La resistenza delle donne

Chi si trovasse in questi giorni a Catania avrebbe più di un buon motivo per assistere allo spettacolo con cui il Teatro Stabile della città inaugura la nuova stagione. La prima è che ci si trova di fronte a una messinscena coraggiosa per scelta linguistica e necessaria per implicazioni etico-sociali. La si deve a Laura Sicignano che dà voci e volti a un testo – Donne in guerra – scritto insieme ad Alessandra Vannucci, che arriva allo spettatore come un uppercut da cui è complicato riprendersi perché ti lievita dentro e ti “disturba” (come dovrebbe sempre fare il teatro) costringendoti a pensare anche a distanza di giorni.

Era da molto tempo che non mi capitava di emozionarmi fino alle lacrime; col cinema mi succede facilmente, ma il palcoscenico raramente mi ha riservato tanto intenso coinvolgimento. E qui sta la seconda ragione per cui val la pena recarsi alla sala Verga, ripensata e trasformata al punto che gli spettatori catanesi, almeno quelli affezionati, faranno fatica a riconoscerla: non è solo la bravura delle sei attrici, ma il ruolo che riveste un settimo protagonista, il pubblico, senza il quale l’opera si svuoterebbe di tensione. Se si è ormai avvezzi al concetto della caduta della quarta parete, bisogna tener presente che in questo spettacolo le pareti non ci sono proprio, ma ci si trova coinvolti, in qualche momento proprio da personaggi, in una situazione per così dire immersiva che dilata e acuisce l’attenzione e gli effetti patèmici. Sarà che dopo il lockdown si sente l’estremo bisogno di tornare a guardarsi negli occhi, la necessità di riprendere persino con la finzione un contatto reale, fisico, sta di fatto che sentire nelle narici la stessa polvere che respirano gli attori in scena dà quasi l’ebbrezza e il sollievo di una vera e propria liberazione.

Non dimenticar le mie parole: l’ammonimento affidato alla canzonetta resa famosa nel ’37 da Emilio Livi col Trio Lescano e che risuona fino alla fine dello spettacolo, ma in una tonalità antifrastica rispetto alla solarità del contenuto, ci avverte dell’inevitabilità di prestare attenzione ai tormenti e alle pene raccontate che non sono d’amore, ma vere e proprie tragedie esistenziali. A dominare lo spazio è un binario ferroviario che si eleva a metafora di una traiettoria che è quella della memoria, della Storia e che a un tempo sembra evocare quello che ebbe per mèta l’inferno concentrazionario di Auschwitz dentro cui si inabissò il genere umano. Ma è un binario morto, come a dire che su quella pagina che racconta l’estate del ’44, in cui si collocano cronologicamente le esistenze dei personaggi, non sembra ancora possibile mettere un punto che metta fine a un periodare reso contorto e confuso da steccati ideologici. Sulla rotta di quel voyage au bout de la nuit incedono le donne per le quali andare in guerra non significò certo combattere al fronte, ma resistere a casa, in fabbrica, tra i boschi e nelle strade della lotta clandestina e partigiana, contro la violenza degli stupri, la violenza della miseria, la violenza delle torture, la violenza della negazione di ogni elementare dignità. Un’altra Resistenza, dunque, che da decenni esige conciliazione, che trasmetta la consapevolezza che era “alla guerra che si doveva far guerra”, come dice in un momento dello spettacolo l’operaia. Perché nella guerra è la stessa natura umana ad essere vittima, a lasciarci nudi, esposti e restituiti al comune di destino di morte, e a suggerirlo è il raggelante quadro finale della trama.

Sei donne in scena, dunque, e dico donne anziché attrici perché l’efficacia della regia sta proprio nella scelta di renderle convincenti come tipi, non tanto esaltandone la tecnica recitativa, ma de-teatralizzandole e caricandole di tutta l’umanità e il doloroso destino che individualmente rappresentano.

Barbara Giordano, Isabella Giacobbe, Leda Kreider, Carmen Panarello, Federica Carrubba Toscano ed Egle Doria – tutte bravissime – non recitano rispettivamente i ruoli di una staffetta partigiana, un’innocente e candida ragazza traumatizzata in modo irreversibile da una violenza, la figlia di un comunista che finirà repubblichina, una signora della borghesia medio-alta fedele al regime, una casalinga che entrerà in fabbrica, una contadina-levatrice, ma diventano esse stesse i caratteri le cui sorti e vicende si snodano sul filo dei loro racconti – e sono testimonianze autentiche, tratte da lettere e memorie di individui ai margini della storiografia sulla guerra civile dopo l’armistizio. Il punto di vista tutto femminile non è tanto o solo rivendicazione di una lettura storica di genere. Le donne, in quanto generatrici di vita, rappresentano l’anello primario di congiunzione con la natura, con l’ancestralità, il sacro nella sua espressione rituale, il loro corpo è memoria stessa della nostra identità e garanzia primaria della sopravvivenza del genere umano. Per questo meglio e più degli uomini sarebbe stata delegata la missione di ricostruire una normalità in un momento in cui di normale non era rimasto proprio nulla.

N.b.: lo spettacolo non è una novità assoluta, ma torna in scena dopo aver raccolto una menzione al Premio Ubu, il Premio Fersen 2015 per la regia e il Premio internazionale Les Eurotopiques 2014. Qualcosa questa nota in margine può pure significare.

Pacchioni e pachidermi: body shaming on stage

Nell’isola in cui la rivendicazione di un primato tra la parte occidentale e quella orientale sta tutto dentro la desinenza che determina il nome da assegnare a una palla di riso variamente farcita (arancin-a o arancin-o) ben altre risonanze e conseguenze ha la declinazione del termine pacchione. Il palermitano che lo usa evoca generalmente, e in un senso inequivocabilmente dispregiativo, un individuo di sesso maschile in condizioni di sovrappeso. In greco esisteva l’aggettivo maschile pachýs che significa “grosso”, “pesante”, da cui “pachiderma”, ma l’origine potrebbe anche essere da “chiappa”, cioè la natica, che è la parte più voluminosa del corpo, che per metàtesi diventa “pacchia”: “fare la pacchia” vuol dire condurre una vita sedentaria e quindi ingrassare. Di più: la densità semantica può variare in ragione della maggiore o minore apertura della vocale interna per cui si può rappresentare un diverso grado di obesità anche solo allargandola e allungandola (“talé cche pacchiuuuni” è già diverso da “talé cche pacchiuni”). Per il catanese, lo stesso termine si riferisce di solito a una donna oltremodo avvenente, ma la sua gradazione dipende dall’intensità con cui si pronuncia il suo prefisso e, in particolare, la consonante esplosiva iniziale (“talìa cchi pppacchiuni”). L’etimologia è da riferire a “pacchio” che in catanese indica l’organo genitale femminile; i linguisti potrebbero aiutarmi a stabilire se l’origine sia dalla velarizzazione dell’aggettivo latino “patulus” che si riferisce a un’apertura. E però, nell’uso comune, è invalsa in entrambi i capoluoghi l’abitudine a riferire il termine anche al sesso opposto per cui è sempre più frequente a Palermo l’uso di “pacchiona” per una donna di taglia forte e a Catania di “pacchione” per riferirsi anche a un bel ragazzo. C’è però un comune denominatore, in entrambi i casi, e cioè il giudizio di valore assegnato al soggetto cui si riferisce l’epiteto, in ragione esclusiva del suo aspetto fisico. Nel primo caso, “pacchione” ha un valore dispregiativo della persona, nel secondo vorrebbe essere un apprezzamento lusinghiero che però insiste troppo su una valenza quasi esclusivamente sessuale e concupiscente. Trattasi, in entrambi i casi, di quel che si definisce body shaming, ossia la peste etica del nuovo millennio, che non risparmia nessuno, anche se sono le donne a esserne più frequentemente vittime, l’abitudine cioè a giudicare gli altri sulla base del loro aspetto fisico e della corrispondenza a parametri estetici più o meno imposti dalla società e dai media.

Foto di Antonio Parrinello

La pacchiona è anche un’opera in scena in questi giorni a Catania, quel che si dice un dramedy, l’ibridazione cioè di elementi tipici della commedia (battute argute, vivaci diatribe) con quelli del dramma (contenuti importanti, temi e personaggi complessi). Prodotto dal Teatro Stabile della città, è la versione italiana di un opera del 2004 del regista, sceneggiatore e drammaturgo americano Neil LaBute, dal titolo Fat pig, segmento di un progetto più ampio che prende il nome di Trilogia della bellezza. Nell’allestimento nostrano la traduzione e l’adattamento sono di Marcello Cotugno (che ne firma anche la regia) e di Gianluca Ficca, gli attori sono Paolo Mazzarelli, Federica Carruba Toscano, Chiara Gambino e Alessandro Lui (tutti molto bravi ed efficaci), mentre la vicenda è trasposta in Sicilia.

Poco male, non è solo l’America la patria di tutte le possibili contraddizioni che generano conflitti – e quindi storie – dal momento che le opere di LaBute non hanno una vincolante e precisa topografia di riferimento. Quel che contano sono i concetti e in questo caso il tema dell’ossessione dell’apparenza, della sopravvalutazione dell’aspetto fisico in una società – che è anche quella siciliana – che esalta soprattutto gli individui che corrispondono esteriormente a paradigmi di desiderabilità imposti dal sistema dei consumi. A primo acchito mi ha ricordato certe situazioni di un film – Hairspray – del provocatorio e dissacrante John Waters, uscito in Italia col pessimo titolo Grasso è bello, ma lì in modo decisamente scanzonato si parlava anche di altre discriminazioni, come quelle razziali.

Qui invece tutto ruota attorno ad Elena e Tommaso, la prima è una bibliotecaria palermitana il cui essere oversize non fa velo a un’indiscutibile simpatia, frutto di modi diretti e sfacciatamente onesti, pur se gentili, l’uomo è invece un professionista milanese che lavora in Sicilia per conto di una società in cui sono impiegati anche il suo migliore amico e una contabile con cui ha già avuto una relazione alquanto tossica. S’incontrano in un ristorante affollato all’ora di pranzo e iniziano a parlarsi e piacersi per passare di lì a poco a poco a frequentarsi. Fin qui niente di straordinario, fino a quando la loro non diventa una relazione stabile. È a quel punto che dovranno fare i conti con gli ammiccamenti, le battute, la diffidenza e la cattiveria di tutti coloro – e sono i più – che considerano la sessualità la riserva esclusiva di chi ha corpi tonici, e che dalla modellizzazione del proprio corpo ricavano il proprio simulacro di felicità e di benessere.

Ragazza inequivocabilmente buona, ironica ed autoironica, vulnerabile e vittima delle mistificazioni culturali, ma sincera e onesta, Elena ha imparato faticosamente ad accettarsi e a vivere come desidera, anche se costretta a subire le pressioni di chi la vorrebbe diversa e non la accetta perché non conforme ai propri standard di bellezza. Il fascino della rappresentazione deriva proprio dal livello in cui lo spettatore vedrà come imbarazzante la relazione col bel Tommaso, nell’instabilità dello sguardo costretto a confrontarsi con i propri impulsi e pregiudizi, gli stessi con cui deve confrontarsi l’uomo per affrontare il crescente disagio di una relazione che lo espone al timore di apparire ridicolo benché innamorato. In questo senso, la scena che mi è sembrata più potente è quella in cui i due si accingono a fare l’amore mentre guardano uno dei tanti spaghetti-western a cui l’ha fatta appassionare da bambina il padre. Al di là dell’imbarazzo di fronte a cui è messo il pubblico nel vedere una donna sovrappeso svestita che cerca di provocare e sedurre un uomo molto attraente, nell’intimità di quella situazione e con quelle immagini che scorrono e che avevano costituito la colonna sonora dell’età in cui aveva negato la propria sessualità proprio a causa della sua costituzione, Elena ha un blocco che le impedisce il rapporto fisico con Tommaso e che comincia a far incrinare la relazione con l’uomo.

Foto di Antonio Parrinello

Quel che colpisce e traumatizza lo spettatore non è tanto il linguaggio utilizzato dai ripugnanti personaggi di supporto che rappresentano la crudeltà di una società alienata, quanto lo shock del riconoscersi in individui orribili che dicono cose spregevoli e misogine. Per cui all’inizio riusciamo anche a ridere, ma via via ci rendiamo conto che l’effetto disturbante di certe situazioni discriminatorie è dato dal nostro rispecchiamento in caratteri narcisisti che sono sì odiosi, ma non più di quanto non potremmo esserlo noi in circostanze analoghe. La visione di LaBute è scettica riguardo alla possibilità che al giorno d’oggi si possa essere davvero in grado di costruire relazioni positive di qualsiasi tipo. Semplicemente i nostri tempi non offrono le condizioni per poter evitare i conflitti e le angosce che derivano dal sentirsi sempre nel raggio di osservazione di un radar sociale che illumina solo chi persegue la dittatura del successo. Ed è proprio ai personaggi più odiosi che l’autore affida la chiave di lettura dell’opera, sono loro a dirci che siamo tutti incapaci di sopportare la diversità e che saremmo disposti a morire pur di non rischiare la disapprovazione. La pacchiona perciò ci riguarda e ci colpisce non tanto perché intercetta la nostra facile riprovazione verso il body shaming quanto perché smaschera le piccole e grandi viltà da cui nessuno può ritenersi immune e su cui non si può fare a meno di riflettere anche il giorno dopo aver visto lo spettacolo. Che è quanto il teatro dovrebbe sempre riuscire a fare.

Il diamante della delusione

La delusione è un sentimento sottovalutato. Gli attribuiamo quasi sempre un sapore sgradevole per il suo andare a braccetto con il senso di sconforto e amarezza che deriva dal non vedere realizzate le proprie aspettative. Ma la delusione è anche un’immensa risorsa, andrebbe assaporata in purezza, non corrotta dal pasto avariato del disinganno, dal boccone velenoso della recriminazione e del rancore, filtrata insomma dal setaccio della consapevolezza. Così raffinata, consente di guardare le cose nella giusta prospettiva, di perimetrare correttamente le aspirazioni, di essere insomma l’agrimensore dei propri desideri. Le persone o le esperienze che ci deludono sono quelle a cui dobbiamo una più esatta percezione dei nostri bisogni. È la rivincita della propria sfera logica su quella emotiva, il microscopio che ci consente di vedere le cellule malate di una situazione che non corrisponde alla realtà, ma unicamente alla rappresentazione che di quella realtà ci eravamo fatti.

In amore, per esempio, quando sopravviene? Nel momento in cui realizziamo che l’idolo intorno a cui ruotano i nostri desideri non è tale, ma solo un feticcio, nel momento in cui ci accorgiamo di amare più l’idea che ci eravamo fatti che la persona com’è davvero. Cosa sia lo spiega meglio l’etimo che contiene il termine latino ludus, che è il gioco, ma anche l’inganno. La  regia amorosa prevede infatti, da copione, la realizzazione di un certo numero di effetti illusionistici che, proprio come negli spettacoli di prestidigitazione, possono essere di varia natura. La più elementare è quella fisico-meccanica: curiamo l’aspetto esteriore per colpire la vista e produrre l’incantamento. Ma senza esagerare, senza dare l’impressione di essere innaturali. Ci teniamo ad apparire eleganti, indossando con disinvoltura lo smoking delle nostre migliori abitudini. Subentra poi la misdirection, questa è fondamentale perché consiste nel rivolgere l’attenzione dell’osservatore altrove. Si cerca cioè di far concentrare l’altro su determinati aspetti del gioco illusionistico lasciando in ombra o inducendo l’oblio di altri. Si cucina, se si è bravi tra i fornelli, si canta se si è intonati, si usano i motti di spirito se si è ironici, e così via. Tutto serve per colpire i sensi, per suscitare ammirazione e sviare da tutto ciò che non dev’essere notato (difetti, cattive abitudini, inclinazioni caratteriali problematiche). La misdirection è fondamentale nella drammaturgia sentimentale, perchè se solo si percepisse il trucco, il gioco risulterebbe compromesso e a poco varrebbe il tentativo dell’illusionista maldestro di rimediare ai propri errori. Altra regola fondamentale dell’illusionismo è quella “dinamica” per cui un movimento grande ne copre uno più piccolo. Se si attira l’attenzione su un gesto evidente (in amore può essere l’effetto-sorpresa di un coup de théâtre – le serenate quando ancora si facevano – o un regalo spropositato) si tenderà a guardare quello e non si noteranno altri movimenti impercettibili in cui consiste l’inganno. Questo è di importanza capitale nella comunicazione commerciale, la réclame pubblicitaria  si fonda sul principio del colpire l’occhio per conquistare la mente. Ecco, in amore, si è come pubblicitari di sé stessi. Infine è determinante il ritmo, il tempismo. Tutti i trucchi necessitano dei tempi giusti, questo è chiaro nei giochi di manipolazione con le carte, e chi bara sa benissimo quanto sia fondamentale la scelta del momento in cui distribuire o pescare la carta dal mazzo.

Ma in alcuni giochi molto comuni, come quello delle tre carte per esempio, non bisogna trascurare il ruolo dei compari che circondano il baro e l’ingannato. Nei giochi di illusionismo amoroso, i compari sono ovviamente gli amici o le amiche che hanno il preciso compito di legittimare l’autorevolezza e la correttezza dell’artefice del gioco illusionistico. Questi devono sostanzialmente alzare la posta, indurre a pensare a quanto allettante possa essere la vincita per aumentare nel giocatore la tentazione di scommettervi.

Cosa fa l’illusionista? Crea a parole, nella mente dello spettatore, il simulacro di una situazione eccezionale rispetto alla realtà comune. Analogamente, chi ama ci tiene a generare nell’amato la sensazione che il loro sentimento non abbia corrispettivo e lo fa con frasi del tipo «nessuno ti amerà quanto ti amo io», «nessuno farebbe per te quello che sto facendo io», «nessuno, a parte me, si metterebbe in una situazione del genere». La componente psicologica è fondamentale proprio perchè la magia in sé non esiste e la magia dell’amore è essa stessa una contraddizione in termini. La magia è solo nella mente dello spettatore o dell’amato mentre la realtà è altra cosa. È anche una questione di stile illusionistico. Ci sono “maghi” che si affidano alla simpatia e che risultano credibili per la capacità di instaurare attraverso la battuta un clima confidenziale che dispone alla fiducia e ci sono i cosiddetti “mentalisti” che basano il loro stile sulla capacità di indurre una sorta di minaccioso timore. Nelle relazioni amorose, questi corrispondono grosso modo a quelli che usano frasi del tipo «non troverai nessuno/a come me», «col carattere che hai, senza di me sei destinato/a rimanere solo/a». In pratica, non conta tanto ciò che l’illusionista fa, ma l’effetto che si produce nella mente dell’illuso, la crepa che l’illusionista riesce a individuare per penetrare nella mente altrui. 

La principale, ad esempio, è quella del completamento logico: date due azioni non direttamente consequenziali, se ne inferisce una terza che porta dalla prima alla seconda. Esempio banale: ho una pallina chiusa nel pugno della mano destra, la avvicino alla sinistra e la pallina compare in quest’ultima. La mente inferisce così che la pallina sia prodigiosamente passata per invisibili vie da una mano all’altra. Questa falla logica è utilizzata dal mago per trattenere la pallina, nascondendola nella mano destra, e mostrare nella sinistra un’identica pallina che era già nella mano. L’illusionista escogita un modo per fingere l’azione del passaggio in modo che la finta azione sembri, per quanto possibile, identica all’originale. Questo trucco è tanto più facile quanto più naturali e fluidi risultano essere i movimenti delle mani. 

Nelle relazioni sentimentali possono accadere manipolazioni mentali di questo tipo quando, per esempio, si usa al posto della pallina, una bugia nota detta da uno dei due soggetti amorosi. L’illusionista usa quella bugia “spostandola” disinvoltamente da una mano all’altra anche quando le circostanze non lo ammetterebbero e con naturalezza basa la sua capacità di controllo mentale fondandola su un semplice presupposto: a) tu hai detto una bugia in una determinata situazione (la pallina nella mano destra); b) la possibilità che la bugia possa essere usata in un’altra circostanza (la mano sinistra) dipende solo dalla naturalezza e dalla fluidità con cui io riesco a farti percepire come naturale il movimento della pallina/bugia per dimostrare che non sono io a manipolare la pallina, ma sei tu a doverti convincere di essere bugiardo. La domanda che ne consegue è: perché? L’illusionista ha uno scopo: produrre intrattenimento. Il soggetto amoroso potrebbe averne altri: produrre condiscendenza, soggezione o potere. Lo spettatore che scopre il trucco, al massimo non si diverte. A chi, in amore, resta deluso mi sembra si addica di più smontare il giocattolo per vedere cosa c’è dentro e capire cosa gli ha procurato piacere. Se si conoscono i meccanismi del gioco, è più facile giocarci senza rischiare di farsi male.  Love is a losing game, cantava Amy Winehouse. Va da sé che il bello del gioco amoroso è il piacere che ci procura nel momento in cui ne siamo attori. Quando finisce ci rammarichiamo, cerchiamo di capire, di aggiustarlo, perché non vogliamo vederci negato il piacere che ci ha procurato. Ma, di fronte all’irreparabile, l’alternativa è rinunciarvi per sempre o smontarlo per capire perché sentissimo il bisogno di giocarci. Gli amori – la loro ebbrezza, il capitale di sogni e fantasie che suscitano – possono finire. La delusione no, quella resiste, è per sempre. Come i diamanti della pubblicità. Ma serve, e ci aiuta, in ogni passaggio della vita, a fare scelte che non siano autodistruttive.

Vigile vigilia dell’attesa

24 dicembre, la vigilia dell’attesa. Tendenzialmente ottimista, non mi appartiene la filosofia del peggio. Cerco di scoprire il buono negli imprevisti, negli accidenti della vita. Nelle avversità provo a ribaltare la prospettiva e a considerare opportunità ciò che altrimenti si potrebbe considerare disgrazia, a considerare almeno un po’ bene tutto il male che sembra venir per nuocere. Un’abitudine che le limitazioni della pandemia hanno incoraggiato è sicuramente il diverso valore che posso dare al tempo. Si dice: chi ha tempo non aspetti tempo. Relax, baby! Nessuna fretta. Ora, di tempo ne abbiamo anche troppo. La cattività domiciliare imposta dai dpcm tinge di un profondo rosso le prime ore di congedo dal lavoro e, almeno cromaticamente, l’emergenza si accorda all’atmosfera natalizia. Di bianco non ci è rimasta ormai nemmeno la neve, altro che I’m dreaming of a white Christmas. Quest’anno il rosso fa tendenza, si porta su tutto. Anche l’Etna ci mette del suo, con i suoi boati ci spernacchia e spennacchia il cielo nero con sbuffi vermigli di fuoco.

Dicevamo però del tempo e dell’attesa. Le giornate si sono dilatate, le festività natalizie non ci obbligano più di tanto al rituale delle visite ai parenti, allo shopping ossessivo-compulsivo, alla litania dei pranzi e delle cene: “addà passà a nuttata”. Nel frattempo aspettiamo, ma cos’è l’attesa? Una disposizione attiva o passiva? È l’azione (così nei dizionari) di chi aspetta e quindi un singolare ossimoro che impone all’idea di uno stato di tregua e di requie il dinamismo del fare (l’attesa sarebbe così un tempo riempito da “cose” che facciamo per esorcizzare lo stesso scorrere del tempo)? Oppure è uno stato d’animo e quindi un sentimento? O solo un semplice intervallo di tempo? Nel tempo dell’attesa c’è comunque un’idea di futuro, una tensione verso la vita che non è ancora. Attendere, viene dal composto latino di ad e tendere, letteralmente è un guardare avanti. E quindi è bello aspettare. L’attesa è una promessa e una speranza, come dicono gli spagnoli che hanno quel verbo dolcissimo come un bacio a fior di labbra: esperar (Espérame en el cielo, corazón: Aspettami in paradiso, cuore / Se vai per primo / Aspettami che presto andrò / Ovunque tu sia). Attendere è come stare in agguato, è la tensione vigile di chi vede oltre, e quindi vede prima. Gli inglesi dicono to wait, ma è un calco dal provenzale guaitar, che significa vegliare, stare come una sentinella ad aspettare. Ex- pectare: “guardare da lontano”. Che non è stasi o immobilismo, passività o differimento, ma anzi tensione, investimento, progetto. L’attesa richiede scrupolo e attenzione, ma ripaga sempre, come un capitale depositato con ottima percentuale di interesse.

Ingannare l’attesa: ma in che senso? Che ti ha fatto di male da doverla anche raggirare come farebbe un brigante di passo? Facci piuttosto amicizia, familiarizza con essa. Contro la frenesia e il logorio della vita moderna non serve affidarsi alle virtù salutari del carciofo (non serve il Cynar), ma una diversa manutenzione del tempo, una sua considerazione affrancata dall’idea dell’efficienza, dall’ansia della prestazione, del “tutto e subito”. Anche in amore funziona così, non è la velocità che conta ma la durata. L’attesa, che è tempo interstiziale per definizione, aborre l’idea del risarcimento immediato. Ci affanniamo a considerare perso il tempo occupato a pensare. C’è chi considera inutile il tempo lungo del leggere e ricorre all’abominevole espressione “non ho tempo per leggere” come se questo fosse perso, inutile, e tutta la vita fosse come un treno della metropolitana da prendere al volo. Il tempo per leggere è come il tempo per amare: quale essere perverso direbbe “non amo perchè non ho tempo”?

Farsi allora Penelope che fa e disfa la sua tela, farsi poeti cortesi che accarezzano a vita fantasmi di donna, cinture nere dell’attesa, perchè non c’è amore più bello ed eterno di quello vagheggiato, non ricambiato, aperto a qualsiasi soluzione, l’unico che non finirà mai (Dante e Petrarca docent). Non è affatto disimpegno o fantasticheria, mancanza di senso pratico o rifiuto di assumersi la responsabilità di una scelta, ma un serio programma etico. Ci vuole serietà e strenue forza di volontà per aspettare il ritorno di Ulisse. Uno dei versi più belli della poesia francese è nel secondo atto della Phèdre di Racine: On dit qu’un prompt départ vous éloignede nous. Ippolito, figlio del re Teseo, deve partire all’improvviso. Fedra è sconvolta, non sa quanto dovrà stare lontano da lui e si decide perciò a rivelargli i suoi sentimenti: “dicono che una partenza rapida ti allontani da noi”. Ma una partenza o un’assenza non è distanza, è un legame ancora più forte perchè aspettare è riconoscere che non si può fare la propria felicità da soli.

E allora prendiamoci tutto il tempo che serve e che la pandemia ci ha riservato in abbondanza per pensare. Nell’attesa facciamo quella telefonata a un amico che avevamo sempre rimandato perchè non trovavamo il tempo, scriviamo quella lettera di scuse che ci sembrava costasse troppo formulare, leggiamo e scriviamo, facciamo elenchi di cose di qualsiasi tipo, pesiamo le parole una ad una, chiedendoci cosa significhino anzichè mandare istericamente greetings packs di sms natalizi che richiedono appena un paio di secondi tra copia/incolla/inoltro (ma che nell’attenzione di chi li riceve, lo sappiamo bene tutti, durano anche meno), facciamo sentire importanti le persone a cui teniamo, dedicando loro attenzioni nei modi, anche maldestri, che ognuno di noi sa. E buona vigilia dell’attesa a tutti.

Dissolvenze incrociate 3 (cinema è sogno)

Il proiezionista si addormenta in cabina di proiezione e sogna di salvare il suo amore. Si sdoppia, l’ologramma onirico rompe la quarta parete e abita lo schermo nello schermo. Si deve adattare agli spazi che il montaggio decentra. Millimetrica retinatura dell’obiettivo, sfondi intercambiabili come in un caleidoscopio. Il cinema è sogno, ma sogno che assomiglia alla realtà più della realtà stessa. Vertigine surreale che si apre su un mondo di ombre – è il mondo dietro lo specchio di Alice – costruito a imitazione del nostro, ingannevole perché inimitabile, assurdo e obliquo, ma irresistibile perché è possibilità assoluta, totale, laddove la realtà è necessità, univocità. Non è il cinema che imita la realtà, ma viceversa. L’impassibilità della maschera ribadisce che siamo immersi nell’immagine, nessuna meraviglia perciò se cedono i confini tra realtà e finzione. Sherlock jr., di B. Keaton (1924)

Bruno e Robert girano per paesini sperduti al confine tra le due Germanie. Arrivano in una sala per riparare un proiettore, improvvisano coi loro corpi uno spettacolo comico dietro lo schermo illuminato. Il viaggio approda nel territorio inconscio dell’infanzia; i bambini in platea ridono spontaneamente. Ritorno alle origini, alle radici, alle ombre cinesi e all’immagine silenziosa, alla natura di un divertimento popolare che è il peccato originale del cinema neonato, al potenziale ludico e seduttivo che ne costituisce l’essenza. Il senso del presente è la memoria di un passato in cui i corpi contano più delle idee, la trasparenza dell’immagine più della mistificazione della parola. Attaccamento viscerale più che nostalgico alla magia dello schermo, riflessione sulla morte di un certo tipo di cinema, di cui il pubblico è materialità fenomenica. Senza pubblico nelle sale, il cinema non è più tale.  Nel corso del tempo, di W. Wenders (1976)

L’unico svago nella vita dell’insoddisfatta Cecilia sono i film romantici e quelli d’avventura. Evade così da una realtà – familiare e lavorativa – a dir poco angusta. Li vede e li rivede, ossessivamente come in una coazione a ripetere, fino a quando accade l’incanto. L’esploratore Tom esce dallo schermo lasciando esterrefatte e in rivolta anche le ombre degli altri personaggi, pirandellianamente in cerca d’autore e di pubblico. Il film non può più proseguire. L’apparenza si è innamorata della realtà, l’ombra cerca il suo corpo come fa Peter Pan. Metafora del cinema come dell’amore, centrifugato di sogno e realtà, perfezione e imperfezione, acqua sorgiva e fango. Tutto è meraviglioso finché non si accendono le luci e ci si risveglia. Tributo al cinema popolare in contrapposizione dialettica al suo assunto filosofico. Nella vita reale si sogna ad occhi chiusi; il cinema è, ontologicamente, un sogno ad occhi aperti. Attenzione però a mescolare i piani. La purezza dell’ideale non può “insudiciarsi” con le impurità mondane della vita reale. La rosa purpurea del Cairo, di W. Allen (1985)

Malinconico autunno

In una bella canzone napoletana degli anni Cinquanta, un uomo innamorato, lasciato dalla donna che ama, osserva cadere dagli alberi le foglie ingiallite dall’autunno; èrano vèrde ‘e ffrónne e mo, so’ cómme ‘e suónne perdute… paragonate ai sogni perduti sono già un’immagine struggente. Lui non si dà pace, si chiede cosa lei stia facendo, cosa pensi, gli sembra ancora di sentire la voce dell’amata che giura Si’ ‘a vita mia…’Sta vita che sarría s’io nun tenésse a tte? Perciò resta attonito a contemplare tutt’e ffrónne d’o munno che sembrano cadere solo per lui, mentre l’aria intorno sembra farsi densa, quasi liquida – la stupenda metafora aria ‘e lacrime ricorda quella montaliana dell’aria di vetro («Forse un mattino andando in un’aria di vetro…») – ma sono solo i suoi occhi pieni di pianto.

Questa poesia in musica – Malinconico autunno – fu portata al successo da Marisa Del Frate (prima di allora aveva fatto la modella, era stata finalista anche a Miss Universo, e scusa se è poco) e divenne una hit nel 1957 dopo aver vinto il Festival di Napoli, facendo venire peraltro qualche mal di pancia agli aficionados di Domenico Modugno che gli avrebbero preferito la più scanzonata Lazzarella. Ma tant’è: i lunghi capelli neri della giovane indossatrice che si riversavano su una generosa scollatura ebbero la meglio sui ricci del grande Mimmo nazionale.

Ma il punto non è questo, è la malinconia il tema. O meglio, quello stato che i napoletani chiamano ‘pucundria (ci ha scritto una canzone anche Pino Daniele), quel sentire vago e indefinito che non è rimpianto, quella speranza dolente che costeggia la malinconia trainando con sé anche la noia e il distacco dal presente. Quella cantata o messa in rima dai poeti, descritta da romanzieri come Dino Buzzati che, in un racconto intitolato Inviti superflui, scrive di questa sensazione e immagina anch’egli di passeggiare tra le foglie, come l’innamorato di Malinconico autunno, ma in primavera (a riprova del fatto che non si tratta di un sentimento stagionale, benchè viga l’equazione autunno=malinconia): «Vorrei con te passeggiare, un giorno di primavera, col cielo di color grigio e ancora qualche vecchia foglia dell’anno prima trascinata per le strade dal vento, nei quartieri della periferia; e che fosse domenica. In tali contrade sorgono spesso pensieri malinconici e grandi; e in date ore vaga la poesia, congiungendo i cuori di quelli che si vogliono bene. Nascono inoltre speranze che non si sanno dire, favorite dagli orizzonti sterminati dietro le case, dai treni fuggenti, dalle nuvole del settentrione. Ci terremo semplicemente per mano e andremo con passo leggero, dicendo cose insensate, stupide e care. […] E allora noi taceremo, sempre tenendoci per mano, poiché le anime si parleranno senza parola».

Carlo Goldoni

Anche con la malinconia bisogna saper parlare, come facevano gli stilnovisti, tanto quelli in capo come Dante quanto certa retroguardia che commerciava volentieri col tema, com’è il caso del meno noto Niccolò de’ Rossi che in un sonetto dal titolo Un dì si venne a me Malinconia immagina che quest’ultima vada a trovarlo fino a casa, dopo essere stata dall’amata che lui ha abbandonato, facendo sì che lei si consolasse tra braccia altrui, e invitandolo a non rammaricarsi poiché è stato lui a lasciarla, e senza alcuna speranza, per cui se lei si aiuta altrimenti, non è cosa da stupirsi («tu la lasasti, e sperar non li çova: / se ella se aita, non èe cosa nuova»). E non è tanto quindi alla cupezza saturnina e alla voluptas dolendi di petrarchesca memoria che pensiamo bensì a una malinconia irridente che compendi saggezza e conoscenza del cuore, a un “malincomico” (con la m) irridente e devastante verso gli altri, ma soprattutto verso sé stessi. Quello di Goldoni, per esempio, che fa tesoro della propria vaporosa ipocondria per penetrare in quella più dolente di Tasso, regalando al lettore pagine gustosissime come quelle del suo Torquato Tasso, o le altre del Medico olandese (1756) in cui a un giovane ipocondriaco polacco un luminare prescrive un regime igienico-sanitario in cui la miglior parte ha l’amore («Tale dal mal potrete, volendo, esser oppresso, / ma la difesa vostra è dentro di voi stesso […] Anche un amore onesto, che vi trovaste io lodo; / chiodo, i poeti dicono, scaccia dall’asse il chiodo. / Ecco il rimedio vostro. Sarà la mia mercede, / che a’ miei buoni consigli abbiate a prestar fede»). Insomma, le incrinature si curano con l’ottimismo, il caos di quella “macchinetta strapazzata” (di cui parla Metastasio nelle sue lettere) che è l’uomo si cura con la ragione.

Lungi dall’essere confusa perciò con sentimenti negativi, come il rimpianto rancoroso, l’atrabile malmostosa che sguazza nel fango delle recriminazioni, la malinconia va corteggiata (se non la si vuole tramutare in depressione) perchè è come il vetrino affumicato che ti consente di guardare il sole senza restarne accecato. E invece viviamo assediati dall’ossessione della ricerca della felicità che è ontologicamente inappagabile, fa desiderare sempre quello che non si ha e non fa vedere quello che si è e che esiste. La malinconia basta a sé stessa, come dice la dodicenne Violet, protagonista di un recente romanzo di Joyce Carol Oates che, a un punto di Ho fatto la spia, dice di essere «innamorata della solitudine, della malinconia» perché «la felicità non è affidabile. La malinconia sì». Che è poi quanto diceva Victor Hugo sostenendo che essa sia «la gioia di essere tristi», intendendo con ciò la nostra piena appartenenza alla memoria – di attimi, esperienze, persone – che non ci sono più accanto, ma che resistono dentro, profondamente, e ci fanno capire che fanno ancora parte di noi, e che proprio per questo hanno definito quello che siamo adesso.

Amor fu

L’insonnia dà belle soddisfazioni, tutto sommato. Nell’erranza notturna ti può capitare di imbatterti in pagine che ti squadernano mondi, alleviano angosce, illuminano la memoria. Ritrovo nel disordine delle mie librerie, la biografia di Adèle Hugo scritta da Leslie Smith Dow (La miserabile, Menichelli), basata su diari e lettere inspiegabilmente mai tradotti in Italia, e mi tornano in mente le scene del film che gli dedicò Truffaut e in cui la quintogenita di Victor aveva la diafana abbagliante bellezza di Isabelle Adjani.unnamed Una vita tormentata, finita a 84 anni, dopo averne trascorsi un terzo in manicomio, la dispersione progressiva di un’intelligenza scintillante, nutrita di letture e scritture, di relazioni intellettuali aggiornatissime per la metà dell’Ottocento e per una femminista integrata in un milieu inequivocabilmente patriarcale, come del resto il suo modello George Sand. adeleAdèle non si sposo mai, proprio per rifiuto dell’istituto matrimoniale inteso come il principio regolatore della società del suo tempo. Ma amò perdutamente, non riamata, lo squallido ufficiale inglese Albert Pinson che rifiutò in un primo momento di sposare (a lui interessava, in effetti, solo la dote della donna) salvo poi restarne ossessionata, inseguendolo per anni ovunque andasse (“Quella cosa incredibile da farsi per una donna, di camminare sul mare, passare dal vecchio al nuovo mondo per raggiungere il proprio amante, quella cosa io la farò”). Le pagine in cui si racconta il suo sbarco nella Nuova Scozia mi fanno pensare a quella scena di Lezioni di piano di Jane Campion in cui la giovane scozzese Ada McGrath approda in Nuova Zelanda per incontrare il promesso sposo benestante che nemmeno conosce, e finendo con l’innamorarsi del misterioso e rozzo George Baines con cui intesserà una sensualissima e drammatica trama di desiderio. Ma questa è un’altra storia, solo immaginaria e ben diversa da quella reale di Adèle, esule nelle isole inglesi della Manica, e poi progressivamente smarrita in un gorgo di schizofrenia ad Halifax e alle Barbados, prima di finire definitivamente internata dal padre in Francia. unnamedUna vicenda che però ne richiama alla mente altre, come quella altrettanto dolente e tumultuosa dello scultore Auguste Rodin e della sua musa e modella Camille Claudel o quella di Senso, il racconto di Camillo Boito da cui Visconti trasse uno dei suoi film più sontuosi, la storia della liaison tra l’aristocratica Lidia Serpieri e il tenentino austriaco Franz Mahler: un destino di passione e tradimento, tutto impostato sul registro del melodramma che amplifica e dilata il sentimento della fine, un romantico cupio dissolvi che conta come senso di estraneità alla scena della Storia di personaggi cinici, sensuali e disperati, destinati alla morte. Ma è quasi sempre così nella passione estrema: dall’amor fou all’amor fu il passo è più breve di quanto si immagini.

platone-simposioL’amore, scriveva Platone nel Simposio, è follia che ci abita, una forma di katokoché, di possessione, da parte di un éntheos, un dio, che parla in vece nostra e che non ci fa disporre più dell’Io. E’ maieutica pura, per dirla con Socrate. Balsamo e veleno, vertigine che ci spinge a dire “sono pazzo di te” quando accade che la sua forza ci sovrasti, ci travolga, ci annienti. Poco importa il sentirsi corazzati perchè lo scudo che protegge chi se ne sente al riparo è destinato a disintegrarsi lasciandoci nudi. Ed è però un dio sadico che punisce chi lo sfida, come fa Apollo col satiro Marsia traendolo fuori dalla “vagina delle membra sue”, per dirla con Dante, letteralmente scorticandolo. Perchè questo è: un resettare e formattare l’Io generando una soggettività nuova che si deve imparare a conoscere e che non dispone di libretti d’istruzione per l’uso. Non per nulla Adèle Hugo finirà prima col ridurre il suo nome alla sola iniziale H, e poi rinuncerà anche a quell’ingombrante identità che era il proprio cognome, ma anche la garanzia principale di ancoraggio alla realtà. Come farà anche il pirandelliano Mattia Pascal quando si reinventerà col nome di Adriano Meis, Adèle si dichiarerà “nata da padre completamente sconosciuto” e diventerà Miss Lewly.

L’amor fou, tanto intenso da essere inteso come anormale, sfida la logica, il senso comune, la ragionevolezza, è quello resistente e senza prospettive di esistenza, riconosciuto solo dall’amante che intercetta la follia dell’altro e trova nell’impossibilità della relazione la sua stessa ragion d’essere. Quella sensazione di non poter vivere senza la causa della nostra infelicità, una guerra che fa solo vittime, che ci stordisce di domande assurde e senza risposta, di cui non si capisce se sia più insopportabile la dipendenza nostra dall’amore e dalla paura dell’amore o quella dell’oggetto d’amore da noi stessi. Una malattia? Forse. Corneille afferma che amiamo chi merita di essere amato, mentre Racine diceva che lo merita anche l’essere spregevole e quando questo accade riserva esaltazione e dolore, estasi e tormento. unnamed (1)E’ amore quello del paladino Orlando “non usato all’amorose cose”, che “vinse tutto e tutti” e a sorpresa “fu sconfitto da amore”. E che da ‘uomo che non deve chiedere mai’ qual era, si ritroverà senza l’esoscheletro dell’armatura con cui lo si identificava. Diventa Uomo così, in quell’inerme fragilità che si cela sotto qualsivoglia certezza, sotto ogni promessa di rassicurante felicità. Gli accade così di smarrirsi in una selva oscura in cui non c’è segnaletica a indicargli la via d’uscita, in cui cade vittima d’inganni che la sua stessa mente partorisce.

L’amore è l’incontro di fragilità, di frammenti che cerchiamo di ricomporre come in un puzzle di cui manca sempre un pezzo. Non gli si addicono il silenzio, la comprensione, la condivisione, le risposte univoche e definitive, l’intenzione, la promessa, la fede che si accorda al dogma. A questo dio dispotico e capriccioso ci si può solo arrendere perchè sembra esistere solo per farci toccare con mano tutti i limiti della nostra natura, per ricordarci che ricercarlo negli altri è solo un modo per ritrovare tutto ciò che abbiamo perduto di noi stessi. Come scrive Julio Cortazar, in materia amorosa i pazzi sono quelli che ne sanno di più. Non chiedere d’amore agli intelligenti, amano intelligentemente, che è come non avere amato mai”.

 

 

L’altro Verga. Letture e commenti

Giovanni Verga è l’autore che la manualistica scolastica ha ormai fissato nella forma dello scrittore oggettivo e impersonale, l’apostolo di quella letteratura che si definisce “verista”. Ma c’è anche una diversa declinazione, più intima e inquieta, di quella fortunata stagione artistica, una produzione narrativa che il maestro catanese seppe interpretare con la stessa maestria dimostrata nei capolavori o nelle opere che trovano accoglienza più favorevole all’interno delle antologie. Che persino nel racconto naturalista si possano percepire vibrazioni eterogenee – di natura lirica, simbolista o spiritualista – e possa trovar posto il linguaggio dell’interiorità che fluisce parallelo a quello neutro e positivista della scrittura documentaria, è un dato critico su cui varrà sempre più la pena ritornare. Del resto, la novellistica verghiana funziona anche come laboratorio stilistico, almeno all’altezza delle Rusticane, in cui lo scrittore catanese sperimentava soluzioni espressive che andavano nella direzione dell’approfondimento psicologico, oltre che di quello storico e sociale.

Ed è proprio con l’intento di far conoscere anche l’altro Verga che la Fondazione a lui intitolata ha organizzato presso la propria sede, in via S. Agata, un ciclo di letture per voci recitanti e musica, coordinate dal regista Ezio Donato e arricchite dal commento di studiosi di vari ambiti disciplinari: italianisti, linguisti, filologi, medici e sociologi. locandina_23_3_17_webIl primo degli incontri ha avuto luogo il 23 marzo 2017 ed è stato incentrato su Pane nero, una delle Novelle rusticane
che indagano con maggior crudezza l’asprezza dei rapporti umani dominati da spietate logiche socio-economiche, quel motivo della necessità materiale che stravolge i sentimenti più elementari e che si ritroverà nel Mastro don Gesualdo. A parlarne al pubblico sono stati, nell’occasione, il filologo Antonio Di Silvestro e lo storico Salvatore Adorno.

Nei successivi appuntamenti de L’altro Verga. Letture e commenti, saranno affrontate diverse tematiche: dalle patologie del desiderio che culminano nella violenza sessuale (Tentazione) alle esistenze condizionate dalle malattie (Il canarino del n. 15), dal sessismo comportamentale e linguistico (La caccia al lupo) alla solitudine affettiva descritta dal Verga più sentimentale (Di là del mare). Ne discuteranno docenti dell’ateneo catanese come Rosa Maria Monastra e Rita Palidda, Margherita Verdirame e Mario Alberghina, Andrea Manganaro e Grazia Priulla, Gabriella Alfieri e Rosario Castelli. L’aspetto interessante dell’iniziativa sta però anche nell’esperienza di “ascolto” dei libri, oltre che in quella convenzionale della lettura, nella convinzione che proprio la dimensione performativa e quella dell’oralità forniscano suggestioni che ampliano il senso, contribuendo a una più efficace comprensione dell’autore.locandina_A3_web