In forma di rosa. Sei quadri e un requiem per Pasolini

In forma di rosa non è un documentario, piuttosto una sorta di espansione semantica, attraverso le immagini, di temi e motivi della poesia di Pasolini. L’idea era quella di fare, attraverso quell’operazione di metacinema che è il cosiddetto “film di montaggio”, qualcosa di simile al “cinema di poesia” che lui teorizzò, tutto giocato sulla sostituibilità delle inquadrature giustapposte secondo un criterio lirico e non narrativo poiché «la libertà del cinema” – scrisse Pasolini – è nel montaggio, non nelle singole inquadrature».

Il titolo evoca la raccolta che ritengo più importante (Poesia in forma di rosa), più delle Ceneri di Gramsci, perché racchiude tutto del suo autore – il pubblico e il privato; i viaggi africani e asiatici; le polemiche politiche – ed è la vera anticipazione di quel work in progress, di quella summa artistica che è Petrolio, probabilmente il suo capolavoro. L’idea di riassumere in sintesi la poesia, la musica (Pasolini fu autore, tra l’altro, anche di canzoni), il cinema, l’ideologia si traduce in sei quadri in cui si mettono in relazione sintagmi filmici, si propongono le relazioni «che ognuno di essi, quasi brancolando e balbettando» idealmente ricerca.

Sei quadri più un congedo, dunque. Il primo – Ballata delle madri – allude a un motivo privato, quello con cui si apre Poesia in forma di rosa, e cioè la persistenza dell’immagine materna, lo sviscerato amore che si porta appresso anche il suo contrario, il rapporto frustrato e frustrante col Padre, laddove questi non è solo la figura biologica, ma in senso più ampio la Tradizione – tanto culturale che ideologica e religiosa – con cui entrò sempre in rapporto dialettico e conflittuale. Il secondo quadro ha per titolo La diversa innocenza, quella della vita lieta e priva di pietà delle borgate, della diversità degli emarginati del sottoproletariato romano: il mito di un popolo allegro e miserabile, ingenuo e corrotto, stracciato ed elegante, goduto e sofferto al di là di ogni conflitto e confronto, al di là della società e della storia. Pasolini ripropose spesso la contrapposizione tra quel ‘popolo’ e la città-società che lo confinava nelle periferie nei termini di un contrasto tra una ‘religione’ di poveri cristi e l’‘irreligiosità’ del neocapitalismo. Rabbia e sangue è il terzo quadro, in cui spicca la teologica rabbia e la disperazione del Pasolini corsaro; nel documentario La Rabbia è la rosa solitaria dello stento giardino del poeta a suscitargli un’ondata irrefrenabile di commozione e dolce-amara tristezza. Il quarto segmento (La vita nel corpo) è dedicato al vitalismo legato all’esaltazione della sessualità e alla scoperta dei valori della corporeità, già affrontato con malinconico struggimento, nell’evocazione del felice mondo friulano in cui i ragazzi correvano «umili e violenti» e il poeta assisteva alle loro corse sentendosi intriso della loro felicità, sebbene escluso dalla loro naturalità. Imitatio Christi è il quinto quadro, su uno dei temi fondamentali del suo pensiero: la religiosità e il rapporto con la tradizione cattolica in cui netta è la separazione tra la figura di Cristo e la Chiesa come istituzione. L’ultimo quadro è La morte delle cose, sulla dimensione del sogno e del fantastico e insieme sul desiderio di evasione dalla realtà, sul bisogno di utopia. Il congedo (Requiem) è come un quadro fuori cornice, un omaggio che dovrebbe ricordarci come il discorso critico dovrebbe relegare definitivamente sullo sfondo, per un momento, quell’evento ‘ingombrante’ che fu la tragica morte di Pasolini, se vuol essere rispettoso dell’autentico valore artistico di uno dei più grandi intellettuali italiani del Novecento.

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