DISSOLVENZE INCROCIATE

Scene di film, abitano la mia memoria, si sovrappongono ai miei pensieri, talvolta li modificano o li agiscono.

Deannie ama Bud, ma le rispettive famiglie ostacolano la loro relazione (il topos dell’amore contrastato e impossibile di shakespeariana memoria sovrintende al genere ‘melodramma’). Scena madre: in classe, la professoressa chiede alla ragazza di commentare i versi di Intimations of Immortality di Wordsworth che contengono l’immagine che dà il titolo al film. Lei è distratta, poi legge, e la poesia le condensa tutto il suo destino. Non regge all’emozione, quelli non sono solo versi. Racchiudono il suo futuro: il venir meno delle speranze giovanili – lo «splendore nell’erba» – deve indurci ad accettare senza rimpianti ciò che la vita può ancora riservare. Ripenserà a quei versi nel finale, la citazione è la chiave di lettura della sua storia e del film. Splendore nell’erba, di E. Kazan (1961)

Patch è uno studente di medicina che teorizza “la terapia della risata”, malvisto da tutti. Fonderà una clinica privata, ma  non potrà avere accanto la ragazza che ama, uccisa da uno squilibrato. Il sonetto XVII di Neruda (dai Cento sonetti d’amore), diviso a metà a contrassegnare due momenti di diverso tono della vicenda, funge in entrambi i casi da rinforzo espressivo. La citazione non serve al senso della storia: la prima volta contribuisce a sottolineare l’ebbrezza sentimentale, la seconda è funzionale all’amplificazione dell’epilogo melodrammatico. Patch Adams, di Tom Shadyac (1998)

Paterson è un paese del New Jersey, ma anche il nome di un autista che scrive poesie senza rima; trae ispirazione dalla quotidianità, la squarcia con un appunto che parla di oggetti trascurabili o scaturisce da un brandello di dialogo. La poesia non è nelle pagine dei libri, quelli di William Carlos Williams o di Allen Ginsberg o del Prévert della famosa poesia dei “fiammiferi”, allusa, evocata, citata, riscritta. Essa è negli occhi di chi usa le parole per elevare la vita dall’ordinario. Non è la poesia delle «buone cose di pessimo gusto» di gozzaniana memoria; non è il conforto o il rinforzo espressivo di una situazione. Essa è ovunque, e quindi anche la realtà si può disporre come nei versi, riproducendone persino certe strategie metriche e retoriche. E’ un privilegio dell’esistenza la poesia, il tema stesso del film, una riflessione sui meccanismi profondi che regolano il rapporto delle immagini con le nostre parole. Paterson, di Jim Jarmusch (2016)

Il proiezionista si addormenta in cabina di proiezione e sogna di salvare il suo amore. Si sdoppia, l’ologramma onirico rompe la quarta parete e abita lo schermo nello schermo. Si deve adattare agli spazi che il montaggio decentra. Millimetrica retinatura dell’obiettivo, sfondi intercambiabili come in un caleidoscopio. Il cinema è sogno, ma sogno che assomiglia alla realtà più della realtà stessa. Vertigine surreale che si apre su un mondo di ombre – è il mondo dietro lo specchio di Alice – costruito a imitazione del nostro, ingannevole perché inimitabile, assurdo e obliquo, ma irresistibile perché è possibilità assoluta, totale, laddove la realtà è necessità, univocità. Non è il cinema che imita la realtà, ma viceversa. L’impassibilità della maschera ribadisce che siamo immersi nell’immagine, nessuna meraviglia perciò se cedono i confini tra realtà e finzione. Sherlock jr., di B. Keaton (1924)

Bruno e Robert girano per paesini sperduti al confine tra le due Germanie. Arrivano in una sala per riparare un proiettore, improvvisano coi loro corpi uno spettacolo comico dietro lo schermo illuminato. Il viaggio approda nel territorio inconscio dell’infanzia; i bambini in platea ridono spontaneamente. Ritorno alle origini, alle radici, alle ombre cinesi e all’immagine silenziosa, alla natura di un divertimento popolare che è il peccato originale del cinema neonato, al potenziale ludico e seduttivo che ne costituisce l’essenza. Il senso del presente è la memoria di un passato in cui i corpi contano più delle idee, la trasparenza dell’immagine più della mistificazione della parola. Attaccamento viscerale più che nostalgico alla magia dello schermo, riflessione sulla morte di un certo tipo di cinema, di cui il pubblico è materialità fenomenica. Senza pubblico nelle sale, il cinema non è più tale.  Nel corso del tempo, di W. Wenders (1976)

L’unico svago nella vita dell’insoddisfatta Cecilia sono i film romantici e quelli d’avventura. Evade così da una realtà – familiare e lavorativa – a dir poco angusta. Li vede e li rivede, ossessivamente come in una coazione a ripetere, fino a quando accade l’incanto. L’esploratore Tom esce dallo schermo lasciando esterrefatte e in rivolta anche le ombre degli altri personaggi, pirandellianamente in cerca d’autore e di pubblico. Il film non può più proseguire. L’apparenza si è innamorata della realtà, l’ombra cerca il suo corpo come fa Peter Pan. Metafora del cinema come dell’amore, centrifugato di sogno e realtà, perfezione e imperfezione, acqua sorgiva e fango. Tutto è meraviglioso finché non si accendono le luci e ci si risveglia. Tributo al cinema popolare in contrapposizione dialettica al suo assunto filosofico. Nella vita reale si sogna ad occhi chiusi; il cinema è, ontologicamente, un sogno ad occhi aperti. Attenzione però a mescolare i piani. La purezza dell’ideale non può “insudiciarsi” con le impurità mondane della vita reale. La rosa purpurea del Cairo, di W. Allen (1985)

L’ispettore capo della Polizia entra trionfante in questura, da “promosso” alla Politica, dopo aver ucciso l’amante. Narcisista maligno e arrogante, che uccide come il dostoevskjiano Raskolnikov solo per dimostrare la sua superiorità. E’ l’uomo puerile e perverso che si fa Dio o Re, pupazzo scosso da deliri autoritari, caricatura grottesca del Potere, ghigno isterico d’amore per la repressione e l’immunità/impunità. Prevalgono i primi piani, la maschera risucchia la scena che non esiste più, ridotta com’è a mero rumore di fondo, resta solo il Carnevale dello Stato. Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, di E. Petri (1970)

Lope de Aguirre, mezzo Ulisse e mezzo Hitler, insegue il sogno di raggiungere l’Eldorado risalendo il Rio delle Amazzoni. La sua masnada di temerari è stata via via decimata da indios cannibali. Tutta la sua grandezza shakespeariana, cui fa da controcanto la maestosa bellezza e indomabile potenza della Natura, tutto il suo furore titanico e visionario di uomo senza freni interiori, preda del proprio delirio di onnipotenza, si raggruma nell’immagine onirica e allucinata del condottiero che ha perso definitivamente il contatto con la realtà. Ora parla da solo alla giungla, mentre gira a vuoto tra i legni di una zattera che sta per affondare e tra i cadaveri dei compagni saltellano centinaia di scimmiette. Aguirre, furore di Dio, di W. Herzog (1972)

Le immagini dissolvono, si sovrappongono al volto di Willard creando un’effetto onirico. Lui sta sul letto, gli occhi socchiusi, come in un delirio ad occhi aperti. Sogna? Ricorda? No. L’inizio trailerizza la trama, ne anticipa lo sviluppo. Conrad fa qualcosa di simile in Cuore di tenebra, sfasa due racconti di cui uno è la parabola del secondo; Coppola trasforma il sogno a occhi aperti del personaggio in una sintesi figurativa del film. The End è la risonanza intertestuale tra libro e film. “Ride the snake to the lake” è la ripresa dell’immagine del fiume-serpente di Conrad. Apocalypse now, di F.F. Coppola

Travis parla con la moglie dietro allo specchio del peep-show dove lei si esibisce. La vede nel vano illuminato, lei non può finché lui accende la luce nello stanzino e dice alla donna di spegnere la sua. L’immagine del volto di lui, al di qua dello specchio, si riflette accanto a quella di lei che sta al di là. Per pochi secondi i due volti si sovrappongono fino a coincidere, per poi tornare a scollarsi. Una fugace sovrimpressione di profili, per sottolineare un incontro finalmente realizzato e, a un tempo, tutta la successiva precarietà del destino. Paris, Texas, W. Wenders (1984)

Helène, sulla sua 2CV, lascia l’ospedale dove è morto Popoul che si era accoltellato per non doverla uccidere. Lei raggiunge il greto del fiume e ferma l’auto. Scende, guarda davanti a sé con espressione impenetrabile. Attorno la nebbia notturna; è illuminata dai fari dell’auto alle spalle. L’aria si schiarisce, si avvicina l’alba, a illuminarla ora non è la luce dei fari, ma quella del sole che sorge. Un cambio di luce per dire della rigenerazione. di un’anima: da «artificiale» a «naturale», come a dire dalla fredda ragione al sentimento. Il tagliagole, C. Chabrol (1970)

Autunno. Marion ha lasciato il marito. Torna a casa, legge il romanzo dell’uomo di cui è innamorata. Rievoca alcuni incontri e un bacio interrotto. La malinconia che la invade intercetta una speranza. L’arte si concilia con la vita, il lettore con lo scrittore. Finale chiuso, come in una favola moderna. Vengono in mente i versi di Giorno d’autunno di Rilke («Chi è solo a lungo solo dovrà stare, / leggere nelle veglie, e lunghi fogli /scrivere, e incerto sulle vie tornare / dove nell’aria fluttuano le foglie»). Un’altra donna, W. Allen (1988)

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