Una lapide in via Mazzini

C’è un racconto di Giorgio Bassani, s’intitola Una lapide in via Mazzini. Vi si racconta di un uomo – si chiama Geo Josz – che torna a Ferrara nell’agosto 1945, dopo essere stato deportato a Buchenwald, due anni prima, con altri 182 ebrei. Nessuno sa che è tornato perché tutti pensano che sia stato sterminato con gli altri nelle camere a gas. In città sta per essere apposta una lapide commemorativa, ma proprio mentre un operaio la sta fissando, al Tempio israelitico di via Mazzini, Geo Josz, unico sopravvissuto, si fa avanti. Indossa un kolbak, è lacero e sembra gonfio come una spugna inzuppata, perché è basso e grasso.

Riprende allora possesso del palazzo che prima della guerra era stata la sua casa e che sarà poi occupato dalla Sezione provinciale dell’ANPI. A poco a poco ottiene lo sgombero e riesce a far ripartire l’attività di commerciante di tessuti che era stata del padre Angelo. Quando sembra che stia per reintegrarsi, succede però un fatto: una sera Geo schiaffeggia pubblicamente in via Mazzini il conte Lionello Scocca, un’ex spia dell’OVRA. Non si sa perché. Sta di fatto che da quel momento comincia a farsi vedere nei luoghi più frequentati della città con i cenci che indossava il giorno del suo ritorno. E sempre più dimagrito e smunto. E tutti lo evitano appena cerca di attaccare bottone;  ha riavuto tutto quello che gli era stato tolto, ha persino rimesso in piedi l’attività commerciale del padre, ma all’improvviso, dopo quegli schiaffi al conte, scompare e non se ne saprà più nulla.

Geo non è tanto diverso da Mattia Pascal. Vive due volte, ma al confine della vita. Questo vale per chiunque sia sopravvissuto al baratro, al Nulla. A dominarlo è il senso di estraneità di chi si è visto  spogliato di tutto quello che si addice all’uomo, vale a dire della propria astratta umanità, e che però, come il suo scheletro, non gli appartiene mai del tutto. C’è lo sforzo di comunicare cosa significhi essere vivi senza averne la certezza: la vita, insomma, senza sentirsi vivi. In questo senso, la sua insicurezza ontologica è la stessa di quella espressa dal “devoto” in un racconto di Kafka del 1909. metamorfosiIl personaggio dichiara: «Mai c’è stato un momento in cui io, da me stesso, sia stato certo della mia esistenza. Le cose intorno a me riesco infatti a percepirle in immagini così labili, che mi par sempre che le cose siano esistite solo tanto tempo fa e che ora invece stiano sprofondando». Il modo del devoto di attuare l’esigenza di sentirsi reale consiste nel sentirsi un oggetto nel mondo reale, ma il suo mondo è irreale, per cui non gli resta che essere un oggetto nel mondo di qualcun altro, essere guardato come una persona viva per alleviare la sua condizione di spersonalizzazione e morte interiore. Lo sfiora però il dubbio che gli altri possano avere di lui la stessa coscienza fuggevole che ha di se stesso, di qui la permanenza di una condizione di irrealtà che lo fa sentire più morto che vivo, differenziato in modo incerto e precario dal resto del mondo, fino a fargli sentire il suo io parzialmente disgiunto dal suo corpo.

cropped-tillich-older-libraryIl filosofo e teologo Paul Tillich, in un saggio del 1952 dal titolo Il coraggio di esistere, scrisse (il corsivo è mio): «Chi è nella morsa del dubbio e della mancanza di significato non può liberarsene; ma cerca una risposta che sia valida dentro lo stato della sua disperazione, e non al di fuori. Cerca il fondamento assoluto di quello che abbiamo chiamato il “coraggio della disperazione”. Esiste una sola risposta possibile, se non si cerca di evitare la domanda; cioè che l’accettazione della disperazione è in se stessa fede e si trova sulla linea di confine del coraggio di esistere».

Forse Geo Josz, il personaggio di Bassani, scompare perché non riesce a trovare il «coraggio della disperazione». Forse è per lo stesso motivo che il sopravvissuto Primo Levi decise di porre fine alla sua vita. E forse è per questo che spetta pietosamente a chi vive il compito di ricordare, di risarcire chi muore della vita che gli è stata negata due volte.