“De turpiloquio” 2, la vendetta. Postilla poetica.

Non faccio in tempo a finire l’articolo “De turpiloquio” (e altre scorie linguistiche nocive) che mi ritrovo ad essere involontario testimone di una conversazione telefonica realmente avvenuta, ma di cui posso riferire solo le battute di uno degli interlocutori. Per la precisione una giacché al chiosco del bibitaro dove stavo gustando un tamarindo al limone mi giungevano alle orecchie solo le colorite espressioni di una bella ragazza sull’orlo del precipizio di una crisi di nervi. Quello che sembrava l’epilogo di una storia d’amore con un imprecisabile lui, si scopre essere, in un coup de theatre conclusivo, un’inaspettata dichiarazione d’amore. Riporto tutto qui, in sintesi lirica, precisando che non ho aggiunto assolutamente nulla alla sostanza e che mi sono  limitato, per il semplice vezzo di volermi concedere una catulleria semitrash, a mettere in versi le battute rubate. Garantisco che le parole usate sono quelle e non altre e mi dichiaro disponibile a voler corrispondere ogni eventuale diritto d’autore all’anonima e inconsapevole autrice, qualora avanzasse richieste in tal senso. Chiedo solo l’assoluzione dei miei quattro lettori più pudichi e invoco la protezione dei poeti licenziosi a me più cari, dal divino Aretin Pietro a Micio Tempio.

ODI E TTA’,  OVVERO: AMORE BIPOLARE                   (endecasillabi dissolti)

Pezzo di merda menomato e finto,

immenso stronzo vattene affanculo.

Che sei un coglione in faccia l’hai dipinto,

tu m’hai sfinita manco fossi un mulo.

Testa di cazzo, frocio e smidollato,

schifoso tanto che m’hai rovinato.

Per averti, uccidere potrei, lo so,

che ti amo tanto e per sempre ti amerò.