E fattela una risata!

Il tweet di Feltri (a imperitura vergogna)

Il “giornalista” Vittorio Feltri, il cui buon gusto è da tempo seppellito sotto le macerie della deontologia professionale cui ogni professionista dell’informazione si dovrebbe attenere, trova su Twitter il modo di fare del sarcasmo d’accatto nientemeno che su uno tra i reati più disgustosi e lesivi della dignità umana: lo stupro. Di fronte alle rimostranze di chi si è a dir poco scandalizzato per la battuta da trivio con cui mostrava di ammirare la stupratore piuttosto che solidarizzare con la vittima, ha ritenuto di dover cancellare cotanto parto intellettuale. Lo ha fatto persino con un pizzico di fastidio per la mancanza di sense of humour dell’utente medio dei social rubricato, a suo dire, al rango di una “lumaca bollita”.

Il conduttore di Striscia la notizia Valerio Staffelli si è reso protagonista di un imbarazzante siparietto con cui, nel consueto stile cafonal del noto programma Mediaset, a essere canzonata era l’attrice Ambra Angiolini per la fine della sua relazione sentimentale con l’allenatore della Juventus Massimiliano Allegri. Si dirà: non è la prima e, da che mondo è mondo, il privato dei personaggi pubblici lo è molto meno di quello dei comuni mortali. D’accordo. Sorvolo sul dato fin troppo palese che, in entrambi i casi, il soggetto da attaccare ed umiliare sia stata una donna e che dimostra, qualora ce ne fosse bisogno, quanta strada ci sia ancora da fare verso la giubilazione di ogni variante di mentalità maschilista e patriarcale. Il fatto è che la fine di una storia è pur sempre una lacerazione che qualche danno collaterale lo semina pure imponendo non dico il silenzio, che è quasi impossibile, ma almeno il rispetto della sofferenza che genera la fine di qualsiasi relazione e che non richiede grande sforzo d’immaginazione. Prova ne è il fatto che, se la reazione dell’attrice è stata sobria e tutto sommato elegante, lo è stata molto meno quella della figlia che ha dato voce, lei sì, a tutto il disappunto e la contrarietà che chiunque (e sottolineo chiunque), al posto di Ambra avrebbe provato perché ognuno di noi avrà sperimentato, almeno una volta nella vita, il dolore di una separazione su cui non c’è ironia che possa reggere.

Ma cos’hanno in comune i due episodi? Senza dubbio una malintesa concezione di ironia, priva di ogni senso di responsabilità personale nel ridurre il dolore a gag, e che ti fa ritenere che le parole che si usano per ledere la dignità di una persona siano meno gravi di una violenza fisica perché, appunto, “parole”. Che sarebbe come dire aria. L’alibi della “mancanza d’umorismo” che, per giunta, si imputa a chi è colpito dal dileggio altrui, rimbeccato con espressioni del tipo «e fattela una risata» oppure «ma io non ti volevo offendere» è la riprova di come la violenza verbale sia più subdola di quella fisica, ma non per questo meno grave. Offendere significa, letteralmente, uccidere, come nell’etimologia latina del verbo: ob e fendĕre, colpire contro. Offeso era chi veniva colpito a morte con armi.

Nonostante il suo potenziale distruttivo – o forse proprio per la consapevolezza di questo – non si riesce a fare a meno di questo passepartout che è l’insulto, e che altro non è se non una forma di patologia del pensiero che si arrende alla propria debolezza e inadeguatezza. E non sono solo i social, purtroppo, il fertilizzante naturale e maleodorante di questa deriva generalizzata verso uno squid game di massa in cui sempre più spesso la violenza delle parole rappresenta il primo e più cinico strumento di sopraffazione. L’insulto è la facile scappatoia di chi non sa argomentare, il documento identificativo di chi ignora le dinamiche basilari dell’intelligenza emotiva, la riemersione dell’impulso neonatale a frignare e inveire anziché avvalersi delle conquiste maturate nel momento in cui abbiamo sviluppato il linguaggio e con esso la nostra capacità di relazione. L’American Psychological Association ha recentemente affermato che l’abuso verbale o psicologico è meno affrontato rispetto a quello fisico o sessuale, ma comporta conseguenze negative sulla salute mentale uguali o superiori.

Wittgenstein dal canto suo sosteneva che «i limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo», cogliendo così una verità importante e cioè il fatto che le parole con cui scegliamo di descrivere, rappresentare i fatti, formulare opinioni, determinano il modo in cui costruiamo le relazioni sociali. Quanto più ampi sono i nostri limiti linguistici e la nostra incapacità di formulare concetti con un linguaggio adeguato, tanto minore è la possibilità che abbiamo di comprendere e descrivere il mondo. E in un recente bel libro dal titolo Lingua e essere, la giornalista e attivista tedesca Kübra Gümüşay dice che «chiamare gli esseri umani come vogliono essere chiamati non è questione di gentilezza e neanche simbolo di correttezza politica o di un atteggiamento progressista – è semplicemente una questione di decenza umana».

Certo non voglio sostenere che, in nome di una retorica conciliativa, gli insulti debbano essere messi al bando e bisogna arrendersi agli eufemismi ad ogni costo perché ciò significherebbe la rinuncia all’idea che la lingua serva, in tutta la propria ricchezza espressiva, anche ad affrontare tutte le possibili situazioni conflittuali. Ma altro è riconoscere che la libertà d’espressione finisce dove inizia il rispetto della dignità personale e non la si può sempre invocare come la facile giustificazione di chi in realtà trova legittimo così veicolare ogni tipo di discriminazione.

“De turpiloquio” (e altre scorie linguistiche nocive)

Leonardo da Vinci scriveva che “chi altri offende, sè non sicura” (Frammenti letterari e filosofici, III, 52), intendendo che chi insulta si deve in qualche modo preparare a una reazione che può essere dolorosa, a meno che un’evangelica mitezza (prerogativa della minor parte dell’umana progenie), non suggerisca seriamente di porgere l’altra guancia (o peggio).

Arthur Schopenhauer aveva invece spiegato come il ricorso all’insulto grossolano, all’offesa rozza e arrogante, sia una sorta di dichiarazione di resa, di implicita ammissione d’impotenza dialettica da parte di chi realizza inconsciamente di essere inferiore al proprio interlocutore e non voglia prenderne atto («la natura bassa sente una tendenza del tutto istintiva, appena avverte una superiorità spirituale»). Come si può pensare di riuscire a dominare il contendente se non si è in grado di controllare sè stessi?

Il frequente ricorso odierno all’insulto, la facilità con cui si pensa di risolvere anche banali controversie, prevaricando l’avversario con collerica villania, rappresentano insomma uno spostamento dell’attenzione dall’oggetto della contesa al contendente.

Certo è che la volgarità senza precedenti dei nostri tempi ha sdoganato i peggiori improperi ad ogni latitudine e longitudine socio-culturale: dal delinquente analfabeta dei quartieri urbani malfamati al televisivo maître à penser urlante,

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dall’adolescente di buona famiglia in subbuglio ormonale alla studentessa universitaria trentaelode (non importa quanto triste e solitaria o allegra ed espansiva), dal professore che si vuole accattivare, a modico prezzo, la simpatia degli studenti con un gergo poco confacente al suo ruolo di pedagogo al ministro degli Interni (ma sarebbe meglio dire “delle interiora”) che, in mancanza di idee e visioni, può far leva solo sulle viscere e i peggiori istinti della massa

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(“Per il solo fatto d’esser parte di una massa, l’uomo scende di molti gradini nella scala della civilizzazione. Preso da solo, era forse un uomo civile; nella massa, è un istintivo, perciò un barbaro”, dice Freud).

Il registro varia a misura delle virtù di chi si serve di epiteti e contumelie di varia natura, ma il minimo comune denominatore è tuttavia la reazione di chi trova immensamente più disdicevole l’insulto ricevuto di quello pronunciato. Come dire che l’offesa di cui ci rendiamo responsabili ci sembra sempre veniale, se messa a confronto con quella che talvolta subiamo.

Mi guardo bene dal fornire suggerimenti su come si possa arrecare discredito in modi ben raffinati. Lo aveva già fatto con convincenti argomentazioni, oltre al filosofo tedesco, l’argentino Jorge Louis Borges nella sua Storia dell’eternità, suggerendo metodi ed espedienti per rendere memorabili le offese attraverso l’intromissione di sofismi e l’invenzione di buone astuzie. E prima di lui, nel 1926, il letterato e lessicografo cinese Liang Shiqiu aveva licenziato un trattato (La nobile arte dell’insulto) che spiega bene quale dovrebbe essere il principio che regola l’ingiuria perfetta fornendocene la bussola argomentativa: «Quando si rivolgono critiche a qualcuno, bisogna farlo in una lingua infinitamente sottile il cui senso rimanga implicito. Conviene evitare che l’avversario si renda conto fin dalle prime parole che lo si sta criticando: è solo al termine di un certo tempo di riflessione, a poco a poco, che questi giunge a prendere consapevolezza che le parole rivoltegli erano tutt’altro che benevole. Lo si metta a suo agio, cosicché il suo viso dapprima sorridente, viri poi dal bianco al rosso, dal rosso al violaceo, infine dal violaceo al grigio plumbeo. Questo è il più alto grado nell’arte dell’insulto».

Ma senza elevarsi troppo nelle aeree regioni della speculazione d’autore, basterebbe soggiornare per qualche tempo in un quartiere proletario di Napoli, per rendersi conto di come nel lessico barocco e iperbolico di un popolo che ha conosciuto sottomissioni ancestrali si possa celare un’irriverenza che riesce ad essere superiore senza voler avere alcuna intenzione demolitrice dell’avversario. Quasi a volergli dire: “non ti sopporto, ma so scherzarci su”.
Capa ’e chiuovo detto a una persona ottusa e maldisposta a intendere ragione (come è dura la capocchia del chiodo) o Capa ’e ’mbrello col sostantivo usato eufemisticamente in luogo di un riferimento anatomico per dire di una persona che parla a vanvera, hanno un’efficacia espressiva immensamente superiore alla più corriva ed usuale delle ingiurie, quella per intenderci che attribuisce alla sommità del corpo maschile la conformazione della parte terminale del proprio organo riproduttivo.

Avrei serie difficoltà a prendermela più di tanto con qualcuno che volesse sottolineare la mia inadeguatezza dandomi del “cataplàsemo ’e semmente ’e lino” mentre non sarei disposto a perdonare chi mi apostrofasse con un meschino e corrivo “sei un coglione”. Quello che mi incuriosisce dell’insulto è perciò la capacità dello stesso di aprire squarci sui limiti di chi lo pronunci più che sulle reali ragioni di chi lo subisca. Il turpiloquio è il punto molle del pensiero e colpisce di più chi lo adopera, avvilendolo nella dignità e rendendolo ostaggio della propria aggressività.

Come gran parte degli esseri umani, di parolacce me ne sono sentite rivolgere non poche (anche da chi mi dichiarava affetto o amore), ricambiandole talvolta perché, come insegna Leopardi (pensiero LVII), “ad ottenere che gl’ingiuriatori si vergognino, non v’è altra via, che di rendere loro il cambio”. Ma mi ripugna così tanto l’abuso che si fa del turpiloquio che vorrei evitare anche di nominarli espressamente quei termini, preferendo loro alcune perifrasi che li rendano riconoscibili.

Alzino la mano gli uomini che non sono mai stati apostrofati con quel termine di origine longobarda che sta a indicare una massa fecale (umana) di forma cilindroide o con quello derivante dal greco κολεός (koleós, cioè guaina, fodero, sacchetto) e utilizzato poi nella Priapea o la donna che si è sentita assimilare a un’omologa esercitante commercio del corpo o alla femmina del bovino. Capita sovente di essere etichettati anche come individui che suscitano repulsione fisica (e che quindi sono da “schivare”) o di essere associati, in multiple varianti onomasiologiche, a un organo maschile la cui summa essenziale sembra essere la parte apicale. Indubbiamente i termini più odiosi, al punto da farmi venir voglia di venire alle mani, sono quelli che alludono a patologie o malattie come la sindrome di Langdon-Down o a svantaggi fisici e mentali che la Natura fa subire ai più sfortunati. Vocaboli inaccettabili più di altri perché designano correntemente categorie deboli o ritenute tali, e declinati per esprimere invece odio. Tra i giovani poi, di questi tempi, va molto di moda e viene usato con eccessiva e disinvolta frequenza un aggettivo orrendo che letteralmente significa “privato in maniera più o meno grave dell’integrità o dell’efficienza fisica o morale”. Beninteso, a seconda dei contesti in cui le parole vengono usate, il loro peso lesivo è differente, quello che conta è perciò l’intenzione con cui vengono usate.

Offendere è la cosa più facile e inutile che si possa concepire. Inutile, perché l’insulto che useremo per apostrofare qualcuno non servirà affatto a migliorarlo. palombella-rossaIo che di parole vivo e che nelle parole credo (“Come paaarlaaaa? Come paaaarlaaaa? Le parole sono importanti”, grida Nanni Moretti in “Palombella rossa”) cerco di non dimenticare mai che esse, a seconda delle circostanze, possono alternativamente essere finestre o muri, carezze o schiaffi. Forse è anche per questo che negli alterchi preferisco il più delle volte tacere, perché non mi rendo conto mai fino in fondo di quale possa essere il confine oltre il quale una parola possa diventare un proiettile. La parolaccia non è mai neutra, non è un semplice intercalare o una distratta interiezione, ma può arrivare dalle orecchie di chi ascolta al suo intelletto che vi scorge un sentimento o una qualità in grado di proiettare sull’interlocutore una luce sinistra. Siamo le parole che usiamo e la violenza verbale non si autoassolve, al pari della violenza fisica; chi parla male pensa male e chi pensa male agisce di conseguenza. A voler ricorrere ancora al mio adorato Leopardi, continuo a ritenere che “a viver tranquilli nella società degli uomini, bisogna astenersi non solo dall’offendere chi non ci offende, cosa ordinaria: ma eziandio, cosa rarissima, dal procurare che altri ci offenda”.