La verità, vi prego

Ma quelli che ti devono catechizzare su quanto sia cosa buona e giusta essere sinceri sempre, con chiunque, costi quel che costi, che problemi hanno esattamente? E con le bugie dette a fin di bene, per evitare che certe situazioni degenerino in conseguenze irreparabili, come la mettiamo? E con gli indicibili “segreti” che ogni famiglia tiene occultati per comprensibile interesse o decoro?

Osservo con un po’ di sospetto, perciò, chi si spertica nella difesa del principio che occorra dire sempre la verità, a prescindere da tutto e tutti. La trovo un’intenzione naïf, dettata più da buona volontà che dall’effettiva e onesta possibilità di tradurla coerentemente in azione. A questa sorta di sinceropatia – mi si passi il termine – mi sembra che non faccia leva il coraggio, ma l’incoscienza, insieme a un deficit di intelligenza emotiva che in certi casi può risultare persino crudele. Come quando qualcuno ti dice: «sai, ti devo dire una cosa, però non ci rimanere male». Bene, non dirmela e il problema non si pone. Vomitare tutto ciò che ci passa per la testa può denotare mancanza di empatia, inadeguata considerazione dell’impatto emotivo delle nostre affermazioni, scarso senso dell’opportunità e del fatto che ci sono modi e tempi con cui gestire rapporti senza ferire o, peggio, traumatizzare chi ci ascolta.

Lo capiranno gli ultràs e i pasdaran della parresìa che la vita psichica ci impone continuamente di stabilizzarci quotidianamente in un sistema di meccanici inganni e autoinganni? Rifletteranno abbastanza sul fatto che mentire e simulare sono procedimenti intrinseci a qualsiasi forma non dico di comunicazione, ma di relazione? Il contrario di una persona ritenuta bugiarda, perciò, non è una persona sincera. La bugia, quando non è usata per danneggiare intenzionalmente il prossimo, è una resina in cui come insetti restiamo tutti invischiati, nessuno escluso, perché è parte del gioco stesso della sopravvivenza. Essa sta al confine di ogni manifestazione dell’umano – dalla creazione letteraria alla strategia dei sentimenti – e del naturale, se è vero che è lo stesso regno della Natura ad apparire contraddistinto dalla presenza di comportamenti e processi ingannevoli: camaleonti, lucciole, piante carnivore, fiori, senza alcuna distinzione, si servono di simulazioni per evolversi e resistere all’estinzione.

È travestimento tutta l’arte che simula il reale come la politica con la sua sofisticazione retorica, i galatei con la loro convenzionalità come la cosmesi che promette bellezza e giovinezza, il marketing col suo imbonimento come i social media che incoraggiano il doping sistematico dell’immagine che vogliamo dare di noi stessi, la giurisdizione con l’eloquenza dibattimentale quanto certa (dis)informazione funzionale ad interessi di parte.

All’origine del genere umano c’è l’inganno del serpente, senza il quale Adamo ed Eva sarebbero stati probabilmente destinati a morire di noia o di depressione nell’Eden. E noi, di conseguenza, appresso a loro. Sarà per quello che il senso di colpa generato dal peccato originale ha imposto all’uomo di considerare le bugie come la peggiore delle aberrazioni, a farci insegnare ai bambini a non dirle, anche se siamo i primi a non crederci e a non far altro quotidianamente. Ma prima dell’inganno del serpente, è insincero pure Dio che dice ad Adamo: «Di ogni albero del giardino puoi mangiare a sazietà. Ma in quanto all’albero della conoscenza del bene e del male non ne devi mangiare, poiché nel giorno in cui ne mangerai certamente dovrai morire» (Genesi, 2, 16). Muoiono l’uomo e la donna dopo aver mangiato il frutto proibito? No, dunque Dio non ha detto la Verità? E se dunque ci arriva a cogliere il sospetto che essa non appartenga nemmeno a Dio, come facciamo noi a tacciare taluni di essere sicuramente in difetto quando preferiscono la bugia veniale o l’omissione ai loro incauti e improvvidi sincericidi?

Dopo il serpente del giardino edenico, la memoria dell’uomo è tramata di figure di mentitori eccellenti, da Ulisse a Prometeo, da Achille a Marco Antonio, da Iago a Don Giovanni. L’epitome di tutti è considerato l’abietto Giuda che fa dimenticare persino che, dopo lui, mente persino Simon Pietro. È quello un momento tanto cruciale, al centro della storia “sacra”, da aver richiesto nel tempo non pochi supplementi di indagine. Lo aveva inteso Borges che terminava le sue Finzioni con Tre versioni di Giuda in cui affronta gli irresolubili problemi del Traditore e la questione del posto che occupa nella vicenda della Salvezza. Perché qualche dubbio lo insinua pure quell’inganno: era proprio necessario il bacio per identificare qualcuno che predicava tutti i giorni in pubblico? Perché Giuda tradì per trenta denari, che non è che fosse poi tutta questa gran somma? Se Gesù Cristo sapeva che proprio lui l’avrebbe tradito, come alcuni dei vangeli fanno capire, perché non fece nulla per impedirglielo, per salvarlo dalla dannazione eterna? Fu Giuda il capro espiatorio o piuttosto il ladro e l’incarnazione del male, come nel Vangelo di Giovanni? Fu un preveggente o l’eroe, come credevano gli gnostici giudaiti del II secolo che ne avevano fatto un predestinato alla disfatta? Il suo destino non era già segnato e “necessario” proprio per la redenzione? Cristo, d’altronde, non era venuto – secondo la concezione cristiana – per salvare tutti e quindi anche lui? E come si può, allora, giustificare una frase come quella del Vangelo di Giovanni (17, 12) in cui Gesù dichiara: «Quand’ero con loro, io conservavo nel tuo nome coloro che mi hai dato e li ho custoditi; nessuno di loro è andato perduto, tranne il figlio della perdizione, perché si adempisse la Scrittura»?

Se il tradimento e l’inganno erano iscritti nel disegno di Dio che comprendeva la morte salvifica del Figlio, quale responsabilità poteva cadere su chi ne doveva essere lo strumento di attuazione? Sul polimorfismo di Giuda e dell’idea di tradimento, però, ha scritto qualche anno fa un bellissimo saggio il mio caro amico e maestro Antonio Di Grado (Giuda l’oscuro) cui rimando volentieri. La divagazione valeva semmai a sottolineare l’opacità stessa dei concetti di Verità, sincerità, bugia e la necessità di non ricondurre il mentire a una prospettiva morale di tipo manicheo.

Conosco persone abilissime a dire con chirurgica precisione quello che gli altri si aspettano di sentirsi dire anche se non lo pensano affatto. Si mente quando si vogliono compiacere gli altri anche se non si condividono le loro idee o anche solo per assicurarsene la simpatia e sentirsi parte di un gruppo. Per altri versi, la calunnia o il pettegolezzo malevolo sono un modo per alleggerire la frustrazione conseguente alla consapevolezza del calunniatore di non essere stato in grado di raggiungere gli stessi privilegi del calunniato.

Ci sono poi le bugie gratuite, dettate da una sorta di angoscia di trasparenza, dalla preoccupazione di sentirsi giudicati o colpevolizzati, dal bisogno di proteggere costantemente un’interiorità che si sente sempre minacciata. Mentiamo al collega che incontriamo e alla cui convenzionale domanda di saluto («Come stai?») rispondiamo sistematicamente «benissimo»; mentiamo all’amico cui non sappiamo dire di no quando non ci va di uscire e inventiamo una scusa per restare a casa; mentiamo a tavola quando siamo ospiti e ci facciamo piacere l’intruglio di cui decantiamo la capacità che ha di deliziarci il palato; mentiamo ai parenti che, a Natale, ci regalano il maglione grigio a losanghe che non indosseremo, ma che abbiamo accolto come qualcosa di meraviglioso, sfoderando il più sfavillante e ipocrita dei sorrisi; mente l’insegnante che dice al genitore “suo figlio ha delle capacità, ma non le sfrutta” mentre sta pensando “è uno scecco pantesco”; mentiamo al capoufficio, al preside o al direttore che ripete da una vita le stesse tristi e sbrindellate battute a cui ridiamo, fingendo di divertirci, mentre in cuor nostro lo manderemmo volentieri a quel paese.

La nostra esistenza è puntellata da una teoria infinita di simulazioni più o meno vistose: di rabbia, di tristezza, di affetto, e a cui finiamo col credere anche noi finendo con l’autoingannarci. Non fa eccezione l’amore in cui soggiorniamo perennemente oscillando tra i due poli dell’onestà e della disonestà, e la cui resistenza dipende dalla maggiore o minore capacità di di cui disponiamo per conciliare entrambi. Mente l’uomo che magnifica con gli amici prestazioni sessuali sovrumane e primati da seduttore impenitente (i siciliani ingravidabalconi di verghiana memoria e i galli brancatiani insegnano) e mente la donna che a letto, a differenza dell’uomo, può simulare il piacere per compiacere l’uomo. Della drammatica schizofrenia del cuore ci dà però memorabile testimonianza Wystan Hugh Auden nelle dieci poesie che formano il suo La verità, vi prego, sull’amore, come nella struggente ballata che s’intitola Johnny, per esempio, in cui una ragazza rievoca i dolci ragionamenti di un reciproco sentimento ormai esaurito, ma immaginato eterno, com’è percepito l’amore di ognuno, prima che finisca:

Oh, questa notte, Johnny, io ti ho sognato, amore,
su un braccio avevi il sole e sull’altro la luna,
tutto azzurro era il mare ed era verde l’erba,
ogni stella agitava un tamburello tondo;
io ero in un abisso giù a diecimila miglia:
ma tu con un cipiglio di tuono te ne andavi.

È proprio Auden a ricordarci che «ti amerò per sempre» è il più abusato dei cliché in una storia d’amore. Ma è in un certo senso una bugia necessaria perché tra due amanti possa generarsi l’espressione più sublime della loro fusione sentimentale ed erotica. Un atto di fede, insomma, che serve a far percepire una relazione come solida ed esclusiva, ma che è una pia illusione essendo il sentimento amoroso, per sua stessa natura, soggetto ad emozioni mutevoli come a cambiamenti imprevisti. Il persempre degli amanti non è una vera e propria bugia, ma una promessa che ha bisogno di essere percepita come effettivamente realizzabile perché la relazione possa poggiare su qualcosa di stabile. Nietzsche sostiene che l’eternità dell’amore sia subordinata al patto che nessuno dei due amanti scopra i limiti dell’altro. È facile idealizzare l’amata/o attribuendogli qualità che non ha, è una forma di autoinganno, ma necessario e sublime, se non vogliamo precipitare nella più cupa infelicità. L’amore stesso è perciò partorito da un doppio ordine di bugie, verso sé stessi e verso l’altro, prova ne è il fatto che, quando finisce, la prima frase che ci viene in mente è: non la/lo riconosco più. In realtà, venuti meno la fiducia, la stima e il rispetto che sono il cemento di qualsiasi rapporto, siamo solo a noi a non vedere più ciò che avevamo voluto attribuire all’amata/o per effetto del nostro autoinganno.

Ma tra i tanti possibili modi di mentire, quello che mi affascina di più è però il farlo dicendo… la verità. O perlomeno, quella offerta come tale a scatola chiusa. È una maniera sofisticata e maliziosa che consiste nell’accreditarsi come persona indubitabilmente sincera per indole, ribadendo a ogni piè sospinto la propria incapacità di mentire, esibita quasi come un difetto che, paradossalmente, dovrebbe suscitare proprio l’ammirazione dell’interlocutore, per quel tanto di discredito moralistico che chiunque facilmente accorda all’idea stessa del dire le bugie. Così facendo si legittima di sé l’immagine di una persona onesta che potrà in ogni occasione affermare con protervia le proprie convinzioni, esercitando una forma di dominio che si basa sulla colpevolizzazione di chi non è ritenuto aprioristicamente sincero. Gli individui di questo genere si riconoscono dal fatto di muovere da un assunto del tipo “io dico la verità, mentre tu cerchi di abbindolarmi con storie che cuci a tua misura” oppure dalla baldanza con cui usano petizioni di principio o risposte con premessa del tipo “la verità è…”, cioè un modo di ragionare per cui ciò che dev’essere provato è supposto, implicitamente o esplicitamente, nelle premesse. In questo modo qualsiasi proprio torto o inganno risulta irrilevante, impercettibile o incontestabile. Ma se persino nei sogni riusciamo a mentire a noi stessi, come possiamo pensare di tacciare di bugiardo chicchessia? Diceva Oscar Wilde che «la sincerità a piccole dosi è pericolosa, a grandi è micidiale». Si riferiva all’amore, ma che senso ha, in generale, dico io, il moralismo di chi stigmatizza la bugia come estrema forma di abiezione? È vero o non è vero?