Pablito è vivo. Evviva Pablito.

Ogni tifoso di calcio, in un modo o nell’altro, è  legato a una determinata partita, a una formazione, a un episodio sportivo. Ne può fare persino il big bang di una passione, la specola da cui guardare la vita. E se capisce che tutto ciò ha origine dal calcio non potrà che ammettere la dipendenza da questo sport che può portare gioia, ma anche ossessione e disperazione. La partita della vita, della mia vita, fu giocata il 5 luglio del 1982: Italia-Brasile. Non era una finale, ma era come se lo fosse. E in un certo senso lo fu. Contro l’invincibile seleçao, la più forte di sempre, favorita da tutti i pronostici, gli smandrappati italiani potevano solo ingegnarsi di evitare una goleada senza scarpinare indegnamente e senza perdere la faccia. E invece non andò così. Chi quella partita l’ha patita saprà per sempre cosa siano le montagne russe del cuore, potrà pure dimenticare il proprio anniversario di matrimonio, ma non quella data. Li avevamo fatti giocare i brasiliani, li avevamo illusi di essere dei in terra. E loro ci sono cascati per due volte, riuscendo a rialzarsi e a pareggiare, ma alla terza si sono arresi. Loro si incaponivano con prodezze individuali e noi facevamo gioco di squadra – gli italiani, pensate – mettendo puntualmente il nostro centravanti nelle condizioni di castigarli. Il calcio è così, contempla una tesi e un’antitesi: se una formazione travolgente attacca e l’altra si contrae e contrasta allora si ha il caso più classico di dialettica hegeliana. Una dialettica muscolare, è chiaro, ma se avevamo fatto giustizia del calcio-fantasia dei sudamericani potevamo pensare persino di essere noi gli dei in terra. E Paolo Rossi era il nostro profeta. La voce di Nando Martellini che scandisce in tv “Rossi Rossi Rossi” è ancora oggi un’eco che mi risuona nelle orecchie e nel petto. La faccia triste del portiere Valdir Peres era l’epitome di una sfida diventata una questione a due: Ettore che soggiaceva ad Achille piè veloce. E la gente per strada a far festa quella sera, nell’Italia svegliatasi dall’incubo degli anni di piombo, con la gioia assoluta per una bandiera che avrebbe sventolato ovunque, dai balconi come dai finestrini delle auto in carosello.

Quelli come me che nel 1982 erano ragazzi che strapazzavano i Super Santos nei campetti degli oratori hanno sognato almeno una volta nella vita di essere lui, Pablito. Era più semplice identificarsi in un calciatore dal fisico “normale”, imbarazzante quasi, a confronto con il bagagliaio di bicipiti, deltoidi e flessori esibiti dagli odierni campioni dell’arte pedatoria. Lui no, con quell’aria da uomo qualunque, da qualsiasi “signor Rossi” appunto, arrivato quasi per caso nella Nazionale, grazie a un c.t. testardo come Enzo Bearzot che lo avrebbe preferito a Roberto Pruzzo, «O Rei di Crocefieschi», trasformandolo nel capocannoniere che non ti aspetti, lui ci avrebbe fatto vincere la Coppa del Mondo più bella di sempre, la più inaspettata, riscattando i mingherlini di tutto il mondo uniti. Pablito: l’aria da garzone di bottega, l’angelo che si trasforma in diavolo quando deve rapinare le aree di rigore, il centravanti della Juventus più bella, l’unica la cui formazione ricordi a memoria come un mantra, come le preghiere del catechismo: ZoffGentileCabriniBoniniBrioScireaBettegaTardelliRossiPlatiniBoniek.

A Torino c’era arrivato passando da Vicenza, dove aveva lasciato caterve di reti, stregando gli osservatori che notavano la sua pazzesca capacità di essere intuitivo e controintuitivo, di anticipare mentalmente quello che sarebbe successo in campo. «Monello del Collodi», lo ha definito il poeta Fernando Acitelli, «eterno oratoriale bimbo / emigrato a genio / nel soffio d’una estate». Era stato amore a prima vista, lungimirante infatuazione per quel ragazzetto magrolino, con le ginocchia fragili, che qualcuno paragonava addirittura alla leggenda di Garrincha. Stesso modo di involarsi sulle fasce, stesso incedere dinoccolato che poteva improvvisamente accendersi di uno scatto che lasciava inchiodati gli avversari. Astuto quando si trattava di aggirare i difensori, esperto nell’evitare le trappole del fuorigioco, in area era come un fantasma che si materializzava dal nulla per farsi trovare pronto ad allungare il piede e metterla sempre in rete. Come deve fare il bomber, il cui unico imperativo è coincidere con il proprio epiteto; un centravanti che non segna non è un centravanti, non è nessuno. Come ha scritto Osvaldo Soriano in Fùtbol, «per il goal c’è un angelo particolare, un non so che. O ce l’hai o non ce l’hai. Tu l’hai visto: ci sono un sacco di attaccanti che non segnano più di cinque gol a campionato, non è serio». Ora vai Pablito, nel paradiso dei calciatori c’è già un angelo, col numero 10 e la maglia del Napoli, che ti aspetta per fare qualche tiro in porta.

Gaetano, l’antidivo

La fine è nota: la carriera di uomo di Gaetano Scirea si concluse fatalmente tra le lamiere di una vecchia Fiat 125 in fiamme il 3 settembre 1989, lungo un’anonima strada di Babsk, in Polonia. Quella del calciatore invece si era conclusa un anno prima, all’età di 35 anni, al termine della stagione 1987-88, dopo 377 partite di campionato e 552 totali con la maglia bianconera.

20190925_1212552059088197119491478.jpgVedere la mostra a lui dedicata, all’interno dello Juventus Museum, significa arrendersi alla nostalgia, immergersi in una vasca di decantazione che separa frammenti di un’umanità e di una civiltà che stentiamo a riconoscere negli atleti di oggi. Il rimpianto è anche quello per un’epoca in cui il calcio non si era ancora trasformato definitivamente in show business e i campioni erano sì idoli delle folle – come lo erano stati Sivori, Riva, Facchetti, Rivera, Zoff, Baresi – ma da antidivi, da “tipi che parlano piano” come cantarono gli Stadio in una canzone (Gaetano e Giacinto) dedicata proprio a Scirea e Facchetti, sommessi interpreti di un understatement inconcepibile per i procuratori e gli sponsor delle odierne star dell’universo pedatorio.

Scirea, con quel prominente nasone che torreggiava sotto le sopracciglia perennemente aggrottate, era un bizzarro connubio di sobria eleganza e buona educazione, di pudica mitezza e rara lealtà (tra i suoi record, uno di quelli che a mio giudizio spicca di più è il non essere mai stato espulso durante una partita). “Un angelo piovuto dal cielo”, a detta di Enzo Bearzot che fu il c.t. della nazionale che vinse il nostro più bel Mondiale, quello dell’82, la nazionale di cui Scirea diventerà capitano 4 anni più tardi. Primo in assoluto ad aver vinto tutte le competizioni per club, il suo fu un palmares da far invidia ai campioni di ogni epoca. Era fortissimo, ma troppo umile anche solo per pensarlo, la sua vera forza essendo la normalità, il senso del pudore che gli derivava dalla consapevolezza di essere, in quanto calciatore della Juventus, un privilegiato, magari non con la potenza atletica di un Ronaldo o la destrezza di un Messi, ma riuscendo lo stesso a ritagliarsi un ruolo – quello del libero moderno o meglio del difensore con i piedi da regista – di cui resterà tra i massimi interpreti nella storia, talmente perfetto nella lettura delle situazioni di gioco da essere il compagno di gioco più affidabile. Nella tradizione calcistica precedente, almeno dai tempi del mitico Virginio Rosetta che fu una specie di Scirea degli anni Trenta, il libero poteva difettare di dinamismo dovendo essere essenzialmente un abile difensore pronto a chiudere sull’avversario e intelligente a prevedere. Gai invece univa a queste caratteristiche la rapidità nello sganciamento, l’appoggio, la capacità di dettare i tempi dell’azione e lo faceva con una semplicità e un’eleganza che gli riusciva naturale. Tutti ricordano il gol di Tardelli nella finale mundial vinta contro la Germania, ma quanti saprebbero dire che nacque da un fondamentale colpo di tacco e poi da un assist di Scirea che, mentre il compagno esplodeva nella gioia incontenibile di un urlo che qualsiasi spettatore a distanza di 37 anni  saprebbe riconoscere, si limitò ad alzare semplicemente un braccio?

Al giorno d’oggi è difficile vedere calciatori che non siano patologicamente innamorati della propria immagine e che quando parlano non amino ascoltare la propria voce; Scirea, al contrario, rinunciava alla propria continenza verbale solo per dire cose di un’esattezza dettata da elementare buon senso. Nel chiasso mediatico dei nostri tempi, una figura di calciatore così non troverebbe spazio.  Certo, di atleti straordinari è pieno il mondo del calcio anche ora, ma si tratta nella maggior parte dei casi di mercenari; ciò che rimpiango non è solo un campione quasi “per caso” come Gai, ma tutta un’epoca e uno spirito che l’intellettuale uruguaiano marxista Eduardo Galeano ha efficacemente riassunto così: download“La storia del calcio è un triste viaggio dal piacere al dovere. Mano a mano che lo sport si è fatto industria, è andato perdendo la bellezza che nasce dall’allegria di giocare per giocare. In questo mondo […] il calcio professionistico condanna ciò che è inutile, ed è inutile ciò che non rende”.  E Scirea, nella sua “inutile” sobrietà e semplicità era essenziale per tenere in vita un ethos ormai irrimediabilmente perduto.