La maturità è una mandorla quagliata

Poi fai come credi, ma sappi che al tavolino di un bar di Catania, quando ordini una granita, non ha senso rivolgere al cameriere la domanda «che gusti avete?». Perché nella patria cosmica della granita, la mandorla (anche nella variante “macchiata”) non compete con nient’altro. Su quest’argomento potrei manifestare un’intransigenza talebana. Perciò toglietemi tutto (come nella pubblicità di un famoso orologio), ma non toglietemi la mandorla, nelle sue più trionfali declinazioni. E non solo la granita alla mandorla, ma il latte di mandorla, le paste di mandorla, gli amaretti, il pesto, il confetto, il parfait. Poche altre cose persuadono della plausibilità dei miracoli, e se proprio la vuoi sapere tutta, troverei onesto completare la Trinità mettendoci giusto la parmigiana di melanzane e la cassata. C’è del mistero nell’estasi dei sensi che questo seme (tecnicamente, questo è) – tostato, pralinato, salato, tritato – è in grado di procurare, qualcosa che trascende la finitezza umana e traffica col divino.

Non è certo un caso che in arte (vedi il Giudizio Universale di Michelangelo), come in tutta l’iconografia sacra medievale, l’aureola di luce che domina la scena entro la quale siede Cristo sia detta “mandorla”.

Nelle pagine iniziali del Garofano rosso di Elio Vittorini, le granite di mandorla «mandate giù» da Alessio Mainardi e dai suoi compagni di liceo al caffè “Pascoli e Giglio” sono proustiane madeleinette che innescano nel protagonista un meccanismo di conoscenza della realtà, tra presente e passato («Aspettavamo la campana del secondo orario, tra undici e mezzogiorno, pigramente raccolti, sbadigliando, intorno ai tavolini del caffè Pascoli e Giglio, ch’era il caffè nostro, del Ginnasio-Liceo […] I più fortunati mandavano giù l’una dietro l’altra granite di mandorla, la più buona cosa da mandar giù ch’io ricordi della mia infanzia. […] insieme a un odore di limoni».

Nel Gattopardo di Tomasi di Lampedusa, i dolci del buffet di palazzo Ponteleone diventano monumenti e paesaggi di barocca sontuosità e maestà («Lì immani babà sauri come il manto dei cavalli, Monte-Bianco nevosi; beignets Dauphine che le mandorle screziavano di bianco ed i pistacchi di verdino; collinette di profiteroles alla cioccolata, marroni e grasse come l’humus della piana di Catania, dalla quale, di fatto, attraverso lunghi rigiri esse provenivano, parfaits rosei, parfaits sciampagna, parfaits bigi che si sfaldavano scricchiolando quando la spatola li divideva». La mandorla scatena un’estasi che si traduce in scrittura e per estensione semantica tutto ciò che da lei prende forma, figura, consistenza, colore si associa al bello o a un’emozione estetica: «Ah quel suo viso! Se lo vedeste! È come una mandorla dal guscio semiaperto in fondo a cui appare il frutto tenero, gli occhi a mandorla», scrive D’Annunzio, oppure «Era tutta avviluppata di lontra, col naso come una mandorla appena sbucciata e gli occhi cosi blu, a riflessi d’oro, che illimpidivano l’aria», echeggia Borgese e ancora Montale a dire «Onda luminosa… diffondi / dalle mandorle tenere degli occhi».

Una leggenda greca narra di un giovane, Demofonte, che deve sposare Fillide, ma alla vigilia delle nozze lo sposo viene a sapere che ad Atene gli è morto il padre. E allora parte, promettendo di tornare presto, ma i giorni passano e Fillide non ha più notizie di lui. E si strugge di nostalgia, così tanto da uccidersi. E sulla sua tomba nasce un mandorlo, ma con le foglie avvizzite, come una pianta bella, ma segnata dalla tristezza. Quando Demofonte ritorna e gli si rivela quella sventura va a piangere sul tronco di quell’albero spoglio che decora il sepolcro della sua amata. Sono lacrime amare, d’angoscia e disperazione; piange così tanto da commuovere persino gli dei che per dargli un segno della fedeltà dell’amore della sua donna fanno crescere sul mandorlo, fuori stagione, fronde verdi e bellissimi fiori. C’è un nesso intimo, profondo, pervasivo e onnicomprensivo tra la mandorla e la vita interiore.

“Mandorla”: in latino è amygdăla che, a sua volta, deriva dal greco e, come termine medico, è un calco dell’arabo al-lauza. In natura è un bocciolo legnoso con uno o due semi che possono essere al gusto dolci o amari. I primi confortano il palato, i secondi l’olfatto, i primi soddisfano i sensi, i secondi possono essere usati per curare. Che è quanto basta a renderli indispensabili. Ma fondamentale è la regina delle mandorle, quella dolce-amara che produce e governa le emozioni, socia di maggioranza del cervello, assieme all’ippocampo che presiede la memoria: l’amigdala, una minuscola mandorla annidata a metà del lobo temporale, messa lì come il Maestro del più importante Teatro, a dirigere l’orchestra delle nostre sensazioni ed emozioni: fame, sete, piacere, dispiacere, desiderio, disgusto. È tutto lì, dentro un bocciolo di poco più di un centimetro e mezzo, una micro cabina di regia che determina persino reazioni fisiche come l’aumento della salivazione quando abbiamo fame (la famosa ‘acquolina’ in bocca) o la bava alla bocca quando siamo furenti, l’attrazione per il dolce o il salato, l’avversione per l’amaro o per l’agro. Una dimensione inversamente proporzionale all’immensità delle emozioni che governa. Senza di essa non saremmo in grado di rapportarci agli altri, di socializzare, di provare paura, di oscillare tra le contrastanti sensazioni di amore e odio, commozione e rabbia. L’amigdala è la nostra scultrice interiore senza la quale saremmo masse di carne senz’anima («Narciso trasparenza e mistero / Cospargimi di olio alle mandorle e vanità, / modellami», canta Carmen Consoli). Senza di essa forse non esisterebbe nemmeno l’arte e non saremmo in grado di percepire e rappresentarci il mistero della bellezza, non avremmo nemmeno senso estetico. È il ministero degli Interni della nostra vita interiore, il crocevia di tutto ciò che ci rende umani, ivi compresa la memoria che le emozioni attivano.

Capisci allora perché in dialetto si usi l’espressione: «Quannu ti quagghia ‘a mennula?». Cioè: quando quaglia, quando ti si addensa la mandorla? Vale a dire che il giorno che raggiungerai la maturità affettiva, emozionale, sentimentale, solo allora potrai dirti veramente compiuto.

Benedetto sia Copernico!

«Avrò fatto la cosa giusta?» «Cosa sarebbe stato di me, se…?» Di questo tipo di dilemmi è affollata la nostra esistenza. Poco male, vorrei dire. Il dubbio (più che la calma) è la virtù dei forti. E invece ammiro l’intrepida baldanza di quelli che, in una discussione, sentono il bisogno di rivolgersi all’interlocutore esordendo con frasi del tipo «La verità è…». Cui segue, puntualmente, la lezioncina su ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, su ciò che sia da commendare e, di converso, da biasimare. La retorica la definirebbe una “petizione di principio” o una “risposta con la premessa”, cioè un modo di ragionare per cui ciò che dev’essere provato è supposto, implicitamente o esplicitamente, nelle premesse. Ma la “Verità” cosa? Che ne sai? Chi ti ha dato la patente di Infallibile e con essa tanta presunzione di certezze? Perché mi punti addosso come un coltello a serramanico la tua matita blu e rossa e vuoi togliermi l’emozione di sbagliare da solo? unnamed

Fare errori è un’esigenza, quasi una sorta d’istinto di sopravvivenza. Anche il ricordo funziona così. Abbiamo bisogno di ricordare con imprecisioni di dettaglio, sia che si tratti di ricordi piacevoli che brutti: la memoria felice di un momento è corretta da dettagli che ne amplificano gli effetti, quella triste da altri che ne correggono le conseguenze affinchè non si trasformino in traumi. Interveniamo inconsciamente sui ricordi effettuando su di essi minime correzioni che basterebbero a confermarci la presenza di errori. Ma è proprio da questi ultimi che si produce conoscenza, che origina l’Ordine. Persino la perfezione apparente di una goccia d’acqua o di un fiocco di neve, con la simmetria e la compiutezza formale che singolarmente esprimono, si rivela fallace a confronto con altre gocce o altri fiocchi. Non ne troveremmo due uguali.

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Decidere cosa fare della propria vita è come tirare un calcio di rigore: prendi la mira, inquadri la porta, calci il pallone, ma il raggiungimento dell’obiettivo dipende da tante altre variabili indipendenti dalla nostra volontà. Altrimenti saremmo tutti campioni. Quello che possiamo fare è abbandonarci al disordine delle forme e lasciare che si creino coincidenze tra le nostre intenzioni e tutto ciò che non possiamo governare. Il pallone che non entra in porta in una particolare circostanza coglierebbe probabilmente nel segno in un’altra. L’esattezza di una scelta è l’errore di un’altra: è tutta una faccenda di transitorie coincidenze. Eppure non riusciamo a convivere serenamente con l’idea dell’errore, di una verità provvisoria. Pretendiamo di stare sempre dalla parte del giusto («la verità è che tu…») e a stigmatizzare ciò che è difforme dal nostro modo di rappresentarci la realtà. Programmati per non fare errori, entriamo in crisi al primo bug. E invece, dovremmo fare come il Nino di una famosa canzone di De Gregori: «non aver paura di sbagliare un calcio di rigore, non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore».

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«Maledetto sia Copernico!», dice il pirandelliano Mattia Pascal. Perchè da Copernico in poi l’uomo avrebbe perso la propria centralità nell’universo, si sarebbe scoperto piccolo e imperfetto, corpuscolo di un cosmo indifferente che ne avvilisce la solidità, la compattezza, la dimensione. Io che del relativismo me ne sono invece fatto una ragione e una religione, dico allora «Benedetto sia Copernico!». E con lui l’ebbrezza dell’errore e l’imprecisione dell’errare, del nostro imperfetto vagare disarmati, indifesi, vulnerabili, alla ricerca della Verità. Senza porsi nemmeno il problema di raggiungerla perchè il senso è la ricerca stessa, il cammino piuttosto che l’approdo. Nasce tutto da uno ‘sbaglio’: la Luna che i poeti hanno guardato a bocca aperta per millenni è una scheggia nata da una collisione, il frutto di una catastrofe, un’anomalia necessaria alla Terra, senza la quale l’asse del nostro pianeta impazzirebbe. E Galileo, millenni più tardi, avrebbe usato il cannocchiale per studiarne e ammirarne l’imperfezione e dimostrare così che era un’illusione l’aristotelica verità di una pura quintessenza opposta alla grossolana materia della Terra, che la Luna è come la Terra e noi non siamo sotto le stelle, ma fra le stelle. Contestare questo non significava contraddire Aristotele, ma semmai coloro che pretendevano, allora come oggi, di avere un certificato di attendibilità preconcetto riguardo qualsiasi materia. Tra l’Inferno e il Paradiso esiste il Purgatorio che rappresenta la possibilità, l’approssimazione alla Verità. L’umanità stessa nasce da una ‘collisione’ non diversa da quella da cui hanno avuto origine la Terra e la Luna. Nel Libro della Genesi si legge che Dio disse: “Non è cosa buona che il terrestre sia solo. Farò per lui un aiuto contro di lui”. Che significa essere contro? Significa “altro da sé”, la donna è l’aiuto adatto all’uomo, voluta da Dio in quel modo e non altro e perciò simile, complementare, entità di rispecchiamento, non un complemento dell’uomo – una costola – ma il suo doppio speculare.Tintoretto-jacopo-Comin-The-Annunciation-detail-2-

La Verità richiede tempo, forse Tutto il tempo, viene fuori poco a poco e il più delle volte non è come ce la siamo costruita. Perché Tintoretto, un artista che stravolgeva le prospettive, dipingeva angeli in caduta libera e santi a gambe all’aria, schizzava colpi di pennello agli angoli delle sue tele? Non lo si capì per secoli fino a quando non venne percepito come l’archetipo di una pittura astratta, l’esempio del senso che la pittura ha prima di mutarsi in oggetto. A quel punto la macchia di colore informe assumerà valore formale per tutto l’astrattismo pittorico successivo. I suoi celebri fondi scuri sono la combinazione di tanti colori che grattava dagli avanzi della tavolozza, conservava e rimescolava creando il nero dalla loro somma cromatica, dal loro addensamento. Siamo tutti figli di un’imperfezione, incerte approssimazioni di noi stessi e la nostra maestà consiste tutta nella fragilità con cui sappiamo esplorare i nostri sbagli, con cui sappiamo grattare dalla tavolozza della nostra vita ciò che resta dei suoi colori, per rimescolarli e dargli uniformità.

L’errore è insito nella condizione umana, solo gli animali non sbagliano. O meglio, sbagliano anche loro ma rimediano più in fretta di noi e soprattutto non ci costruiscono un sistema di pensiero per trovare il modo di non ripeterli. Tanto più che con tutti i sistemi che razionalmente saremmo in grado di costruire per metterci al riparo dagli sbagli, finiremmo puntualmente col ripeterli. Ogni scelta che facciamo (e anche scegliere di “non” scegliere è comunque scegliere) è l’affermazione di un mondo parallelo a un altro, né migliore né peggiore, né omologo né incompatibile. Due universi paralleli tra cui muoversi non con la certezza di essere nel giusto, ma con la speranza di avere più o meno azzeccato il calcio di rigore.