Il diamante della delusione

La delusione è un sentimento sottovalutato. Gli attribuiamo quasi sempre un sapore sgradevole per il suo andare a braccetto con il senso di sconforto e amarezza che deriva dal non vedere realizzate le proprie aspettative. Ma la delusione è anche un’immensa risorsa, andrebbe assaporata in purezza, non corrotta dal pasto avariato del disinganno, dal boccone velenoso della recriminazione e del rancore, filtrata insomma dal setaccio della consapevolezza. Così raffinata, consente di guardare le cose nella giusta prospettiva, di perimetrare correttamente le aspirazioni, di essere insomma l’agrimensore dei propri desideri. Le persone o le esperienze che ci deludono sono quelle a cui dobbiamo una più esatta percezione dei nostri bisogni. È la rivincita della propria sfera logica su quella emotiva, il microscopio che ci consente di vedere le cellule malate di una situazione che non corrisponde alla realtà, ma unicamente alla rappresentazione che di quella realtà ci eravamo fatti.

In amore, per esempio, quando sopravviene? Nel momento in cui realizziamo che l’idolo intorno a cui ruotano i nostri desideri non è tale, ma solo un feticcio, nel momento in cui ci accorgiamo di amare più l’idea che ci eravamo fatti che la persona com’è davvero. Cosa sia lo spiega meglio l’etimo che contiene il termine latino ludus, che è il gioco, ma anche l’inganno. La  regia amorosa prevede infatti, da copione, la realizzazione di un certo numero di effetti illusionistici che, proprio come negli spettacoli di prestidigitazione, possono essere di varia natura. La più elementare è quella fisico-meccanica: curiamo l’aspetto esteriore per colpire la vista e produrre l’incantamento. Ma senza esagerare, senza dare l’impressione di essere innaturali. Ci teniamo ad apparire eleganti, indossando con disinvoltura lo smoking delle nostre migliori abitudini. Subentra poi la misdirection, questa è fondamentale perché consiste nel rivolgere l’attenzione dell’osservatore altrove. Si cerca cioè di far concentrare l’altro su determinati aspetti del gioco illusionistico lasciando in ombra o inducendo l’oblio di altri. Si cucina, se si è bravi tra i fornelli, si canta se si è intonati, si usano i motti di spirito se si è ironici, e così via. Tutto serve per colpire i sensi, per suscitare ammirazione e sviare da tutto ciò che non dev’essere notato (difetti, cattive abitudini, inclinazioni caratteriali problematiche). La misdirection è fondamentale nella drammaturgia sentimentale, perchè se solo si percepisse il trucco, il gioco risulterebbe compromesso e a poco varrebbe il tentativo dell’illusionista maldestro di rimediare ai propri errori. Altra regola fondamentale dell’illusionismo è quella “dinamica” per cui un movimento grande ne copre uno più piccolo. Se si attira l’attenzione su un gesto evidente (in amore può essere l’effetto-sorpresa di un coup de théâtre – le serenate quando ancora si facevano – o un regalo spropositato) si tenderà a guardare quello e non si noteranno altri movimenti impercettibili in cui consiste l’inganno. Questo è di importanza capitale nella comunicazione commerciale, la réclame pubblicitaria  si fonda sul principio del colpire l’occhio per conquistare la mente. Ecco, in amore, si è come pubblicitari di sé stessi. Infine è determinante il ritmo, il tempismo. Tutti i trucchi necessitano dei tempi giusti, questo è chiaro nei giochi di manipolazione con le carte, e chi bara sa benissimo quanto sia fondamentale la scelta del momento in cui distribuire o pescare la carta dal mazzo.

Ma in alcuni giochi molto comuni, come quello delle tre carte per esempio, non bisogna trascurare il ruolo dei compari che circondano il baro e l’ingannato. Nei giochi di illusionismo amoroso, i compari sono ovviamente gli amici o le amiche che hanno il preciso compito di legittimare l’autorevolezza e la correttezza dell’artefice del gioco illusionistico. Questi devono sostanzialmente alzare la posta, indurre a pensare a quanto allettante possa essere la vincita per aumentare nel giocatore la tentazione di scommettervi.

Cosa fa l’illusionista? Crea a parole, nella mente dello spettatore, il simulacro di una situazione eccezionale rispetto alla realtà comune. Analogamente, chi ama ci tiene a generare nell’amato la sensazione che il loro sentimento non abbia corrispettivo e lo fa con frasi del tipo «nessuno ti amerà quanto ti amo io», «nessuno farebbe per te quello che sto facendo io», «nessuno, a parte me, si metterebbe in una situazione del genere». La componente psicologica è fondamentale proprio perchè la magia in sé non esiste e la magia dell’amore è essa stessa una contraddizione in termini. La magia è solo nella mente dello spettatore o dell’amato mentre la realtà è altra cosa. È anche una questione di stile illusionistico. Ci sono “maghi” che si affidano alla simpatia e che risultano credibili per la capacità di instaurare attraverso la battuta un clima confidenziale che dispone alla fiducia e ci sono i cosiddetti “mentalisti” che basano il loro stile sulla capacità di indurre una sorta di minaccioso timore. Nelle relazioni amorose, questi corrispondono grosso modo a quelli che usano frasi del tipo «non troverai nessuno/a come me», «col carattere che hai, senza di me sei destinato/a rimanere solo/a». In pratica, non conta tanto ciò che l’illusionista fa, ma l’effetto che si produce nella mente dell’illuso, la crepa che l’illusionista riesce a individuare per penetrare nella mente altrui. 

La principale, ad esempio, è quella del completamento logico: date due azioni non direttamente consequenziali, se ne inferisce una terza che porta dalla prima alla seconda. Esempio banale: ho una pallina chiusa nel pugno della mano destra, la avvicino alla sinistra e la pallina compare in quest’ultima. La mente inferisce così che la pallina sia prodigiosamente passata per invisibili vie da una mano all’altra. Questa falla logica è utilizzata dal mago per trattenere la pallina, nascondendola nella mano destra, e mostrare nella sinistra un’identica pallina che era già nella mano. L’illusionista escogita un modo per fingere l’azione del passaggio in modo che la finta azione sembri, per quanto possibile, identica all’originale. Questo trucco è tanto più facile quanto più naturali e fluidi risultano essere i movimenti delle mani. 

Nelle relazioni sentimentali possono accadere manipolazioni mentali di questo tipo quando, per esempio, si usa al posto della pallina, una bugia nota detta da uno dei due soggetti amorosi. L’illusionista usa quella bugia “spostandola” disinvoltamente da una mano all’altra anche quando le circostanze non lo ammetterebbero e con naturalezza basa la sua capacità di controllo mentale fondandola su un semplice presupposto: a) tu hai detto una bugia in una determinata situazione (la pallina nella mano destra); b) la possibilità che la bugia possa essere usata in un’altra circostanza (la mano sinistra) dipende solo dalla naturalezza e dalla fluidità con cui io riesco a farti percepire come naturale il movimento della pallina/bugia per dimostrare che non sono io a manipolare la pallina, ma sei tu a doverti convincere di essere bugiardo. La domanda che ne consegue è: perché? L’illusionista ha uno scopo: produrre intrattenimento. Il soggetto amoroso potrebbe averne altri: produrre condiscendenza, soggezione o potere. Lo spettatore che scopre il trucco, al massimo non si diverte. A chi, in amore, resta deluso mi sembra si addica di più smontare il giocattolo per vedere cosa c’è dentro e capire cosa gli ha procurato piacere. Se si conoscono i meccanismi del gioco, è più facile giocarci senza rischiare di farsi male.  Love is a losing game, cantava Amy Winehouse. Va da sé che il bello del gioco amoroso è il piacere che ci procura nel momento in cui ne siamo attori. Quando finisce ci rammarichiamo, cerchiamo di capire, di aggiustarlo, perché non vogliamo vederci negato il piacere che ci ha procurato. Ma, di fronte all’irreparabile, l’alternativa è rinunciarvi per sempre o smontarlo per capire perché sentissimo il bisogno di giocarci. Gli amori – la loro ebbrezza, il capitale di sogni e fantasie che suscitano – possono finire. La delusione no, quella resiste, è per sempre. Come i diamanti della pubblicità. Ma serve, e ci aiuta, in ogni passaggio della vita, a fare scelte che non siano autodistruttive.

Vigile vigilia dell’attesa

24 dicembre, la vigilia dell’attesa. Tendenzialmente ottimista, non mi appartiene la filosofia del peggio. Cerco di scoprire il buono negli imprevisti, negli accidenti della vita. Nelle avversità provo a ribaltare la prospettiva e a considerare opportunità ciò che altrimenti si potrebbe considerare disgrazia, a considerare almeno un po’ bene tutto il male che sembra venir per nuocere. Un’abitudine che le limitazioni della pandemia hanno incoraggiato è sicuramente il diverso valore che posso dare al tempo. Si dice: chi ha tempo non aspetti tempo. Relax, baby! Nessuna fretta. Ora, di tempo ne abbiamo anche troppo. La cattività domiciliare imposta dai dpcm tinge di un profondo rosso le prime ore di congedo dal lavoro e, almeno cromaticamente, l’emergenza si accorda all’atmosfera natalizia. Di bianco non ci è rimasta ormai nemmeno la neve, altro che I’m dreaming of a white Christmas. Quest’anno il rosso fa tendenza, si porta su tutto. Anche l’Etna ci mette del suo, con i suoi boati ci spernacchia e spennacchia il cielo nero con sbuffi vermigli di fuoco.

Dicevamo però del tempo e dell’attesa. Le giornate si sono dilatate, le festività natalizie non ci obbligano più di tanto al rituale delle visite ai parenti, allo shopping ossessivo-compulsivo, alla litania dei pranzi e delle cene: “addà passà a nuttata”. Nel frattempo aspettiamo, ma cos’è l’attesa? Una disposizione attiva o passiva? È l’azione (così nei dizionari) di chi aspetta e quindi un singolare ossimoro che impone all’idea di uno stato di tregua e di requie il dinamismo del fare (l’attesa sarebbe così un tempo riempito da “cose” che facciamo per esorcizzare lo stesso scorrere del tempo)? Oppure è uno stato d’animo e quindi un sentimento? O solo un semplice intervallo di tempo? Nel tempo dell’attesa c’è comunque un’idea di futuro, una tensione verso la vita che non è ancora. Attendere, viene dal composto latino di ad e tendere, letteralmente è un guardare avanti. E quindi è bello aspettare. L’attesa è una promessa e una speranza, come dicono gli spagnoli che hanno quel verbo dolcissimo come un bacio a fior di labbra: esperar (Espérame en el cielo, corazón: Aspettami in paradiso, cuore / Se vai per primo / Aspettami che presto andrò / Ovunque tu sia). Attendere è come stare in agguato, è la tensione vigile di chi vede oltre, e quindi vede prima. Gli inglesi dicono to wait, ma è un calco dal provenzale guaitar, che significa vegliare, stare come una sentinella ad aspettare. Ex- pectare: “guardare da lontano”. Che non è stasi o immobilismo, passività o differimento, ma anzi tensione, investimento, progetto. L’attesa richiede scrupolo e attenzione, ma ripaga sempre, come un capitale depositato con ottima percentuale di interesse.

Ingannare l’attesa: ma in che senso? Che ti ha fatto di male da doverla anche raggirare come farebbe un brigante di passo? Facci piuttosto amicizia, familiarizza con essa. Contro la frenesia e il logorio della vita moderna non serve affidarsi alle virtù salutari del carciofo (non serve il Cynar), ma una diversa manutenzione del tempo, una sua considerazione affrancata dall’idea dell’efficienza, dall’ansia della prestazione, del “tutto e subito”. Anche in amore funziona così, non è la velocità che conta ma la durata. L’attesa, che è tempo interstiziale per definizione, aborre l’idea del risarcimento immediato. Ci affanniamo a considerare perso il tempo occupato a pensare. C’è chi considera inutile il tempo lungo del leggere e ricorre all’abominevole espressione “non ho tempo per leggere” come se questo fosse perso, inutile, e tutta la vita fosse come un treno della metropolitana da prendere al volo. Il tempo per leggere è come il tempo per amare: quale essere perverso direbbe “non amo perchè non ho tempo”?

Farsi allora Penelope che fa e disfa la sua tela, farsi poeti cortesi che accarezzano a vita fantasmi di donna, cinture nere dell’attesa, perchè non c’è amore più bello ed eterno di quello vagheggiato, non ricambiato, aperto a qualsiasi soluzione, l’unico che non finirà mai (Dante e Petrarca docent). Non è affatto disimpegno o fantasticheria, mancanza di senso pratico o rifiuto di assumersi la responsabilità di una scelta, ma un serio programma etico. Ci vuole serietà e strenue forza di volontà per aspettare il ritorno di Ulisse. Uno dei versi più belli della poesia francese è nel secondo atto della Phèdre di Racine: On dit qu’un prompt départ vous éloignede nous. Ippolito, figlio del re Teseo, deve partire all’improvviso. Fedra è sconvolta, non sa quanto dovrà stare lontano da lui e si decide perciò a rivelargli i suoi sentimenti: “dicono che una partenza rapida ti allontani da noi”. Ma una partenza o un’assenza non è distanza, è un legame ancora più forte perchè aspettare è riconoscere che non si può fare la propria felicità da soli.

E allora prendiamoci tutto il tempo che serve e che la pandemia ci ha riservato in abbondanza per pensare. Nell’attesa facciamo quella telefonata a un amico che avevamo sempre rimandato perchè non trovavamo il tempo, scriviamo quella lettera di scuse che ci sembrava costasse troppo formulare, leggiamo e scriviamo, facciamo elenchi di cose di qualsiasi tipo, pesiamo le parole una ad una, chiedendoci cosa significhino anzichè mandare istericamente greetings packs di sms natalizi che richiedono appena un paio di secondi tra copia/incolla/inoltro (ma che nell’attenzione di chi li riceve, lo sappiamo bene tutti, durano anche meno), facciamo sentire importanti le persone a cui teniamo, dedicando loro attenzioni nei modi, anche maldestri, che ognuno di noi sa. E buona vigilia dell’attesa a tutti.

Dissolvenze incrociate 4 (poesia in immagine)

Usi e riusi della poesia: tre modi differenti di citare versi nei film.

Deannie ama Bud, ma le rispettive famiglie ostacolano la loro relazione (il topos dell’amore contrastato e impossibile di shakespeariana memoria sovrintende al genere ‘melodramma’). Scena madre: in classe, la professoressa chiede alla ragazza di commentare i versi di Intimations of Immortality di Wordsworth che contengono l’immagine che dà il titolo al film. Lei è distratta, poi legge, e la poesia le condensa tutto il suo destino. Non regge all’emozione, quelli non sono solo versi. Racchiudono il suo futuro: il venir meno delle speranze giovanili – lo «splendore nell’erba» – deve indurci ad accettare senza rimpianti ciò che la vita può ancora riservare. Ripenserà a quei versi nel finale, la citazione è la chiave di lettura della sua storia e del film. Splendore nell’erba, di E. Kazan (1961)

Patch è uno studente di medicina che teorizza “la terapia della risata”, malvisto da tutti. Fonderà una clinica privata, ma  non potrà avere accanto la ragazza che ama, uccisa da uno squilibrato. Il sonetto XVII di Neruda (dai Cento sonetti d’amore), diviso a metà a contrassegnare due momenti di diverso tono della vicenda, funge in entrambi i casi da rinforzo espressivo. La citazione non serve al senso della storia: la prima volta contribuisce a sottolineare l’ebbrezza sentimentale, la seconda è funzionale all’amplificazione dell’epilogo melodrammatico. Patch Adams, di Tom Shadyac (1998)

Paterson è un paese del New Jersey, ma anche il nome di un autista che scrive poesie senza rima; trae ispirazione dalla quotidianità, la squarcia con un appunto che parla di oggetti trascurabili o scaturisce da un brandello di dialogo. La poesia non è nelle pagine dei libri, quelli di William Carlos Williams o di Allen Ginsberg o del Prévert della famosa poesia dei “fiammiferi”, allusa, evocata, citata, riscritta. Essa è negli occhi di chi usa le parole per elevare la vita dall’ordinario. Non è la poesia delle «buone cose di pessimo gusto» di gozzaniana memoria; non è il conforto o il rinforzo espressivo di una situazione. Essa è ovunque, e quindi anche la realtà si può disporre come nei versi, riproducendone persino certe strategie metriche e retoriche. E’ un privilegio dell’esistenza la poesia, il tema stesso del film, una riflessione sui meccanismi profondi che regolano il rapporto delle immagini con le nostre parole. Paterson, di Jim Jarmusch (2016)

Malinconico autunno

In una bella canzone napoletana degli anni Cinquanta, un uomo innamorato, lasciato dalla donna che ama, osserva cadere dagli alberi le foglie ingiallite dall’autunno; èrano vèrde ‘e ffrónne e mo, so’ cómme ‘e suónne perdute… paragonate ai sogni perduti sono già un’immagine struggente. Lui non si dà pace, si chiede cosa lei stia facendo, cosa pensi, gli sembra ancora di sentire la voce dell’amata che giura Si’ ‘a vita mia…’Sta vita che sarría s’io nun tenésse a tte? Perciò resta attonito a contemplare tutt’e ffrónne d’o munno che sembrano cadere solo per lui, mentre l’aria intorno sembra farsi densa, quasi liquida – la stupenda metafora aria ‘e lacrime ricorda quella montaliana dell’aria di vetro («Forse un mattino andando in un’aria di vetro…») – ma sono solo i suoi occhi pieni di pianto.

Questa poesia in musica – Malinconico autunno – fu portata al successo da Marisa Del Frate (prima di allora aveva fatto la modella, era stata finalista anche a Miss Universo, e scusa se è poco) e divenne una hit nel 1957 dopo aver vinto il Festival di Napoli, facendo venire peraltro qualche mal di pancia agli aficionados di Domenico Modugno che gli avrebbero preferito la più scanzonata Lazzarella. Ma tant’è: i lunghi capelli neri della giovane indossatrice che si riversavano su una generosa scollatura ebbero la meglio sui ricci del grande Mimmo nazionale.

Ma il punto non è questo, è la malinconia il tema. O meglio, quello stato che i napoletani chiamano ‘pucundria (ci ha scritto una canzone anche Pino Daniele), quel sentire vago e indefinito che non è rimpianto, quella speranza dolente che costeggia la malinconia trainando con sé anche la noia e il distacco dal presente. Quella cantata o messa in rima dai poeti, descritta da romanzieri come Dino Buzzati che, in un racconto intitolato Inviti superflui, scrive di questa sensazione e immagina anch’egli di passeggiare tra le foglie, come l’innamorato di Malinconico autunno, ma in primavera (a riprova del fatto che non si tratta di un sentimento stagionale, benchè viga l’equazione autunno=malinconia): «Vorrei con te passeggiare, un giorno di primavera, col cielo di color grigio e ancora qualche vecchia foglia dell’anno prima trascinata per le strade dal vento, nei quartieri della periferia; e che fosse domenica. In tali contrade sorgono spesso pensieri malinconici e grandi; e in date ore vaga la poesia, congiungendo i cuori di quelli che si vogliono bene. Nascono inoltre speranze che non si sanno dire, favorite dagli orizzonti sterminati dietro le case, dai treni fuggenti, dalle nuvole del settentrione. Ci terremo semplicemente per mano e andremo con passo leggero, dicendo cose insensate, stupide e care. […] E allora noi taceremo, sempre tenendoci per mano, poiché le anime si parleranno senza parola».

Carlo Goldoni

Anche con la malinconia bisogna saper parlare, come facevano gli stilnovisti, tanto quelli in capo come Dante quanto certa retroguardia che commerciava volentieri col tema, com’è il caso del meno noto Niccolò de’ Rossi che in un sonetto dal titolo Un dì si venne a me Malinconia immagina che quest’ultima vada a trovarlo fino a casa, dopo essere stata dall’amata che lui ha abbandonato, facendo sì che lei si consolasse tra braccia altrui, e invitandolo a non rammaricarsi poiché è stato lui a lasciarla, e senza alcuna speranza, per cui se lei si aiuta altrimenti, non è cosa da stupirsi («tu la lasasti, e sperar non li çova: / se ella se aita, non èe cosa nuova»). E non è tanto quindi alla cupezza saturnina e alla voluptas dolendi di petrarchesca memoria che pensiamo bensì a una malinconia irridente che compendi saggezza e conoscenza del cuore, a un “malincomico” (con la m) irridente e devastante verso gli altri, ma soprattutto verso sé stessi. Quello di Goldoni, per esempio, che fa tesoro della propria vaporosa ipocondria per penetrare in quella più dolente di Tasso, regalando al lettore pagine gustosissime come quelle del suo Torquato Tasso, o le altre del Medico olandese (1756) in cui a un giovane ipocondriaco polacco un luminare prescrive un regime igienico-sanitario in cui la miglior parte ha l’amore («Tale dal mal potrete, volendo, esser oppresso, / ma la difesa vostra è dentro di voi stesso […] Anche un amore onesto, che vi trovaste io lodo; / chiodo, i poeti dicono, scaccia dall’asse il chiodo. / Ecco il rimedio vostro. Sarà la mia mercede, / che a’ miei buoni consigli abbiate a prestar fede»). Insomma, le incrinature si curano con l’ottimismo, il caos di quella “macchinetta strapazzata” (di cui parla Metastasio nelle sue lettere) che è l’uomo si cura con la ragione.

Lungi dall’essere confusa perciò con sentimenti negativi, come il rimpianto rancoroso, l’atrabile malmostosa che sguazza nel fango delle recriminazioni, la malinconia va corteggiata (se non la si vuole tramutare in depressione) perchè è come il vetrino affumicato che ti consente di guardare il sole senza restarne accecato. E invece viviamo assediati dall’ossessione della ricerca della felicità che è ontologicamente inappagabile, fa desiderare sempre quello che non si ha e non fa vedere quello che si è e che esiste. La malinconia basta a sé stessa, come dice la dodicenne Violet, protagonista di un recente romanzo di Joyce Carol Oates che, a un punto di Ho fatto la spia, dice di essere «innamorata della solitudine, della malinconia» perché «la felicità non è affidabile. La malinconia sì». Che è poi quanto diceva Victor Hugo sostenendo che essa sia «la gioia di essere tristi», intendendo con ciò la nostra piena appartenenza alla memoria – di attimi, esperienze, persone – che non ci sono più accanto, ma che resistono dentro, profondamente, e ci fanno capire che fanno ancora parte di noi, e che proprio per questo hanno definito quello che siamo adesso.

Se ti blocco ti cancello

In epoca di distanziamento sociale coatto, il nostro Io tenderà a definirsi sempre più come virtuale, conformato cioè allo spazio dei social network? Si indebolirà la percezione già labile che abbiamo dei reali rapporti umani? Era già avvenuta la mutazione antropologica in donne e uomini “dello schermo” (non in senso stilnovistico, intendo): dello schermo dei device elettronici con cui gestiamo ormai la socialità, esoscheletri digitali di una dimensione fittizia dell’essere, di identikit prêt-àporter che rendono oltremodo artefatte le relazioni interpersonali. La tecnologia ha favorito la comunicazione tra gli esseri umani in un senso quantitativo, non certo qualitativo, l’ha velocizzata, ma facendo perdere di vista il fatto che l’architettura di un rapporto umano poggia su pilastri costruiti col cemento armato della pazienza. Tanto più se questi rapporti sono di tipo sentimentale: la costruzione di un amore, canta Fossati, «spezza le vene delle mani, mescola il sangue col sudore, non ripaga del dolore». Non si ha più il coraggio, invece, di affrontare le “crisi” che, etimologicamente, hanno anche una valenza positiva, in quanto occasioni di discernimento e di crescita. Un segnale, in questo senso, è la diffusa pratica di chi si affida al ghosting per porre fine a rapporti sentimentali talvolta disfunzionali o sbagliati. Gosthing, letteralmente equivale a diventare un fantasma, cioè sparire improvvisamente rinunciando a spiegazioni e confronti, creando repentinamente un vuoto, stabilendo una distanza che si vuole sia incolmabile: si cancella, “bloccandola” (sui social o nelle app di messaggistica), l’identità di chi si ritiene responsabile di qualche torto come per una forma subdola di abuso emotivo che assuma le parvenze di una sorta di “killeraggio” virtuale. Le motivazioni possono essere di varia natura, ma è chiaro che si tratta di un’illusione. Paradossalmente, l’assenza rafforza ancor più il fantasma del rimosso e se la vittima viene confinata in una sorta di limbo psicologico in cui non ha la possibilità di elaborare fino in fondo il trauma dell’abbandono anche il carnefice finisce con lo scontare una condanna, vale a dire il riconoscimento del potere di chi non si riesce a sopportare nemmeno in una foto profilo e che, come le proverbiali scimmiette, sceglie di non vedere, non sentire e tanto meno parlargli. Una deliberata censura e autocensura di ragione e sentimento, insomma.

Certo, non esistono galatei della fine, ogni storia ha l’epilogo che si merita, ma le conseguenze sono sempre le stesse: da una parte o dall’altra c’è sempre qualcuno che soffre e a volte il dolore annichilisce, lascia senza pelle, a nervi scoperti e si vorrebbe solo dimenticare, come cercano inutilmente di fare i personaggi di quel geniale – per struttura narrativa e temi – struggente film che è Eternal Sunshine of the Spotless Mind, di Michael Gondry (regista) e Charlie Kaufman (sceneggiatore). Non certo una commedia romantica, come il rozzo e agghiacciante titolo italiano lascia intendere – Se mi lasci ti cancello (ma in questo genere di stupri traduttologici abbiamo sempre fatto scuola) – ma una riflessione profonda sul fatto che non esiste il tempo, ma solo la memoria che se ne ha – e questa non si può cancellare. I protagonisti Joel (Jim Carrey) e Clementine (Kate Winslet) che si rivolgono a una società che offre terapie di rimozione di cluster della memoria che hanno causato sofferenza e trauma da abbandono, che è in altri termini ciò che la psicoterapia definisce abreazione – cioè la scarica emozionale attraverso la quale un soggetto si libera di un trauma antico i cui termini essenziali sono rimasti inconsci – realizzeranno quanto inutile sia la pretesa di quell’illusione del pensiero desiderante che vorrebbe cancellare l’incancellabile, inutile poiché persino nelle più disastrate storie d’amore ci sono ricordi a cui non si vuole rinunciare, attimi fuggenti che continuano a risplendere anche nel peggiore disincanto. L’itinerarium mentis di Joel/Carrey, inquilino della propria memoria e prigioniero che vuole evadere da essa, si trasforma perciò invece nel tentativo di impedire proprio l’intervento ‘abrasivo’ che resetta il tracciato mnemonico. «Ricordare: dal latino re-cordis, ripassare dalle parti del cuore»; inizia così Il libro degli abbracci di Eduardo Galeano. I ricordi sono l’estremo abbraccio a chiunque abbia scelto di abitare disarmato la nostra vita, anche solo per pochi momenti sufficienti a regalarci l’apparenza di una qualche forma di felicità. L’infinita letizia della mente candida, dimentica del mondo e dimenticata dal mondo, è l’aspirazione che si esprime nei versi della bellissima Lettera di Eloisa ad Abelardo di Alexander Pope che danno il titolo a quel film: How happy is the blameless vestal’s lot! The world forgetting, by the world forgot. Eternal sunshine of the spotless mind!

Al netto degli spunti filosofici che la trama suggerisce – ci si può ritrovare dentro Parmenide Schopenhauer e Nietzsche che vanno a braccetto – il punto è che la serenità e la felicità non si possono simulare. Tutti devono imparare prima o poi dalla propria esperienza, come dice il testo di una canzone nel film: Everybody’s got to learn sometime. Solo così si può convivere con il dolore generato dall’abbandono e si può avere piacevole memoria di qualcosa o qualcuno che ci ha fatti soffrire. E’ pur vero che nemmeno l’amore riesce ad essere eterno quanto la delusione, ma questa si presta almeno meglio ad essere anestetizzata dall’indulgenza del tempo. Almeno così sembrava pensarla Boccaccio nel suo Decameron quando, nel proemio del suo Decameron, scrive che, prima di affidarsi al potere terapeutico della scrittura (dalla mia prima giovanezza infino a questo tempo), gli era successo di innamorarsi perdutamente (essendo acceso stato d’altissimo e nobile amore) di una donna non adatta a lui (forse più assai che alla mia bassa condizione non parrebbe) e di esserne quasi impazzito (mi fu egli di grandissima fatica a sofferire… per soverchio fuoco nella mente concetto da poco regolato appetito). Ma di esserne infine uscito, conservandone persino imprevedibilmente un buon ricordo (si diminuì in guisa, che sol di sé nella mente m’ha al presente lasciato quel piacere che egli è usato di porgere a chi troppo non si mette ne’ suoi più cupi pelaghi navigando), in grado di procurare persino piacere (ogni affanno togliendo via, dilettevole il sento esser rimaso). Ciò perchè l’amore, come tutte le cose che il buon Dio ci ha riservate (ma sì come a Colui piacque) è destinato prima o poi a finire (per legge incommutabile a tutte le cose mondane aver fine nella vita) al pari di tutte le cose umane.

Insomma, l’equilibrio imporrebbe al saggio di considerare sempre che la fine di una storia d’amore non è qualcosa che si è perduto, ma qualcosa che si è avuto. Che è già auspicio nobile e saggio, se non fosse contraddetto dal risentimento che finisce con l’intossicare anche i ricordi che dovremmo proteggere dal veleno delle recriminazioni. A dispetto di quelle sagge proposizioni d’intenti, un Boccaccio cinquantenne mostrerà di non aver appreso fino in fondo l’arte dell’«emanciparsi dall’incubo delle passioni», come canta Franco Battiato. Con piglio decisamente politically uncorrect, se la prenderà, nel Corbaccio, con una vedova (il nero corvo malefico del titolo) “colpevole” di non aver ricambiato il suo interesse. Altro che l’esaltazione della nobiltà e dell’intelligenza femminile del contemporaneo trattato De mulieribus claris, scritto “in alta lode del sesso femminile” («in eximiam muliebris sexus laudem»)! Se fosse vissuto ai giorni nostri, l’autore del Decameron avrebbe potuto liquidare la questione semplicemente bloccando la donna su Whatsapp, piuttosto che indirizzarle il furore delle più livorose contumelie, facendo così propri tutti i clichés della misoginia medievale sul famigerato «porcile di Venere». Che delusione!

Amor fu

L’insonnia dà belle soddisfazioni, tutto sommato. Nell’erranza notturna ti può capitare di imbatterti in pagine che ti squadernano mondi, alleviano angosce, illuminano la memoria. Ritrovo nel disordine delle mie librerie, la biografia di Adèle Hugo scritta da Leslie Smith Dow (La miserabile, Menichelli), basata su diari e lettere inspiegabilmente mai tradotti in Italia, e mi tornano in mente le scene del film che gli dedicò Truffaut e in cui la quintogenita di Victor aveva la diafana abbagliante bellezza di Isabelle Adjani.unnamed Una vita tormentata, finita a 84 anni, dopo averne trascorsi un terzo in manicomio, la dispersione progressiva di un’intelligenza scintillante, nutrita di letture e scritture, di relazioni intellettuali aggiornatissime per la metà dell’Ottocento e per una femminista integrata in un milieu inequivocabilmente patriarcale, come del resto il suo modello George Sand. adeleAdèle non si sposo mai, proprio per rifiuto dell’istituto matrimoniale inteso come il principio regolatore della società del suo tempo. Ma amò perdutamente, non riamata, lo squallido ufficiale inglese Albert Pinson che rifiutò in un primo momento di sposare (a lui interessava, in effetti, solo la dote della donna) salvo poi restarne ossessionata, inseguendolo per anni ovunque andasse (“Quella cosa incredibile da farsi per una donna, di camminare sul mare, passare dal vecchio al nuovo mondo per raggiungere il proprio amante, quella cosa io la farò”). Le pagine in cui si racconta il suo sbarco nella Nuova Scozia mi fanno pensare a quella scena di Lezioni di piano di Jane Campion in cui la giovane scozzese Ada McGrath approda in Nuova Zelanda per incontrare il promesso sposo benestante che nemmeno conosce, e finendo con l’innamorarsi del misterioso e rozzo George Baines con cui intesserà una sensualissima e drammatica trama di desiderio. Ma questa è un’altra storia, solo immaginaria e ben diversa da quella reale di Adèle, esule nelle isole inglesi della Manica, e poi progressivamente smarrita in un gorgo di schizofrenia ad Halifax e alle Barbados, prima di finire definitivamente internata dal padre in Francia. unnamedUna vicenda che però ne richiama alla mente altre, come quella altrettanto dolente e tumultuosa dello scultore Auguste Rodin e della sua musa e modella Camille Claudel o quella di Senso, il racconto di Camillo Boito da cui Visconti trasse uno dei suoi film più sontuosi, la storia della liaison tra l’aristocratica Lidia Serpieri e il tenentino austriaco Franz Mahler: un destino di passione e tradimento, tutto impostato sul registro del melodramma che amplifica e dilata il sentimento della fine, un romantico cupio dissolvi che conta come senso di estraneità alla scena della Storia di personaggi cinici, sensuali e disperati, destinati alla morte. Ma è quasi sempre così nella passione estrema: dall’amor fou all’amor fu il passo è più breve di quanto si immagini.

platone-simposioL’amore, scriveva Platone nel Simposio, è follia che ci abita, una forma di katokoché, di possessione, da parte di un éntheos, un dio, che parla in vece nostra e che non ci fa disporre più dell’Io. E’ maieutica pura, per dirla con Socrate. Balsamo e veleno, vertigine che ci spinge a dire “sono pazzo di te” quando accade che la sua forza ci sovrasti, ci travolga, ci annienti. Poco importa il sentirsi corazzati perchè lo scudo che protegge chi se ne sente al riparo è destinato a disintegrarsi lasciandoci nudi. Ed è però un dio sadico che punisce chi lo sfida, come fa Apollo col satiro Marsia traendolo fuori dalla “vagina delle membra sue”, per dirla con Dante, letteralmente scorticandolo. Perchè questo è: un resettare e formattare l’Io generando una soggettività nuova che si deve imparare a conoscere e che non dispone di libretti d’istruzione per l’uso. Non per nulla Adèle Hugo finirà prima col ridurre il suo nome alla sola iniziale H, e poi rinuncerà anche a quell’ingombrante identità che era il proprio cognome, ma anche la garanzia principale di ancoraggio alla realtà. Come farà anche il pirandelliano Mattia Pascal quando si reinventerà col nome di Adriano Meis, Adèle si dichiarerà “nata da padre completamente sconosciuto” e diventerà Miss Lewly.

L’amor fou, tanto intenso da essere inteso come anormale, sfida la logica, il senso comune, la ragionevolezza, è quello resistente e senza prospettive di esistenza, riconosciuto solo dall’amante che intercetta la follia dell’altro e trova nell’impossibilità della relazione la sua stessa ragion d’essere. Quella sensazione di non poter vivere senza la causa della nostra infelicità, una guerra che fa solo vittime, che ci stordisce di domande assurde e senza risposta, di cui non si capisce se sia più insopportabile la dipendenza nostra dall’amore e dalla paura dell’amore o quella dell’oggetto d’amore da noi stessi. Una malattia? Forse. Corneille afferma che amiamo chi merita di essere amato, mentre Racine diceva che lo merita anche l’essere spregevole e quando questo accade riserva esaltazione e dolore, estasi e tormento. unnamed (1)E’ amore quello del paladino Orlando “non usato all’amorose cose”, che “vinse tutto e tutti” e a sorpresa “fu sconfitto da amore”. E che da ‘uomo che non deve chiedere mai’ qual era, si ritroverà senza l’esoscheletro dell’armatura con cui lo si identificava. Diventa Uomo così, in quell’inerme fragilità che si cela sotto qualsivoglia certezza, sotto ogni promessa di rassicurante felicità. Gli accade così di smarrirsi in una selva oscura in cui non c’è segnaletica a indicargli la via d’uscita, in cui cade vittima d’inganni che la sua stessa mente partorisce.

L’amore è l’incontro di fragilità, di frammenti che cerchiamo di ricomporre come in un puzzle di cui manca sempre un pezzo. Non gli si addicono il silenzio, la comprensione, la condivisione, le risposte univoche e definitive, l’intenzione, la promessa, la fede che si accorda al dogma. A questo dio dispotico e capriccioso ci si può solo arrendere perchè sembra esistere solo per farci toccare con mano tutti i limiti della nostra natura, per ricordarci che ricercarlo negli altri è solo un modo per ritrovare tutto ciò che abbiamo perduto di noi stessi. Come scrive Julio Cortazar, in materia amorosa i pazzi sono quelli che ne sanno di più. Non chiedere d’amore agli intelligenti, amano intelligentemente, che è come non avere amato mai”.

 

 

La costruzione dell’Amore

La notizia è questa: Mechthild Flury-Lemberg, una studiosa tedesca di tessuti antichi, un’autorità nel campo, osservandone le cuciture, ha ipotizzato che 19 dei 31 rattoppi con cui è rammendato il saio di Francesco d’Assisi, conservato nella sala delle Reliquie della Basilica di Assisi, siano della stessa mano. Quest’ultima sarebbe quella di santa Chiara e i ritagli proverrebbero tutti dallo stesso tessuto, e cioè il mantello di lei.

La veste penitenziale che Francesco preferì alle pregiate stoffe di cui si spogliò al cospetto del Vescovo di Assisi, volgendo così le spalle al proprio passato di figlio di agiato mercante, ha la tinta smorta della terra – un cinerino che scolora nel beige – e la forma di un sacco, come il sagum romano (da cui il nome “saio”), una camicia contadina che si ricavava dagli indumenti militari smessi, e come si addiceva a un legionario della fede corso «in guerra del padre» (Dante dixit). Un abito solo, a forma di croce, per entrare con tutto il corpo nel mistero del Gesù Crocifisso, rivelazione suprema del Dio-Amore del Vangelo cristiano. E con un cappuccio, come la testa di un’allodola. Piccolo di statura com’era, e sotto quel copricapo bigio, Francesco doveva davvero assomigliare all’«umile uccello che va volentieri per le vie in cerca di qualche chicco», come si legge nella Leggenda perugina.

Se la tunica rossa di Gesù di cui parla Giovanni nel Vangelo non presenta rattoppi, è perché la Sua immagine, di cui ogni uomo è somiglianza, non ammette strappi; il saio usurato e rammendato di Francesco traduce, al contrario, nelle 31 pezze che lo tengono insieme, tutta la fragilità, le lacerazioni interiori, la labilità e la provvisorietà dell’uomo.

Un solo abito – estate e inverno – e quando si strappava era sufficiente rammendarlo. Pare che a questa mansione Chiara avesse provveduto altre volte e che anzi fosse lo stesso poverello, una volta l’anno, a rivolgersi a lei per queste emergenze sartoriali.

abs-francis-l_1492331Per come la penso, non mi interessa stabilire la fondatezza di quest’ipotesi quanto considerare la straordinaria potenza simbolica di quel saio rattoppato, feticcio d’amore libero e intenso di una donna che non vuole banalmente “abbellire” con brandelli del proprio mantello un’umile veste divenuta già reliquia dopo la morte dell’uomo, quanto ribadire, nell’atto di rammendarlo, un’idea: le vesti di Francesco e Chiara, le loro seconde pelli, prima a contatto dei corpi poi cucite insieme come in un mistico abbraccio d’amore spirituale e carnale a un tempo. A ricordarci che l’amore è un lavoro di sartoria, la stoffa che ci è data all’inizio è integra, ma col tempo si logora e perde lucentezza. Occorrono mani certosine e pazienti che rammendino gli inevitabili strappi, che esibiscano anziché nasconderle le imperfezioni dei rattoppi perché nessun amore terreno è pieno, intero, ma vive di difetti, si nutre di errori e carità, di comprensione e volontà di ricucire e riciclare per non buttare via, si chiarisce nel tempo per approssimazioni, come ogni costruzione che nasce dal nulla, e «spezza le vene delle mani, mescola il sangue col sudore», come si dice in una famosa canzone. L’amore ci nutre, come il sangue, e il sangue è bruno, come la terra che a sua volta nutre la Natura, come il saio cinerino di Francesco che della Natura fu l’amante più appassionato.

Acrostico traverso

Si tratta di una variante più articolata, di mia invenzione, del tradizionale acrostico. In questa forma, non sono le lettere iniziali di ogni verso a formare un nome ma, nell’ordine: la prima lettera della prima parola del primo verso, la prima lettera della seconda parola del secondo verso, la prima lettera della terza parola del terzo verso, e così via. Quello che segue è un esempio, dedicato a uno dei miei personaggi letterari preferiti.

 

1200px-Armide«Argo non mai, non vide Cipro o Delo»

tanti ricci capelli promettere

lusinghe di magie e disincanti.

Se alla felicità ingannare serva,

sa l’astuta e dilettosa giovane

che nel fuoco ti svelerà Amore.

“De turpiloquio” 2, la vendetta. Postilla poetica.

Non faccio in tempo a finire l’articolo “De turpiloquio” (e altre scorie linguistiche nocive) che mi ritrovo ad essere involontario testimone di una conversazione telefonica realmente avvenuta, ma di cui posso riferire solo le battute di uno degli interlocutori. Per la precisione una giacché al chiosco del bibitaro dove stavo gustando un tamarindo al limone mi giungevano alle orecchie solo le colorite espressioni di una bella ragazza sull’orlo del precipizio di una crisi di nervi. Quello che sembrava l’epilogo di una storia d’amore con un imprecisabile lui, si scopre essere, in un coup de theatre conclusivo, un’inaspettata dichiarazione d’amore. Riporto tutto qui, in sintesi lirica, precisando che non ho aggiunto assolutamente nulla alla sostanza e che mi sono  limitato, per il semplice vezzo di volermi concedere una catulleria semitrash, a mettere in versi le battute rubate. Garantisco che le parole usate sono quelle e non altre e mi dichiaro disponibile a voler corrispondere ogni eventuale diritto d’autore all’anonima e inconsapevole autrice, qualora avanzasse richieste in tal senso. Chiedo solo l’assoluzione dei miei quattro lettori più pudichi e invoco la protezione dei poeti licenziosi a me più cari, dal divino Aretin Pietro a Micio Tempio.

ODI E TTA’,  OVVERO: AMORE BIPOLARE                   (endecasillabi dissolti)

Pezzo di merda menomato e finto,

immenso stronzo vattene affanculo.

Che sei un coglione in faccia l’hai dipinto,

tu m’hai sfinita manco fossi un mulo.

Testa di cazzo, frocio e smidollato,

schifoso tanto che m’hai rovinato.

Per averti, uccidere potrei, lo so,

che ti amo tanto e per sempre ti amerò.