folgorazione, un coup de foudre, letteralmente. Uscii dal cinema coi lucciconi agli occhi, non si immaginava ancora la sua distribuzione tormentata, e poi il successo della pellicola, l’Oscar e tutto il resto. Mi sentivo fortunato ad averlo “scoperto” in una sala deserta, mi sembrava quasi un privilegio che nessuno se ne fosse ancora accorto. Perché quel film non parlava solo del furente amore per il cinema del suo autore, c’era anche il mio e con esso tutte le mie passioni, inclusi gli amori che avevo vissuto e quelli di là da venire.

Realizzo che la pagina in questione non è una qualsiasi e che forse è vero che non siamo noi a cercare i libri e le parole, ma sono essi a stanarci, a giocare a nascondino per poi affacciarsi quando meno te lo aspetti, come a dire: «Avevi bisogno di me? Eccomi qui». Il passaggio è quello in cui c’è il dialogo che, a distanza di anni, mi si chiarisce come la chiave di lettura di tutto il film, la favola cioè della principessa e del soldato che Alfredo racconta al giovane e infelicemente innamorato Totò. La storia è questa: il soldato ama una bellissima principessa che contempla durante i suoi turni di guardia, la sposerebbe se non fosse, appunto, un soldato. Non si sente cioè adatto al suo rango e teme così di essere respinto. Ma i suoi sentimenti sono imperiosi e decide allora di osare chiedendo la sua mano. Lei non lo rifiuta, ma nemmeno lo accetta. Lo mette alla prova e lo lascia così, ad aspettare, in un purgatorio di cento giorni. Gli dice che si affaccerà ogni notte dal balcone per controllare che sia lì ad aspettarla e che scioglierà le sue riserve alla centesima alba. Attenzione: non gli darà la garanzia che lo sposerà, ma solo una speranza, rimandando la decisione che lo libererà, in un modo o nell’altro, da quella sorta di pignoramento dei suoi desideri. Così è, se vi pare e anche se non vi pare: lei è una principessa e se lo può permettere.

A questo punto si offrono sostanzialmente due possibilità: il soldato può rifiutare e la principessa decidere di mandarlo a quel paese; il soldato può rifiutare e la principessa, messa alle strette, potrebbe decidere di sposarlo per non lasciarselo scappare. Il soldato invece accetta, e la scelta non ha nulla di logico perché non è scritto da nessuna parte che la principessa debba acconsentire solo perché il giovane si sarà dimostrato sufficientemente tenace né tantomeno è da escludere che dopo tanto attendere, la principessa non decida lo stesso di dargli il due di picche schiantandogli il cuore. Il giovane passa così – mischino – novantanove notti consumandosi incrollabile nell’attesa, intrappolato in un’ossessione, incatenato al suo desiderio. Ma alla centesima notte se ne va. Così, senza voler conoscere la risposta, senza concedere nulla alla principessa. Un vile? No, affatto. Avrà pensato che se la ragazza lo avesse amato davvero, non l’avrebbe tenuto in una bolla per tutto quel tempo, che forse la tirannia di quelle condizioni (o così o niente) fosse rivelatrice di un carattere poco affine al suo, oppure che non è vero, come si dice, che l’attesa aumenta il desiderio, ma che ne è anzi l’anestetico, che il problema non fosse tanto la risposta a lungo attesa quanto l’inutile sadismo di quella prova. E ancora che la ferita di una delusione sia tutto sommato da preferire alla cancrena del dubbio.

Funzionano così le cicatrici: da un lato ti raccontano un dolore, dall’altro ti dicono che sei guarito. Di sicuro il soldato disinnesca così la possibilità di vedersi comunque opporre un rifiuto. Capisce cioè di essere stato preda di un’ossessione, il ciocco di legno reso fragile dal tarlo che lo ha lentamente consumato. Ma soprattutto capisce che solo in quel modo potrà coltivare il sogno che la principessa starà sempre lì ad aspettarlo, che non esiste vita più intensa di quella immaginata (e il cinema che è immaginazione per antonomasia di tutte le vite possibili, ne è una prova), che la vita è sempre altrove e non ruota attorno a principesse che ti mettono sotto esame. Amare, dunque, senza essere ossessionati dall’idea di voler essere ricambiati, emancipandosi “dall’incubo delle passioni”, avrebbe detto Battiato. Amare senza farsi “cacare in testa dagli uccelli o farsi mangiare vivo dalle api” come fa il soldato, ma confidando nell’idea che vale la pena aspettare ancora un po’ e che quello che sarà potrà essere ancora più bello. La più famosa, forse, delle poesie di Nazim Hikmet, celebra quest’etica della potenzialità mentre recita che “il più bello dei mari / è quello che non navigammo. / Il più bello dei nostri figli / non è ancora cresciuto. / I più belli dei nostri giorni non li abbiamo ancora vissuti. / E quello / che vorrei dirti di più bello / non te l’ho ancora detto.

A Leonardo Sciascia il film di Tornatore era sembrato una specie di requiem, il de profundis di una generazione per la quale, invece, il cinema era stato tutto. Quello americano, prima di ogni altro – De Mille, Ford, Capra, Lubitsch, Mamoulian – quello che lui amava, turgido ridondante e spettacolare, che gli ricordava i pomeriggi trascorsi in un teatro di paese dove un pianoforte suonato da una vecchia, mascolina e irascibile pianista intonava valzer di Strauss e canzoni di Piedigrotta, facendo da sottofondo al corteggiamento delle grandi dive – la Bertini, la Menichelli, Diana Karenne e Lupe Velez – ombre corteggiate, ammirate, desiderate.

Ma Nuovo Cinema Paradiso non è tanto, a mio modo di vedere, un film sul rimpianto del cinema che fu, sulla nostalgia del passato, ma un’opera sulla pedagogia delle passioni, su come i film siano straordinari dispositivi di modellizzazione dei sentimenti, trame che continueranno sempre a insegnare a tutti a stare nel mondo, a scardinare quelle stanze che la vita si ostina a chiudere a chiave: uno specchio che ci restituisce non solo l’immagine dell’Io effettivo, ma anche di quello che riteniamo di meritare. Come accade agli abitanti del piccolo paesino siciliano in cui è ambientata la vicenda e che imparano a baciare e ad amare guardando i divi che si baciano e si amano sul grande schermo. Una lezione così scandalosamente efficace da indurre il prete locale a sforbiciare proprio quelle scene che sono la simulazione più potente della vita che immaginano e che mal si concilia con quella che lui, la persona più inadeguata alla didattica sentimentale, ritiene sia la vita “giusta”.

Se non ti parlo, non esisti

Non sono particolarmente loquace, non certo per timidezza, ma perché in genere preferisco parlare solo se riconosco che ciò che ho da dire sia più interessante del mio tacere. Perciò amo di più i silenzi su cui galleggiano parole potenziali, frasi inespresse. Preferisco di gran lunga l’ascolto, quello che Hans-Georg Gadamer definisce la nostra «disposizione a comprendere». Ascoltare significa, infatti, accogliere le parole altrui, permettere a qualcuno di entrare nel nostro orizzonte: è questione, insomma, di intimità profonda. Penso che chi parla dovrebbe aver presente l’importanza di questa intrusione, essere attento al fatto che le parole cominceranno ad abitarci, diventeranno il campo magnetico di un’attrazione o di una repulsione. Possono essere muri, ma nella loro essenza sono il cemento della socialità, ponti che collegano, letteralmente «parabole», frecce che scoccano da chi le pronuncia e s’indirizzano a chi ascolta, implicando sempre una relazione, anche quando parliamo con noi stessi. Sono pugni o carezze, come sanno bene anche i bambini che quando litigano puniscono col silenzio; il loro «non ti parlo più» equivale a dire: «ti lascio fuori dalla mia vita e se non ti parlo, per me è come se nemmeno esistessi».

Anche gli atti che presuppongo la parola ruotano attorno al concetto di relazione: il «domandare» che deriva da in manus dare è letteralmente il “mettersi in mano”, l’affidarsi in pratica. Come a dire, io chiedo la tua attenzione perché spero che la fiducia venga ricambiata, come per il verbo latino quaero che è il chiedere per sapere, implica cioè restituzione. Quando chiediamo consegniamo parole che confidiamo ci vengano restituite, se possibile in condizioni migliori di quanto abbiamo dato. La risposta invece è il responsum, ma respondeo, in latino, era il verbo che si usava per consacrare i matrimoni (il padre consegnava la figlia in sponsa), respondere aveva quindi un carattere sacro, di promessa solenne. Era la richiesta di attenzione e cura di un padre che esponeva la figlia a chi, accogliendola, avrebbe dovuto ricambiare questa fiducia mantenendo a sua volta la promessa di dare ascolto. La parola perciò è anche atto e patto d’amore, un dono che va contraccambiato; per quanto mi riguarda faccio “dono di parole” – scelte, precise, pensate – come scelta etica, soprattutto a chi sa riconoscerne il valore e prendersene cura. Bisogna amarle le parole, occuparsene e preoccuparsene come si fa con chi si ama. Sono esse a illuminare le persone, il cui modo di esprimersi è rivelatore anche della loro natura. Più amo qualcuno più dovrei scegliere con attenzione le parole da dire o non dire.

Ogni parola è un mondo da esplorare, ma se è usata a sproposito o in modo improprio è come una banconota falsa: mistifica, adultera i rapporti, li inquina introducendo un elemento di corruzione che investe tanto chi la pronuncia che chi la riceve. La banconota non è che un pezzo di carta la cui validità si riconosce però dalla filigrana all’interno che è qualcosa che si può vedere solo in controluce. Ecco, le parole devono essere stimate in controluce, senza fermarsi al loro livello più basso, quello della mera trasmissione di informazioni. Non per nulla, il grado di imbarbarimento e decadenza di un popolo si misura a partire dalla degradazione linguistica.

La parola è vocabolo assoluto, come Dio: «in principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio». Come Dio, il Verbum crea e la parola che crea è, per antonomasia, quella poetica, come suggerisce l’etimologia da poiéō: creare, produrre. La poesia non è mai uguale a se stessa, ogni volta che la leggiamo ci dirà sempre qualcosa di nuovo e noi siamo chiamati a interrogarla e interpretarla, e quindi a creare relazioni. Come Dio, si rivela e si nasconde, si dona senza esaurirsi in un unico senso perché, se così fosse, morirebbe. Non siamo noi a creare la poesia, ma essa a creare noi, a renderci lettori e interpreti, a farci esistere in quanto prodotti dalle parole. Esistiamo perché non le diciamo soltanto, ma le scriviamo, perché sentiamo il bisogno di scribere, cioè incidere, lasciare segni, come fa lo scultore che sbozza la materia grossolana per giungere all’essenza, al compimento. La parola è Dio che ci mette in relazione con sé stesso e con gli altri.

La grande conquista della filologia, in età umanistica, fu proprio l’acquisizione empirica di una mentalità etimologica. Essa si sviluppa dall’esigenza di capire, con la storia delle parole, la Storia tout court, per non lasciarci affogare nella pece dei significati preconfezionati e delle ricostruzioni arbitrarie. Lo ricordino sempre i miei studenti di Lettere a cui non perdono la sciatteria, l’approssimazione linguistica, tanto più se aspirano a fare ricerca, e a cui raccomando di insegnare anche a chi, a differenza loro, non studia la poesia, di tramandare l’attenzione e l’amore per le parole, di non subire la lingua, ma di conoscerla per proteggere sé stessi e gli altri, perché chi parla bene ama anche meglio.

Malinconico autunno

In una bella canzone napoletana degli anni Cinquanta, un uomo innamorato, lasciato dalla donna che ama, osserva cadere dagli alberi le foglie ingiallite dall’autunno; èrano vèrde ‘e ffrónne e mo, so’ cómme ‘e suónne perdute… paragonate ai sogni perduti sono già un’immagine struggente. Lui non si dà pace, si chiede cosa lei stia facendo, cosa pensi, gli sembra ancora di sentire la voce dell’amata che giura Si’ ‘a vita mia…’Sta vita che sarría s’io nun tenésse a tte? Perciò resta attonito a contemplare tutt’e ffrónne d’o munno che sembrano cadere solo per lui, mentre l’aria intorno sembra farsi densa, quasi liquida – la stupenda metafora aria ‘e lacrime ricorda quella montaliana dell’aria di vetro («Forse un mattino andando in un’aria di vetro…») – ma sono solo i suoi occhi pieni di pianto.

Questa poesia in musica – Malinconico autunno – fu portata al successo da Marisa Del Frate (prima di allora aveva fatto la modella, era stata finalista anche a Miss Universo, e scusa se è poco) e divenne una hit nel 1957 dopo aver vinto il Festival di Napoli, facendo venire peraltro qualche mal di pancia agli aficionados di Domenico Modugno che gli avrebbero preferito la più scanzonata Lazzarella. Ma tant’è: i lunghi capelli neri della giovane indossatrice che si riversavano su una generosa scollatura ebbero la meglio sui ricci del grande Mimmo nazionale.

Ma il punto non è questo, è la malinconia il tema. O meglio, quello stato che i napoletani chiamano ‘pucundria (ci ha scritto una canzone anche Pino Daniele), quel sentire vago e indefinito che non è rimpianto, quella speranza dolente che costeggia la malinconia trainando con sé anche la noia e il distacco dal presente. Quella cantata o messa in rima dai poeti, descritta da romanzieri come Dino Buzzati che, in un racconto intitolato Inviti superflui, scrive di questa sensazione e immagina anch’egli di passeggiare tra le foglie, come l’innamorato di Malinconico autunno, ma in primavera (a riprova del fatto che non si tratta di un sentimento stagionale, benchè viga l’equazione autunno=malinconia): «Vorrei con te passeggiare, un giorno di primavera, col cielo di color grigio e ancora qualche vecchia foglia dell’anno prima trascinata per le strade dal vento, nei quartieri della periferia; e che fosse domenica. In tali contrade sorgono spesso pensieri malinconici e grandi; e in date ore vaga la poesia, congiungendo i cuori di quelli che si vogliono bene. Nascono inoltre speranze che non si sanno dire, favorite dagli orizzonti sterminati dietro le case, dai treni fuggenti, dalle nuvole del settentrione. Ci terremo semplicemente per mano e andremo con passo leggero, dicendo cose insensate, stupide e care. […] E allora noi taceremo, sempre tenendoci per mano, poiché le anime si parleranno senza parola».

Carlo Goldoni

Anche con la malinconia bisogna saper parlare, come facevano gli stilnovisti, tanto quelli in capo come Dante quanto certa retroguardia che commerciava volentieri col tema, com’è il caso del meno noto Niccolò de’ Rossi che in un sonetto dal titolo Un dì si venne a me Malinconia immagina che quest’ultima vada a trovarlo fino a casa, dopo essere stata dall’amata che lui ha abbandonato, facendo sì che lei si consolasse tra braccia altrui, e invitandolo a non rammaricarsi poiché è stato lui a lasciarla, e senza alcuna speranza, per cui se lei si aiuta altrimenti, non è cosa da stupirsi («tu la lasasti, e sperar non li çova: / se ella se aita, non èe cosa nuova»). E non è tanto quindi alla cupezza saturnina e alla voluptas dolendi di petrarchesca memoria che pensiamo bensì a una malinconia irridente che compendi saggezza e conoscenza del cuore, a un “malincomico” (con la m) irridente e devastante verso gli altri, ma soprattutto verso sé stessi. Quello di Goldoni, per esempio, che fa tesoro della propria vaporosa ipocondria per penetrare in quella più dolente di Tasso, regalando al lettore pagine gustosissime come quelle del suo Torquato Tasso, o le altre del Medico olandese (1756) in cui a un giovane ipocondriaco polacco un luminare prescrive un regime igienico-sanitario in cui la miglior parte ha l’amore («Tale dal mal potrete, volendo, esser oppresso, / ma la difesa vostra è dentro di voi stesso […] Anche un amore onesto, che vi trovaste io lodo; / chiodo, i poeti dicono, scaccia dall’asse il chiodo. / Ecco il rimedio vostro. Sarà la mia mercede, / che a’ miei buoni consigli abbiate a prestar fede»). Insomma, le incrinature si curano con l’ottimismo, il caos di quella “macchinetta strapazzata” (di cui parla Metastasio nelle sue lettere) che è l’uomo si cura con la ragione.

Lungi dall’essere confusa perciò con sentimenti negativi, come il rimpianto rancoroso, l’atrabile malmostosa che sguazza nel fango delle recriminazioni, la malinconia va corteggiata (se non la si vuole tramutare in depressione) perchè è come il vetrino affumicato che ti consente di guardare il sole senza restarne accecato. E invece viviamo assediati dall’ossessione della ricerca della felicità che è ontologicamente inappagabile, fa desiderare sempre quello che non si ha e non fa vedere quello che si è e che esiste. La malinconia basta a sé stessa, come dice la dodicenne Violet, protagonista di un recente romanzo di Joyce Carol Oates che, a un punto di Ho fatto la spia, dice di essere «innamorata della solitudine, della malinconia» perché «la felicità non è affidabile. La malinconia sì». Che è poi quanto diceva Victor Hugo sostenendo che essa sia «la gioia di essere tristi», intendendo con ciò la nostra piena appartenenza alla memoria – di attimi, esperienze, persone – che non ci sono più accanto, ma che resistono dentro, profondamente, e ci fanno capire che fanno ancora parte di noi, e che proprio per questo hanno definito quello che siamo adesso.

Maledetta didattica a distanza!

Maledetta didattica a distanza! Maledetta perchè mi impedisce di guardare negli occhi i miei studenti, perchè mi perdo nella fissità di un monitor che rimanda pulsanti, menu e comandi con cui maldestramente armeggiare. E io invece affogo nell’imbranatezza che mi fa perdere tempo cercando di condividere una lirica o un’immagine di cui vorrei discutere. D’accordo: è una necessità dettata dall’emergenza, dalla consapevolezza del rischio che corriamo in questo momento, e la ragione – ma solo in questo caso – ha ragioni che il cuore non conosce. La salute prima di tutto, e lo sottoscrivo. Ma fosse per me, li vorrei tutti accanto gli studenti, com’era prima della fine del mondo. Mi mancano. Mi manca la battuta scambiata fuori dell’aula prima o dopo la lezione, il motto di spirito intercalato tra una chiosa a margine di un verso di Petrarca e la divagazione sul sisma esistenziale causato dalle infatuazioni giovanili, i sorrisi di chi si affaccia a un nuovo corso della vita con la bussola dell’entusiasmo, lo stesso che incoraggia il tuffo nel mare aperto del futuro. Qualcuno dirà che esistono attività (come quelle sperimentali o di laboratorio) per i quali non è nemmeno ipotizzabile lo svolgimento da casa. Io dico che non esiste proprio alcuna disciplina, e direi tanto più per quelle cosiddette “umanistiche”, che muovono dall’assunto della centralità dell’essere umano e non della macchina, in cui il rapporto vivo, presente, fisico con gli allievi possa essere surrogato da qualsivoglia forma di pedagogia in remoto. Ogni sapere si progetta e si costruisce a partire dal confronto vivo, da sollecitazioni attive e lo scopo della letteratura è proprio quello di rendere “presenti” parole e idee concepite secoli prima e che resistono solo a condizione di saperle rianimare in aula. La relazione educativa è un problema di comunicazione complesso che prevede coinvolgimento attivo, diretto, non semplice scambio di file, dispense e videolezioni.

Per quanto si cerchi di riprogrammare i docenti subordinandoli alla téchne, l’arte dell’insegnamento vive degli stessi princìpi: ci sono docenti che si definiscono per ciò che sanno e altri per ciò che sono. Non so a quale delle due categorie appartenga e comunque non spetta a me dirlo. Gli unici titolati a farlo sono gli allievi che ho cercato di aiutare a capire chi fossero, e a cui ho semplicemente raccomandato di essere il meglio di qualsiasi cosa provassero a essere. Non dico quelli che ho “formato” poiché nel verbo c’è come un’implicita considerazione dei giovani come di cera molle da plasmare, appunto perché informe. E invece i giovani, almeno quelli con cui ho a che fare all’università, una forma ce l’hanno già, talvolta anche molto precisa, anche se hanno bisogno di riconoscerla e valorizzarla. Se devo pensare quindi a ciò che vorrei essere per loro, mi vengono in mente solo i professori che ho amato e a cui cerco di assomigliare, mi chiedo cosa pensino, da cosa sia scaturita la mia stima per loro, e mi dico della necessità di non lasciare mai un’immagine sfocata di sé stessi. Rifletto su come sia decisivo e vitale dimostrare che, a monte dei libri che leggiamo e delle pagine che scriviamo, c’è il credere nello studio come a una sorta di montaliana occasione, un grimaldello con cui scardinare la porta verso un mondo altro, parallelo a quello reale, in cui abitano idee e moralità che sono “per caso” anche nostre.

Per alcuni giovani che ho laureato, ho trepidato e gioito come se fossi stato io a sostenere l’esame. Li ho assistiti e aiutati a preparare la loro prova finale, ma lavorando di cesello, senza essere invasivo, assecondandone le idee, non pretendendo di essere il vaso pieno che riempie quello vuoto, incoraggiandoli quando si demoralizzavano, incuriosendoli con una battuta o un’ipotesi lasciata intenzionalmente a galleggiare nella loro mente, confidando nella capacità che avrebbero avuto di tracciare autonomamente un percorso su cui procedere, rispettando il loro diritto a sbagliare, ma soprattutto quello di rendersi conto da soli degli errori. L’alleanza tra un docente e uno studente è polemica, nel senso del Πόλεμος o pòlemos, della necessaria controversia, cioè, affrontata con spirito di comprensione, con la volontà di capire e far capire, con la possibilità di un vincere che non è convincere. Questo è possibile a condizione di uscire dalla torre d’avorio delle proprie certezze e conoscenze e incontrare – in presenza – lo studente, per conoscerne le attese e la storia intellettuale (cosa legge, cosa guarda, come parla).

Insegnare significa, letteralmente, lasciare un segno, un’orma, non semplicemente trasferire dei contenuti: essere come Socrate che, nel Simposio, si rifiuta di rispondere alle domande di Agatone mostrandosi lui per primo un collettore di domande, desideroso di apprendere. Entrare fisicamente in aula significa pretendere di fondare uno spazio tenuto insieme dalla lealtà e dal bisogno tutto umano di conoscere prima di poter giudicare. E tutto – leggere, scrivere, interpretare, studiare, dibattere, dubitare – dev’assumere le forme di un’unica grande Lezione. L’aula, non importa se sgarrupata o high tech, è un’eterotopia della società, nel senso in cui la intende Foucault: uno di quegli spazi, cioè, «che hanno la particolare caratteristica di essere connessi a tutti gli altri spazi, ma in modo tale da sospendere, neutralizzare o invertire l’insieme dei rapporti che essi stessi designano, riflettono o rispecchiano». E’ un ring del pensiero o un reagente che interviene attivamente nella performance di ogni docente: quante volte mi è capitato di “capire” veramente cose che spiego da anni – nel senso di vederle in una luce nuova – nel momento stesso in cui mi trovavo a spiegarle, magari perché sollecitato da una domanda imprevista e innocente di uno studente che la poneva premettendo, a sua excusatio non petita, «forse è una domanda banale»? In aula non si consegnano informazioni, ma ogni docente mette in gioco sé stesso, prima di tutto, dicendo «Io» e chiamando individualmente in causa ogni studente. Che è quanto ripeto ai ragazzi ad ogni mia prima lezione di un nuovo corso: non vi aspettate da me risposte, ma accontentatevi di tutte le domande e i dubbi che riuscirò a suscitare in voi. Pretendere che sia io a fare un giovane allievo non mi dà la soddisfazione che darebbe l’essere lui a scoprire me. Che non significa “essere amici”, ma riconoscere le rispettive diversità relative.

Come scrisse Victor Hugo, a metà dell’Ottocento, nel suo Sul libero insegnamento, «istruire, gli è costruire. A me non basta che le vegnenti generazioni ci succedano, intendo ancora ch’esse ci continuino». Che siano anzi, dico io, migliori di me. In quell’incomparabile poema del mondo terreno che è la Divina Commedia, Dante incontra il suo maestro Brunetto Latini all’inferno, tra una torma di peccatori, ma ciò non gli impedisce di riconoscerlo e celebrarlo come colui che lo aveva iniziato alle lettere e alla filosofia, gli dice che, anche in quel luogo di sofferenza, nella mente gli è fitta e lo «accora la cara e buona imagine paterna / di voi quando nel mondo ad ora ad ora / m’insegnavate come l’uom s’etterna». E Brunetto a sua volta riconosce in Dante l’allievo che saprà mettere a frutto le sue lezioni, gli raccomanda: «Se tu segui tua stella, / non puoi fallire a glorïoso porto, / se ben m’accorsi ne la vita bella». Funziona più o meno così il discepolato.

Se ti blocco ti cancello

In epoca di distanziamento sociale coatto, il nostro Io tenderà a definirsi sempre più come virtuale, conformato cioè allo spazio dei social network? Si indebolirà la percezione già labile che abbiamo dei reali rapporti umani? Era già avvenuta la mutazione antropologica in donne e uomini “dello schermo” (non in senso stilnovistico, intendo): dello schermo dei device elettronici con cui gestiamo ormai la socialità, esoscheletri digitali di una dimensione fittizia dell’essere, di identikit prêt-àporter che rendono oltremodo artefatte le relazioni interpersonali. La tecnologia ha favorito la comunicazione tra gli esseri umani in un senso quantitativo, non certo qualitativo, l’ha velocizzata, ma facendo perdere di vista il fatto che l’architettura di un rapporto umano poggia su pilastri costruiti col cemento armato della pazienza. Tanto più se questi rapporti sono di tipo sentimentale: la costruzione di un amore, canta Fossati, «spezza le vene delle mani, mescola il sangue col sudore, non ripaga del dolore». Non si ha più il coraggio, invece, di affrontare le “crisi” che, etimologicamente, hanno anche una valenza positiva, in quanto occasioni di discernimento e di crescita. Un segnale, in questo senso, è la diffusa pratica di chi si affida al ghosting per porre fine a rapporti sentimentali talvolta disfunzionali o sbagliati. Gosthing, letteralmente equivale a diventare un fantasma, cioè sparire improvvisamente rinunciando a spiegazioni e confronti, creando repentinamente un vuoto, stabilendo una distanza che si vuole sia incolmabile: si cancella, “bloccandola” (sui social o nelle app di messaggistica), l’identità di chi si ritiene responsabile di qualche torto come per una forma subdola di abuso emotivo che assuma le parvenze di una sorta di “killeraggio” virtuale. Le motivazioni possono essere di varia natura, ma è chiaro che si tratta di un’illusione. Paradossalmente, l’assenza rafforza ancor più il fantasma del rimosso e se la vittima viene confinata in una sorta di limbo psicologico in cui non ha la possibilità di elaborare fino in fondo il trauma dell’abbandono anche il carnefice finisce con lo scontare una condanna, vale a dire il riconoscimento del potere di chi non si riesce a sopportare nemmeno in una foto profilo e che, come le proverbiali scimmiette, sceglie di non vedere, non sentire e tanto meno parlargli. Una deliberata censura e autocensura di ragione e sentimento, insomma.

Certo, non esistono galatei della fine, ogni storia ha l’epilogo che si merita, ma le conseguenze sono sempre le stesse: da una parte o dall’altra c’è sempre qualcuno che soffre e a volte il dolore annichilisce, lascia senza pelle, a nervi scoperti e si vorrebbe solo dimenticare, come cercano inutilmente di fare i personaggi di quel geniale – per struttura narrativa e temi – struggente film che è Eternal Sunshine of the Spotless Mind, di Michael Gondry (regista) e Charlie Kaufman (sceneggiatore). Non certo una commedia romantica, come il rozzo e agghiacciante titolo italiano lascia intendere – Se mi lasci ti cancello (ma in questo genere di stupri traduttologici abbiamo sempre fatto scuola) – ma una riflessione profonda sul fatto che non esiste il tempo, ma solo la memoria che se ne ha – e questa non si può cancellare. I protagonisti Joel (Jim Carrey) e Clementine (Kate Winslet) che si rivolgono a una società che offre terapie di rimozione di cluster della memoria che hanno causato sofferenza e trauma da abbandono, che è in altri termini ciò che la psicoterapia definisce abreazione – cioè la scarica emozionale attraverso la quale un soggetto si libera di un trauma antico i cui termini essenziali sono rimasti inconsci – realizzeranno quanto inutile sia la pretesa di quell’illusione del pensiero desiderante che vorrebbe cancellare l’incancellabile, inutile poiché persino nelle più disastrate storie d’amore ci sono ricordi a cui non si vuole rinunciare, attimi fuggenti che continuano a risplendere anche nel peggiore disincanto. L’itinerarium mentis di Joel/Carrey, inquilino della propria memoria e prigioniero che vuole evadere da essa, si trasforma perciò invece nel tentativo di impedire proprio l’intervento ‘abrasivo’ che resetta il tracciato mnemonico. «Ricordare: dal latino re-cordis, ripassare dalle parti del cuore»; inizia così Il libro degli abbracci di Eduardo Galeano. I ricordi sono l’estremo abbraccio a chiunque abbia scelto di abitare disarmato la nostra vita, anche solo per pochi momenti sufficienti a regalarci l’apparenza di una qualche forma di felicità. L’infinita letizia della mente candida, dimentica del mondo e dimenticata dal mondo, è l’aspirazione che si esprime nei versi della bellissima Lettera di Eloisa ad Abelardo di Alexander Pope che danno il titolo a quel film: How happy is the blameless vestal’s lot! The world forgetting, by the world forgot. Eternal sunshine of the spotless mind!

Al netto degli spunti filosofici che la trama suggerisce – ci si può ritrovare dentro Parmenide Schopenhauer e Nietzsche che vanno a braccetto – il punto è che la serenità e la felicità non si possono simulare. Tutti devono imparare prima o poi dalla propria esperienza, come dice il testo di una canzone nel film: Everybody’s got to learn sometime. Solo così si può convivere con il dolore generato dall’abbandono e si può avere piacevole memoria di qualcosa o qualcuno che ci ha fatti soffrire. E’ pur vero che nemmeno l’amore riesce ad essere eterno quanto la delusione, ma questa si presta almeno meglio ad essere anestetizzata dall’indulgenza del tempo. Almeno così sembrava pensarla Boccaccio nel suo Decameron quando, nel proemio del suo Decameron, scrive che, prima di affidarsi al potere terapeutico della scrittura (dalla mia prima giovanezza infino a questo tempo), gli era successo di innamorarsi perdutamente (essendo acceso stato d’altissimo e nobile amore) di una donna non adatta a lui (forse più assai che alla mia bassa condizione non parrebbe) e di esserne quasi impazzito (mi fu egli di grandissima fatica a sofferire… per soverchio fuoco nella mente concetto da poco regolato appetito). Ma di esserne infine uscito, conservandone persino imprevedibilmente un buon ricordo (si diminuì in guisa, che sol di sé nella mente m’ha al presente lasciato quel piacere che egli è usato di porgere a chi troppo non si mette ne’ suoi più cupi pelaghi navigando), in grado di procurare persino piacere (ogni affanno togliendo via, dilettevole il sento esser rimaso). Ciò perchè l’amore, come tutte le cose che il buon Dio ci ha riservate (ma sì come a Colui piacque) è destinato prima o poi a finire (per legge incommutabile a tutte le cose mondane aver fine nella vita) al pari di tutte le cose umane.

Insomma, l’equilibrio imporrebbe al saggio di considerare sempre che la fine di una storia d’amore non è qualcosa che si è perduto, ma qualcosa che si è avuto. Che è già auspicio nobile e saggio, se non fosse contraddetto dal risentimento che finisce con l’intossicare anche i ricordi che dovremmo proteggere dal veleno delle recriminazioni. A dispetto di quelle sagge proposizioni d’intenti, un Boccaccio cinquantenne mostrerà di non aver appreso fino in fondo l’arte dell’«emanciparsi dall’incubo delle passioni», come canta Franco Battiato. Con piglio decisamente politically uncorrect, se la prenderà, nel Corbaccio, con una vedova (il nero corvo malefico del titolo) “colpevole” di non aver ricambiato il suo interesse. Altro che l’esaltazione della nobiltà e dell’intelligenza femminile del contemporaneo trattato De mulieribus claris, scritto “in alta lode del sesso femminile” («in eximiam muliebris sexus laudem»)! Se fosse vissuto ai giorni nostri, l’autore del Decameron avrebbe potuto liquidare la questione semplicemente bloccando la donna su Whatsapp, piuttosto che indirizzarle il furore delle più livorose contumelie, facendo così propri tutti i clichés della misoginia medievale sul famigerato «porcile di Venere». Che delusione!