Luisa Adorno nel teatro della memoria

Apprendo con tristezza della scomparsa di Luisa Adorno (ma il suo vero nome era Mila Curradi), una scrittrice che ho molto apprezzato e di cui conservo il ricordo di un bellissimo viaggio a Princeton dove andammo a parlare insieme della Sicilia letteraria. Non la sentivo da molto tempo, ma chiedevo sempre di lei ad amici comuni e, tra questi, al caro Angelo Scandurra, anche lui purtroppo, inquilino nella stanza dei miei ricordi più cari, e che ne aveva pubblicato un libriccino dal titolo Qualcosa anch’io, in una sua raffinata collana. L’ultima opera edita con Sellerio s’intitolava Tutti qui con me ed era, a un tempo, una sorta di testamento letterario e di teatro della memoria abitato da presenze memorabili. Restituiva un profilo complessivo che confermava la necessità di considerare i suoi libri come un unico grande affresco in continuo divenire, per via della lenta sovrapposizione di narrazioni successive che si annodano le une alle altre. C’era sempre, in lei, una preziosa mescolanza di tasselli privati, biografici, memoriali e di grandi eventi del Novecento – la guerra prima di tutto – apparentemente riassorbiti nella normalità del quotidiano, in realtà presenti sullo sfondo come una sorta di metronomo che scandiva la sua vita narrata.

La ricomposizione di frammenti di esistenze, alcune delle quali presenti anche in altre sue opere, trovavano compiutezza proprio in questo “romanzo di vite”: un carosello di personaggi su cui si posa uno sguardo ora indulgente, ora curioso, ora malinconico, ma mai nostalgico, piuttosto rischiarato dall’affetto e dalla sua consueta ironia che, in rapida e incisiva pennellata, riusciva a fissare una figura nel lampo di un gesto o di una battuta. Personaggi che avevano incrociato la vita dell’autrice e che continuavano ad attraversarla perché, anche quando non sono più, vivono nel presente della memoria. Volti noti e meno noti: Anna Banti, direttrice della rivista “Paragone” insieme al marito Roberto Longhi; l’insigne italianista Carlo Muscetta; il filosofo crociano Luciano Dondoli; il professore di estetica Rosario Assunto; il filologo e critico Niccolò Gallo; il poeta e scrittore Gugliemo Petroni. E poi i luoghi suoi: la Toscana e Roma da un lato, la Sicilia dall’altro.

Dalle pagine che puntellavano la ricostruzione degli incontri di una vita, scaturivano con evidenza più netta alcuni punti fermi della sua poetica: anzitutto il parlare solo di cose conosciute, lo scrivere, come affermato altrove, «soltanto la vita» e soltanto se si ha qualcosa da dire che non si vuole vada perduto. Lei stessa, del resto, non aveva mai fatto mistero del fatto che nei suoi libri il tasso inventivo non fosse mai sensibile dal momento che essi attingevano principalmente ai ricordi e alle descrizioni di viaggi realmente compiuti. L’intento era perciò principalmente comunicativo e poiché si racconta il vissuto, i lettori si sono sempre potuti riconosce in esso e le scrivevano spesso, attuando così quel circolo virtuoso di comunicazione letteraria che ha determinato la sua fortuna negli anni.

E c’era ancora la funzione esercitata dalla memoria. Nel suo Le dorate stanze aveva scritto: «Che cos’è la memoria! Almeno la mia conserva nitidi certi momenti stupidamente felici, o futili, o inutili, e, se non cancella, adombra tutto il resto, tutto quello che un tempo ci sembrò essenziale, tutto quello che è penoso ricordare…». E facendo proprio il motto dell’amata Marina Ivanovna Cvetaeva – «La duttile memoria in me si identifica con la fantasia» – l’autrice traduceva in scrittura un’inclinazione che appare naturale come in un gioco semplice di bambini, il gioco di un’esistenza di cui ogni gesto, ogni palpito, ogni sospiro ha assunto il valore di un “tesoro” da serbare gelosamente sotto un coccio di vetro o da svelare agli altri per condividerne lo splendore. Era il suo uno scavare nel pozzo della propria esistenza per ritrovarvi quanto di magico, di puro, di essenziale sussiste in noi, incontaminato, celato dietro la cortina del tempo. La vita che si svela dentro le sue pagine è una vita di piccole cose, ma di buon gusto, e che acquistano nella scrittura autobiografica una dignità nuova che li sottrae al logorio del tempo.

I suoi testi, infatti, a metà fra autobiografia e romanzo, pullulano di quelle «tracce di vita» di cui parla Sciascia in Nero su nero, per cui accade che gli eventi «si carichino di una loro segreta verità e si dilatino nel tempo, lo attraversino». E forse, alla base dell’apprezzamento dimostrato dal grande scrittore siciliano nei suoi confronti, sta proprio quest’anima palpitante celata tra le pagine dei suoi libri, nei quali si ritrae un’umanità spesso ai margini della storia ufficiale, il cui patrimonio di sentimenti, valori, tradizioni non è certo meno degno di essere rappresentato poiché, come risponde Marina Cvetaeva ad un critico russo, in difesa di Proust: «Non esistono soggetti minimi, non esistono piccole storie, è l’occhio dei critici che è piccolo».

L’autrice tosco-sicula si serviva, per i suoi viaggi nel passato, proprio della proustiana memoria involontaria, suscitata di volta in volta da sensazioni diverse siano esse, come avviene in Sebben che siamo donne, le note di una vecchia canzone che la riconducono agli anni della lotta partigiana oppure la visita, durante una gita scolastica, della spiaggia di Cerveteri che le ricorda trascorse villeggiature in «una spiaggia senz’altre impronte che quelle dei gabbiani» e «il canale che unisce il mare al lago» o ancora il calendario di una farmacia di paese che innescare in lei il ricordo del soggiorno in Svizzera e delle persone ivi conosciute.

Altrove erano state assai più rilevanti le sensazioni di natura olfattiva, come ad esempio l’odore «umile, leggero», l’odore «di casa piena» della lattuga bollita che suscita, in Arco di luminara, gli affettuosi ricordi degli anni andati, gli anni della non sempre rosea convivenza con i suoceri, con i figli bambini e le domestiche che battibeccavano in cucina.

Ma la sua non era una ricerca du temps perdu: il tempo che Proust considera a priori “perduto”, suscettibile di essere colto solo in maniera del tutto casuale e involontaria. Al contrario, il tempo è sempre vivo in noi, secondo l’insegnamento altrettanto fecondo di Kaziemierz Brandys, conosciuto su segnalazione di Sciascia, e che nelle Lettere alla signora Z. dice: «…tutta la nostra vita è presente in noi a ogni momento, il passato è sempre “adesso”, indipendentemente dal fatto che lo sappiamo o no».

È il presente la dimensione che risulta vincente dall’opera di scavo memoriale, il presente dell’Arte, il presente dell’operazione creativa. Di fronte al mistero insondabile e inesplicabile che è la fine dell’esistenza, la memoria acquista una funzione taumaturgica, ridonando la vita a chi vita non ha più. Attraverso la “Parola”, la scrittura autobiografica, supera la tragicità del distacco e sottrae  i cari perduti dalla dimensione dell’oblio, per riportarli a quello che sono stati prima della morte, oltre la morte. Ce li rende, infatti, nella vita che c’era in loro, nei loro gesti, nei loro sorrisi, in tutti i momenti belli trascorsi in loro compagnia, poiché il senso ultimo di ogni esistenza è in quanto di positivo si è riuscito a trasmettere agli altri, malgrado la brevità del tempo concessoci. I ricordi lieti, quindi, le servivano spesso per esorcizzare quelli tragici.

Un altro dato che mi sento di sottolineare e che emerge con forza nel suo ultimo libro è il senso di un’integrale humanitas. Quando rievoca figure come quelle della pittrice Agata Pistone o di Guglielmo Petroni o della collega Clelia o di Anna Banti, esse vengono restituite alla loro compiuta umanità, trattate magari con una pudica ironia che non diventa mai sarcasmo irridente, ma moto affettuoso dell’anima, se non autoironia in qualche caso.

Sarebbe inutile elencare dei modelli per questo genere di prosa, dal momento che non ce ne sono, almeno di dichiarati. Semmai c’è l’ammirazione per certe pagine scarne e scolpite di Flaubert, per la scrittura fresca, apparentemente spontanea, poetica di Katherine Mansfield, per i racconti di Checov, per gli amati epistolari – e alcuni dei racconti di Tutti qui con me sono proprio lettere – dei suoi autori prediletti, da Marina Cvetaeva a Franz Kafka, da Virginia Woolf a Boris Pasternak.

C’era nella Adorno quella stessa leggerezza pensosa che fece scrivere a Montaigne un motto che l’autrice sposa pienamente:«Je ne fais rien sans joie». Eppure la sua vita non è stata pacata, serena. È come se dalle sciagure che ne hanno trapuntato il percorso lei stessa avesse acquistato la capacità di godere di ogni momento buono, anche minimo, di non lasciarsene sfuggire la piccola felicità che comunica. La scrittura era per lei la forma terapeutica ideale di elaborazione e interpretazione della fatica del vivere.

E infine c’è il motivo del viaggio, inteso come ricerca dell’altrove:il suo atteggiamento era sostanzialmente quello della viaggiatrice che riporta sulle pagine impressioni di un mondo altro, lontano eppure vicinissimo. Anche il recupero memoriale, infatti, è a suo modo un viaggio, un cammino a ritroso per le strade del tempo alla ricerca di quei brandelli di passato destinati a modificare, col loro apporto, il presente. Nei suoi libri si fa però riferimento anche a viaggi reali, compiuti dalla scrittrice da sola o in compagnia di amiche o familiari. Tutta la sua vita pare anzi caratterizzata da un inarrestabile movimento, quasi che l’Adorno, toscana d’origine, rifiuti di legarsi ad un’unica patria, ma sentendosi illuministicamente cittadina del mondo, considerasse il viaggio la sua dimensione ideale. E due sono i principali poli d’attrazione: pur restando fondamentalmente toscana, come testimonia l’utilizzo di lessemi e fonemi della sua regione d’origine, Mila/Luisa si sentiva calamitata dalla Sicilia che la teneva, come aveva affermato in Come a un ballo in maschera, in uno “stato di plagio”.

Queste due differenti mete rispondono in realtà a diverse esigenze. Dalla Toscana ella acquisiva il senso della misura, l’ironia come pudore dei sentimenti, il gusto per l’arte; dalla Sicilia il calore umano, la generosità, il senso della famiglia, il grandioso nella bellezza. Ed è una Sicilia meravigliosa, dominata da una natura che annienta, che stordisce dell’azzurro marino, del bianco accecante del sole, del nero della lava e della sciara.

D’altra parte, abituali erano diventati, nell’arco della sua esistenza, i soggiorni all’estero, in particolare nell’Europa dell’Est. E se la Sicilia era la chiave di un immenso inno alla vita in cui si soddisfa un bisogno di coralità, di famiglia, di continuità, l’Europa rispondeva ad un’esigenza diametralmente opposta, di affermazione di sé, della propria personale identità, era un tramite per rimpossessarsi della propria autonomia, ma al contempo recuperare la passione per l’impegno politico e per l’Arte in ogni sua forma. A volte, il viaggio reale finiva per presentare punti di contatto con la letteratura: la convergenza dei due piani (realtà e letteratura) era stata particolarmente evidente ne La libertà ha un cappello a cilindro, giocato su un doppio livello temporale: il tempo della scrittura (le lettere contemporanee all’amica Valeria) e quello della storia (le lettere alla figlia, degli anni ’70, all’epoca del viaggio). Ma quella della Storia è una presenza che, seppur discreta, risulta influente.

Ecco, in definitiva, mi pare che la cifra che caratterizzasse la scrittura della Adorno fosse da rinvenire proprio nel costante avanzare in equilibrio tra Cronaca e Memoria, il cercare di mettere continuamente a fuoco l’ipotetico punto di convergenza tra Storia collettiva e microstoria personale. Il viaggio è ricerca del mondo degli altri, delle loro tradizioni, del loro senso della bellezza. E in una scrittrice dalla spiccata tendenza assimilativa, diventa spesso ritorno dagli stessi “altri”, non più “altri” ormai.

Penso dunque amo (e aspetto)

Si fa presto a dire «vai dove ti porta il cuore», come se questo avesse una sua intelligenza, come se l’amore fosse un suo sentimento. Quando affermiamo di amare col cuore stiamo in realtà ammettendo che quanto ci detta è conseguenza di una mente offuscata. Si dovrebbe perciò dire «ti amo con tutta la mente» perché l’amore è, come la fede, itinerarium mentis. È della mente che ci si innamora e quando siamo innamorati prestiamo attenzione proprio a tutto quello che l’amato ci dice, alle sue idee, alle sue parole, le stesse che s’invischiano nella pece dell’indifferenza e della distrazione quando l’amore se ne va. Anzi, è proprio la morte dell’amore a svelare la sua natura di artificio tutto intellettuale, nel momento in cui l’oggetto del desiderio appare completamente diverso ai nostri occhi e si affaccia la fatidica domanda: «come ho fatto a innamorarmi di lui/lei?».

A riprova dell’ottundimento che ci avrebbe tolto la facoltà critica, ci accorgiamo, a quel punto, di cose che non avevamo notato o a cui non avevamo prestato attenzione, e vediamo unicamente proprio quei difetti la cui accettazione disinteressata ci era sembrata la prova tangibile dell’esistenza di un sentimento. Tutto ci appare allora come un inutile orpello – un naso più pronunciato, un modo di pettinarsi, un modo di ridere o di parlare – la manifestazione sensibile ed esteriore di un soggetto anodino, uno di quelli che non ti soffermeresti a guardare nemmeno se ti passasse davanti mille volte. E i giudizi su chi ci è venuto definitivamente a noia diventano delle stilettate gratuite, delle ferite minuziosamente inferte per rendere più dolorosa l’agonia. Tutto finisce con l’irritare e monta un desiderio di rivalsa, un risentimento che si esprime in un’altra frase topica: «mi hai tolto gli anni migliori della vita»: la sensazione cioè di essere stati espropriati del Tempo, come se quell’equazione astrale a cui avevamo concesso il credito di essere definito destino, in altre circostanze ci avrebbe garantito qualcosa di meglio dell’accidente che ci è invece capitato. E tutto quanto l’ha preceduto allora cosa sarebbe, se non un’artificiosa simulazione di felicità?

Tutto nell’amore sembra essere una costruzione della mente, qualcosa che esige una regia – e insieme ad essa la scenografia, i costumi, la musica, il montaggio -, dal momento in cui si manifesta, nel tempo della seduzione, al momento in cui finisce, risucchiato nel gorgo dell’indifferenza o della gelosia, dell’abbandono o delle recriminazioni. Ogni coppia di amanti ha le proprie frasi memorabili, le proprie canzoni, i propri luoghi del cuore ed è regia la selezione delle frasi da rivolgere a chi si è scelto di fare oggetto d’amore, la colonna sonora che sostiene la storia, il set del primo appuntamento o dei successivi convegni amorosi, la deliberata topografia che si vuole strappare alla contingenza per renderla memorabile, l’altare di una memoria da consacrare a un’illusione di eterno.

La Letteratura tutta, a pensarci bene, assomiglia al lungo marciapiede di una stazione su cui gli astanti sembrano ritrovarsi solo per aspettare un treno che non si sa mai se passerà: aspetta il Giobbe dell’Antico Testamento come pure Abramo; aspettano Penelope come Vladimir ed Estragon di Aspettando Godot; aspetta lo scrivano Bartleby come il rêveur di Rua dos Douradores Bernardo Soares; Renzo e Lucia come il kafkiano Joseph K.; aspettano i militari della Fortezza Bastiani come i commensali dell’Angelo sterminatore di Bunuel; Hans Castorp nel sanatorio di Davors della Montagna incantata come il reduce nel sanatorio della Rocca di Diceria dell’untore. Il catalogo è sterminato e non ci provo nemmeno a compilarlo.

E l’amore dov’è? Dove si rintana? Dove lo si aspetta? Ancora una volta nella mente, e il suo tempo è un tempo sospeso, quello dell’attesa dell’altro (la puntualità, da sempre, è ampiamente sopravvalutata come sanno bene i ritardatari). Ci vuole talento ad aspettare, a saper riconoscere che non si può fare la propria felicità da soli. Lungi dall’essere una bolla vuota, un fastidioso incidente, essa è azione e sentimento. Prendi Gabriel Garcia Marquez che della regia dell’attesa ne ha fatta una poetica. Prendi anche solo quel catalogo postmoderno di tutti i possibili volti dell’amore che è L’amore ai tempi del colera in cui il malinconico Florentino Ariza sa aspettare cinquantatrè anni sette mesi e undici giorni la sua bellissima, altera, testarda e orgogliosa Fermina Daza, senza un solo attimo di cedimento o di resa: un’iperbolica tregua dei sensi che il paradossale lieto fine saprà però premiare.

L’attesa è l’essenza stessa dell’amore, il momento immobile e fondativo in cui l’innamorato riconosce sé stesso in quanto tale proprio perché sa aspettare. E si può aspettare in mille modi, assoluti e contingenti, ma in ognuno di essi è come se si producesse un ipnosi del desiderio che pietrifica e incanta, costringe alla paralisi senza che se ne conosca realmente il motivo. Ciò non ha nulla a che vedere con la passività, anzi. L’innamorato che aspetta si trova in uno stato di vigile attenzione che amplifica a dismisura la propria capacità percettiva, lo rende immobilmente inquieto: leone e gufo. Come il leone, patisce le sbarre della gabbia che lo rinchiude (“sentirsi un leone in gabbia” è espressione che dà il senso dell’irrequietezza dell’attesa e della prigionia d’amore), come il gufo, immobile sul ramo, non cessa un attimo di spiare, non visto, nell’oscurità. Al contrario, chi è atteso sa di esercitare più o meno consapevolmente una forma di dominio e si trova nella condizione di essere padrone del tempo, di poterlo orchestrare a suo piacimento, di realizzare così la dipendenza amorosa.

Chi aspetta, infatti, non vuole recidere il filo che lo tiene legato all’oggetto d’amore, la sua attesa è la consapevole strategia di chi si vuole assoggettare alla persona amata. La tipica promessa di fedeltà che si pronuncia con le parole «ti amerò per sempre» non è che la dichiarazione di resa dell’amante che mette la propria vita nelle mani dell’amato/a e gli/le assegna il ruolo di giudice e sentinella della propria libertà. Chi aspetta è in uno stato di sévrage, bellissima parola francese con cui si indicano due cose diverse, ma analoghe: lo svezzamento dal seno materno che è il primo vero distacco dalla madre, e il percorso di disintossicazione del drogato. L’attesa è la sorte che si riserva ai più deboli, agli ultimi, a coloro che sono spossessati del potere di agire, di fare accadere qualcosa attraverso il poco che resta alla loro facoltà di operare. Chi aspetta è l’impotente passeggero, non certo il pilota; la famiglia del paziente non certo il chirurgo, l’accusato che attende il verdetto non il giudice, il detenuto in attesa di scarcerazione non la guardia, lo studente che deve fare l’esame non il professore. Aspettare è lasciare agli altri, e a volte solo al tempo, il potere di cambiare le cose.

Nella sua Dialettica della durata, Gaston Bachelard dice una cosa bellissima sostenendo che l’attesa è come uno straordinario fertilizzante dell’immaginazione che può restituire il fascino della novità al più resistente dei fedeli d’amore. E dice che basta aspettare «nella più folle delle inquietudini, affinché ciò che tarda appaia d’improvviso più bello, più certo, più attraente. L’attesa, scavando il tempo, rende l’amore più profondo. Essa colloca l’amore più costante nella dialettica degli istanti e degli intervalli. Rende a un amore fedele il fascino della novità. Allora gli eventi ansiosamente attesi si fissano nella memoria; assumono un senso nella nostra vita».

Cosa si aspetta? Segni, segni di qualsiasi tipo. Segni che trasformano l’innamorato nel «semiologo selvaggio allo stato puro» di cui parla Barthes. Segni che dimostrano che l’amore non è affatto cieco, anzi, ci vede benissimo. Segni sul viso dell’altro, nei gesti, nei comportamenti, nei silenzi come nelle parole. Segni che tuttavia si sottraggono a univoche decifrazioni e che fanno dell’attesa amorosa un’esperienza psicotica: «cosa può significare?»; «è a me che si sta rivolgendo?». E anche se l’amato non sta mandando in realtà alcun segno, chi aspetta se li inventa perché non può farne a meno, perché in assenza di essi la sua unica speranza è quella di prolungare proprio l’attesa.

Si dirà: e se chi aspettiamo non arriverà mai? Se alla fermata d’autobus della vita non troviamo la nostra Fermina Daza ad aspettarci? Pazienza: l’attesa si deve saper assaporare, hai voglia di “ingannare l’attesa”, di eluderla in modo nevrotico ed estenuante, riempiendo il tempo di contrattempi che servono solo a distrarti. Lei è lì ad aspettarti e soprattutto a non farsi ingannare da te.

Cuor contento (il ciel l’aiuti)

Non  so a cosa si riferissero le due donne in fila davanti a me.

  • Come stai?
  • Insomma… Speravo meglio… però, dai… sono contenta.

Le è uscito male, con una piega a un angolo della bocca, con un sorriso che tradiva una certa forzatura, con una reticenza che aveva più l’aspetto di un’insoddisfazione a cui ci si rassegna perché non resta altro da fare. 

«Sono contenta»… Che significa essere contenti? Perché dire di esserlo quando non lo si è affatto?

Tra una busta della spesa e uno scontrino mi si affaccia alla mente quella pagina dei Promessi sposi in cui la malmonacata Gertrude, all’inizio della sua torbida e clandestina relazione con Egidio, paragona il sentimento potenzialmente distruttivo, e di cui non è consapevole, al sapore dolce che si mescola all’amarezza del farmaco per renderlo più sopportabile: 

«In que’ primi momenti, provò una contentezza, non schietta al certo, ma viva. Nel vòto uggioso dell’animo suo s’era venuta a infondere un’occupazione forte, continua e, direi quasi, una vita potente; ma quella contentezza era simile alla bevanda ristorativa che la crudeltà ingegnosa degli antichi mesceva al condannato, per dargli forza a sostenere i tormenti».

La contentezza non è la Felicità, che è uno stato se vogliamo irraggiungibile, ma il guardare le cose ad altezza d’uomo, accettare l’immanenza con la dignitosa consapevolezza che l’appagamento totale ci è stato precluso, imparare ad abitare uno spazio più circoscritto dell’assoluto.   

Ma è questa una dimensione sicura che ci protegge dalla sofferenza? Il meno peggio, insomma?

Il contento di sé è uno che si mantiene entro certi limiti (da contĭnēre, cioè cum-tenere, da cui contentus), la contentezza perciò è di chi si preoccupa di evitare l’incertezza e preferisce arredare il proprio spazio rendendolo la sineddoche di un mondo perfetto, il bunker impenetrabile in cui stivare tutto ciò che serve alla sopravvivenza, spacciandolo così per il tutto. Se è così – e ovviamente non è detto che lo sia sempre – la contentezza è un rischio. Per dirla ancora con la manzoniana monaca di Monza (m’innamoro di tutto, anche delle allitterazioni, pazienza), è la «nuova virtù» di uno stato d’animo che non altro che «imbiancatura esteriore», «ipocrisia aggiunta all’antiche magagne».

Basta questo a cambiare le carte in tavola, a rendere il contento piuttosto un confuso. Il nostro confuso contento ha perciò il respiro corto perché si muove dentro un perimetro ristretto di cui percepiamo esattamente tutta l’asfitticità. La contentezza è un sentimento ancipite che incede maldestramente sul crinale di stati d’animo un po’ aggrovigliati. Non è molto diverso, in questo senso, dalla fede che è un sentimento che presuppone accettazione passiva, resa al dubbio, rinuncia alla ricerca per l’inerme sottomissione a ragioni superiori, la degradazione a peccato di tutto ciò che è desiderio.  

Il contento è uno che, letteralmente, cum-tenet: tiene con sé, si porta dentro qualcosa che spesso è una ferita nascosta, la repressione di un desiderio che gli è stato precluso. E questo dovrebbe indurci a starne distanti. A chi non è mai capitato, infatti, di provare diffidenza verso chi ostenta il proprio ottimismo di fronte alle avversità? Solo a guardare Facebook ti accorgi che è tutta una zenzeriera – nel senso della filosofia Zen -, una bancarella yeaaahhh in cui sotto i cartelli di cartone con su scritto buongiorno mondo! o ricordati di essere felice (e chi se lo scorda) puoi pescare a buon mercato massime su ciò che fortifica anziché ucciderti, sulla saggezza di chi ama veramente quando lascia andare perché tanto poi torna e non importa se nel frattempo ti ha stampato una vagonata di corna. E minchiate affini. Sarà perché la mattina ci sto il tempo di tre caffè ad accettare il fatto di essermi svegliato, ma anche a las cinco de la tarde guardo con sospetto all’enfasi di chi mi vuol far credere di essere il guru della felicità prêt-àporter, il mazinga Z della felicità-tà-ttà l’accento sulla a. Quindi, chi mi vuole far contento ci pensi due volte prima di iniettarmi nel cervello il botulino della contentezza e soprattutto si sbrighi a pagare quando è alla cassa del supermercato. Perché io poi ascolto e mi parte il post.

‘Sta Selva Selvaggia #4 – Dissing Medievale

Cosa pensava Dante mentre scriveva le sue opere? Le possibili risposte in un racconto “sbagliato”, al limite del profano, che ha come protagonisti l’immancabile guida: Virgilio, Dante e la sua sconveniente coscienza. Impegnati nelle avventure dei regni dell’oltretomba e dei pensieri del poeta i protagonisti narrano le improbabili situazioni in cui si ritroveranno di opera in opera. Un programma scritto, condotto e interpretato da Danilo Nuncibello e realizzato con la collaborazione della redazione di Radio Zammù, la radio dell’Università di Catania.

Tutte le puntate possono essere ascoltate qui.

In quest’episodio il gabbo di Beatrice e i patemi d’amore di Dante, nel viaggio che conduce all’interno della terna cavalcantiana della Vita Nova.

E Raffaella non balla più a casa mia

Posso dire che la mia prima fidanzatina è stata Raffaella Carrà? Sì, posso e non perché mi abbia preso una botta di mitomania. Non parlo di relazioni autentiche, ma ideali, quelle che ogni generazione di ragazzini ha avuto fantasticando su personaggi pubblici o immaginari. Da quando è esistita la società dello spettacolo è sempre stato così; per l’America degli anni Venti del Novecento Mary Pickford, il cui ritratto i soldati indossavano nei medaglioni che portavano in guerra, aveva incarnato l’ideale femminino della fanciulla casta, della vergine innocente bisognosa di protezione, dai profondi occhi ingenui e dalle labbra socchiuse: una purezza artificiosa, costruita sul principio ellenico della kalòcagatía, della perfetta corrispondenza fra bellezza esteriore e interiore, dell’associazione tra bellezza fisica ed altezza morale. Allo stesso tempo, il suo erotismo era il frutto di un tabù tipico dell’ideologia patriarcale, quello della integrità e verginità del corpo femminile, a dimostrazione dell’assoluta appartenenza all’uomo a cui si consegnava. Insomma, un sex symbol involontario, ma potenzialmente pericoloso nell’intrinseca perversione maschile che era capace di suscitare.

A me, a sette anni, è toccato invece innamorarmi della Carrà che – lo posso dire senza tema di smentite, almeno da parte dei miei coetanei – era un sogno erotico davvero perturbante. Le mie prime fantasie infantili ruotano, infatti, attorno a due immagini antitetiche eppure complementari: Maga Maghella e il tuca tuca. 

La prima era pensata come un personaggio per bambini, una mini astrologa – mini nel senso letterale perché era una creatura pocket, che stava in una tasca o su una scarpa – a suo modo dolce e innocente, ma in equilibrio tra quello che oggi si chiama cosplaying e un’immagine un po’ fiabesca un po’ fetish. Pantaloncini neri di raso  abbastanza attillati, collant neri, stivali e corpetto in latex. Niente di volgare o di sfacciato perché c’era sempre qualcosa di rassicurante nelle movenze di Raffa, un erotismo casual e dissimulato anche quando voleva essere esibito e provocatorio come nel più famoso dei suoi balli, quello scandaloso inventato per lei da Don Lurio e che solo l’Italia bigotta degli anni Settanta poteva censurare facendola ballare quasi girata di tre quarti, per non dare l’impressione che il suo partner, Enzo Paolo Turchi, anziché i fianchi sfiorasse altre parti “tabù”.

Ci sarebbe voluta l’ironia di Alberto Sordi, in una famosa ospitata a Canzonissima, per sdrammatizzare la pruderie della televisione pubblica e a farci accettare da allora senza traumi che è “bello far l’amore da Trieste in giù” e che “se lui ti porta su un letto vuoto / Il vuoto daglielo indietro a lui / Fagli vedere che non è un gioco / Fagli capire quello che vuoi”. Credo, in ogni caso, che fosse la prima volta che da quei caminetti elettronici che sono ancora le tv domestiche al maschio italico fosse concesso di vedere un costume femminile così attillato e che lasciava per giunta scoperto il più famoso (da allora) ombelico del Novecento nazionale. Altro che quello del mondo cantato da Jovanotti. Era lo sdoganamento di una sessualità divertita e spensierata, gioiosa e disimpegnata, ma allo stesso tempo confortante e materna come l’eros che la Carrà ha incarnato. Non a caso la sua immagine più sensuale è legata proprio a quella “cicatrice” che simbolicamente evoca la seduzione della regina Onfale della mitologia greca (onfalós, in greco antico significa “ombelico”) ma anche l’idea della purezza virginale (antropologicamente sono soprattutto le donne che non hanno avuto figli a potersi concedere il privilegio di poter esibire la pancia scoperta mostrando quindi la disponibilità a generare) e quella del legame ancestrale con l’embrione materno che l’ombelico suggerisce. 

L’aspetto straordinario della Raffa nazionale, dal mio punto di vista è stato proprio quello di sapersi muovere come pochi personaggi dello spettacolo tra il comfort domestico e la provocazione, dando sempre la sensazione di una naturalezza e di una spontaneità non costruite a tavolino come spesso accade nello show business, nel saper incarnare una femminilità non troppo bella né eccessivamente sexy, ma autentica, fatta di reale alchimia tra apollineo e dionisiaco, nel saper essere infantilmente scatenata e trasgressivamente dolce, carnevalesca e materna, iconica e trash. Senza che nessuno di queste cose risultasse mai insopportabile.  

Non voglio dire di quanto sarà indimenticabile per la storia sociale della televisione e del costume. Altri lo fanno e lo faranno meglio di me ricordando i suoi programmi, i suoi film, la sua carriera di showgirl, il suo essere stato un punto di riferimento per il mondo LGBQT proprio per la sua spontanea capacità di aderire a un modo di sentire libero da pregiudizi e non conformista. A me, per il momento, premeva solo ricordarmi di quel bambino che a sette anni scoprì la potenza di Eros canticchiando “Maga Maghella, Maga Maghella / Se ti va brutta se ti va bella / Nel tuo futuro leggerà / Maga Maghella, Maga Magà”.

La principessa e il soldato (mentre John Wayne sta a guardare)

Mi capita spesso: vado per cercare una cosa e ne trovo un’altra. Stavolta è colpa di John Wayne di cui ricordavo di aver letto una volta, da qualche parte, che il suo whisky preferito era il Duke Kentucky Bourbon. Sfoglio una sua biografia e mi viene in mente Philippe Noiret/Alfredo che in Nuovo Cinema Paradiso, citando Il grande tormento – primo film a colori del “duca” -, dice al piccolo Totò: «Più pesante é l’uomo, più profonde sono le sue impronte. Se poi c’é di mezzo l’amore, soffre, perché sa di essere in una strada senza uscita». L’occhio mi cade così uno scaffale più giù, sul volumetto Sellerio con la sceneggiatura del film di Tornatore, lo apro più o meno a metà, alla pagina 88. Ottantotto, come l’anno in cui il film uscì, l’anno in cui lo vidi un pomeriggio, da solo (nella sua versione lunga), all’ex cinema Ritz di Catania, quasi di fronte – ironia della sorte – l’Istituto per ciechi “Ardizzone Gioeni”. E fu subito folgorazione, un coup de foudre, letteralmente. Uscii dal cinema coi lucciconi agli occhi, non si immaginava ancora la sua distribuzione tormentata, e poi il successo della pellicola, l’Oscar e tutto il resto. Mi sentivo fortunato ad averlo “scoperto” in una sala deserta, mi sembrava quasi un privilegio che nessuno se ne fosse ancora accorto. Perché quel film non parlava solo del furente amore per il cinema del suo autore, c’era anche il mio e con esso tutte le mie passioni, inclusi gli amori che avevo vissuto e quelli di là da venire.

Realizzo che la pagina in questione non è una qualsiasi e che forse è vero che non siamo noi a cercare i libri e le parole, ma sono essi a stanarci, a giocare a nascondino per poi affacciarsi quando meno te lo aspetti, come a dire: «Avevi bisogno di me? Eccomi qui». Il passaggio è quello in cui c’è il dialogo che, a distanza di anni, mi si chiarisce come la chiave di lettura di tutto il film, la favola cioè della principessa e del soldato che Alfredo racconta al giovane e infelicemente innamorato Totò. La storia è questa: il soldato ama una bellissima principessa che contempla durante i suoi turni di guardia, la sposerebbe se non fosse, appunto, un soldato. Non si sente cioè adatto al suo rango e teme così di essere respinto. Ma i suoi sentimenti sono imperiosi e decide allora di osare chiedendo la sua mano. Lei non lo rifiuta, ma nemmeno lo accetta. Lo mette alla prova e lo lascia così, ad aspettare, in un purgatorio di cento giorni. Gli dice che si affaccerà ogni notte dal balcone per controllare che sia lì ad aspettarla e che scioglierà le sue riserve alla centesima alba. Attenzione: non gli darà la garanzia che lo sposerà, ma solo una speranza, rimandando la decisione che lo libererà, in un modo o nell’altro, da quella sorta di pignoramento dei suoi desideri. Così è, se vi pare e anche se non vi pare: lei è una principessa e se lo può permettere.

A questo punto si offrono sostanzialmente due possibilità: il soldato può rifiutare e la principessa decidere di mandarlo a quel paese; il soldato può rifiutare e la principessa, messa alle strette, potrebbe decidere di sposarlo per non lasciarselo scappare. Il soldato invece accetta, e la scelta non ha nulla di logico perché non è scritto da nessuna parte che la principessa debba acconsentire solo perché il giovane si sarà dimostrato sufficientemente tenace né tantomeno è da escludere che dopo tanto attendere, la principessa non decida lo stesso di dargli il due di picche schiantandogli il cuore. Il giovane passa così – mischino – novantanove notti consumandosi incrollabile nell’attesa, intrappolato in un’ossessione, incatenato al suo desiderio. Ma alla centesima notte se ne va. Così, senza voler conoscere la risposta, senza concedere nulla alla principessa. Un vile? No, affatto. Avrà pensato che se la ragazza lo avesse amato davvero, non l’avrebbe tenuto in una bolla per tutto quel tempo, che forse la tirannia di quelle condizioni (o così o niente) fosse rivelatrice di un carattere poco affine al suo, oppure che non è vero, come si dice, che l’attesa aumenta il desiderio, ma che ne è anzi l’anestetico, che il problema non fosse tanto la risposta a lungo attesa quanto l’inutile sadismo di quella prova. E ancora che la ferita di una delusione sia tutto sommato da preferire alla cancrena del dubbio.

Funzionano così le cicatrici: da un lato ti raccontano un dolore, dall’altro ti dicono che sei guarito. Di sicuro il soldato disinnesca così la possibilità di vedersi comunque opporre un rifiuto. Capisce cioè di essere stato preda di un’ossessione, il ciocco di legno reso fragile dal tarlo che lo ha lentamente consumato. Ma soprattutto capisce che solo in quel modo potrà coltivare il sogno che la principessa starà sempre lì ad aspettarlo, che non esiste vita più intensa di quella immaginata (e il cinema che è immaginazione per antonomasia di tutte le vite possibili, ne è una prova), che la vita è sempre altrove e non ruota attorno a principesse che ti mettono sotto esame. Amare, dunque, senza essere ossessionati dall’idea di voler essere ricambiati, emancipandosi “dall’incubo delle passioni”, avrebbe detto Battiato. Amare senza farsi “cacare in testa dagli uccelli o farsi mangiare vivo dalle api” come fa il soldato, ma confidando nell’idea che vale la pena aspettare ancora un po’ e che quello che sarà potrà essere ancora più bello. La più famosa, forse, delle poesie di Nazim Hikmet, celebra quest’etica della potenzialità mentre recita che “il più bello dei mari / è quello che non navigammo. / Il più bello dei nostri figli / non è ancora cresciuto. / I più belli dei nostri giorni non li abbiamo ancora vissuti. / E quello / che vorrei dirti di più bello / non te l’ho ancora detto.

A Leonardo Sciascia il film di Tornatore era sembrato una specie di requiem, il de profundis di una generazione per la quale, invece, il cinema era stato tutto. Quello americano, prima di ogni altro – De Mille, Ford, Capra, Lubitsch, Mamoulian – quello che lui amava, turgido ridondante e spettacolare, che gli ricordava i pomeriggi trascorsi in un teatro di paese dove un pianoforte suonato da una vecchia, mascolina e irascibile pianista intonava valzer di Strauss e canzoni di Piedigrotta, facendo da sottofondo al corteggiamento delle grandi dive – la Bertini, la Menichelli, Diana Karenne e Lupe Velez – ombre corteggiate, ammirate, desiderate.

Ma Nuovo Cinema Paradiso non è tanto, a mio modo di vedere, un film sul rimpianto del cinema che fu, sulla nostalgia del passato, ma un’opera sulla pedagogia delle passioni, su come i film siano straordinari dispositivi di modellizzazione dei sentimenti, trame che continueranno sempre a insegnare a tutti a stare nel mondo, a scardinare quelle stanze che la vita si ostina a chiudere a chiave: uno specchio che ci restituisce non solo l’immagine dell’Io effettivo, ma anche di quello che riteniamo di meritare. Come accade agli abitanti del piccolo paesino siciliano in cui è ambientata la vicenda e che imparano a baciare e ad amare guardando i divi che si baciano e si amano sul grande schermo. Una lezione così scandalosamente efficace da indurre il prete locale a sforbiciare proprio quelle scene che sono la simulazione più potente della vita che immaginano e che mal si concilia con quella che lui, la persona più inadeguata alla didattica sentimentale, ritiene sia la vita “giusta”.

Se non ti parlo, non esisti

Non sono particolarmente loquace, non certo per timidezza, ma perché in genere preferisco parlare solo se riconosco che ciò che ho da dire sia più interessante del mio tacere. Perciò amo di più i silenzi su cui galleggiano parole potenziali, frasi inespresse. Preferisco di gran lunga l’ascolto, quello che Hans-Georg Gadamer definisce la nostra «disposizione a comprendere». Ascoltare significa, infatti, accogliere le parole altrui, permettere a qualcuno di entrare nel nostro orizzonte: è questione, insomma, di intimità profonda. Penso che chi parla dovrebbe aver presente l’importanza di questa intrusione, essere attento al fatto che le parole cominceranno ad abitarci, diventeranno il campo magnetico di un’attrazione o di una repulsione. Possono essere muri, ma nella loro essenza sono il cemento della socialità, ponti che collegano, letteralmente «parabole», frecce che scoccano da chi le pronuncia e s’indirizzano a chi ascolta, implicando sempre una relazione, anche quando parliamo con noi stessi. Sono pugni o carezze, come sanno bene anche i bambini che quando litigano puniscono col silenzio; il loro «non ti parlo più» equivale a dire: «ti lascio fuori dalla mia vita e se non ti parlo, per me è come se nemmeno esistessi».

Anche gli atti che presuppongo la parola ruotano attorno al concetto di relazione: il «domandare» che deriva da in manus dare è letteralmente il “mettersi in mano”, l’affidarsi in pratica. Come a dire, io chiedo la tua attenzione perché spero che la fiducia venga ricambiata, come per il verbo latino quaero che è il chiedere per sapere, implica cioè restituzione. Quando chiediamo consegniamo parole che confidiamo ci vengano restituite, se possibile in condizioni migliori di quanto abbiamo dato. La risposta invece è il responsum, ma respondeo, in latino, era il verbo che si usava per consacrare i matrimoni (il padre consegnava la figlia in sponsa), respondere aveva quindi un carattere sacro, di promessa solenne. Era la richiesta di attenzione e cura di un padre che esponeva la figlia a chi, accogliendola, avrebbe dovuto ricambiare questa fiducia mantenendo a sua volta la promessa di dare ascolto. La parola perciò è anche atto e patto d’amore, un dono che va contraccambiato; per quanto mi riguarda faccio “dono di parole” – scelte, precise, pensate – come scelta etica, soprattutto a chi sa riconoscerne il valore e prendersene cura. Bisogna amarle le parole, occuparsene e preoccuparsene come si fa con chi si ama. Sono esse a illuminare le persone, il cui modo di esprimersi è rivelatore anche della loro natura. Più amo qualcuno più dovrei scegliere con attenzione le parole da dire o non dire.

Ogni parola è un mondo da esplorare, ma se è usata a sproposito o in modo improprio è come una banconota falsa: mistifica, adultera i rapporti, li inquina introducendo un elemento di corruzione che investe tanto chi la pronuncia che chi la riceve. La banconota non è che un pezzo di carta la cui validità si riconosce però dalla filigrana all’interno che è qualcosa che si può vedere solo in controluce. Ecco, le parole devono essere stimate in controluce, senza fermarsi al loro livello più basso, quello della mera trasmissione di informazioni. Non per nulla, il grado di imbarbarimento e decadenza di un popolo si misura a partire dalla degradazione linguistica.

La parola è vocabolo assoluto, come Dio: «in principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio». Come Dio, il Verbum crea e la parola che crea è, per antonomasia, quella poetica, come suggerisce l’etimologia da poiéō: creare, produrre. La poesia non è mai uguale a se stessa, ogni volta che la leggiamo ci dirà sempre qualcosa di nuovo e noi siamo chiamati a interrogarla e interpretarla, e quindi a creare relazioni. Come Dio, si rivela e si nasconde, si dona senza esaurirsi in un unico senso perché, se così fosse, morirebbe. Non siamo noi a creare la poesia, ma essa a creare noi, a renderci lettori e interpreti, a farci esistere in quanto prodotti dalle parole. Esistiamo perché non le diciamo soltanto, ma le scriviamo, perché sentiamo il bisogno di scribere, cioè incidere, lasciare segni, come fa lo scultore che sbozza la materia grossolana per giungere all’essenza, al compimento. La parola è Dio che ci mette in relazione con sé stesso e con gli altri.

La grande conquista della filologia, in età umanistica, fu proprio l’acquisizione empirica di una mentalità etimologica. Essa si sviluppa dall’esigenza di capire, con la storia delle parole, la Storia tout court, per non lasciarci affogare nella pece dei significati preconfezionati e delle ricostruzioni arbitrarie. Lo ricordino sempre i miei studenti di Lettere a cui non perdono la sciatteria, l’approssimazione linguistica, tanto più se aspirano a fare ricerca, e a cui raccomando di insegnare anche a chi, a differenza loro, non studia la poesia, di tramandare l’attenzione e l’amore per le parole, di non subire la lingua, ma di conoscerla per proteggere sé stessi e gli altri, perché chi parla bene ama anche meglio.

Giornata mondiale della Poesia: il cuore e la rugiada

Quale poesia per onorare, il 21 marzo, la sua “Giornata mondiale”? Mi vengono subito in mente i versi del poeta e matematico persiano Omar Khayyâm, le sue sensuali Quartine (su Dio, sul vino, sull’amore), frammenti sulla caducità e la casualità dell’esistere, sull’importanza del consegnarsi al presente. Versi misteriosi, come il loro autore di cui non sappiamo praticamente nulla. Fu un filosofo scettico e razionalista o un mistico esoterico? Un tragico o un ironico? Versi che potrebbero anche non essere autentici e che si prestano a essere letti in modo realistico o allegorico. E non è forse quest’opacità la bellezza stessa della parola poetica? Il suo dire tutto lasciando sempre qualcosa di inespresso? Il suo giocare a nascondere dandoci l’illusione di rivelare? Il suo parlarci anche col silenzio, con gli abissi dei suoi spazi bianchi?

Diceva Benedetto Croce “chi sente profondamente un’opera d’arte viene a trovarsi più o meno nella stessa posizione di chi l’ha creata”. Dopo un millennio, la voce di Khayyâm ci ricorda che la poesia, come la vita, non ammette spiegazioni definitive; della vita e di ognuno si fa piuttosto eco, per tutto ciò che di dolce ma anche struggente sa riservare, e non appartiene a chi la scrive, ma a chiunque la pensi e la senta risuonare dentro di sé come un bisogno. Come il bere. Come il respirare.

O cuore che non ti prenda dolore di questo mondo consunto:

Tu non sei cosa vana, di vani dolori non prenderti cura.

Poiché ciò ch’è stato è passato, e ciò che non è non è ancora,

Vivi felice, e non ti afferri tristezza di quel che non è, non è stato.

O cuore, fa’ conto d’avere tutte le cose del mondo,

Fa’ conto che tutto ti sia giardino delizioso di verde,

E tu su quell’erba verde fa’ conto d’esser rugiada

Gocciata colà nella notte, e al sorger dell’alba svanita.