E fattela una risata!

Il tweet di Feltri (a imperitura vergogna)

Il “giornalista” Vittorio Feltri, il cui buon gusto è da tempo seppellito sotto le macerie della deontologia professionale cui ogni professionista dell’informazione si dovrebbe attenere, trova su Twitter il modo di fare del sarcasmo d’accatto nientemeno che su uno tra i reati più disgustosi e lesivi della dignità umana: lo stupro. Di fronte alle rimostranze di chi si è a dir poco scandalizzato per la battuta da trivio con cui mostrava di ammirare la stupratore piuttosto che solidarizzare con la vittima, ha ritenuto di dover cancellare cotanto parto intellettuale. Lo ha fatto persino con un pizzico di fastidio per la mancanza di sense of humour dell’utente medio dei social rubricato, a suo dire, al rango di una “lumaca bollita”.

Il conduttore di Striscia la notizia Valerio Staffelli si è reso protagonista di un imbarazzante siparietto con cui, nel consueto stile cafonal del noto programma Mediaset, a essere canzonata era l’attrice Ambra Angiolini per la fine della sua relazione sentimentale con l’allenatore della Juventus Massimiliano Allegri. Si dirà: non è la prima e, da che mondo è mondo, il privato dei personaggi pubblici lo è molto meno di quello dei comuni mortali. D’accordo. Sorvolo sul dato fin troppo palese che, in entrambi i casi, il soggetto da attaccare ed umiliare sia stata una donna e che dimostra, qualora ce ne fosse bisogno, quanta strada ci sia ancora da fare verso la giubilazione di ogni variante di mentalità maschilista e patriarcale. Il fatto è che la fine di una storia è pur sempre una lacerazione che qualche danno collaterale lo semina pure imponendo non dico il silenzio, che è quasi impossibile, ma almeno il rispetto della sofferenza che genera la fine di qualsiasi relazione e che non richiede grande sforzo d’immaginazione. Prova ne è il fatto che, se la reazione dell’attrice è stata sobria e tutto sommato elegante, lo è stata molto meno quella della figlia che ha dato voce, lei sì, a tutto il disappunto e la contrarietà che chiunque (e sottolineo chiunque), al posto di Ambra avrebbe provato perché ognuno di noi avrà sperimentato, almeno una volta nella vita, il dolore di una separazione su cui non c’è ironia che possa reggere.

Ma cos’hanno in comune i due episodi? Senza dubbio una malintesa concezione di ironia, priva di ogni senso di responsabilità personale nel ridurre il dolore a gag, e che ti fa ritenere che le parole che si usano per ledere la dignità di una persona siano meno gravi di una violenza fisica perché, appunto, “parole”. Che sarebbe come dire aria. L’alibi della “mancanza d’umorismo” che, per giunta, si imputa a chi è colpito dal dileggio altrui, rimbeccato con espressioni del tipo «e fattela una risata» oppure «ma io non ti volevo offendere» è la riprova di come la violenza verbale sia più subdola di quella fisica, ma non per questo meno grave. Offendere significa, letteralmente, uccidere, come nell’etimologia latina del verbo: ob e fendĕre, colpire contro. Offeso era chi veniva colpito a morte con armi.

Nonostante il suo potenziale distruttivo – o forse proprio per la consapevolezza di questo – non si riesce a fare a meno di questo passepartout che è l’insulto, e che altro non è se non una forma di patologia del pensiero che si arrende alla propria debolezza e inadeguatezza. E non sono solo i social, purtroppo, il fertilizzante naturale e maleodorante di questa deriva generalizzata verso uno squid game di massa in cui sempre più spesso la violenza delle parole rappresenta il primo e più cinico strumento di sopraffazione. L’insulto è la facile scappatoia di chi non sa argomentare, il documento identificativo di chi ignora le dinamiche basilari dell’intelligenza emotiva, la riemersione dell’impulso neonatale a frignare e inveire anziché avvalersi delle conquiste maturate nel momento in cui abbiamo sviluppato il linguaggio e con esso la nostra capacità di relazione. L’American Psychological Association ha recentemente affermato che l’abuso verbale o psicologico è meno affrontato rispetto a quello fisico o sessuale, ma comporta conseguenze negative sulla salute mentale uguali o superiori.

Wittgenstein dal canto suo sosteneva che «i limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo», cogliendo così una verità importante e cioè il fatto che le parole con cui scegliamo di descrivere, rappresentare i fatti, formulare opinioni, determinano il modo in cui costruiamo le relazioni sociali. Quanto più ampi sono i nostri limiti linguistici e la nostra incapacità di formulare concetti con un linguaggio adeguato, tanto minore è la possibilità che abbiamo di comprendere e descrivere il mondo. E in un recente bel libro dal titolo Lingua e essere, la giornalista e attivista tedesca Kübra Gümüşay dice che «chiamare gli esseri umani come vogliono essere chiamati non è questione di gentilezza e neanche simbolo di correttezza politica o di un atteggiamento progressista – è semplicemente una questione di decenza umana».

Certo non voglio sostenere che, in nome di una retorica conciliativa, gli insulti debbano essere messi al bando e bisogna arrendersi agli eufemismi ad ogni costo perché ciò significherebbe la rinuncia all’idea che la lingua serva, in tutta la propria ricchezza espressiva, anche ad affrontare tutte le possibili situazioni conflittuali. Ma altro è riconoscere che la libertà d’espressione finisce dove inizia il rispetto della dignità personale e non la si può sempre invocare come la facile giustificazione di chi in realtà trova legittimo così veicolare ogni tipo di discriminazione.

La resistenza delle donne

Chi si trovasse in questi giorni a Catania avrebbe più di un buon motivo per assistere allo spettacolo con cui il Teatro Stabile della città inaugura la nuova stagione. La prima è che ci si trova di fronte a una messinscena coraggiosa per scelta linguistica e necessaria per implicazioni etico-sociali. La si deve a Laura Sicignano che dà voci e volti a un testo – Donne in guerra – scritto insieme ad Alessandra Vannucci, che arriva allo spettatore come un uppercut da cui è complicato riprendersi perché ti lievita dentro e ti “disturba” (come dovrebbe sempre fare il teatro) costringendoti a pensare anche a distanza di giorni.

Era da molto tempo che non mi capitava di emozionarmi fino alle lacrime; col cinema mi succede facilmente, ma il palcoscenico raramente mi ha riservato tanto intenso coinvolgimento. E qui sta la seconda ragione per cui val la pena recarsi alla sala Verga, ripensata e trasformata al punto che gli spettatori catanesi, almeno quelli affezionati, faranno fatica a riconoscerla: non è solo la bravura delle sei attrici, ma il ruolo che riveste un settimo protagonista, il pubblico, senza il quale l’opera si svuoterebbe di tensione. Se si è ormai avvezzi al concetto della caduta della quarta parete, bisogna tener presente che in questo spettacolo le pareti non ci sono proprio, ma ci si trova coinvolti, in qualche momento proprio da personaggi, in una situazione per così dire immersiva che dilata e acuisce l’attenzione e gli effetti patèmici. Sarà che dopo il lockdown si sente l’estremo bisogno di tornare a guardarsi negli occhi, la necessità di riprendere persino con la finzione un contatto reale, fisico, sta di fatto che sentire nelle narici la stessa polvere che respirano gli attori in scena dà quasi l’ebbrezza e il sollievo di una vera e propria liberazione.

Non dimenticar le mie parole: l’ammonimento affidato alla canzonetta resa famosa nel ’37 da Emilio Livi col Trio Lescano e che risuona fino alla fine dello spettacolo, ma in una tonalità antifrastica rispetto alla solarità del contenuto, ci avverte dell’inevitabilità di prestare attenzione ai tormenti e alle pene raccontate che non sono d’amore, ma vere e proprie tragedie esistenziali. A dominare lo spazio è un binario ferroviario che si eleva a metafora di una traiettoria che è quella della memoria, della Storia e che a un tempo sembra evocare quello che ebbe per mèta l’inferno concentrazionario di Auschwitz dentro cui si inabissò il genere umano. Ma è un binario morto, come a dire che su quella pagina che racconta l’estate del ’44, in cui si collocano cronologicamente le esistenze dei personaggi, non sembra ancora possibile mettere un punto che metta fine a un periodare reso contorto e confuso da steccati ideologici. Sulla rotta di quel voyage au bout de la nuit incedono le donne per le quali andare in guerra non significò certo combattere al fronte, ma resistere a casa, in fabbrica, tra i boschi e nelle strade della lotta clandestina e partigiana, contro la violenza degli stupri, la violenza della miseria, la violenza delle torture, la violenza della negazione di ogni elementare dignità. Un’altra Resistenza, dunque, che da decenni esige conciliazione, che trasmetta la consapevolezza che era “alla guerra che si doveva far guerra”, come dice in un momento dello spettacolo l’operaia. Perché nella guerra è la stessa natura umana ad essere vittima, a lasciarci nudi, esposti e restituiti al comune di destino di morte, e a suggerirlo è il raggelante quadro finale della trama.

Sei donne in scena, dunque, e dico donne anziché attrici perché l’efficacia della regia sta proprio nella scelta di renderle convincenti come tipi, non tanto esaltandone la tecnica recitativa, ma de-teatralizzandole e caricandole di tutta l’umanità e il doloroso destino che individualmente rappresentano.

Barbara Giordano, Isabella Giacobbe, Leda Kreider, Carmen Panarello, Federica Carrubba Toscano ed Egle Doria – tutte bravissime – non recitano rispettivamente i ruoli di una staffetta partigiana, un’innocente e candida ragazza traumatizzata in modo irreversibile da una violenza, la figlia di un comunista che finirà repubblichina, una signora della borghesia medio-alta fedele al regime, una casalinga che entrerà in fabbrica, una contadina-levatrice, ma diventano esse stesse i caratteri le cui sorti e vicende si snodano sul filo dei loro racconti – e sono testimonianze autentiche, tratte da lettere e memorie di individui ai margini della storiografia sulla guerra civile dopo l’armistizio. Il punto di vista tutto femminile non è tanto o solo rivendicazione di una lettura storica di genere. Le donne, in quanto generatrici di vita, rappresentano l’anello primario di congiunzione con la natura, con l’ancestralità, il sacro nella sua espressione rituale, il loro corpo è memoria stessa della nostra identità e garanzia primaria della sopravvivenza del genere umano. Per questo meglio e più degli uomini sarebbe stata delegata la missione di ricostruire una normalità in un momento in cui di normale non era rimasto proprio nulla.

N.b.: lo spettacolo non è una novità assoluta, ma torna in scena dopo aver raccolto una menzione al Premio Ubu, il Premio Fersen 2015 per la regia e il Premio internazionale Les Eurotopiques 2014. Qualcosa questa nota in margine può pure significare.

Luisa Adorno nel teatro della memoria

Apprendo con tristezza della scomparsa di Luisa Adorno (ma il suo vero nome era Mila Curradi), una scrittrice che ho molto apprezzato e di cui conservo il ricordo di un bellissimo viaggio a Princeton dove andammo a parlare insieme della Sicilia letteraria. Non la sentivo da molto tempo, ma chiedevo sempre di lei ad amici comuni e, tra questi, al caro Angelo Scandurra, anche lui purtroppo, inquilino nella stanza dei miei ricordi più cari, e che ne aveva pubblicato un libriccino dal titolo Qualcosa anch’io, in una sua raffinata collana. L’ultima opera edita con Sellerio s’intitolava Tutti qui con me ed era, a un tempo, una sorta di testamento letterario e di teatro della memoria abitato da presenze memorabili. Restituiva un profilo complessivo che confermava la necessità di considerare i suoi libri come un unico grande affresco in continuo divenire, per via della lenta sovrapposizione di narrazioni successive che si annodano le une alle altre. C’era sempre, in lei, una preziosa mescolanza di tasselli privati, biografici, memoriali e di grandi eventi del Novecento – la guerra prima di tutto – apparentemente riassorbiti nella normalità del quotidiano, in realtà presenti sullo sfondo come una sorta di metronomo che scandiva la sua vita narrata.

La ricomposizione di frammenti di esistenze, alcune delle quali presenti anche in altre sue opere, trovavano compiutezza proprio in questo “romanzo di vite”: un carosello di personaggi su cui si posa uno sguardo ora indulgente, ora curioso, ora malinconico, ma mai nostalgico, piuttosto rischiarato dall’affetto e dalla sua consueta ironia che, in rapida e incisiva pennellata, riusciva a fissare una figura nel lampo di un gesto o di una battuta. Personaggi che avevano incrociato la vita dell’autrice e che continuavano ad attraversarla perché, anche quando non sono più, vivono nel presente della memoria. Volti noti e meno noti: Anna Banti, direttrice della rivista “Paragone” insieme al marito Roberto Longhi; l’insigne italianista Carlo Muscetta; il filosofo crociano Luciano Dondoli; il professore di estetica Rosario Assunto; il filologo e critico Niccolò Gallo; il poeta e scrittore Gugliemo Petroni. E poi i luoghi suoi: la Toscana e Roma da un lato, la Sicilia dall’altro.

Dalle pagine che puntellavano la ricostruzione degli incontri di una vita, scaturivano con evidenza più netta alcuni punti fermi della sua poetica: anzitutto il parlare solo di cose conosciute, lo scrivere, come affermato altrove, «soltanto la vita» e soltanto se si ha qualcosa da dire che non si vuole vada perduto. Lei stessa, del resto, non aveva mai fatto mistero del fatto che nei suoi libri il tasso inventivo non fosse mai sensibile dal momento che essi attingevano principalmente ai ricordi e alle descrizioni di viaggi realmente compiuti. L’intento era perciò principalmente comunicativo e poiché si racconta il vissuto, i lettori si sono sempre potuti riconosce in esso e le scrivevano spesso, attuando così quel circolo virtuoso di comunicazione letteraria che ha determinato la sua fortuna negli anni.

E c’era ancora la funzione esercitata dalla memoria. Nel suo Le dorate stanze aveva scritto: «Che cos’è la memoria! Almeno la mia conserva nitidi certi momenti stupidamente felici, o futili, o inutili, e, se non cancella, adombra tutto il resto, tutto quello che un tempo ci sembrò essenziale, tutto quello che è penoso ricordare…». E facendo proprio il motto dell’amata Marina Ivanovna Cvetaeva – «La duttile memoria in me si identifica con la fantasia» – l’autrice traduceva in scrittura un’inclinazione che appare naturale come in un gioco semplice di bambini, il gioco di un’esistenza di cui ogni gesto, ogni palpito, ogni sospiro ha assunto il valore di un “tesoro” da serbare gelosamente sotto un coccio di vetro o da svelare agli altri per condividerne lo splendore. Era il suo uno scavare nel pozzo della propria esistenza per ritrovarvi quanto di magico, di puro, di essenziale sussiste in noi, incontaminato, celato dietro la cortina del tempo. La vita che si svela dentro le sue pagine è una vita di piccole cose, ma di buon gusto, e che acquistano nella scrittura autobiografica una dignità nuova che li sottrae al logorio del tempo.

I suoi testi, infatti, a metà fra autobiografia e romanzo, pullulano di quelle «tracce di vita» di cui parla Sciascia in Nero su nero, per cui accade che gli eventi «si carichino di una loro segreta verità e si dilatino nel tempo, lo attraversino». E forse, alla base dell’apprezzamento dimostrato dal grande scrittore siciliano nei suoi confronti, sta proprio quest’anima palpitante celata tra le pagine dei suoi libri, nei quali si ritrae un’umanità spesso ai margini della storia ufficiale, il cui patrimonio di sentimenti, valori, tradizioni non è certo meno degno di essere rappresentato poiché, come risponde Marina Cvetaeva ad un critico russo, in difesa di Proust: «Non esistono soggetti minimi, non esistono piccole storie, è l’occhio dei critici che è piccolo».

L’autrice tosco-sicula si serviva, per i suoi viaggi nel passato, proprio della proustiana memoria involontaria, suscitata di volta in volta da sensazioni diverse siano esse, come avviene in Sebben che siamo donne, le note di una vecchia canzone che la riconducono agli anni della lotta partigiana oppure la visita, durante una gita scolastica, della spiaggia di Cerveteri che le ricorda trascorse villeggiature in «una spiaggia senz’altre impronte che quelle dei gabbiani» e «il canale che unisce il mare al lago» o ancora il calendario di una farmacia di paese che innescare in lei il ricordo del soggiorno in Svizzera e delle persone ivi conosciute.

Altrove erano state assai più rilevanti le sensazioni di natura olfattiva, come ad esempio l’odore «umile, leggero», l’odore «di casa piena» della lattuga bollita che suscita, in Arco di luminara, gli affettuosi ricordi degli anni andati, gli anni della non sempre rosea convivenza con i suoceri, con i figli bambini e le domestiche che battibeccavano in cucina.

Ma la sua non era una ricerca du temps perdu: il tempo che Proust considera a priori “perduto”, suscettibile di essere colto solo in maniera del tutto casuale e involontaria. Al contrario, il tempo è sempre vivo in noi, secondo l’insegnamento altrettanto fecondo di Kaziemierz Brandys, conosciuto su segnalazione di Sciascia, e che nelle Lettere alla signora Z. dice: «…tutta la nostra vita è presente in noi a ogni momento, il passato è sempre “adesso”, indipendentemente dal fatto che lo sappiamo o no».

È il presente la dimensione che risulta vincente dall’opera di scavo memoriale, il presente dell’Arte, il presente dell’operazione creativa. Di fronte al mistero insondabile e inesplicabile che è la fine dell’esistenza, la memoria acquista una funzione taumaturgica, ridonando la vita a chi vita non ha più. Attraverso la “Parola”, la scrittura autobiografica, supera la tragicità del distacco e sottrae  i cari perduti dalla dimensione dell’oblio, per riportarli a quello che sono stati prima della morte, oltre la morte. Ce li rende, infatti, nella vita che c’era in loro, nei loro gesti, nei loro sorrisi, in tutti i momenti belli trascorsi in loro compagnia, poiché il senso ultimo di ogni esistenza è in quanto di positivo si è riuscito a trasmettere agli altri, malgrado la brevità del tempo concessoci. I ricordi lieti, quindi, le servivano spesso per esorcizzare quelli tragici.

Un altro dato che mi sento di sottolineare e che emerge con forza nel suo ultimo libro è il senso di un’integrale humanitas. Quando rievoca figure come quelle della pittrice Agata Pistone o di Guglielmo Petroni o della collega Clelia o di Anna Banti, esse vengono restituite alla loro compiuta umanità, trattate magari con una pudica ironia che non diventa mai sarcasmo irridente, ma moto affettuoso dell’anima, se non autoironia in qualche caso.

Sarebbe inutile elencare dei modelli per questo genere di prosa, dal momento che non ce ne sono, almeno di dichiarati. Semmai c’è l’ammirazione per certe pagine scarne e scolpite di Flaubert, per la scrittura fresca, apparentemente spontanea, poetica di Katherine Mansfield, per i racconti di Checov, per gli amati epistolari – e alcuni dei racconti di Tutti qui con me sono proprio lettere – dei suoi autori prediletti, da Marina Cvetaeva a Franz Kafka, da Virginia Woolf a Boris Pasternak.

C’era nella Adorno quella stessa leggerezza pensosa che fece scrivere a Montaigne un motto che l’autrice sposa pienamente:«Je ne fais rien sans joie». Eppure la sua vita non è stata pacata, serena. È come se dalle sciagure che ne hanno trapuntato il percorso lei stessa avesse acquistato la capacità di godere di ogni momento buono, anche minimo, di non lasciarsene sfuggire la piccola felicità che comunica. La scrittura era per lei la forma terapeutica ideale di elaborazione e interpretazione della fatica del vivere.

E infine c’è il motivo del viaggio, inteso come ricerca dell’altrove:il suo atteggiamento era sostanzialmente quello della viaggiatrice che riporta sulle pagine impressioni di un mondo altro, lontano eppure vicinissimo. Anche il recupero memoriale, infatti, è a suo modo un viaggio, un cammino a ritroso per le strade del tempo alla ricerca di quei brandelli di passato destinati a modificare, col loro apporto, il presente. Nei suoi libri si fa però riferimento anche a viaggi reali, compiuti dalla scrittrice da sola o in compagnia di amiche o familiari. Tutta la sua vita pare anzi caratterizzata da un inarrestabile movimento, quasi che l’Adorno, toscana d’origine, rifiuti di legarsi ad un’unica patria, ma sentendosi illuministicamente cittadina del mondo, considerasse il viaggio la sua dimensione ideale. E due sono i principali poli d’attrazione: pur restando fondamentalmente toscana, come testimonia l’utilizzo di lessemi e fonemi della sua regione d’origine, Mila/Luisa si sentiva calamitata dalla Sicilia che la teneva, come aveva affermato in Come a un ballo in maschera, in uno “stato di plagio”.

Queste due differenti mete rispondono in realtà a diverse esigenze. Dalla Toscana ella acquisiva il senso della misura, l’ironia come pudore dei sentimenti, il gusto per l’arte; dalla Sicilia il calore umano, la generosità, il senso della famiglia, il grandioso nella bellezza. Ed è una Sicilia meravigliosa, dominata da una natura che annienta, che stordisce dell’azzurro marino, del bianco accecante del sole, del nero della lava e della sciara.

D’altra parte, abituali erano diventati, nell’arco della sua esistenza, i soggiorni all’estero, in particolare nell’Europa dell’Est. E se la Sicilia era la chiave di un immenso inno alla vita in cui si soddisfa un bisogno di coralità, di famiglia, di continuità, l’Europa rispondeva ad un’esigenza diametralmente opposta, di affermazione di sé, della propria personale identità, era un tramite per rimpossessarsi della propria autonomia, ma al contempo recuperare la passione per l’impegno politico e per l’Arte in ogni sua forma. A volte, il viaggio reale finiva per presentare punti di contatto con la letteratura: la convergenza dei due piani (realtà e letteratura) era stata particolarmente evidente ne La libertà ha un cappello a cilindro, giocato su un doppio livello temporale: il tempo della scrittura (le lettere contemporanee all’amica Valeria) e quello della storia (le lettere alla figlia, degli anni ’70, all’epoca del viaggio). Ma quella della Storia è una presenza che, seppur discreta, risulta influente.

Ecco, in definitiva, mi pare che la cifra che caratterizzasse la scrittura della Adorno fosse da rinvenire proprio nel costante avanzare in equilibrio tra Cronaca e Memoria, il cercare di mettere continuamente a fuoco l’ipotetico punto di convergenza tra Storia collettiva e microstoria personale. Il viaggio è ricerca del mondo degli altri, delle loro tradizioni, del loro senso della bellezza. E in una scrittrice dalla spiccata tendenza assimilativa, diventa spesso ritorno dagli stessi “altri”, non più “altri” ormai.

Pablito è vivo. Evviva Pablito.

Ogni tifoso di calcio, in un modo o nell’altro, è  legato a una determinata partita, a una formazione, a un episodio sportivo. Ne può fare persino il big bang di una passione, la specola da cui guardare la vita. E se capisce che tutto ciò ha origine dal calcio non potrà che ammettere la dipendenza da questo sport che può portare gioia, ma anche ossessione e disperazione. La partita della vita, della mia vita, fu giocata il 5 luglio del 1982: Italia-Brasile. Non era una finale, ma era come se lo fosse. E in un certo senso lo fu. Contro l’invincibile seleçao, la più forte di sempre, favorita da tutti i pronostici, gli smandrappati italiani potevano solo ingegnarsi di evitare una goleada senza scarpinare indegnamente e senza perdere la faccia. E invece non andò così. Chi quella partita l’ha patita saprà per sempre cosa siano le montagne russe del cuore, potrà pure dimenticare il proprio anniversario di matrimonio, ma non quella data. Li avevamo fatti giocare i brasiliani, li avevamo illusi di essere dei in terra. E loro ci sono cascati per due volte, riuscendo a rialzarsi e a pareggiare, ma alla terza si sono arresi. Loro si incaponivano con prodezze individuali e noi facevamo gioco di squadra – gli italiani, pensate – mettendo puntualmente il nostro centravanti nelle condizioni di castigarli. Il calcio è così, contempla una tesi e un’antitesi: se una formazione travolgente attacca e l’altra si contrae e contrasta allora si ha il caso più classico di dialettica hegeliana. Una dialettica muscolare, è chiaro, ma se avevamo fatto giustizia del calcio-fantasia dei sudamericani potevamo pensare persino di essere noi gli dei in terra. E Paolo Rossi era il nostro profeta. La voce di Nando Martellini che scandisce in tv “Rossi Rossi Rossi” è ancora oggi un’eco che mi risuona nelle orecchie e nel petto. La faccia triste del portiere Valdir Peres era l’epitome di una sfida diventata una questione a due: Ettore che soggiaceva ad Achille piè veloce. E la gente per strada a far festa quella sera, nell’Italia svegliatasi dall’incubo degli anni di piombo, con la gioia assoluta per una bandiera che avrebbe sventolato ovunque, dai balconi come dai finestrini delle auto in carosello.

Quelli come me che nel 1982 erano ragazzi che strapazzavano i Super Santos nei campetti degli oratori hanno sognato almeno una volta nella vita di essere lui, Pablito. Era più semplice identificarsi in un calciatore dal fisico “normale”, imbarazzante quasi, a confronto con il bagagliaio di bicipiti, deltoidi e flessori esibiti dagli odierni campioni dell’arte pedatoria. Lui no, con quell’aria da uomo qualunque, da qualsiasi “signor Rossi” appunto, arrivato quasi per caso nella Nazionale, grazie a un c.t. testardo come Enzo Bearzot che lo avrebbe preferito a Roberto Pruzzo, «O Rei di Crocefieschi», trasformandolo nel capocannoniere che non ti aspetti, lui ci avrebbe fatto vincere la Coppa del Mondo più bella di sempre, la più inaspettata, riscattando i mingherlini di tutto il mondo uniti. Pablito: l’aria da garzone di bottega, l’angelo che si trasforma in diavolo quando deve rapinare le aree di rigore, il centravanti della Juventus più bella, l’unica la cui formazione ricordi a memoria come un mantra, come le preghiere del catechismo: ZoffGentileCabriniBoniniBrioScireaBettegaTardelliRossiPlatiniBoniek.

A Torino c’era arrivato passando da Vicenza, dove aveva lasciato caterve di reti, stregando gli osservatori che notavano la sua pazzesca capacità di essere intuitivo e controintuitivo, di anticipare mentalmente quello che sarebbe successo in campo. «Monello del Collodi», lo ha definito il poeta Fernando Acitelli, «eterno oratoriale bimbo / emigrato a genio / nel soffio d’una estate». Era stato amore a prima vista, lungimirante infatuazione per quel ragazzetto magrolino, con le ginocchia fragili, che qualcuno paragonava addirittura alla leggenda di Garrincha. Stesso modo di involarsi sulle fasce, stesso incedere dinoccolato che poteva improvvisamente accendersi di uno scatto che lasciava inchiodati gli avversari. Astuto quando si trattava di aggirare i difensori, esperto nell’evitare le trappole del fuorigioco, in area era come un fantasma che si materializzava dal nulla per farsi trovare pronto ad allungare il piede e metterla sempre in rete. Come deve fare il bomber, il cui unico imperativo è coincidere con il proprio epiteto; un centravanti che non segna non è un centravanti, non è nessuno. Come ha scritto Osvaldo Soriano in Fùtbol, «per il goal c’è un angelo particolare, un non so che. O ce l’hai o non ce l’hai. Tu l’hai visto: ci sono un sacco di attaccanti che non segnano più di cinque gol a campionato, non è serio». Ora vai Pablito, nel paradiso dei calciatori c’è già un angelo, col numero 10 e la maglia del Napoli, che ti aspetta per fare qualche tiro in porta.

Dissolvenze incrociate 2 (deliri d’onnipotenza)

L’ispettore capo della Polizia entra trionfante in questura, da “promosso” alla Politica, dopo aver ucciso l’amante. Narcisista maligno e arrogante, che uccide come il dostoevskjiano Raskolnikov solo per dimostrare la sua superiorità. E’ l’uomo puerile e perverso che si fa Dio o Re, pupazzo scosso da deliri autoritari, caricatura grottesca del Potere, ghigno isterico d’amore per la repressione e l’immunità/impunità. Prevalgono i primi piani, la maschera risucchia la scena che non esiste più, ridotta com’è a mero rumore di fondo, resta solo il Carnevale dello Stato. Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, di E. Petri (1970)

Lope de Aguirre, mezzo Ulisse e mezzo Hitler, insegue il sogno di raggiungere l’Eldorado risalendo il Rio delle Amazzoni. La sua masnada di temerari è stata via via decimata da indios cannibali. Tutta la sua grandezza shakespeariana, cui fa da controcanto la maestosa bellezza e indomabile potenza della Natura, tutto il suo furore titanico e visionario di uomo senza freni interiori, preda del proprio delirio di onnipotenza, si raggruma nell’immagine onirica e allucinata del condottiero che ha perso definitivamente il contatto con la realtà. Ora parla da solo alla giungla, mentre gira a vuoto tra i legni di una zattera che sta per affondare e tra i cadaveri dei compagni saltellano centinaia di scimmiette. Aguirre, furore di Dio, di W. Herzog (1972)

Le immagini dissolvono, si sovrappongono al volto di Willard creando un’effetto onirico. Lui sta sul letto, gli occhi socchiusi, come in un delirio ad occhi aperti. Sogna? Ricorda? No. L’inizio trailerizza la trama, ne anticipa lo sviluppo. Conrad fa qualcosa di simile in Cuore di tenebra, sfasa due racconti di cui uno è la parabola del secondo; Coppola trasforma il sogno a occhi aperti del personaggio in una sintesi figurativa del film. The End è la risonanza intertestuale tra libro e film. “Ride the snake to the lake” è la ripresa dell’immagine del fiume-serpente di Conrad. Apocalypse now, di F.F. Coppola

Lame e nebbia

1941. Werner von Ebrennac, ufficiale tedesco della Wehrmacht di stanza in un paesino della Francia occidentale occupata, alloggia in una casa requisita in cui abitano un anziano (suo è il punto di vista narrativo) e la nipote, Jeanne. Sera dopo sera il militare cerca tenacemente un dialogo con i suoi ospiti che lo ignorano totalmente, gli oppongono un silenzio denso come nebbia frustrando ogni tentativo di avviare una conversazione. Nel bellissimo racconto lungo Il silenzio del mare del partigiano Vercors (pseudonimo dello scrittore e illustratore francese Jean Marcel Adolphe Bruller), uno dei classici della letteratura sulla Resistenza, la potenza del silenzio è proprio l’elemento strutturale della narrazione, la tensione narrativa si regge sul rapporto tra detto e non-detto, sul senso profondo della parola negata. Tacere è, all’apparenza, un atto non-violento, la manifestazione del rifiuto drastico di un rapporto dialogico. Oppure può essere una spada affilata con cui trafiggere Werner che si ostina a cercare di sbrecciare il muro di indifferenza, peraltro dimostrandosi non invadente o molesto, evitando argomenti che possano sembrare conflittuali, parlando a Jeanne del suo amore per la Francia, di musica, di letteratura, del suo paese, delle città d’Europa, ma vedendosi opporre puntualmente un feroce e inflessibile mutismo, la negazione persino di uno sguardo in tralice: «come se l’ufficiale non esistesse; come se fosse stato un fantasma». E qui sta il punto drammatico del racconto: se l’ufficiale fosse stato violento o maleducato, il silenzio sarebbe stato facilmente conseguente. Il “nemico” è invece gentile, raffinato, anche comprensivo della difficile posizione di entrambe le parti, per cui si intuisce che il rifiuto della ragazza a parlare è una maschera che cela l’impeto del conflitto interiore che la squassa. Tutto il ritmo della narrazione è come se fosse dettato da questo equilibrio, come se avessimo in mano un ordigno la cui esplosione sembra imminente, ma che viene puntualmente disinnescato dalla sospensione, dall’attesa di una parola che non giunge mai.

Ora, a meno che tu non sia una bambina col suo amico immaginario di peluche o Tom Hanks in Cast away che, non avendo con chi dialogare si confronta con un pallone, non si parla con una “cosa”, con un feticcio, perchè non ha una vita, non ha un’anima. Ecco allora che il silenzio, impenetrabile, plumbeo, sanzionatorio, è usato come un’arma per umiliare e annichilire (letteralmente: ridurre al nulla). Un senso di fatale intimità trapela però da minimi cenni: un’alzata di spalle, il corrugarsi della fronte nell’inarcarsi di un sopracciglio, impercettibili tremiti delle dita della donna intenta a sferruzzare. Ma l’anonima “resistenza” verbale della donna è comunque assimilabile all’insulto nei confronti dell’uomo, reificato, ridotto alla dimensione di oggetto insignificante. Se non fosse che la pazienza di questi sembra fare breccia lentamente nell’animo di Jeanne, sebbene troppo tardi, poiché l’ufficiale partirà per andare a visitare Parigi e tornerà sconvolto dalla consapevolezza delle intenzioni dei suoi connazionali. Nella capitale ha realizzato ciò che il suo Paese vuole infliggere ai francesi e il suo animo sensibile ha una reazione, vorrebbe incitare a una reazione quelli che sono pur sempre i suoi nemici. Chiederà così di essere destinato ad un’unità combattente e lascerà la casa senza essere riuscito a scambiare nemmeno una parola con la ragazza. Anzi, una sola – «Addio» – pronunciata nello struggente finale del racconto:

Il volto di mia nipote mi fece pena. Era d’un pallore lunare. Le labbra, simili agli orli d’un viso d’opale, erano disgiunte: abbozzava la smorfia tragica delle maschere greche. E vidi al limite della fronte con la capigliatura, non nascere, ma zampillare – sì, zampillare -, delle perle di sudore. Non so se Werner von Ebrennac vide questo. Le sue pupille parevano ormeggiate a quelle della ragazza, come, nella corrente, la barca all’anello della riva, con un filo così teso, così inflessibile, che nessuno avrebbe osato passare un dito fra i loro occhi. Ebrennac aveva posato una mano sul pomo della porta. Con l’altra mano s’appoggiava allo stipite. Senza spostare d’una linea lo sguardo, trasse a sé lentamente la porta. Disse – la sua voce era stranamente priva d’espressione: – Vi auguro la buonanotte. Credetti che avrebbe chiuso la porta e se ne sarebbe andato. Ma no. Guardava mia nipote. La guardava. Disse – mormorò: – Addio. Non si mosse. Restava del tutto immobile, e nel suo volto immobile e teso, gli occhi erano ancora più immobili e tesi, incatenati agli occhi, – troppo aperti, troppo smorti, – di mia nipote. Questo si prolungò, si prolungò – per quanto tempo? – si prolungò finché infine, infine la ragazza mosse le labbra. Gli occhi di Werner brillarono. Udii dire: – Addio.
Bisognava averla attesa all’erta quella parola per poterla udire, ma infine la udii. Von Ebrennac pure la udì, e si raddrizzò, e il suo volto e tutto il suo corpo parvero distendersi come dopo un bagno riposante. E sorrise, di modo che l’ultima immagine che io ebbi di lui fu un’immagine sorridente. E la porta si chiuse e i suoi passi svanirono in fondo alla casa. L’indomani, quando scesi a prender la mia tazza di latte mattutina, era partito. Mia nipote aveva preparato la colazione, come ogni giorno. Mi servì in silenzio. Bevemmo in silenzio. Fuori un pallido sole splendeva attraverso la nebbia. Mi parve che facesse molto freddo.

Quale sia il nesso tra il silenzio e l’immagine acquatica evocata dal titolo non è immediatamente evidente, leggendo il racconto, se non per un passaggio, nelle ultime pagine – l’unico peraltro – in cui il mare, silenzioso in superficie ma abitato nelle sue profondità da creature in lotta tra di loro, finalmente affiora: «Certo, al disotto dei silenzi passati – come, sotto la calma superficie delle acque, la lotta degli animali nel mare -, sentivo sì pullulare la vita sottomarina dei sentimenti nascosti, dei desideri e dei pensieri che si negano e si combattono». Questo periodo si riannoda così all’imperturbabilità che comprendiamo essere solo esteriore della ragazza.

Tirar fuori un film da un lungo monologo, perchè questo è, poteva sembrare un’intenzione fallimentare, Vercors stesso era contrario quando a Jean Pierre Melville, padre nobile della nouvelle vague, venne in mente di chiedergli i diritti (il libro era stato pubblicato in clandestinità). La storia della sua realizzazione è essa stessa un bel racconto. L’autore rifiutò, il regista, sognatore un po’ sbruffone un po’ spavaldo, totalmente ai margini dell’industria cinematografica essendo un giovane al suo debutto, gli disse allora che lo avrebbe prodotto con i propri soldi e girato per puro piacere personale. Lo avrebbe fatto poi vedere a un comitato di 24 partigiani, scelti dallo stesso scrittore, e se uno solo di loro avesse detto di no, avrebbe bruciato il negativo del film in sua presenza.

Il film sarebbe stato un grande successo. Girato con rimasugli di pellicola, senza continuità nell’organizzazione delle riprese, con un minimalismo assoluto che, proprio per questo, costringe a un’esattezza delle inquadrature, è come un atto unico in 12 quadri, scanditi da suoni elementari come il ticchettio di un orologio, fino all’ultimo registrato in totale silenzio. Una successione di monologhi che si trasformano man mano fino al delirio, come delirante è l’idea del protagonista di un “matrimonio” fra civiltà tedesca e francese tramite la guerra e l’invasione. Da questa minuzia, da queste iterazioni, si sviluppa la tensione insistente e imbarazzante che sostiene il racconto.

Chissà cosa avrebbe detto Pasolini…

45 anni da quel 2 novembre in cui perse la vita. E da allora almeno una volta l’anno mi chiedo ancora: chissà cosa avrebbe detto Pasolini su un tema o un altro dell’attualità? Una nostalgia che fa il paio solo con quella per Leonardo Sciascia. E quel che resta è invece poco più della sensazione di un opaco e indefinito disagio rispetto al quale gli odierni maître-à-penser, lungi dal saper ristabilire la logica di un intero quadro globale schizofrenico, sono ormai impotenti o, nella migliore delle ipotesi, inascoltati.

Debordante e animato da fervore pedagogico, accorato e profetico, Pasolini seppe assolvere, come pochi in un secolo, la missione intellettuale che consiste nel dare respiro e dignità epocale a una politica concepita come lotta tra “concezioni del mondo”. Complesso, certo, perchè umanamente  contradditorio, ma anche per altri motivi: l’ampiezza della produzione, peraltro legata strettamente al momento storico-sociale in cui fu concepita; la connotazione storico-geografica spesso determinata; la densità della scrittura in cui tutto è essenziale; il senso profetico della propria esistenza paragonabile forse solo a quello che secoli prima ebbe Dante Alighieri.

Proviamo a immaginare il suo destino operando una surrettizia interpolazione anagrafica, rimuovendo cioè tutto ciò che produsse nei suoi ultimi sette anni, prima di passare per le forche caudine di una persecuzione pubblica che avrebbe conosciuto il suo straziante e coerente epilogo nell’Idroscalo di Ostia. La sua morte sconcia ha preso il posto di Pasolini stesso, l’oggettività della sua morte, come scrive Sciascia a proposito dell’agonia del tolstojiano Ivan Il´ič, ha «un oggettività, per così dire, figurata» e aggiungo io, ottundente. Ha legittimato letture romanzate della sua personalità, finendo col deformarlo e travisarlo, ha consentito l’uso strumentale di pagine che, slegate dal contesto in cui furono prodotte, hanno finito con l’immiserire un sistema di pensiero complesso e  problematico, da valutare sempre e simultaneamente nella sincronia dei rapporti che agivano con la società e la cultura coeve e nella diacronia di quelli che ne disegnavano l’evoluzione, tanto in riferimento alla propria parabola artistica e intellettuale che in relazione allo sviluppo storico e sociale dell’Italia postunitaria. 

Proviamo a immaginare lo scrittore friulano scrostandogli di dosso quell’uniforme di scrittore dell’impurità, delle provocazioni sul fascismo degli antifascisti, dell’indistinzione fisica tra i giovani di destra e di sinistra, l’intellettuale cioè antirazionalista, isolato e polemico, degli ultimi anni. E chiediamoci oggi cosa ricorderemmo di lui senza tutto ciò. Critici come Giovanni Raboni ritenevano che Pasolini avesse nel tempo occupato stabilmente quel posto di poeta nazionale, di Vate, che dal Risorgimento in poi era stato appannaggio di Carducci prima e poi, con la complicità del fascismo, di D’Annunzio. Con la differenza, rispetto ai suoi predecessori, che nel suo caso a ritornare alla memoria non sono versi, ma frammenti di prosa giornalistica: il che potrebbe far pensare che a resistere sia il prosatore polemista piuttosto che il poeta. E questo è in gran parte vero, ma a condizione che si assuma anche la sua prosa giornalistica come una forma di letteratura, di giornalismo «di poesia», per riprendere il titolo di un suo saggio. Ed è un tipo di saggismo diverso da quello accademico, in cui il critico si impone l’obbligo di una mediazione discorsiva, parte dallo stesso assunto di sperimentalismo che lo contraddistingue anche quando usa altri linguaggi, passa dalla saggistica di Passione e ideologia (1960), in cui analizza sostanzialmente testi poetici, per approdare infine a una forma di saggismo globale che nasce dall’occasione, coniuga autobiografismo,  riflessioni su opere letterarie e osservazioni sui costumi sociali e culturali, con una cifra di moralismo pervasivo e intenso. Si pensi alla sua elegia funebre sulla fine dell’Italia preindustriale e delle culture contadine di tutto il mondo che è una modernissima invettiva apocalittica contro uno sviluppo che non diventa vero progresso, l’anticamera di un «nuovo fascismo» che, sotto la superficie innocua del consumismo, è diventato genocidio culturale di tutte le forme di vita umana precedente. E la terminologia che usa, ossessivamente ripetuta e abilmente variata, ha una fortissima carica lirica e mitizzante. Ciò ha dato ai suoi articoli una forza d’urto straordinaria che ha reso memorabili i suoi concetti-mito (l’omologazione; la mutazione antropologica; il genocidio culturale: il Palazzo). Sicché la forma del saggio sembra tornare, con lui, alle origini: riprende tutta la sua energia gestuale, teatrale, retorica, giudiziaria, riversa tutta la sua poesia di confessione e di rimpianto facendo degli articoli un punto culminante, riassuntivo, testamentario.

Sarà forse perché la poesia non gode oggi di grandi fortune o probabilmente perché ciò che resta di Pasolini è la sua statura di scrittore tragico, di profeta, di vox clamans da tempi calamitosi che, non a caso, visse gli anni del boom come un esilio, sognando, in odio ai miti del consumo, la radicale «alternativa» dell’Africa. Tuttavia che sia l’indimenticato artefice degli Scritti Corsari a venire in mente trasversalmente a chiunque se ne voglia appropriare può voler dire solamente che sono proprio tragici i tempi che viviamo. Dovremmo necessariamente dirci, invece, che Pasolini è tutto in quegli ultimi anni. È li che esplode la sua contradditorietà, la vocazione all’eresia e allo scandalo ed è, infatti, solo di quello che resta traccia nei giornali e nell’opinione pubblica: il polemista che usa le grandi armi della retorica e fa appello alla ragione; lo scrittore corsaro che conosce bene quello che accade al corpo vivo dell’Italia perché, a differenza dei suoi colleghi letterati, s’immerge con la sua carne, il sudore e il sangue nelle viscere di quella periferia in cui conoscerà la fine e l’inizio della sua seconda morte. Una seconda morte: quella che si è presentata camuffata subdolamente nelle forme di una costante beatificazione laica, che lo ha trasformato in un santino o un’icona, non diversi da quelli di Padre Pio o Giovanni Paolo II, per via di un riuso strumentale e indiscriminato che isola artificialmente elementi di una visione del mondo stratificata e naturaliter contraddit¬toria, per dare sostanza e autorevolezza a posi¬zioni politico-filosofiche incapa¬ci di averne autonomamente. La contraddizione, appunto, funziona come elemento di saldatura necessario e rigoroso con il mondo; se ne sono possono riconoscere molteplici articolazioni nel gusto pasoliniano per l’ossimoro. E nelle tensioni non dialettiche che si instaurano tra opposte esperienze si inquadrano quasi tutti i nodi cruciali dell’esistenza e del pensiero, a partire dall’omosessualità, vissuta come sofferenza ed elezione, peccato e purezza, cognizione del dolore ed ebbrezza, vitalità e disperazione.

Non ci si può accostare a Pasolini da prospettive parcellizzate: lo sguardo dev’essere sempre d’insieme, simultaneamente rivolto a tutti i linguaggi che egli adopera. Non c’è dubbio, ad esempio, che una circolarità di esperienze saldi in perfetta unità le due attività della scrittura e del cinema. Ciò non sempre è tenuto in giusta considerazione da parte della critica. Egli sentiva fortemente la limitatezza della parola mentre voleva parlare a molte persone e cinema è un linguaggio che si diffonde meglio, non ha bisogno di traduzione, si può trasferire in altri paesi. L’unico approccio possibile per me è stato perciò disordinato, onnivoro, candido e irrazionale, come si conviene a un artista rinascimentale (l’ultimo) che tesse attorno a sé una ragnatela di interessi e linguaggi – narrativa, poesia, critica militante, filosofia, politica, musica, pittura, cinema, teatro) sicché la sua migliore opera è la sua Opera, nella e inestricabile fusione di arte e vita, nell’inutilità e impossibilità di separare i fili che da una zona rinviano a un’altra. 

Dire che si tratta di un autore unico è cosa diversa dal dover dire se si tratta o meno di un “classico” del magmatico panorama novecentesco; d’altronde è impossibile dare uno sguardo d’insieme senza incorrere nella genericità, per la natura stessa dei problemi stilistici e delle tematiche che prospetta già ai suoi esordi. Certo, oggi si avverte la necessità di ripensare Pasolini, di stabilire cosa resista della sua poesia, ma soprattutto si avverte l’impotente rassegnazione di dover riconoscere che dopo la morte sua e quella di Sciascia, siamo rimasti tutti orfani di intelligenze inimitabili.  

[N.B.: in questo blog si può anche vedere un mio omaggio in video: In forma di rosa. Sei quadri e un requiem per Pasolini]

Amor fu

L’insonnia dà belle soddisfazioni, tutto sommato. Nell’erranza notturna ti può capitare di imbatterti in pagine che ti squadernano mondi, alleviano angosce, illuminano la memoria. Ritrovo nel disordine delle mie librerie, la biografia di Adèle Hugo scritta da Leslie Smith Dow (La miserabile, Menichelli), basata su diari e lettere inspiegabilmente mai tradotti in Italia, e mi tornano in mente le scene del film che gli dedicò Truffaut e in cui la quintogenita di Victor aveva la diafana abbagliante bellezza di Isabelle Adjani.unnamed Una vita tormentata, finita a 84 anni, dopo averne trascorsi un terzo in manicomio, la dispersione progressiva di un’intelligenza scintillante, nutrita di letture e scritture, di relazioni intellettuali aggiornatissime per la metà dell’Ottocento e per una femminista integrata in un milieu inequivocabilmente patriarcale, come del resto il suo modello George Sand. adeleAdèle non si sposo mai, proprio per rifiuto dell’istituto matrimoniale inteso come il principio regolatore della società del suo tempo. Ma amò perdutamente, non riamata, lo squallido ufficiale inglese Albert Pinson che rifiutò in un primo momento di sposare (a lui interessava, in effetti, solo la dote della donna) salvo poi restarne ossessionata, inseguendolo per anni ovunque andasse (“Quella cosa incredibile da farsi per una donna, di camminare sul mare, passare dal vecchio al nuovo mondo per raggiungere il proprio amante, quella cosa io la farò”). Le pagine in cui si racconta il suo sbarco nella Nuova Scozia mi fanno pensare a quella scena di Lezioni di piano di Jane Campion in cui la giovane scozzese Ada McGrath approda in Nuova Zelanda per incontrare il promesso sposo benestante che nemmeno conosce, e finendo con l’innamorarsi del misterioso e rozzo George Baines con cui intesserà una sensualissima e drammatica trama di desiderio. Ma questa è un’altra storia, solo immaginaria e ben diversa da quella reale di Adèle, esule nelle isole inglesi della Manica, e poi progressivamente smarrita in un gorgo di schizofrenia ad Halifax e alle Barbados, prima di finire definitivamente internata dal padre in Francia. unnamedUna vicenda che però ne richiama alla mente altre, come quella altrettanto dolente e tumultuosa dello scultore Auguste Rodin e della sua musa e modella Camille Claudel o quella di Senso, il racconto di Camillo Boito da cui Visconti trasse uno dei suoi film più sontuosi, la storia della liaison tra l’aristocratica Lidia Serpieri e il tenentino austriaco Franz Mahler: un destino di passione e tradimento, tutto impostato sul registro del melodramma che amplifica e dilata il sentimento della fine, un romantico cupio dissolvi che conta come senso di estraneità alla scena della Storia di personaggi cinici, sensuali e disperati, destinati alla morte. Ma è quasi sempre così nella passione estrema: dall’amor fou all’amor fu il passo è più breve di quanto si immagini.

platone-simposioL’amore, scriveva Platone nel Simposio, è follia che ci abita, una forma di katokoché, di possessione, da parte di un éntheos, un dio, che parla in vece nostra e che non ci fa disporre più dell’Io. E’ maieutica pura, per dirla con Socrate. Balsamo e veleno, vertigine che ci spinge a dire “sono pazzo di te” quando accade che la sua forza ci sovrasti, ci travolga, ci annienti. Poco importa il sentirsi corazzati perchè lo scudo che protegge chi se ne sente al riparo è destinato a disintegrarsi lasciandoci nudi. Ed è però un dio sadico che punisce chi lo sfida, come fa Apollo col satiro Marsia traendolo fuori dalla “vagina delle membra sue”, per dirla con Dante, letteralmente scorticandolo. Perchè questo è: un resettare e formattare l’Io generando una soggettività nuova che si deve imparare a conoscere e che non dispone di libretti d’istruzione per l’uso. Non per nulla Adèle Hugo finirà prima col ridurre il suo nome alla sola iniziale H, e poi rinuncerà anche a quell’ingombrante identità che era il proprio cognome, ma anche la garanzia principale di ancoraggio alla realtà. Come farà anche il pirandelliano Mattia Pascal quando si reinventerà col nome di Adriano Meis, Adèle si dichiarerà “nata da padre completamente sconosciuto” e diventerà Miss Lewly.

L’amor fou, tanto intenso da essere inteso come anormale, sfida la logica, il senso comune, la ragionevolezza, è quello resistente e senza prospettive di esistenza, riconosciuto solo dall’amante che intercetta la follia dell’altro e trova nell’impossibilità della relazione la sua stessa ragion d’essere. Quella sensazione di non poter vivere senza la causa della nostra infelicità, una guerra che fa solo vittime, che ci stordisce di domande assurde e senza risposta, di cui non si capisce se sia più insopportabile la dipendenza nostra dall’amore e dalla paura dell’amore o quella dell’oggetto d’amore da noi stessi. Una malattia? Forse. Corneille afferma che amiamo chi merita di essere amato, mentre Racine diceva che lo merita anche l’essere spregevole e quando questo accade riserva esaltazione e dolore, estasi e tormento. unnamed (1)E’ amore quello del paladino Orlando “non usato all’amorose cose”, che “vinse tutto e tutti” e a sorpresa “fu sconfitto da amore”. E che da ‘uomo che non deve chiedere mai’ qual era, si ritroverà senza l’esoscheletro dell’armatura con cui lo si identificava. Diventa Uomo così, in quell’inerme fragilità che si cela sotto qualsivoglia certezza, sotto ogni promessa di rassicurante felicità. Gli accade così di smarrirsi in una selva oscura in cui non c’è segnaletica a indicargli la via d’uscita, in cui cade vittima d’inganni che la sua stessa mente partorisce.

L’amore è l’incontro di fragilità, di frammenti che cerchiamo di ricomporre come in un puzzle di cui manca sempre un pezzo. Non gli si addicono il silenzio, la comprensione, la condivisione, le risposte univoche e definitive, l’intenzione, la promessa, la fede che si accorda al dogma. A questo dio dispotico e capriccioso ci si può solo arrendere perchè sembra esistere solo per farci toccare con mano tutti i limiti della nostra natura, per ricordarci che ricercarlo negli altri è solo un modo per ritrovare tutto ciò che abbiamo perduto di noi stessi. Come scrive Julio Cortazar, in materia amorosa i pazzi sono quelli che ne sanno di più. Non chiedere d’amore agli intelligenti, amano intelligentemente, che è come non avere amato mai”.

 

 

Di suoni, silenzi, sirene e altri avvisatori acustici

Dicevamo del silenzio e del suo essere non opposto bensì complementare al suono. La dialettica richiama fatalmente il mito delle sirene, creature che cantano e incantano, ma il cui canto non può essere ascoltato, se non a costo della morte. Delle sirene ci parla Omero (Odissea, XII, 39-54 158-200), là dove Circe descrive a Ulisse le loro fattezze, definendole muse del mare dal canto ammaliatore cui nessun uomo e navigante può sfuggire. Gli elementi di questa rappresentazione ritorneranno in quasi tutta la letteratura posteriore: l’arte del canto e il sapere sovrumano sono le principali caratteristiche della raffigurazione e mentre il poeta ci tramanda le fattezze e le caratteristiche proprie di queste creature, la letteratura poetica alessandrina prende in considerazione anche la loro genealogia, ma lì il discorso si complica.Sirena-Mitologia-Greca

Dove abitavano queste mitiche e leggendarie creature? Nell’Etna? Nelle bocche di Capri? Nei mari del Nord? Nel Pacifico? Nell’Atlantico? Non è questione da poco, dal momento che risultano avvistate ovunque. C’è poi il significato che nell’evo antico era ancora ctonio, cioè erano anime dei morti assetate di sangue, significato che decadrà rimanendo viva, fino ai giorni nostri, solo la concezione omerica. C’è poi l’aspetto zoologico che l’iconografia ha complicato rielaborandole sotto molteplici forme come a far credere che non sia il solo suono, ma anche la loro forma a ingannare i sensi. Insomma una fabula,  quella delle sirene, che attraversa trasmutata tutte le epoche e tutti i generi – dall’epos alla lirica, dal poema eziologico alla tragedia – e popola tutti i repertori iconografici, con il corredo di bestiari medievali, manuali di araldica e decorazioni vascolari.

102423-Le-Sirene-e-OdisseoNoi tutti conosciamo le sirene descritte da Omero, ma quelle di Platone sono molto interessanti. Però intanto dobbiamo dire che l’immagine di questo creature non fu sempre quella di donne-pesci che emettono un canto melodioso capace di attirare e distruggere il navigante. Nell’Ars poetica, Orazio ci dice che questi ibridi erano così brutti che di loro si poteva solo ridere, anche se non ce le descrive; Ovidio, nel quinto libro delle Metamorfosi, le descrive invece come donne-uccelli (“ma perché voi, Sirene, avete penne e zampe d’uccello, con volto di fanciulla?”). Una cosa è certa: come fossero o siano non lo sappiamo perché ogni luogo del mondo le ha immaginate a modo proprio.

Fatte salve queste certezze (sono ibridi, sanno cantare, conoscono) altre domande restano da secoli senza risposta univoca. Per esempio: perché si chiamano sirene? Dove abitano? Cosa cantano? Molti sono i tentativi fatti per spiegare l’etimologia del nome: alcuni lo hanno collegato a radici semitiche Sir (*canto) altri si sono collegati a radici greche (fune, corda), e come tale Sirena è colei che incanta, che avvince, che ammalia, altri ancora presumono che il nome significa “ciò che brilla”, che arde, che brucia, accostandolo come personificazione all’incanto del mezzogiorno. È questa, infatti, l’ora delle sirene. Meridies: un’ora ambigua, l’ora immobile di cui parla Platone nel Fedro, la contr’ora di cui ancora si parla nelle nostre terre meridionali. Nella sua torrida immobilità essa significa, appunto, estasi e smarrimento, rapimento e follia, quando l’eccesso di luce forma una coltre spessa opaca, quando il mare privo di onde («Ed ecco a un tratto il vento cessò; e bonaccia fu, senza fiati: addormentò l’onde un dio» – così nell’Odissea), sembra sospeso in un’allucinata immobilità, e fatale si insinua la dolcezza dell’accidia e il sonno mortale. downloadI demoni meridiani appaiono a mezzogiorno e ugualmente partecipano di caratteri ctoni e solari, demoni dell’ora consacrata ai morti, personificazioni esse stesse delle anime dei defunti, le sirene si congiungono anche con l’atmosfera solare, partecipano della forza distruttiva dell’astro che dà la febbre, spossa le energie dei mortali fino a corrompere la carne e far marcire le ossa. La lunghezza dell’ombra allora è minima, e l’anima – pari all’ombra – è più fragile, più esposta alle tentazioni del soprannaturale, più vulnerabile all’insostenibile contatto con la conoscenza divina. Omero immagina nel canto di questi esseri la vera conoscenza delle cose, ma è una conoscenza senza ritorno. Per lui le sirene parlano e dicono: «Nessuno mai si allontana da qui con la nave nera, se prima non sente, suono di miele, dal labbro nostro la voce poi pieno di gioia riparte e conoscendo più cose… Tutto sappiamo di quello che avviene sulla terra nutrice». Promettono conoscenza e danno in cambio la morte e questa conoscenza giunge attraverso un suono.  John-William-Waterhouse-Ulisse-e-le-sirene-1891Cosa cantano? È il quesito che sul loro conto pose l’imperatore Tiberio (lo racconta Svetonio nel Tiberius, III, 70). Il loro canto comunque uccide chi lo ode che perciò non può riferirne, mentre chi non lo ascolta sopravvive, ma non avendolo udito non può parlarne.

Platone, nella Repubblica (libro X), parla delle sirene astrali che siedono sui cerchi del fuso di Ananke e che confondono le loro forme con le corde di uno strumento. Quei cerchi girano a velocità diversa e producono un’armonia che corrisponde all’accordo di otto voci. Ciascuna di esse emette una nota, su un unico tono. Ma ogni nota accompagna il ruotare del cerchio, sviluppando un canto attraverso il movimento sincronizzato delle sfere. L’armonia che ne risulta è successione di suoni, le singole voci delle sirene nel loro combinarsi costituiscono l’ottava. La quale altro non è che il principio e la base del canto. Ma dal canto nasce la melodia. Dalla melodia il fascino che cattura, grazie al suono, l’intero universo. Strudwick_-_A_Golden_ThreadE il suono diventa eterno come dice nel passo in cui descrive tre donne accanto alle sirene astrali. Si chiamano Lachesi, Croto, Atropo. E Platone scrive: «E cantavano in armonia con le Sirene: Lachesi il passato, Croto il presente, Atropo il futuro». Vi è quasi uno spasimo per la conoscenza. Ma è certo che essa giunge soltanto con un suono, con la musica. Ma una risposta alla domanda di prima (cosa cantano?) non c’è. Forse perché il vero segreto della musica è, ancora una volta, il silenzio.

La costruzione dell’Amore

La notizia è questa: Mechthild Flury-Lemberg, una studiosa tedesca di tessuti antichi, un’autorità nel campo, osservandone le cuciture, ha ipotizzato che 19 dei 31 rattoppi con cui è rammendato il saio di Francesco d’Assisi, conservato nella sala delle Reliquie della Basilica di Assisi, siano della stessa mano. Quest’ultima sarebbe quella di santa Chiara e i ritagli proverrebbero tutti dallo stesso tessuto, e cioè il mantello di lei.

La veste penitenziale che Francesco preferì alle pregiate stoffe di cui si spogliò al cospetto del Vescovo di Assisi, volgendo così le spalle al proprio passato di figlio di agiato mercante, ha la tinta smorta della terra – un cinerino che scolora nel beige – e la forma di un sacco, come il sagum romano (da cui il nome “saio”), una camicia contadina che si ricavava dagli indumenti militari smessi, e come si addiceva a un legionario della fede corso «in guerra del padre» (Dante dixit). Un abito solo, a forma di croce, per entrare con tutto il corpo nel mistero del Gesù Crocifisso, rivelazione suprema del Dio-Amore del Vangelo cristiano. E con un cappuccio, come la testa di un’allodola. Piccolo di statura com’era, e sotto quel copricapo bigio, Francesco doveva davvero assomigliare all’«umile uccello che va volentieri per le vie in cerca di qualche chicco», come si legge nella Leggenda perugina.

Se la tunica rossa di Gesù di cui parla Giovanni nel Vangelo non presenta rattoppi, è perché la Sua immagine, di cui ogni uomo è somiglianza, non ammette strappi; il saio usurato e rammendato di Francesco traduce, al contrario, nelle 31 pezze che lo tengono insieme, tutta la fragilità, le lacerazioni interiori, la labilità e la provvisorietà dell’uomo.

Un solo abito – estate e inverno – e quando si strappava era sufficiente rammendarlo. Pare che a questa mansione Chiara avesse provveduto altre volte e che anzi fosse lo stesso poverello, una volta l’anno, a rivolgersi a lei per queste emergenze sartoriali.

abs-francis-l_1492331Per come la penso, non mi interessa stabilire la fondatezza di quest’ipotesi quanto considerare la straordinaria potenza simbolica di quel saio rattoppato, feticcio d’amore libero e intenso di una donna che non vuole banalmente “abbellire” con brandelli del proprio mantello un’umile veste divenuta già reliquia dopo la morte dell’uomo, quanto ribadire, nell’atto di rammendarlo, un’idea: le vesti di Francesco e Chiara, le loro seconde pelli, prima a contatto dei corpi poi cucite insieme come in un mistico abbraccio d’amore spirituale e carnale a un tempo. A ricordarci che l’amore è un lavoro di sartoria, la stoffa che ci è data all’inizio è integra, ma col tempo si logora e perde lucentezza. Occorrono mani certosine e pazienti che rammendino gli inevitabili strappi, che esibiscano anziché nasconderle le imperfezioni dei rattoppi perché nessun amore terreno è pieno, intero, ma vive di difetti, si nutre di errori e carità, di comprensione e volontà di ricucire e riciclare per non buttare via, si chiarisce nel tempo per approssimazioni, come ogni costruzione che nasce dal nulla, e «spezza le vene delle mani, mescola il sangue col sudore», come si dice in una famosa canzone. L’amore ci nutre, come il sangue, e il sangue è bruno, come la terra che a sua volta nutre la Natura, come il saio cinerino di Francesco che della Natura fu l’amante più appassionato.